LE RADIOSVEGLIE

Buongiorno, desidera?

Voglio comprare il computer.

Ottima idea, signore. Purtroppo noi vendiamo radiosveglie.

...

Non è per cattiveria. Sono quindici anni che vendiamo radiosveglie, abbiamo sempre venduto radiosveglie. Vede? Fuori l’insegna dice “radiosveglia store”. “Store” vuol dire negozio e “radiosveglia” vuol dire radiosveglia. A volte la lingua è inesorabile.

E questo cos’è?

Questo?

Che cos’è?

È un registratore di cassa. Abbastanza simile a un computer, almeno esteriormente, ma pur sempre un registratore di cassa.

Lo compro.

Non è in vendita, signore. Noi vendiamo radiosveglie. Niente computer, niente registratori di cassa, solo radiosveglie.

Sveglie?

Radiosveglie.

A me serve il computer.

Qui non troverà nessun computer. Io le posso dare solo attenzione, cortesia, qualche utile consiglio sulle radiosveglie e, al massimo, una radiosveglia, ma non posso darle un computer, neanche se volessi. Forse nella mia vita fuori di qui potrei darle un computer. Nella mia vita in borghese, diciamo così, quando non porto questa divisa fosforescente e non vado in giro con un cartellino plastificato col mio nome e una foto-tessera in cui sorrido senza motivo, forse lì potrei darle un computer, dico in teoria, perché molto probabilmente non ne avrei voglia. Vede, signore, io sono cortese solo quando vendo radiosveglie.

Voglio un altro commesso.

Può chiedere a Mario, Francesco o Monica. Guardi, laggiù.

Non vedo nessuno.

Certo, signore, sono nascosti dietro lo scaffale, ma se fa uno sforzo potrà sentirli ridere di lei.

Loro hanno il computer?

A casa, probabilmente. Come tutti. Ma qui, in questo capannone prefabbricato in mezzo alla campagna, dove uomini e donne completamente annientati dalla vita gettano via le loro poche ore libere, la domenica o il sabato pomeriggio, prima di finire in qualche bettola a commentare lo sconcertante aumento dei prezzi delle radiosveglie, qui, gentile signore, Mario, Francesco o Monica hanno solo radiosveglie, migliaia di radiosveglie, radiosveglie di tutte le dimensioni e di tutti i tipi: digitali, analogiche, stereo e mono, colorate e in bianco e nero, luminose, profumate, radiosveglie di lattice per adulti o di marzapane per i più piccoli, radiosveglie buffe e radiosveglie introspettive, come questa, vede? Basta premere il pulsante e le parlerà di sé. Su, provi.

Io?

Prema il pulsante.

“SONO TANTO INFELICE!”.

Ha sentito, signore? Povera radiosveglia.

...

Oh, non si rattristi. Se vuole abbiamo anche radiosveglie che mentono.

La compro.

Questa qui?

Voglio comprarla. Voglio comprare questa sveglia.

Radiosveglia.

Io la renderò felice.

Lei è una brava persona.

Con me sarà felice.

Ne sono certo.

...

Sono quarantacinque euro.

CHI MALE INTENDE È A METÀ DELL’OPERA

È terribile non essere capiti.

Non me ne parlare.

È una delle cose peggiori.

Dopo le crocchette di miglio.

Mi hai tolto le parole di bocca.

Oh, scusa!

Tranquillo. Vuol dire che c’è intesa.

Ed è un bene o un male?

Un bene.

Mi hai tolto le parole di bocca.

Il problema è quando uno non ti capisce.

È terribile.

È un po’ come --

Morire.

No.

Morire nel senso di quando uno non ti capisce.

È come quando ti viene a trovare qualcuno --

Ah, sì. Terribile.

E tu non hai niente da offrirgli da bere.

Neanche l’acqua del rubinetto?

Quello che voglio dire --

Dillo.

È che magari tu dici “a” --

Preposizione di moto a luogo.

E quello capisce “b”.

Preposizione di moto b luogo.

Ti ho raccontato di quando ho chiesto un tramezzino con prosciutto, funghi e maionese e mi hanno portato una crocchetta di miglio?

No.

Una volta mi sono fermato a fare uno spuntino all’autogrill di Fiorenzuola, hai presente?

È il mio ristorante preferito.

Ho chiesto un tramezzino con prosciutto, funghi --

E cosa ti hanno portato?

Una crocchetta di miglio.

No!

Giuro.

E cos’hai fatto?

Be’, puoi immaginarlo.

Posso?

Sì.

Grazie.

La maggior parte delle discussioni si basa solo su dei fraintendimenti.

È perché c’è intesa.

È raro che si parli veramente di qualcosa.

Tutti parlano solo di fraintendimenti. Per esempio, ti ho raccontato della crocchetta di miglio all’autogrill di Fiorenzuola?

È successo anche a te?

Sì.

Sul serio?

Una cosa terribile.

Vero?

È terribile non essere capiti.

L’INCONVENIENTE DI AVERE IL CAZZO

Molte mie amiche si complimentano con me per il fatto che ho il cazzo. Io cerco di spiegare loro che non è tutto rose e fiori, ma loro mi dicono di non sminuirmi. “Beato te”, mi dicono, “che hai un organo riproduttivo così semplice e maneggevole. Io invece ho il clitoride, il punto G, l’orgasmo vaginale, l’orgasmo multiplo, l’orgasmo esterno, l’orgasmo a singhiozzo, il cosiddetto plateau, l’orgasmo di simpatia, l’eiaculazione di Skene e le contrazioni di Kegel. Tutto questo senza neanche un libretto delle istruzioni”.
Riconosco che il cazzo è una grande comodità, basta sfiorarlo e fa tutto da solo. “Tu”, dicono le mie amiche, “te la puoi sbrigare in dieci secondi”, in realtà il mio record è 2,65, compresa la sigaretta celebrativa, “io invece”, continuano loro, “potrei andare avanti così per ore, guarda”.
“Carla”, dico io alle mie amiche, “quella non è la vagina”.
“Che ne sai tu delle donne”, rispondono loro.
È la famosa invidia del pene, che Freud ha concisamente descritto così: ”Se vedi un pene eretto e la cosa ti rode, allora hai il mio stesso problema”.
Ma non c’è niente da invidiare. Se una donna sapesse quale insostenibile peso è trascinarsi dietro per tutta la vita il cazzo, ringrazierebbe dio ogni volta che ha le mestruazioni. Il cazzo è peggio delle mestruazioni. È come avere l’incredibile Hulk nelle mutande, l’unica differenza è che non diventa verde. In cambio di 2,65 secondi di piacere, ogni uomo deve sottostare per tutta la vita alle voglie del cazzo (per non parlare delle idee del cazzo).
Per esempio, sei in autostrada che ti fai tranquillamente i tuoi 170 chilometri all’ora sulla corsia di emergenza e all’improvviso una Polo ti sorpassa. Sfreccia via in un attimo, quasi non te ne accorgi, ma il tuo cazzo se ne accorge eccome.


INSEGUILO, PRESTO!

Per favore, stai buono.

DOBBIAMO SUPERARLO! PORCA PUTTANA!

Ma che senso ha?

IDIOTA! METTI CHE AL CASELLO C’È UNA DONNA! GLIELA VOGLIAMO LASCIARE!?

In autostrada? Alle tre di notte?

MUOVITI! MI STO GIÀ LUBRIFICANDO!


È un luogo comune che la superiorità dei maschi negli sport sia una questione di forza fisica. Certo, deve essere per questo che i giocatori di biliardo sono tutti degli energumeni. In realtà non sono i muscoli, ma il cazzo. Il fatto è che per il cazzo è sempre una questione di vita o di morte, qualsiasi cosa, anche una semplice chiacchierata con gli amici.


Ti dico che le pere sgocciolano.

Stai generalizzando.

Diciamo che la maggior parte delle pere sgocciolano.

Ci sono centinaia di tipi di pera.

Le abate, per esempio, sgocciolano.

Le abate non sgocciolano.

Stai generalizzando.

La maggior parte delle pere abate non sgocciolano.

Ogni volta che le mangio mi sbrodolo tutto.

Forse non sono abate.

Sono gialle, col picciolo e a forma di pera. Pere abate.

Non sono abate.

Dammi la definizione di pera abate.

Sono quelle che non sgocciolano.

Quindi tutto quello che non sgocciola è una pera abate?

Sono gialle, a forma di pera e non sgocciolano.

Controlliamo sul dizionario.

Dammi la definizione di dizionario.


Tutto questo per contendersi la femmina, anche quando in realtà non c’è nessuna femmina. Ma il cazzo come potrebbe saperlo? Chiuso com’è dentro le mutande, al buio, senza occhi né orecchie. Sarebbe il cervello che glielo dovrebbe dire.
Un uomo non è altro che una propaggine del proprio cazzo, indispensabile per permettere al cazzo di spostarsi, nutrirsi e lavarsi (il cazzo non ha nemmeno la doccia) ed è facile rendersi conto che dietro a ogni comportamento maschile c’è sempre il cazzo. Perché sono sempre i mariti che ammazzano le mogli? Il cazzo. Chi sevizia le pecore? Il cazzo. Chi scrive i libri di Vespa? Il cazzo.
In poche parole il cazzo è pericoloso. Molto più pericoloso delle bombe a grappolo o del Ministero dell’Istruzione. Su ogni cazzo dovrebbero esserci le scritte come per le sigarette: “il cazzo danneggia gravemente te e chi ti sta intorno”, “il cazzo crea un’elevata dipendenza, non iniziare”, “non fare respirare il tuo cazzo ai bambini” e così via.
Ma quello che è veramente tremendo, è sotto gli occhi di tutti, è che le cose non migliorano con l’arrivo dell’impotenza, il momento segretamente agognato da ogni donna sposata. Anche quando il cazzo si è definitivamente ammosciato e se ne sta raggrinzito sulla sua piccola sedia a rotelle, non cambia niente, continua a dettare legge fino alla fine, come quei dittatori decrepiti e completamente rintronati che non ne vogliono sapere di abbandonare il loro posto, nemmeno quando non sanno più distinguere il motorino dal gatto dei vicini, con le spiacevoli conseguenze che si possono immaginare.

PICCOLI ADULTI A BRIGLIA SCIOLTA

Non è vero che non mi piacciono i bambini. Non mi piacciono i bambini coi genitori, ma i bambini da soli mi piacciono. Sono così sprovveduti e boccaloni che si può facilmente spadroneggiare in lungo e in largo con la propria superiorità intellettuale. Gli si può far credere qualsiasi cosa. All’ultimo bambino con cui sono uscito, ho fatto credere che le costolette che avevo nel piatto erano il suo gatto. Poveraccio. Ha fatto una faccia che sembrava uno spot del Telefono Azzurro. Poi, appena il mio stomaco ha rumoreggiato, gli ho detto: «senti? miagola». Si è messo a piangere.
Un bambino senza genitori non è un problema, posso gestirlo. Se mi fissa, lo fisso; se fa un’osservazione sgradevole, lo sgrido; se prova ad avvicinarsi con le sue zampette appiccicose, gli do una sberla. Tanto i bambini non si fanno male, hanno le guanciotte apposta per attutire i colpi.
I bambini sono innocui, non c’è da aver paura. Anni fa, quando facevo il cameriere alla mensa delle elementari, un bambino che si allenava per diventare gradasso mi apostrofa dicendomi che ho il naso grosso, e poi se la ride con i suoi amichetti. Non aspettavo altro, mi ero messo apposta gli occhiali piccoli per far risaltare il naso. Vado da lui senza la minima soggezione (sono passati i tempi in cui i bulli di quinta elementare mi facevano paura) e gli rovescio il risotto sul tavolo. «Guarda cos’hai fatto» gli dico, «ora lo vado a dire alla maestra». Naturalmente crolla subito: «No! Non è vero! Non sono stato io!» eccetera. Povero piccolo stronzo, non ridi più adesso, eh? Lo guardo dibattersi per un po’, poi prendo lo straccio e pulisco.
I bambini non sanno fingere, cosa che mi mette in una condizione di oggettiva superiorità. Con loro non c’è il problema di chiedersi cosa pensino veramente, quello che pensano lo dicono e quello che dicono è quello che pensano, detto esattamente nel modo in cui lo pensano. Se un bambino fa il furbo con me, posso mettermi tranquillamente al suo livello e batterlo. Ci sarà un motivo se si dice: facile come rubare le caramelle a un bambino.
Il problema sono i genitori. Se ci sono i genitori, tutto questo non è più possibile. In loro presenza bisogna mantenere il contegno che si tiene con gli adulti, anzi ci vuole un surplus di contegno, perché gli adulti, quando si tratta dei loro figli, diventano molto più guardinghi e perdono qualsiasi lucidità. I genitori non riescono a vedere i propri figli come persone, ma li vedono come piccole divinità. Piccole delicatissime divinità a cui tutto è permesso. Così, quando ci sono bambini con genitori al seguito, succede che sono loro a spadroneggiare, perché, mentre io ho le mani legate, di fronte ho dei bambini a briglia sciolta, cioè degli adulti col corpo piccolo ma molto più bastardi degli adulti.
È come partecipare a un incontro di pugilato contro un cieco. Facile, se non fosse che ci sono i suoi genitori che ti tengono fermo.

LA FABBRICA DEGLI EUFEMISMI

La fabbrica degli eufemismi non è mai in perdita. I suoi stabilimenti si trovano in fondo a una grande voragine sotterranea, lontano dagli schiamazzi della vita mondana, sulla riva del lago Cocito. Qui si danno da fare tanti graziosi lavoratori non specializzati a statura ridotta e di colore, vestiti con variopinte uniformi di un altro colore e di quell’altro colore ancora. Nella fabbrica degli eufemismi non ci sono discriminazioni di sesso, ma di genere, e in tanti anni di attività nessuno è mai stato licenziato, ma al massimo sollevato dal proprio incarico o allontanato con giusta (rispetto a un sistema di valori arbitrariamente scelto) causa. La gente non muore mai, ma scompare, manca, spira, trapassa, abbandona le mortali spoglie o passa a miglior vita, e tutti vivono in perfetta dialettica interna, con vigorosi scambi di vedute e venendo molto poco raramente alle estremità degli arti superiori. In pratica un paradiso altro diversamente terrestre.


Come spiega il grande successo della sua azienda?

L’azienda, come la chiama lei, non è mia, ma di tutte le persone che ogni giorno danno il loro contributo per mantenerla attiva e produttiva, dedicando la loro vita a costruire un mondo migliore.

Intende gli operai?

Sì.

Scusi, cos’è questo rumore fastidioso?

L’allarme. Suona ogni volta che qualcuno chiama le cose col loro nome. Tra poco smette.

Come spiega il grande successo della “loro” azienda?

Vede, gli eufemismi sono come i deodoranti, solo che non servono per profumare il corpo, ma la mente. Più la mente della gente emana sgradevoli odori, più c’è bisogno di eufemismi, ecco perché le vendite sono aumentate a dismisura negli ultimi anni. Se una persona ha dei pensieri sgradevoli riguardo a una certa cosa, per esempio nei confronti di una categoria di persone che giudica inferiore o che disprezza, invece di chiamarla col suo nome e provare vergogna davanti a tutti, può servirsi dei nostri prodotti e deodorare così i suoi pensieri. Ne abbiamo per tutti i gusti: sinonimi, litoti, perifrasi, neologismi, fino alle vere e proprie balle.

Ci può fare un esempio preciso?

No, non posso.

Chi sono i vostri clienti migliori?

Io non li chiamerei clienti. Il nostro è un servizio di pubblica utilità e in cambio non chiediamo denaro, ma solo un pezzettino di anima.

Come li chiamerebbe, allora?

Amici.

Chi sono i vostri migliori “amici”?

Un po’ tutti: giovani e meno giovani, ricchi e meno ricchi, donne e meno donne. Ultimamente andiamo molto bene fra i frequentatori di persone che non si sottraggono a offrire prestazioni fisiche a non trascurabile contenuto lubrico.

Intende i puttanieri?

Sì.

Nuovi progetti?

Ah, moltissimi. Uno staff di ingegneri è sempre al lavoro per trovare modi di esprimersi sempre più neutri per gente sempre meno esplicita. Noi vogliamo che anche le persone meno tolleranti e di mente non esageratamente aperta abbiano a disposizione parole per potersi esprimere in modo beneducato. È un loro diritto. E poi tenga presente che gli eufemismi col tempo si consumano.

Hanno una scadenza?

Certo. Un eufemismo funziona solo finché consente a chi lo usa di porre una distanza fra sé e la cosa nominata. Più si disprezza una cosa, più l’eufemismo deve essere elaborato. È come quando si raccolgono i bisogni del proprio cane, non lo si fa a mani nude. Col tempo, però, l’eufemismo diventa di uso corrente e quando sostituisce completamente la parola originaria, la distanza fra il nome e la cosa scompare e c’è bisogno di un nuovo e più elaborato eufemismo. Per questo presto lanceremo sul mercato nuovi prodotti, quali: “non non non vedenti”, “a non eccessiva pigmentazione riflettente tutte le frequenze della luce solare” e “cyborg metà uomo metà macchina a rotelle dotato di poteri diversamente super, quali l’andare più veloce della velocità del suono in un gas monoatomico di densità 1 kg/m3 alla pressione di 10-8 atmosfere”.

0,15 km/h?

Sì.

IL CORRIERE DEL TEMPO

Mi sarebbe piaciuto fare qualche considerazione su quei piccoli riciclatori di pettegolezzi, campionari di refusi, prontuari dell’approssimazione e dell’inesattezza che sono i giornali on line. Il Corriere della Sera, per esempio, in teoria il giornale italiano più autorevole, sembra un sito soft core: “Studentessa di giorno, webcam girl di notte. Guarda le foto.”, “Professoressa hot sorpresa nuda in aula con gli alunni. Guarda le foto.”, “Vescovo sexy molesta perpetua barely legal. Guarda le foto”. A cosa serve un sito soft core quando ci sono i siti hard core?
Volevo scrivere un post così e chiamarlo “Il Corriere della Sega”. E invece no, controllo con Google e cosa scopro? Ci sono circa diecimila siti che usano la stessa identica divertentissima inimitabile battuta. Allora mi sono sdraiato sul divano e ho deciso che non mi sarei più rialzato finché non mi fosse venuta un’idea veramente unica: filmare per otto ore l’Empire State Building? Fare la cacca in novanta barattoli, sigillarli e venderli a peso d’oro? Uccidere i genitori con un calzascarpe? Dopo tre giorni e tre notti durante i quali mi sono alzato solo per bere e andare al cinema, ho finalmente avuto l’idea: viaggiare nel tempo. Intendo come mi pare, non solo nel futuro di un secondo al secondo.
Ho fatto un paio di modifiche alla mia radiosveglia e via, sono partito. Per dimostrarlo ecco una foto di com’era il mondo venti miliardi di anni fa.


Dopo alcune brevi tappe temporali in cui ho scoperto cose veramente interessanti (il cibo del futuro sarà commestibile, gli egizi non vivevano nelle piramidi, Hitler adorava i giochi di strategia militare), ho deciso di andare in Palestina a trovare Gesù Cristo. Il piano era questo: andare a casa sua, raccontargli che nel futuro ci sarà una religione col suo nome e fotografare la faccia che avrebbe fatto. Purtroppo avevo finito le batterie della macchina fotografica e così ho dovuto fare uno schizzo.


Ti giuro che è così.

Non giurare, per favore.

La gente si radunerà ogni domenica, leggerà brani della tua biografia e alla fine fingerà di mangiarti.

È assurdo.

Sono convinti che questo li farà vivere in eterno. È la religione più diffusa nel mondo, con tanto di templi, sacerdoti e tutto quanto. Hanno anche un loro simbolo.

Che simbolo?

Una... un... ma, scusa, non sei felice?

Non so che dire, io sono ebreo.


A questo non avevo mai pensato: Gesù non è cristiano. È un paradosso incredibile, come se Dio fosse ateo o Babbo Natale scrivesse le letterine a se stesso fingendo di non sapere che tanto sono i suoi genitori che gli portano i regali. Intanto che pensavo a queste cose, mi sono accorto che Gesù stava parlando.


Questi prendono i soldi da Roma e poi ti fanno la morale, capisci? Non sanno neanche cos’è la morale! Scribi e farisei ipocriti! Sono come una tomba imbiancata, bella fuori, ma dentro piena d'ossa e immondizia.

Parli come Beppe Grillo.

Aiutami a cacciare questa gente, ti prego. Con la mia intelligenza, il mio fascino, il mio carisma e la tua macchina del tempo, possiamo fare grandi cose.


A me però era venuta un’altra idea: farlo fuori e cancellare il Cristianesimo dalla storia.
Certo, è una carognata. Ero lì, in casa sua, mi stava pure lavando i piedi, e io pensavo a come ammazzarlo senza sporcarmi troppo. Di solito non mi comporto così a casa della gente, ma stavolta era per una giusta causa. Sono sicuro che anche lui avrebbe capito. Così, con una scusa qualsiasi (la macchina del tempo in divieto di sosta), sono uscito di casa e sono andato a denunciarlo per apologia sovversiva. Ricordo ancora perfettamente le sue parole, a metà fra l’allibito e il deluso: “divieto di cosa?”.
Il giorno dopo lo hanno crocifisso.

IL POSTO

Scusi, avrei questo posto.

Che posto?

Il suo posto.

Qui ci sono io.

Sì, mi scusi tanto, sarebbe mio.

Suo?

Sì.

Questa è proprio bella.

È la carrozza tre, giusto?

Sì, carrozza tre.

Benissimo. Posto ottantasei, carrozza tre. Ho la prenotazione, guardi.

E con questo?

È il mio posto.

Non vede che l’ho occupato?

Ma è mio.

No, è mio. È stato assegnato a me da molto tempo, ben prima che lei lo prenotasse.

Sul serio?

Da prima che lei nascesse.

Posso vedere la prenotazione?

Cosa sta insinuando?

Magari ha letto male.

Questo posto mi è stato promesso.

Promesso?

È il posto che il Signore ha promesso a me e al mio popolo migliaia di anni fa, durante la schiavitù in seconda classe. Forse lei non ne è al corrente, ma io sono l’eletto del Signore.

Ma lo ha prenotato o no?

Perché dovrei prenotare un posto che è mio?

Perfetto. Allora sentiamo cosa dice il controllore.

Quello che il controllore dice o non dice non ha nessuna importanza.

Cosa sta facendo?

Non vede? Costruisco un muro.



LA VITA A FASI

C’è l’età anagrafica, l’età biologica, l’età psichica e così via. Ci sono un sacco di età, molte più di quelle che uno s’immagina, e siccome perlopiù non coincidono, c’è sempre la possibilità di scegliere quella dove si è più giovani. Per esempio, se uno ha settantacinque anni, è fisicamente indistinguibile da Jabba the Hut e ha salutato buona parte dei suoi neuroni, può sempre ripiegare sull’età sessuale immaginata (da non confondere con l’età sessuale e basta) e tentare di sedurre le amiche di sua nipote. Normalmente questo funziona solo se si ha un’età economica molto avanzata.
L’età di una persona non è una cosa univoca, ma altre cose lo sono, e sono le stesse per tutti, da Socrate al doppiatore del Gabibbo. Sono le fasi della vita.
La vita di ogni essere umano è suddivisa in dieci fasi che vanno percorse tutte, una dopo l’altra, fino in fondo.
La prima fase è quella dell’animalità senza freni, quando si bramano ammucchiate epiche con gente di tutti i sessi e di tutte le dimensioni. Questa fase è dominata da due soli pensieri: sesso e sesso a volontà. Sfortunatamente finisce prima che l’individuo sia in grado di mettere in pratica i suoi propositi.
Il secondo momento è segnato dallo sbocciare della razionalità, cioè ci si rende conto che la sola volontà cieca e ostinata di fare sesso non è sufficiente per farlo veramente, così si decide di dare un’occhiata al cosiddetto mondo esterno, magari può tornare utile:
a. esiste non-io;
b. non-io non risponde ai comandi;
c. approfondire il concetto di “no”;
d. importanza delle mutande nella società contemporanea;
f. il mondo ha un fondamento.
Dopo di che si perde il filo. È qui che inizia il terzo e fondamentale momento della vita: l’apprendistato. In questa fase si assorbe qualsiasi informazione provenga da insegnanti, preti e altre persone in costume, la si incamera e buonanotte. L’individuo impara a fare le divisioni e a staccarsi l’ostia dal palato, tifa Juventus, diventa dipendente da gel con effetto bagnato e si masturba nel cesso sulle foto del Postalmarket. Poi un giorno, inaspettatamente, scopre di essere infelice.
Sia chiaro, non c’è niente di male a essere infelici, è una cosa normale, il problema è che dopo un po’ l’infelicità stufa e uno si chiede quale strana concatenazione di eventi lo abbia portato a succhiare Speedy Pizza congelate davanti a vecchie puntate di Magnum PI.
Seguono alcuni tentativi di suicidio (fase quattro) e una settimana in campeggio nel Polesine con gli zii (fase cinque), dopodiché (fase sei) si decide di cambiare radicalmente vita e si stabilisce in modo definitivo e irrevocabile che la gente è stupida e io sono un genio. In pratica si inizia a fumare.
Fase sette: giro dell’Europa in moto, passione per il cinema muto, scoperta delle birre economiche, Monster of Rock, esperimenti culinari passivi, aerofagia, immersione nel Gange, amicizia con lo psicologo, masturbazione sul Postalmarket.
Fase otto: forse la gente non era poi così stupida, intanto che ci penso mi trovo un lavoro e faccio un paio di figli.
Nove: no, no, è proprio stupida.
Dieci: rottura del femore.

BERNARDO CANTARUTTI

Venerdì scorso sono andato a mangiare la pizza con Matteo Renzi. Siamo stati in un posto in Campo di Marte, una pizzeria senza pretese gestita da una coppia di anziani, uno di quei posti che non avendo la scenografia curata da Dante Ferretti sono sempre vuoti. A Matteo questo posto piace perché ha un ottimo rapporto qualità della pizza / quantità di gente, e non certo grazie alla pizza. Il proprietario gli tiene sempre da parte i porcini, gli asparagi o i carciofi, ma i porcini in particolare sono la cosa di cui va più fiero.


Matteo! T’ho messo da parte certi porcini...

E tu hai fatto bene!

Ormai sono gli ultimi, eh!

Oh, che bellezza! Fammi una pizza radicchio, olive nere e salciccia.

E porcini.

E porcini, sicuro.


In realtà a Matteo i porcini fanno venire lo scagotto, ma non se la sente di dirlo al proprietario, ci rimarrebbe troppo male. Così, col sorriso sulle labbra, ordina sempre la sua pizza coi funghi, pur sapendo che poi dovrà passare tutta la notte a bombardare Dresda, come dice lui.
Quella sera, intanto che parliamo del più e del meno (quant’è bello fare il sindaco, quant’è divertente fare il sindaco, quant’è appagante fare il sindaco, eccetera), mi accorgo che a un certo punto dice “sindaco”, pronunciato proprio così come si scrive.


Sindaco?

Sì. Sindaho.

No, no. Tu hai detto sindaco.

Davvero?

SindaCo.

Mi sarò sbagliato.

Cos’hai, Matteo? Sei strano.

Posso confidarti una cosa?

Hai voglia!

A me fanno schifo i porcini.

Questo lo so.

Non ne posso più di fare quello alla mano, quello che parla con tutti, che conosce tutti, che ha una parola per tutti, ma chi sono questi? Chi li conosce? A me dà noia stare in mezzo alla gente.

Matteo...

Io sono una persona introversa.

Tu?

Guarda, ce l’ho pure scritto sulla carta d’identità, vedi? Segni particolari: introverso. E se lo vuoi sapere non sono nemmeno toscano. Sono di Cinisello Balsamo.


Mi spiega che ha dovuto studiare anni e anni per imparare l’accento fiorentino. Il trucco sta tutto nella posizione della lingua, che va tenuta come se da un momento all’altro la si volesse sputare. È questo che dà alla parlata toscana quel tono un po’ allappato che piace tanto agli intenditori di cabaret. Lui, per aiutarsi, tiene sempre sotto la lingua un fagiolo.


Davvero?

Te lo giuro. Io volevo studiare il sanscrito, ma i miei mi hanno decimato le palle con questa storia di La Pira. La Pira di qua, La Pira di là...

Volevo dire, hai davvero il fagiolo in bocca?


Matteo mi guarda e fa un’espressione inquietante, una smorfia simile a quella di certe starlette quando arricciano il naso pensando di essere sensuali: era un sorriso. Il suo vero sorriso. Quindi si mette due dita in bocca e tira fuori un fagiolo, un cannellino secco. Mentre col tovagliolo lo asciuga dalla saliva, si mette a parlare in brianzolo. Io rimango esterrefatto, come quando si scopre che i regali non li porta Gesù Bambino, ma i genitori. Anzi di più, come quando si scopre che i regali li porta proprio Gesù Bambino. Mi dice che è stufo di fare il giovane, che fin da piccolo ha sempre sognato di essere vecchio e che non vede l’ora di fare il nonno, di avere i capelli bianchi, la sedia a rotelle, la Settimana Enigmistica e due nipotini di nome Ludwig e Van, perché a lui piace Beethoven, non gli U2. Se i nipotini saranno tre si chiameranno Lud, Wig e Van, e così via. Al massimo possono essere nove. Ma soprattutto il suo vero nome non è Matteo Renzi, ma Bernardo Cantarutti.

BRONZINO NON FA RIDERE

Quando si dice che una certa cosa è un’opera d’arte, non si sta dicendo niente sul suo valore estetico, si sta solo dicendo che è (rullo di tamburi) un’opera d’arte.


Ho visto il quadro di quel tizio, come si chiama? Quello che dipingeva con lo sfumino.

La Gioconda?

È un’opera d’arte.

Cosa pensavi che fosse? Un pannello isolante?

No, dico, è un’opera d’arte.

Spiegati meglio.

O-pe-ra-dar-te.


Molta gente usa l’espressione “opera d’arte” col significato di “bellissimo”. Io dico che questa gente deve smetterla. Se tutti usano le parole a casaccio, poi quelle parole finiscono nei dizionari, la lingua s’incasina e tutti diventiamo più stupidi.
Un’opera d’arte è un’opera principalmente espressiva. 
Ovviamente un po’ di espressività c’è in tutto, anche nel design di un water. Ma un water ha il suo senso principalmente in ciò a cui serve, mentre l’opera d’arte ce l’ha principalmente in ciò che esprime. Il fatto poi che il senso di un’opera d’arte possa coincidere con quello di un water è un altro discorso.
Cosa esprime un’opera d’arte?


Il ritratto di questa signora dice molte cose, per esempio che è ricca, aristocratica, pudica e intelligente. Tutte cose che la mettono in ottima luce. Anche a me piacerebbe essere ritratto così, magari con un vestito diverso. Ma queste cose non sono dette attraverso concetti, come potrebbe fare un saggio biografico, ma attraverso l’impressione che fanno il vestito, l’incarnato marmoreo, le dita affusolate, lo sguardo distaccato, eccetera. Chi guarda il quadro non viene didascalicamente informato sul carattere di questa persona, ma sente l’impressione che questo carattere fa. È un ritratto che mette in soggezione.
Le opere d’arte non esprimono concetti, altrimenti si chiamerebbero opere didattiche, ma impressioni, e questo non perché io voglia “porre limitui alla sconfinatua creativituà umana”, ma perché l’arte e la didattica sono due cose diverse, ed è molto comodo che le cose diverse abbiano nomi diversi.
Un quadro, un romanzo, una scultura sono belli se riescono a esprimere un’impressione, sono brutti se non esprimono niente, ma dire che sono opere d’arte è una cosa ovvia.
Anche questa è un’opera d’arte


Un’opera d’arte che fa schifo. L’abbiamo fatta io e mia moglie, e vorrebbe esprimere lo stupore dell’uomo primitivo (io) di fronte a un paio di mutande appena stirate.
Invece questa non è un’opera d’arte


Il che non significa che sia malriuscita, ma solo che non è (squilli di trombe) un’opera d’arte.


Ti piace il mio motorino nuovo?

Motorino?

Bello, eh? Cinque ruote piroettanti, sedile e schienale imbottiti, regolabile in altezza con pistone a gas.

È una sedia girevole.

Ah, non ti piace.

No, anzi. È una bellissima sedia.

Devo ancora capire come si accende.


Il Papa colpito dall’asteroide non è un’opera d’arte, perché è un’opera principalmente concettuale. Però non è nemmeno un’opera didattica. È un’opera che prende cose molto lontane fra loro (Papa, asteroide) e le riunisce in un’unica situazione paradossale, che stride con i concetti che di solito abbiamo di queste cose. Le opere di questo tipo hanno un nome, si chiamano battute (c’è proprio una parola per tutto).
Una battuta può essere divertente, quando l’accostamento è sorprendente e naturale allo stesso tempo, oppure non divertente, in tutti gli altri casi: naturale non sorprendente (asteroide-dinosauro), sorprendente non naturale (asteroide-parrucchiere), né sorprendente né naturale (asteroide-asteroide). Io, personalmente, trovo che le opere di Cattelan siano divertentissime.
Maurizio Cattelan fa ridere.

IL PARADOSSO DI FERMI

Una sera di primavera del 1935, Enrico Fermi era a cena con gli amici all’Osteria Panisperna, dove, nonostante il nome, si mangiavano anche cose commestibili. C’erano Majorana, Einstein, Bohr, Hubble e alla quinta bottiglia di vino si unì a loro anche Newton.
Era una serata piacevole. L’inverno era appena finito e in giro per Roma non c’era neanche un fascista (in TV davano il festival di Sanremo).
Come al solito si parlava di particelle subatomiche, antimateria e trasformazioni di Lorentz.


A proposito, dov’è Lorentz?

Dice che è arrivato qui nel 2016, ma non ci ha visti.

Sempre in ritardo quel ragazzo.


Arrivati al limoncello l’argomento finì come al solito sugli extraterrestri. Era uno dei pallini di Einstein, non riusciva a rassegnarsi all’idea che la sua fama potesse limitarsi solo a questo pianeta. Ma Fermi era scettico, molto scettico, soprattutto quando era ubriaco.


Ascolta, Albert, so di darti un dispiacere, ma siamo soli nell’universo. Più soli di un protone in una stella di neutroni, di un raggio cosmico fuori dal cosmo, di un vino buono al supermercato.

Esagerato.

È così.

Nella nostra galassia ci sono cento miliardi di stelle, lo so perché le ho contate, vuoi che siano tutte disabitate?

Ragiona, se l’universo è pieno di extraterrestri, allora dove sono?


Ecco, è questo il cosiddetto paradosso di Fermi: “se l’universo è pieno di extraterrestri, allora dove sono?”. Se la stessa cosa l’avesse detta un signor Rossi qualsiasi, sarebbe stata battezzata come la cazzata di Rossi, invece l’ha detta Fermi e, a quanto pare, le cazzate dei geni si chiamano paradossi.
A un certo punto nella Storia dell’umanità, grosso modo quando la Chiesa esaurì le scorte di legna da ardere, gli scienziati iniziarono a dare per scontata l’esistenza di vita extraterrestre. Non solo la vita elementare (eucarioti, procarioti, tifosi, eccetera) ma anche la vita complessa, quella intelligente.
Il ragionamento è questo: se osservo un fenomeno, qualsiasi fenomeno sia, per quanto insolito e improbabile possa essere, sicuramente nell’universo ce n’è a bizzeffe. L’idea si basa sul fatto che l’universo è obiettivamente molto grande e sull’ipotesi che sia più o meno tutto come qui da noi. È un’ipotesi plausibile, soprattutto quando non se ne sa niente. William Herschel, per esempio, era convinto che tutto l’universo avesse il parquet.
All’inizio gli scienziati pensavano che ci fosse vita un po’ dappertutto: sulla Luna, su Marte, persino sul Sole. Ogni volta che si scopriva un nuovo oggetto astronomico (un asteroide, una cometa, qualsiasi cosa), subito si congetturava sulle strane forme di vita che potevano abitarlo.


Non c’è atmosfera.

Vivranno sottoterra.

Ci sono -265 gradi.

Il riscaldamento costerà meno che da noi.

È poco più grande di un campo da calcio.

E a quanto stanno?


Purtroppo le prime missioni spaziali hanno subito raffreddato gli entusiasmi. Sulla Luna non c’era niente, idem su Marte e, guarda un po’, neanche sul Sole. Oggi il sistema solare è stato perlustrato in lungo e in largo, si è guardato dappertutto, anche sotto il tappeto del bagno, ma non si è trovato niente. A qualcuno è venuta anche l’idea di spedire nello spazio delle sonde con a bordo tutte le indicazioni necessarie per raggiungere il pianeta Terra e alcuni gadget promozionali: un uomo e una donna stilizzati, qualche numero primo e alcuni dischi dei Beatles. Nessuno ha mai contraccambiato. Immagino cosa possano aver detto quelli che li hanno trovati.


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Dopo più di quarant’anni di missioni spaziali in cui la cosa più simile alla vita che si è trovata è il Mars Pathfinder, la comunità scientifica ha ridimensionato le proprie aspettative: all’inizio cercava vita intelligente, poi vita e basta, poi qualche batterio, poi acqua, tracce di acqua, indizi di acqua nel passato, compatibilità con la presenza di acqua nel passato, qualsiasi cosa inizi per “a”.
Il colpo di grazia è arrivato con l’imbarazzante fallimento del progetto SETI, con cui si cercava di captare i segnali radio di lontane civiltà aliene. Probabilmente il piano consisteva nel sorprenderle mentre ascoltavano i dischi dei Beatles, ma purtroppo nessuno ha mai captato niente.
Ora alcuni stanno pensando di spedire un’altra sonda con a bordo un giradischi, ma si tratta di una minoranza. Perlopiù tutti iniziano a pensare che la vita sia una rarità e, in particolare, che la vita intelligente esista solo qui, sul pianeta Terra, o al massimo su un pianeta identico alla Terra, nella stessa posizione della Terra, ora.
Ma in realtà non è così. In realtà l’universo è pieno di extraterrestri, solo che ci evitano.

LA SPOLA

Io non capisco quelli a cui tutto sembra normale. Ma come? prima di nascere passi milioni di anni così:


milioni e milioni...


poi un giorno, paf


ti trovi dentro questa cosa, così, senza saperne niente, senza averlo scelto e senza esserti preparato, e tutto ti sembra normale? La prima domanda che uno dovrebbe farsi è: “dove sono?”, la seconda: “chi sono?”, la terza: “sono?”.
Invece tutto sembra normale.
La gente dà per scontata questa cosa strana e dedica tutto il tempo a mangiare, dormire, evacuare, eccetera. In pratica fa la spola fra la tavola e la tazza. Non dico che sia sbagliato, dico solo che la spola è una cosa necessaria, ma ovvia.
Bisognerebbe dare per scontata la spola e vivere per la cosa strana, invece no, si dà per scontata la cosa strana e si vive per la spola; invece di dedicare alla cosa strana le energie rimaste dopo la spola, le si dedica ad altra spola; invece di eccellere nel pensare alla cosa strana, si cerca di eccellere nella spola. Tutto il resto sembra ovvio. Vivo su un sassolino sospeso nel vuoto a centocinquanta milioni di chilometri da una gigantesca esplosione atomica che in realtà non esplode? Ovvio. Qui è tutto un via vai di persone, animali, alghe e nel resto dell’universo sembra che non voli neanche un batterio? Ovvio. Sono rinchiuso in un coso peloso con quattro propaggini articolate che trasforma il cibo in concime? Ovvio.
E invece non è ovvio. Forse è insensato, inspiegabile, casuale, brutto, triste, fastidioso e tutto, ma di certo non è ovvio. Bisognerebbe chiedere subito informazioni al primo che passa, non si sa mai.


Mi scusi, avrei bisogno di un’informazione.

Prego.

Dove sono?

Via Irnerio.

Intendo più in generale.

Bologna.

Quello che voglio sapere è com’è possibile tutto questo. Come funziona? Perché io sono io e non un altro? Cosa significa “io”? E perché ora? L’ora è ora ma poteva anche essere prima o dopo, no? Sono io che scorro nel tempo o è il tempo che scorre in me? Ha senso parlare di qualcosa come il tempo? E lo scorrere? Che senso ha parlare di senso?

Dunque, al primo semaforo svolti a destra, prenda la seconda a sinistra, poi sempre dritto. Non può sbagliare.


Non posso sbagliare? Sì che posso sbagliare! Lo faccio continuamente. Io non capisco quelli che si sentono a casa propria. Come fai a sentirti a casa tua qui dentro?


La gente dovrebbe essere come minimo sbalordita, dovrebbe avere perennemente stampata in faccia l’espressione di chi ha appena visto Godzilla in motorino, dovrebbe sgranare gli occhi così tanto da non riuscire più a chiuderli.
Invece li chiude benissimo.

SPUNTI PER UN FILM MOLTO PIÙ INTROSPETTIVO

1.

Un uomo in pigiama (Paolo) suona rapito il pianoforte a muro di casa sua. È un’esplosione di passione e accessi di lirismo, le dita (delle mani) scorrazzano sulla tastiera in vortici di inaudito virtuosismo e tutto il corpo partecipa sfrenatamente a quel mirabile momento d’estasi. Davvero si può dire che l’artista sia tutt’uno col cosmo.
Vibrato l’ultimo accordo, Paolo si accascia a terra fra estatici applausi registrati. Stordito, si rialza faticosamente e raccoglie l’ultimo rimasuglio di forza per uno sguardo di gratitudine verso il proprio pubblico: cinque gattini di ceramica e Sara, la sua inseparabile scopa elettrica.

2.

Un piccolo bar all’ora di chiusura (sedie sui tavoli, cameriere che passa lo straccio, saracinesca a mezz’asta e un cartello con scritto “il bar sta per chiudere”). Paolo sorseggia svogliatamente un bicchiere di Bianco Sarti e parla fra sé.

Perché sono così solo? Un pianista come me! Io che suono Bach, suono tutto! Non è giusto.

Mi scusi, il bar sta per chiudere.

Paolo paga il conto in natura ed esce.

3.

Cammina in un giardinetto di begonie sommamente concentrato nella lettura di Jacques Prévert.

Ah, quant’è commovente passeggiare solitari e malinconici con il proprio libro di poesie! Soavi, dolci, sporadiche poesie dell’immortale maestro...

Legge.

Jacques Prévert!

Si avvicina saltellando a una begonia.

Dolce fiore della sera, odi questa manierata poesia dell’immortale maestro...

Legge.

Jacques Prévert!

Declama.

O dolce fremito della sera! Colmo di spigoli che inebetiscono! Solitudine è il tuo nome e inasprisci il mio cuore di perle colorate.

S’incazza.

Inasprisci il mio cordoglio verecondo!? Osi auscultarmi con occhi sornioni!? Serpe del demonio! Torci la fecazzuola dello sberleffo! Assapora la sensata esalazione! Della! Morte!

Tornato in sé, resta qualche istante in silenzio, in attesa che il destino faccia la sua prossima mossa (il destino sarà impersonato da un cavallo di colore).
Una voce femminile lo fa sobbalzare.

Nobile lo spirito che ha snocciolato versi tanto commoventi!

Sono stato io!

Sì, certo...

Giuro.

Tu menti.

Cascasse il mondo se non sono stato io! Guarda!

Paolo mostra il libro di poesie ai fiori, ai ruscelli, al vento.

Sei veramente tu?

So anche suonare il pianoforte.

Io adoro il pianoforte.

Hai il ragazzo?

Il ragazzo?

Il fidanzato, qualcuno...

Mi fai arrossire.

Ce l’hai o non ce l’hai?

Silenzio. La voce è scomparsa nel nulla: uno scherzo giocato dal destino? (Nitriti). Un rapimento alieno? O più semplicemente l’improvvisa lesione del nervo acustico?

Dove sei rosellina? Uccellino di bosco! Minuscola cricetina! Ho sempre qui con me il mio libro di...

Legge.

Jacques Prévert!

Paolo si accorge che invece del libro ha in mano un bicchiere di Sambuca.

No!

È sconvolto.

Questa non è Sambuca!

Annusa.

È Deltarinolo!

Crolla a terra stordito e depistato.

4.

Paolo russa a letto. Improvvisamente uno squillo elettrico acutissimo e fastidiosamente periodico (probabilmente una sveglia, oppure un apparecchio che riproduce esattamente il suono di una sveglia) gli fa spalancare gli occhi. Con smodato stupore scopre di non essere in un giardino di begonie, ma nel letto di casa sua: si è trattato forse di un sogno? E se sì, dove finisce il sogno e dove comincia la realtà? Fabio cerca di suicidarsi (d’ora in avanti, per comodità, Paolo si chiamerà Fabio): inghiotte un flacone di Smarties, si incide i polsi con un ghiacciolo, si getta dal battiscopa. Più volte.

5.

Telefona a sua madre.

Ciao madre, sono Fabio. Come Fabio chi? Tuo figlio. Mi dici che non hai figli? Ma certo che li hai. Chissà perché ti sei messa in testa quest’idea dopo il trapianto di cervello. Mi chiedi che cosa telefono a fare? Così, per sentire come va. Sai, ieri ho conosciuto una donna meravigliosa che forse si è innamorata di me, però poi è scomparsa e c’è anche il caso che fosse tutto un sogno. Come? Mi chiedi come farò a rivedere quella donna che, non dimentichiamolo, probabilmente non ho mai conosciuto e che non sono nemmeno sicuro di avere visto? Proprio questo volevo chiederti. Pronto, mamma? Hai riattaccato o stai cercando di comunicare in codice morse?

6.

Fabio sta giocando a tennis col presidente degli Stati Uniti.

Bel colpo, presidente! Un altro punto per lei.

Oggi sono in forma.

In formissima. Ora posso riavere la mia racchetta?

Prima finiamo la partita.

Sì, naturalmente. Volevo chiederle, non ha per caso visto una donna invisibile?

Non mi pare, perché?

È la mia fidanzata.

Come si chiama?

Non lo so.

Ace!

Bravissimo.

Vale anche se rimbalza prima da me, vero?

Soprattutto.

Sa cosa potrebbe fare?

Cosa?

Potrebbe mettere un annuncio sul giornale.

Geniale!

È la cosa più semplice da fare.

E, mi scusi, per cosa?

Per la sua fidanzata.

Geniale!

7.

Fabio compra il Corriere della Sera e ci scrive sopra: “pianista di fama condominiale, serissimo, non ancora sessantenne, con pochissimi problemi intestinali, cerca compagna di aspetto gradevole, grande adulatrice, che ami le pulizie domestiche e il sesso orale. Ci vediamo a casa mia sul divano-letto”.

8.

Fabio è seduto senza mutande sul divano-letto. Vicino a sé un orologio digitale, un calendario per adulti e una scatola di fazzoletti di carta. Fabio passa freneticamente da un oggetto all’altro, senza sapersi decidere.
Un ritratto di Bach lo scruta severamente dalla parete.

FAAABIOOO, FAAABIOOO!

Maestro!

FAAABIOOO!

Sono io!

Fabio!

Sì, l’ascolto maestro!

Fabio, Fabio, Fabio.

Sì?

FABIO!!!

Maestro, deve dirmi qualcosa?

Fabio.

9.

Fabio è rannicchiato sul pavimento della cucina e ascolta in silenzio il riposante ronzio del frigorifero. In ogni angolo della casa sbocciano coloratissime begonie e inizia a spirare una fresca aria di campagna.

Leggimi una poesia, ti prego.

Amore, sei tu!!!

È tanto tempo che non mi leggi una poesia.

Dove sei, amore!? Cerbiattina, coniglietta, leprottina, scoiattolina, adorata marsupialina, mostrati a me, ti prego! Possibilmente nuda.

Devo confidarti una cosa.

Sono qui, amore!

È una cosa importante.

Ti ascolto. Dimmi.

Sei pronto?

Sì.

FAAABIOOO!

Titoli di coda.

PICCOLA INVASIONE ALIENA

Sono sbarcato su questo pianeta molti anni fa, per motivi di studio. No, non è vero. Sono finito qui per caso, di notte, solo e senza viveri. Già dal nome del pianeta dovevo capire che buttava male. Che razza di gente può chiamare “Terra” un pianeta di terra? È come se Giove si chiamasse “Gas” o Saturno “Anello”. Tanto valeva chiamarlo “Pianeta”: il pianeta Pianeta e il suo satellite Satellite che ruotano attorno alla stella Stella in un periodo di un periodo di rivoluzione attorno alla stella di nome Stella. In questo modo non ci si può sbagliare.
I terrestri odiano sbagliare. L’unica cosa che odiano più di sbagliare è ammettere di aver sbagliato. Per sicurezza fanno esattamente la stessa vita da duecentomila anni, cambiano solo l’abbigliamento. Sono esseri molto inclini all’egoismo, all’egotismo, all’egocentrismo e all’egolatria, ma a volte trovano anche un po’ di tempo da dedicare a se stessi. Inoltre puzzano. Devono continuamente sciacquarsi e cospargersi il corpo di essenze profumate per scacciare il loro naturale cattivo odore, che però non se ne va mai completamente, anche se loro non sembrano rendersene conto. I terrestri hanno un pessimo olfatto. Hanno un buon udito, una discreta vista (anche se limitata al solo spettro visibile), ma il loro olfatto è veramente scadente. È l’olfatto più scadente in tutto l’Orizzonte delle Particelle. Tanto per fare un esempio, studiano l’universo guardando la luce che arriva dallo spazio, quando tutti sanno che l’universo va annusato.
Quando sono arrivato mi hanno accolto molto bene: grandi feste, cerimonie, molta attenzione e curiosità. Erano felici di vedermi, soprattutto le donne.
Le donne terrestri sono meglio degli uomini, e non mi riferisco al loro aspetto fisico, che, se proprio devo essere sincero, non è il massimo. Per esempio hanno due grosse sacche molli appese al torace che fanno veramente impressione. I maschi, almeno, ce le hanno un po’ più piccole e dislocate discretamente fra le zampe inferiori. Ma a parte l’aspetto fisico, le donne terrestri sono migliori degli uomini. A loro non importava da dove venissi, appena ne avevano l’occasione mi abbracciavano, mi baciavano e qualcuna si è persino spogliata. Tutte queste effusioni mi facevano senso, ma io le lasciavo fare. In fondo le intenzioni erano buone.
Col tempo mi sono lasciato andare, sono diventato più malleabile, poi, non so perché, la gente ha iniziato a perdere interesse. Evidentemente non ero più una novità. Potevo persino uscire in strada e camminare per ore senza che nessuno si avvicinasse a pizzicarmi una guancia. Nessuno si accorgeva più che ero speciale.
Anche le donne mi hanno deluso. Proprio quando le loro effusioni iniziavano a interessarmi, non dico a piacermi, sono diventate schive, tanto che a un certo punto ero io a cercarle. E loro hanno per caso ricambiato tutti quegli anni in cui mi sono lasciato trastullare senza dire una parola? No. Io non posso sbaciucchiarle quando mi pare, non posso prenderle e spogliarle, non posso nemmeno affondare la faccia nelle loro sacche ghiandolari. Eppure prima erano contente.
L’indifferenza della gente è diventata piano piano diffidenza, poi aperta ostilità. Un tempo il cibo mi veniva offerto da persone sorridenti, ora devo procurarmelo da solo. Prima le persone mi erano spontaneamente amiche e poi, magari, potevano diventare nemiche, ora mi sono spontaneamente nemiche e solo dopo, molto dopo e comunque molto raramente, possono diventare amiche. Prima tutti volevano prendersi cura di me, anche se in realtà io non avevo bisogno di nessuno, ora che avrei tanto bisogno di attenzione, nessuno mi considera più.
Vorrei tanto tornare a casa.

CRUCIVERBA AD PERSONAM


ORIZZONTALI
3. Se fosse un film sarebbe “Porky's questi pazzi pazzi porcelloni!”
6. Grossolano, arrogante, vanaglorioso, ma ha anche dei difetti.
7. Si è formato politicamente vendendo scope elettriche a domicilio, proprio come Thomas Jefferson.
11. Uno degli uomini più ricchi d’Italia (non spiritualmente).
12. Ha i tacchi e il fard, ma non è un travestito.
14. Nel suo caso non si dirà nemmeno “quando c’era lui i treni erano sempre in orario”.
15. Metà degli italiani lo disprezza, l’altra metà non l’ha capito.
18. Ha dato lavoro a migliaia di magistrati.
19. Adora le donne, anche se le giudica un po’ troppo vicine all’ano.
20. La nuova frontiera del solipsismo.
21. Ha più di settant’anni, ma grazie alla chirurgia estetica ne dimostra sessanta portati male.
22. Non tace mai, tranne quando si avvale della facoltà di non rispondere.
23. Se fosse un animale sarebbe un incrocio fra una gazza e un maiale.
24. La prima parola che ha detto è “mamma”, la seconda “smentisco”.
25. Faceva il barzellettiere sulle navi da crociera, poi è sbarcato.
26. Crede molto nella libertà, anche su cauzione.

VERTICALI
1. Per i bisogni impellenti porta sempre con sé il suo pappagallo (nella foto).
2. È convinto che l’autocritica sia un’auto pericolosa.
4. Peso: settantanove chili, altezza: quindici centimetri, lunghezza del pene: un metro e sessantotto.
5. Sa ascoltare (quando è dal dentista).
8. Non sa cosa significhi “paura” e un sacco di altre parole.
9. Odia i comunisti da quando conosce Bondi.
10. Chi è suo amico non se ne vergogna: “dopotutto è un lavoro come un altro”.
11. Un uomo che si è fatto da sé (senza leggere le istruzioni).
12. In bagno ha un rotolo di parlamentari.
13. I libri che ha scritto sono più di quelli che ha letto.
15. Ogni volta che dice una bugia gli si allunga l’autostima.
16. Nel processo per associazione mafiosa la mafia si è costituita parte civile.
17. Se fosse una verdura sarebbe meglio.

NE RESTERANNO SOLO SEI MILIARDI E MEZZO

Quand’ero piccolo sognavo di diventare un campione di kung-fu. Non era tanto il kung-fu che m’interessava, ma il campione. Sarebbe andato bene anche campione di judo, jujitsu, karate, ginseng, qualsiasi cosa tranne il sumo. Sognavo anche di diventare l’uomo col pene più lungo del mondo, ma non per motivi sessuali, era più una questione di pigrizia, mi sarebbe piaciuto fare pipì senza dovermi alzare per andare in bagno. Sognavo un pene lunghissimo con tante piccole zampette, un pene indipendente che sapesse badare a se stesso e che un giorno, chissà, sarebbe diventato qualcuno, magari Presidente della Repubblica. Ma soprattutto sognavo di diventare un campione di kung-fu.
Io e mio cugino eravamo dei patiti di film con Bruce Lee. Tutte le domeniche andavamo al cinema, un piccolo cinema di paese che di pomeriggio proiettava film di arti marziali, western e cartoni animati e la sera film porno. Noi neanche sapevamo cosa fosse un film porno, eravamo così piccoli che pensavamo ancora che i bambini nascessero sotto i cavoli dopo aver eiaculato in una vagina. Ogni volta che tornavamo da un film di arti marziali, poi passavamo tutta la sera a fare a cazzotti (non voglio pensare cos’avremmo fatto dopo un film porno).
Come sarebbe stata la mia vita se fossi stato un campione di kung-fu? Quando sei piccolo non è come da grande che puoi scegliere le persone da frequentare, persone che di solito non ti menano. Quando sei piccolo vieni sbattuto in quelle specie di zoo umani chiamati “scuole materne”, luoghi selvaggi dove il tempo è rimasto fermo al paleolitico e piccoli esseri umani imbizzarriti vivono allo stato brado, portando devastazione e rovina. Nelle scuole materne vige la legge del più forte e io, purtroppo, ero di gran lunga il meno più forte di tutti. Tanto per rendere l’idea, i miei due migliori amici, Gog e Magog, erano soliti pisciarmi sulla schiena, poi mi facevano coricare su una branda e mi pestavano fino a perdere i sensi (loro). Sono cose che ti segnano, soprattutto in faccia. Gli educatori (ma forse sarebbe più corretto chiamarli domatori) guardavano queste scene senza fare niente. Credo usassero il metodo darwiniano.
Comunque alla fine sono sopravvissuto. Contro ogni aspettativa stavolta è sopravvissuto il meno adatto. Quasi quasi farei un figlio solo per incasinare l’evoluzione della specie, solo che non vorrei mettermi in casa uno che mi piscia sulla schiena.



QNEUP

Buongiorno ragazzi.

Buongiorno.

Ci siamo tutti? Scusatemi, un’ora e mezzo di ritardo è inammissibile. Un impegno con Luana mi ha trattenuto nei bagni della stazione più del dovuto. Giorgio non c’è?

Eccomi, scusate il ritardo. Stesso problema.

Allora iniziamo. Avete dato un’occhiata agli ultimi sondaggi?

No.

No.

No.

No.

No.

No.

No.

No.

Gli ultimi cosa?

Sondaggi.

No.

Ragazzi, non è per farmi gli affari vostri, ma cos’avete fatto finora? Qui, tutti soli, per un’ora e mezza...

...

Okay, non voglio saperlo. Allora, l’ultimo sondaggio che abbiamo è brutto. Il Presidente è molto seccato e sottolineo “molto”. Siamo passati dal 100% dei consensi allo 0% in una sola settimana.

Scusami.

Prego.

Forse dovremmo iniziare a utilizzare campioni maggiori di uno.

Quando avrai una laurea in statistica potrai esprimere la tua opinione, okay?

Ce l’ho la laurea.

Allora potrai esprimere la tua opinione. Ora state a sentire, il punto è che stiamo perdendo consensi in tutte le fasce sociali. Se andiamo alle elezioni in queste condizioni sarà una Caporetto, e vi garantisco che non è niente di sessuale. Perdiamo consensi fra gli imprenditori, i lavoratori dipendenti, le massaie, gli studenti, le pornostar, tutti. Persino gli immigrati e i minorenni dicono che non ci voteranno. Serve una svolta, ragazzi, o qui finiamo tutti a fare un lavoro che non ci piace.

A me non piace nemmeno questo.

Forse perché non hai mai lavorato in una miniera di smegma. Qualche idea?

Penso che sia il nome del Presidente che non funziona, voglio dire, Dionisio Nesto non è il nome più adatto per impostare una campagna elettorale sulla legalità.

Potremmo impostarla sull’illegalità.

Anche questa è un’idea, però, secondo me --

È ancora lunga la tua opinione? Sono cresciuto con Goldrake e Mazinga, più di tanto non riesco a concentrarmi.

Dico che secondo me dovremmo cambiare il nome al Presidente. Per esempio potremmo chiamarlo Fabio Degradabile e puntare sull’ecologia.

Hai finito?

Sì.

Allora, non so cosa pensiate di quest’idea, ma ci sono due problemi: il primo è l’anagrafe, uno non può cambiare nome come gli pare, il secondo è che fa schifo.

Potremmo organizzare una puntata di “Domenica In” in cui il Presidente salva una tredicenne mentre il conduttore cerca di stuprarla con un nano da giardino.

Ora iniziamo a ragionare. Mario?

Sì, capo?

Chiama la RAI e senti che ne pensano.

Subito.

Intanto, se siete d’accordo, proporrei di cambiare nome al partito. Forza, facciamo un po’ di brainstorming.

PDM: Popolo Delle Meraviglie.

PDV: Partito Da Votare.

PDB: Paese Dei Balocchi.

AP: Alleanza Plebiscitaria.

CACCA: Chi Ama Cristo Ci Approva.

FUXQ: Fa’ Una X Qui.

QNEUP: Questo Non È Un Partito.

Meraviglioso! Adoro gli acronimi. Allora, Mario, che dice la RAI?

È caduto un asteroide e si contorcono agonizzanti fra le macerie.

Chi “si contorcono”?

La RAI.

Okay, tutti a festeggiare.

IL MITO DELLA CASALINGA

La casalinga è un lavoro faticosissimo e incredibilmente frustrante. Non riesco a immaginare niente di più frustrante della casalinga, a parte fare il pasticcere avendo come unico ingrediente la merda.
La battaglia contro la sporcizia è persa in partenza, è scritto in tutti i libri di termodinamica: ∆S ≥ 0, dove S sta per Sporcizia. C’è una sproporzione patetica fra la fatica che ci vuole a togliere la polvere, il calcare e l’unto e la disinvoltura con cui queste cose si rigenerano. Perché si rigenerano sempre, puoi starne certo, e ogni volta la sporcizia è un ∆S in più della volta prima: la polvere s’infila in fessure sempre meno raggiungibili, il calcare s’installa in anfratti sempre più stretti, l’unto penetra sempre più a fondo e pian piano si diffonde ovunque, fin dentro l’anima. La casalinga è un lavoro che ti unge dentro, là dove nessuno straccio potrà mai essere passato.
Ma non è solo questo. Fare la casalinga è un lavoro misconosciuto. Si ricordano grandi filosofi, grandi architetti, grandi musicisti, ma nessuno ricorda grandi casalinghe. Nessuno è passato alla storia per avere inventato una particolare tecnica per lucidare l’acciaio o per avere scoperto l’asciugatura senza aloni. È un lavoro che serve solo a permettere ad altri di vivere nel pulito, ma che non dà nessun contributo duraturo all’umanità.
Ogni casalinga sa quanto sia deprimente vedere uno che va allegramente a fare pipì nel bagno appena pulito, quanta angoscia provochi il rumore di quello scroscio dietro la porta: a che distanza la starà facendo? avrà alzato la ciambella? riuscirà a non pisciare sul muro? Il sogno sarebbe transennare la casa appena finite le pulizie, sigillare tutto col nastro della Polizia Giudiziaria e non farci entrare più nessuno, mai più. Ma non si può. Le cose pulite servono per essere sporcate, e il lavoro non è mai finito. Bisogna rifare da capo le stesse cose ogni volta, sempre nello stesso modo, per l’eternità. Sembra la condanna di Sisifo.
Se per qualche disgraziato motivo uno finisce col fare la casalinga, uomo o donna che sia, allora farà bene a mettere in pratica alcuni piccoli accorgimenti per rendere il suo supplizio meno gravoso. Se proprio bisogna passare l’eternità a spingere una pietra su per una montagna, almeno che si scelga una pietra piccola e una montagna poco ripida.
Ecco i miei suggerimenti:

a) Scegliere una casa piccola, al massimo settanta-ottanta metri quadri, con poche stanze e arredate in modo essenziale, così da poter passare l’aspirapolvere comodamente.

b) Togliersi sempre le scarpe prima di entrare in casa, come fanno i giapponesi. Questo permetterà di lavare i pavimenti non più di una volta ogni due settimane. Naturalmente gli ospiti vanno costretti a mettersi le ciabatte, a parte quelli con cui non si ha abbastanza confidenza.

c) Non far entrare mai nessuno con cui non si abbia abbastanza confidenza.

d) Fare la pipì seduti, sopratutto le donne. Serve per non sgocciolare fuori.

e) Fare la cacca solo dopo avere accuratamente ricoperto l’interno del water di carta igienica. E ovviamente seduti.

f) Non fare figli, questo è importantissimo. Ogni figlio che fai sono circa novanta chili di merda da rimuovere (ho fatto il conto), centotrenta litri di piscia, quindici litri di vomito, centottanta chili di frammenti e cocci vari, per non parlare delle tonnellate di caccole che troverai appiccicate nei posti più stravaganti. Lo so che fare un figlio è un po’ come prendere la patente, prima o poi va fatto, ma se vuoi conservare del tempo per leggere Proust, resisti.

g) Per lo stesso motivo niente cani, gatti, cocorite o qualsiasi altro essere vivente dotato di ano.

e) Montare lavandini senza spigoli ad angolo retto. Diventano subito un deposito di sporcizia, difficilmente raggiungibile e comunque mai pulibile al cento percento, nonostante il notevole spargimento di anticalcare e bestemmie.

h) Evitare a ogni costo il gres porcellanato. È molto bello a vedersi quando è nuovo, ma si sporca con una facilità che ha qualcosa di soprannaturale. Qualsiasi cosa ci finisca sopra lo macchia, anche il detersivo.

i) Niente tappeti, tappetini o tende. Meno roba c’è da lavare, meglio è.

l) Non stirare mai. Tanto dopo mezz’ora non si vede la differenza.

m) Appena possibile prendere un domestico.


QUANDO DIO ALZA IL GOMITO

(Esodo 3:1)

Mosè stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, quando l’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco in mezzo a un roveto. Il roveto ardeva, ma non si consumava. Mosè, che era un ragazzo sveglio, capì subito di cosa si trattava, ma finse di stupirsi per non spiacere al suo Signore.


Uh, chissà perché il roveto arde e non si brucia?

Mosè! Mosè!

Signore, siete voi! Me l’avete fatta anche stavolta!

Non avvicinarti!

Sì, Signore.

Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale cammini è una terra santa!

Sono scalzo, mio Signore!

Togliteli lo stesso!


Mosè finse di togliersi i sandali come gli aveva ordinato il Signore e intanto si guardava intorno cercando un modo per svignarsela.


Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio... come si chiama quell’altro?

Giacobbe.

Giacobbe, ma l’altro?

...

...

Luttazzi?

Senti...

Sì.

Sono sceso per liberare il mio popolo dalla mano dell’Egitto e per guidarlo verso un paese bello e spazioso dove scorre latte e miele e le costolette d’agnello piovono dal cielo.

Non avete bevuto di nuovo, vero Signore?

Guiderò il mio popolo verso il luogo dove si trovano il Cananeo, l’Hittita, l’Amorreo, il Perizzita, l’Eveo e il Gerbuseo.

E che ne sarà di tutta questa gente? In fondo è casa loro.

Per favore, non facciamo della facile retorica.

Ma quando mi presento agli Israeliti che gli dico?

Digli che ti mando io.

Io chi?

Io sono colui che sono!

Questo vale un po’ per tutti.

Digli così: "io-sono mi ha mandato a voi".

...

Senti questa: "il Dio dei vostri padri, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio... come si chiamava?"

Signore...

"Il Dio dei vostri padri, il Dio di Abramo, Isacco, eccetera mi ha mandato a voi". Questo sarà d’ora in poi il mio nome!

È un po’ lungo.

Va’! Riunisci gli anziani d’Israele e di’ loro: il Dio dei vostri padri, il Dio di Abramo, il Dio" --

Signore.

Cosa?

È troppo lungo.

"Il Dio degli Ebrei"?

...

Che c’è? Non ti piace neanche questo?

Posso parlare liberamente?

No. Di’ loro che stenderò la mano e colpirò l’Egitto con tutti i prodigi di cui sono capace! Quando partirete non ve ne andrete a mani vuote! Partirete carichi d’argento e d’oro! Ne caricherete i vostri figli e le vostre figlie e vivrete per sempre nel lusso e nell’abbondanza! Ah! Ah! Ah! Ah! Ah! Ah!


Dopo un’ultima prodigiosa fiammata, il fuoco all’improvviso si spense. Allora Mosè si ritrovò solo col suo gregge in mezzo alla piana, al buio. In lontananza risuonava ancora l’eco della parola del Signore.


Ah! Ah! Ah!

CRUCIVERBA


ORIZZONTALI
1. La capitale di Codogno.
6. Non si chiede al parrucchiere.
17. Stato africano inesistente.
18. Fa malissimo.
19. Accomuna un po’ tutti i leghisti.
20. Lo si dice spesso.
21. Sottoinsieme, cavo, occhiali.
22. Shakespeare lo pensava di sé.
24. Quella cosa là.
25. Strumento medievale del ‘900.
26. La password di Bill Gates.
27. OGM naturali.
28. L’energia delle aureole.
32. Sinonimo di predella.
33. Il migliore amico del cane.
34. Anfibio squamato sott’olio.
36. Si dice a Codogno.
39. Il più grande statista nazista.
40. Apribottiglie non autorizzato.
41. All’inizio è piacevole.
43. Manzo solido scondito.
45. Quel paese.
46. Battaglia nasale.
47. Erba aromatica scaduta.
48. Cavallo a getto d’inchiostro.
49. Crostaceo senza occhiali.
51. Dopo dodici anni e mezzo.
53. Sei mai stato a Codogno?
55. Macchina del tempo usata.
57. Il luogo comune più comune.
58. Il piatto preferito di Cartesio.
60. Lo direbbe un cane se parlasse.
62. Tonni non cilindrici.
63. Azione sindacale risibile.
64. I romani ci facevano il vino.
65. Otto, venti, cinquantuno...
66. Film di fantascienza su ET.

VERTICALI
1. Comitato Roditori Cattolici.
2. Racconta favole, ma non è un prete.
3. L’ho sentito dire.
4. Mollusco sadomaso tropicale.
5. Gran premio di Codogno.
6. Non lo metteresti mai in testa.
7. Tutti ci credono, ma non esiste.
8. Che si fa poi coi prepuzi?
9. La cosa più a righe del mondo.
10. La ricetta della Coca Cola.
11. Lo sanno tutti.
12. Il mio sogno nel cassetto.
13. Bevanda calda un po’ salata.
14. Lo è chi si spalma sull’asfalto.
15. Mia madre lo prepara sempre.
16. Cetaceo veggente marsupiale.
18. Fa male, ma non è la RAI.
22. Organo sessuale a forma di pene.
23. A casa ne faccio a secchiate.
27. Famoso detto tibetano.
29. Mangia veloce, ma non russa.
30. Il prossimo Papa secondo te.
31. Il dentista del dentista.
35. Potrei avere un po’ d’acqua?
37. Arma da fuoco a pedali.
38. Specie non protetta.
42. Celebre varietà babilonese.
44. La specialità di Codogno.
45. Lo si dice a Giulio.
50. Supereroe etrusco col mantello.
51. Bevanda al sapore di cicciolo.
52. Perché Dio non si rade?
53. Più ne mangi, più saluti Mario.
54. Prima o poi lo dicono tutti.
56. Aforisma di tre lettere.
57. Il genoma del parlamentare.
59. Il 7 agosto per gli ebrei.
61. La parola più lunga del mondo.
63. Da capo.

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IL CORPO UMANO È PERFETTO MIA NONNA

Il corpo umano è una macchina perfetta. Dicono. Ma dov’è tutta questa perfezione? Per me è una macchina appena passabile, che può andar bene solo se non ti puoi permettere niente di meglio. Il corpo umano è un’utilitaria, questa è la verità.
Il naso, per esempio, è scomodo, piazzato così com’è in mezzo alla faccia. Primo, quando lo pulisci ti vedono tutti, e non è il massimo espellere della poltiglia puzzolente in un quadratino di stoffa mentre sei a cena. Secondo, non si può mai sapere se è veramente pulito. Quante volte capita di stare per ore in mezzo alla gente con una caccola secca appiccicata sulla punta del naso? È così deprimente quando poi, davanti allo specchio, capisci perché tutte quelle donne ti guardavano. Terzo, non è orientabile.
Sarebbe molto meglio una proboscide di mezzo metro: se è ostruita basta strofinarla con nonchalance con un angolo della tovaglia; per sapere se è pulita basta guardarci dentro; è orientabile. E poi con la proboscide si aprirebbe tutto un nuovo universo di giochi erotici. Dicono.
Se il corpo umano è così perfetto, perché c’è bisogno degli specchietti retrovisori? Io non ho mai sentito di una cosa perfetta che ha bisogno di aggiunte.


Tutti dicono la Ferrari, la Ferrari, la Ferrari...

Sì, l’ho sentito dire anch’io.

Ma, mi creda, la Mulattieri biturbo non la batte nessuno.

Davvero?

La provi.

Non si accende.

Il suono del motore va fatto con la bocca.


Se il corpo umano fosse perfetto avrebbe due occhi anche dietro: nessuno che ti tampona, nessuno che ti ruba il portafoglio, nessuno che ti parla alle spalle. Questa è perfezione. E visto che ci siamo, ci vorrebbero anche due occhi sopra e due sotto, quelli sopra per schivare vasi, tegole e pianoforti e quelli sotto, posizionati sotto le piante dei piedi, per non pestare le cacche. Ovviamente, per avere tutti questi occhi liberi, bisognerebbe andare in giro nudi, ma dov’è il problema? Se il corpo è perfetto che bisogno c’è di nasconderlo?
Il fatto che la gente metta tanta cura nel vestirsi, nel pettinarsi e qualcuno anche nel dipingersi la faccia, è la dimostrazione più evidente che il corpo umano non è perfetto, anzi, è ridicolo. Qualcuno avrebbe veramente il coraggio di dire che il corpo degli esseri umani è più aggraziato e elegante di quello di un cavallo? Per favore. I cavalli non si mettono il rossetto, non indossano sciarpe e berretti per stare al caldo e non salgono in groppa ad altri animali per correre più veloci.
Quindi: occhi dietro, sopra e sotto, più mani e con più pollici opponibili, coda prensile, alimentazione elettrica, autolavaggio, scocca di titanio, aria condizionata e pene alla fragola. Dicono.


IL PIÙ BEL SISTEMA POLITICO NON FU MAI SCRITTO

Il problema che sta alla base di ogni teoria politica è questo: come conciliare la libertà individuale con l’irresistibile voglia di ogni essere umano di essere una proscimmia?
Tutti i sistemi politici finora sperimentati hanno qualcosa che non funziona: le aristocrazie sono troppo fissate coi cavalli, il comunismo ha bisogno di tempi scala maggiori dell’età dell’universo, le democrazie hanno l’inconveniente che la gente vota. L’unica soluzione sarebbe una tirannide illuminata, ma c’è il problema che tutti vogliono fare il tiranno e nessuno l’illuminato.
Per questo motivo ho buttato giù due righe che dovrebbero risolvere il problema una volta per tutte. L’idea di base è semplice: prendere le cose buone di ogni teoria e metterle insieme. È ovvio che se si prendono solo gli elementi migliori, il risultato sarà eccezionale, del resto è così che funziona per le nazionali di calcio e le ricette di cucina (sembra che la pizza in brodo col mascarpone sia eccezionale).
Iniziamo col comunismo, la dottrina politica più amata dai filosofi con la barba. Sappiamo tutti che la proprietà privata può essere un problema, per tutta una serie di ragioni che sarebbe troppo lungo farmi venire in mente. Inoltre c’è la questione morale: che diritto ha la gente di possedere cose che non mi appartengono? Quindi, punto uno, l’idea che va messa a fondamento di tutto lo Stato è la comunione delle donne. Perché proprio le donne? Ho tirato a sorte.
Poi, seconda cosa, come nelle democrazie il potere sarà delegato ad altri. Questa è la grande comodità dei sistemi democratici: con una semplice astensione puoi delegare persone che non conosci a fare cose che non sai con esiti che ignori. È troppo noioso doversi occupare di tutti quegli acronimi, PIL, IRAP, CONSOB, LOL, una scocciatura sovrumana, soprattutto quando fuori c’è bel tempo. L’unico accorgimento per evitare abusi è che la delega sarà fatta a un supercomputer che si occuperà di tutto quanto per i secoli a venire. Ovviamente per impedire che sia il programmatore ad approfittarsene, il supercomputer dovrà essere programmato da un altro computer, che a sua volta sarà programmato da un computer, e così via.
Dalle aristocrazie si prende il gusto per lo sfarzo e le cene opulente. Ciò significa che tutte le ricchezze, i palazzi lussuosi, eccetera devono essere distribuiti in grandi quantità, fino a esaurimento, in ordine alfabetico a partire da me che ho avuto l’idea. Invece i cavalli saranno uccisi, in quanto creature sospette.
Come nel buon vecchio capitalismo industriale, vigerà una rigorosa suddivisione del lavoro. I vantaggi di questa prassi sono molti, per esempio uno non può fare contemporaneamente lo chef e l’allevatore di vermi, il pilota di Formula 1 e il conducente d’autobus, il masturbatore di tori e il dentista. Inoltre il lavoro sarà suddiviso in base alle preferenze di ciascuno, in modo che tutti possano finalmente scegliere il mestiere che hanno sempre desiderato. I lavori più usuranti saranno assegnati agli astronauti e ai calciatori in esubero.
Le religioni saranno bandite tranne il culto di Dioniso, le suonerie non potranno più attingere al repertorio classico, gli aggettivi “ghiotto” e “sfizioso” saranno proibiti, le persone con età inferiore alla mia dovranno darne valida spiegazione, quando parlo voglio essere ascoltato, un computer nuovo.
Infine un po’ di eugenetica, che non ha mai fatto male a nessuno. Ogni bambino all’età di tre anni sarà esaminato da un’equipe medica incaricata di misurare le dimensioni e la prominenza del coccige. Tutti coloro che non avranno un coccige degno di nota saranno eliminati o al massimo usati per testare i farmaci. In questo modo, dopo qualche generazione, alla gente dovrebbe spuntare la coda prensile, che può sempre far comodo.

L'ERBA DEGLI OCCHI

Alla visita di leva ho dovuto compilare un test a risposta chiusa (sì, sono così vecchio che ho fatto la visita di leva, ho avuto un televisore in bianco e nero e da piccolo mangiavo omogeneizzati di brontosauro). Nel test c’era una domanda di questo tipo:

Ti piacciono i fiori?
a) Sì.
b) No.
c) Tua sorella.

Girava voce che chi rispondeva “sì” aveva ottime probabilità di finire dallo psicologo, perché, si diceva, a un vero uomo non possono piacere i fiori. Ora, io non so se questa cosa fosse vera, ma di sicuro suona plausibile visto com’è l’ambiente militare: una congrega di gente rozza e prepotente convinta che la mascolinità consista nel rendersi indistinguibile da un babbuino.
Apro una parentesi. Si dice che l’ambiente militare vada apprezzato per il rigore e la disciplina, ma io non ho visto né l’uno né l’altra. Rigore e disciplina vuol dire che tutti devono sottostare alle stesse regole, per quanto cretine possano essere, non che chi comanda fa quel cazzo che gli pare e chi obbedisce deve subire le angherie dei cosiddetti superiori. Questa si chiama anarchia. Per quel poco che ho visto, l’esercito è un’istituzione anarchica. Ad ogni modo, che hanno i fiori che non va? I fiori sono bellissimi. È forse un problema psichico apprezzare le cose belle? Per me il problema psichico ce l’ha chi rimane indifferente di fronte all’Eufrasia


la cosiddetta erba degli occhi, con la corolla divisa in due labbra: il labbro inferiore a forma di pista di atterraggio per gli insetti e quello superiore con l’orlo rovesciato all’indietro, come un elmetto, da cui penzola il pistillo con all’estremità il rigonfiamento dello stimma, e al cui interno sono nascosti quattro stami, con le sacche polliniche a forma di freccia. Non è meraviglioso?
Il malato di mente è chi non si emoziona per la Genziana Germanica


l’Iperico


o il Rododendro Irsuto.


Mi piacerebbe tanto essere un’ape per vedere meglio cosa c’è nelle corolle di questi fiori. Un’ape piccola, intendo, non un’ape di settanta chili.
Quest’estate sono stato in montagna e mi sono appassionato di fiori selvatici. Ne ho fotografati a centinaia, anche se poi, quando sono tornato, ho scoperto che la maggior parte crescevano anche sullo spartitraffico sotto casa. Ma come facevo a saperlo? Fino a ieri non sapevo niente di fiori, neanche mi piacevano. Al test della visita di leva avevo risposto “tua sorella”, aggiungendo a mano “l’unico fiore buono è un fiore morto”. Non solo non sono andato dallo psicologo, ho anche vinto un cazzo di bronzo.
Ora non è più così. Ora faccio caso ai fiori che la gente mette in giardino e mi fermo a guardare i vasi sulle finestre. Ho anche iniziato a studiare un po’ di botanica, niente di che, giusto un’infarinatura per capire un po’ meglio quello che vedo. È così che mi sono reso conto di una cosa orribile: i fiori sono i genitali delle piante. È una cosa che sapevo già, come nozione, ma non mi ero mai soffermato a pensare cosa volesse veramente dire.
Studiare i fiori è come andare in giro a immobilizzare scoiattoli e marmotte per mettergli la testa fra le gambe e vedere da vicino com’è fatto il loro pene. Perché gli stami sono peni, i pistilli sono vagine e il polline, dio mio, è sperma. C’è qualcosa di perverso nell’osservazione minuziosa dei fiori. L’eufrasia, per esempio, non è altro che uno scroto dal cui labbro superiore penzola la vagina con all’estremità un clitoride rigonfio, e al cui interno sono nascosti quattro cazzi, con i testicoli a forma di freccia.Ora capisco lo psicologo.

LE SVARIATE VIRTÙ AGRICOLE DI FEDERICO SMANETTI

Benché poco conosciuto, Federico Smanetti è sicuramente uno dei più rappresentativi poeti italiani del Novecento. Di lui si ricordano soprattutto la raccolta di versi liberi “Briciole di Orzobimbo”, gli “Inni sacri alla nonna da parte di madre” e l’opera spiritualistica “Sporcellana”, scritta sul gesso ortopedico di Claudio, uno che dormiva in treno.
Nasce a Boara Polesine nel 1898, in pieno boom agricolo, e fin da bambino viene impiegato dal padre nel duro lavoro dei campi. È un’esperienza gravosa e sfiancante, ma durante la quale impara ad amare la natura, la semplicità della vita rurale e lo sterco. L’eleganza e la grazia con cui zappa la terra fanno subito intuire l’indole artistica di Federico Smanetti, e qualcuno (Federico Smanetti) inizia a parlare di braccia rubate alla poesia.
Alla morte del padre, nel 1942, decide di approfondire le proprie conoscenze della lingua italiana e si iscrive alle elementari. È a quel periodo che risale la sua prima raccolta: “Pensierini”. In essa si nota già la predilezione per i neologismi, la creatività sintattica e una certa spregiudicatezza con le doppie.
Il suo talento non passa certo inosservato e l’anno seguente pubblica un trittico di elegie sul giornalino della Curia. È vero che si tratta di una pubblicazione con contributo (in natura), ma è comunque importante perché segna ufficialmente l’inizio della sua carriera letteraria. Sono tre componimenti di ispirazione bucolica, misurati e contemplativi, fatti di un lirismo schietto, sommesso, percorso da un impalpabile senso di malinconia. Di seguito riportiamo il più significativo.


CLITURNIA RIBEDONDA (da “Aratri di manzo”, 1943)

Esile ed efebica cliturnia
Svolante su la rocca smerlata
Scivoli lesta negli allori ammainati
La polvere nasosa sfiori ribedonda
Sbriciolata da cedevoli anni di sonno
Persico
Non so che darei per una scodella di brodo


Da questo momento è un susseguirsi di successi e critiche entusiastiche, non solo da parte di se stesso. Nel 1945 ottiene una menzione speciale alla rassegna letteraria di Papozze, nel 1947 viene acclamato al Gran Premio per dislessici di Pettorazza Grimani, e nel 1950 vince il primo premio come miglior travestimento al festival “La poesia è donna”, organizzato in occasione della sagra della faraona a Bagnolo di Po.
Proprio quest’ultimo successo lo convince a trasferirsi stabilmente a Bagnolo di Po. “È un luogo a me assai caro,” scriverà nella sua autobiografia, “inesauribile fonte d’ispirazione, dove la vita scorre placida e silenziosa come il grande fiume Po. Senza contare che qui sono famoso”.
Nonostante le difficoltà economiche e il trauma dell’improvvisa scomparsa di Sorbola, l’amata tartaruga abbaiante, pelosa e a forma di cane, Federico Smanetti continua a dedicarsi alla poesia. Gli anni Sessanta sono il periodo dell’avanguardia, in cui lo Smanetti sperimenta la tecnica della scrittura sotto l’effetto dello zampirone. Ecco un breve ma significativo esempio della produzione Smanettiana di quegli anni.


XXXI modo (dalla raccolta “Cento modi per diventare ricco”, 1969)

Se mi mandi otto mila lire te li investo e poi fra dieci anni facciamo metà a me metà a te e metà ai bambini negri con le mosche se fai diecimila diamo qualcosa anche alle mosche il numero del conto è in quarta di copertina grazie


Ma lo Smanetti non diventerà mai ricco. Non diventerà mai neanche lontanamente benestante, un po’ perché come tutti i poeti è fondamentalmente uno scapestrato bohemien e un po’ perché non venderà mai nemmeno una copia.
Gli ultimi anni sono segnati dalla malattia. La diagnosi è seria e non lascia scampo: egolatria. Sono anni di sofferenza e isolamento in cui viene assistito da Maria, un elegante fermaporta in ottone che gli starà vicino fino all’ultimo. Ma nonostante l’infermità, la produzione Smanettiana non si ferma. Quello che segue è uno degli ultimi componimenti, pubblicato sul numero di dicembre del Guerin Sportivo (per errore).


L’eterno ritorno (da “Versi senili”, 1976)

Dove ho messo il mio cappello?
Dimenticato fra vasi di gerani rinsecchiti
Sterili rami supplici protesi verso il niente
Dove ho lasciato i ricordi gioviali
Di anni spesi a scherzare con giumente
Vogliose?
Floride mammelle robusti fianchi corna d’avorio
Non avrò un cappello mai più
Desueto coperchio per cranii svuotati dagli anni
E passeggio famelico abbarbicato sul bastone nodoso
Aspetto un facile successo adagiarsi nelle
Mie
Tasche


Fedrico Smanetti muore nel 1978 per un attacco di autostima.

ALCUNE NEWS SU GESÙ

Prima cosa, contrariamente a quello che vogliono far credere i Vangeli, Gesù non era gay. Il fatto che tenesse in poca considerazione le donne, usandole perlopiù per lavarsi i piedi, e che gli piacesse circondarsi di giovani uomini con addosso solo un lenzuolo, non dipendeva dall’orientamento sessuale di Gesù, ma dall’orientamento sessuale di quell’epoca. La Palestina di duemila anni fa era un po’ come la California degli anni Settanta.
Inoltre gay è un concetto recente, sarebbe sciocco volerlo trasportare indietro nel tempo e usarlo per giudicare i comportamenti delle persone. Fare le ammucchiate con una dozzina di discepoli era una pratica comune a molti profeti del tempo e veniva vista come un’attività che temprava lo spirito e la mente, cosa che comunque Gesù non ha mai fatto. Gesù odiava temprare lo spirito e la mente. Al massimo si concedeva qualche piccola effusione con Giovanni, il suo discepolo preferito, ma mantenendo tutto nei limiti di un rapporto amichevole e senza mai andare oltre a un po’ di petting.
È anche falso che non sapesse andare in bicicletta. Sebbene poco noti, esistono decine di dipinti e mosaici pregiotteschi che raffigurano Gesù in bici nel deserto, su una specie di mountain bike con le rotelle, raffigurate come due piccoli protomi d’angelo. Questa iconografia è stata pian piano abbandonata perché giudicata sconveniente, infatti lo svolazzare delle vesti poneva ai pittori il problema di dipingere le mutande di Gesù.
Nel Vangelo secondo Loris, ritenuto apocrifo per via delle foto ritoccate, sono numerose le parabole in cui compare la bicicletta, e a un certo punto (Loris 13,52) si parla esplicitamente di una partecipazione di Gesù al giro d’Italia, vinto miracolosamente all’ultima tappa.
Terzo. La storia che abbia detto “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato” è una leggenda metropolitana. In realtà la frase che ha gridato prima di spirare sul Golgota è un’altra: “è lì, è lì Abbas Kiarostami”. È infatti noto che molte persone quando stanno agonizzando sono convinte di assistere a un film di Kiarostami. È normale. Avrebbe anche potuto dire “è lì, è lì Gabriele Muccino”.
Altra balla colossale: non è per niente vero che la passione di Gesù fosse farsi crocifiggere. Come si può pensare una cosa del genere? In nessun racconto dell’infanzia o della giovinezza di Gesù, apocrifo o canonico che sia, si parla di Gesù che gioca con gli amici a farsi crocifiggere. Nella sua cameretta non aveva croci né altri strumenti di tortura, e per tutta la sua breve vita non ha mai dato a intendere che avesse una preferenza per le cose fatte a forma di croce. Anzi, ogni volta che ne vedeva una si toccava discretamente gli zebedei, cioè Giacomo e Giovanni.
La sua grande passione, come si è già detto, era la bicicletta. Dunque il simbolo della cristianità dovrebbe essere Gesù in bicicletta, non Gesù in croce.
Infine pare che non sapesse nuotare.