IL GUSTO DI FAR MORIRE CARLO

Carlo è stupido. Parla da stupido, si veste da stupido e ha la tipica faccia da stupido.


Carlo cammina da stupido: stok... stok... stok... (gli stupidi camminano così), chiude le porte da stupido: stok! e se gli dai dei colpetti sulla testa fa il caratteristico rumore dello stupido: stok-stok-stok.
Tutto in Carlo è stupido, anche il più piccolo pezzettino di Carlo è stupido tanto quanto Carlo tutto intero. È la caratteristica della stupidità. Se prendi metà di uno stupido, non hai metà stupido, hai la stupidità tutta intera. Anche un’unghia di Carlo è stupida come Carlo. Anche un atomo. Nessuno creda alla favola politically correct che gli atomi degli stupidi siano uguali agli atomi degli altri. Non è vero. Gli atomi degli stupidi sono stupidi.


La stupidità non si divide e non si somma, è sempre tutta intera. Questo significa non solo che prendere uno stupido o prenderne cento è la stessa cosa, ma significa anche che basta una sola persona stupida per avere una società di stupidi. Basta uno solo che rubi per dover chiudere le porte a chiave, uno solo che pasticci i muri per avere i muri pasticciati, uno solo che depositi stronzi di cane in strada per obbligarti a guardare dove metti i piedi. La stupidità è così, omeopatica.
Ma la caratteristica più evidente della stupidità è la rumorosità. Per capire se uno è davvero stupido, basta prendere un fonometro e misurarlo: se emette suoni a un volume maggiore di 60 decibel, è stupido. Semplice.
60 decibel è l’assorbimento sonoro di un tipico muro condominiale, dunque chi oltrepassa questa soglia, sia indirettamente per mezzo di apparecchiature sia direttamente con l’uso dei propri sfinteri, peggiora la vita di qualcun altro, e peggiorare la vita degli altri è l’essenza della stupidità. Si potrebbe dire che è la definizione stessa di stupidità: lo stupido è colui che peggiora la vita degli altri. Inconsapevolmente, però. Chi peggiora la vita degli altri consapevolmente, perché gli piace, si chiama malvagio, e può anche essere intelligente, chi invece la peggiora inconsapevolmente, perché è stupido, si chiama stupido, da cui la parola “stupido”, dall’italiano “stupido”, che significa colui che è stupido.
Carlo ascolta la televisione a 150 decibel (la soglia del dolore è 130).
Perché la stupidità è rumorosa? Anche questo è molto semplice: la testa dello stupido non è vuota, come credono ingenuamente i più; lo stupido ha un cervello come tutti, solo che è ancora imballato. Mentre le persone normali hanno il cervello nell’apposita sede, scartato e installato, il cervello dello stupido è ancora nella scatola: c’è il cranio, dentro il cranio c’è la scatola di legno con scritto “fragile”, dentro la scatola ci sono le palline di polistirolo, e fra le palline di polistirolo c’è il cervello, avvolto nel pluriball. È ovvio che in queste condizioni solo gli stimoli più forti e perforanti possono arrivare a destinazione e stimolare lo stupido. Ecco perché lo stupido nota solo le donne con la vagina in fronte, vota per chi la spara più grossa, non sa leggere fra le righe (e spesso nemmeno le righe), non si accorge degli altri, intralcia il passaggio, salta la fila, rutta in pubblico, piscia per strada e guarda la televisione a più di 60 decibel.
Per questo motivo sarebbe bello far morire Carlo.

INTRODUZIONE ALLA FISIOGNOMICA

Si è discusso per secoli sull’idea che la faccia di una persona possa dire qualcosa sulla sua intelligenza. Per quel che mi riguarda c’è poco da discutere, è una cosa ovvia. Per dimostrarlo basta questo


E ho preso una foto dove è venuto bene. Il fatto poi che quest’uomo sia ministro non confuta la teoria, ma significa solo che sto sognando. Domani mattina mi sveglierò, farò colazione nei giardini del mio palazzo incantato e tirerò un sospiro di sollievo.


Fatina, ho fatto un sogno terribile!

Dimmi, tesoro.

Ho sognato che un maiale faceva il ministro.

Che cos’è un ministro?

È uno che si occupa della vita di milioni di bambini che non sanno badare a se stessi.

Che sogno assurdo. Non pensarci più e spogliati.


Per esempio, è risaputo che le persone con il labbro inferiore sporgente e gli occhi distanti sono stupide. Com’è possibile? Che collegamento può esserci fra le dimensioni delle labbra e la passione per Amici? Intendo la trasmissione televisiva, non l’Associazione Malattie Infiammatorie Croniche dell’Intestino.
Secondo me la cosa funziona così, uno nasce con questa faccia


e si guarda allo specchio.


Si vede stupido e inizia a comportarsi da stupido, tutti lo trattano come uno stupido, la madre, gli amici, tutti, così la sua faccia diventa ancora più stupida e ogni volta che si guarda allo specchio è sempre peggio. È un vortice senza speranza in cui alla fine si diventa così


Ovviamente ci sono delle eccezioni. Esistono persino cabarettisti intelligenti, figuriamoci se non ci sono persone col labbro sporgente intelligenti. Il fatto è che questa gente ha dovuto fare molta più fatica degli altri per diventarlo, ogni giorno si è dovuta misurare col proprio labbro, ha dovuto resistere all’insolenza e alla cafonaggine del proprio labbro e alla fine l’ha domato. Persone così non sono solo intelligenti, sono eroi. Oppure non hanno specchi in casa.
Ma sulla faccia di una persona non c’è solo l’intelligenza, c’è anche la moralità. I più tipici segni di immoralità sono gli occhi piegati leggermente all’ingiù e il sorriso a mezz’asta, con gli angoli della bocca che non ne vogliono sapere di salire completamente, lasciando così l’espressione in bilico fra un ghigno malevolo e una smorfia di disgusto, come uno che ha appena pestato una merda.
Saper riconoscere l’immoralità a prima vista è molto utile e fa risparmiare un sacco di soldi. Per esempio bisogna assolutamente evitare di comprare una ricarica telefonica da facce come queste.


Ma, attenzione, l’immoralità non va confusa con l’amoralità.
L’immorale è uno che va consapevolmente contro la morale per ricavarne un vantaggio ed è proprio a causa di questa consapevolezza che non riesce a sorridere come gli altri. È come se un senso di decenza glielo impedisse. Gli occhi all’ingiù non sono altro che il segno visibile di una lotta interiore. L’amorale invece è totalmente inconsapevole e riesce a sorridere benissimo, come e più degli altri, da tempia a tempia.
La ricerca di un esempio di amoralità è lasciato per esercizio.

L’OZIO NOBILITA L’UOMO

Si dice “l’ozio è il padre dei vizi” e io sono d’accordo, senza approfondire troppo cosa significhi “vizio”.
L’ozio è il poltrire senza scopo su un divano, sotto un ombrellone o su un paio di sci, senza produrre otturazioni odontoiatriche, giochi in scatola, arti della fuga, eccetera, cioè niente di utile, divertente o bello che renda la mia vita più comoda, piacevole e divertente. L’ozio è il non tentare nemmeno di produrre qualcosa del genere, tentativo che già di per sé solleverebbe l’esistenza umana al di sopra del suo congenito squallore. Normalmente, però, si intende per “ozio” qualsiasi attività umana non retribuita, bella o brutta che sia, seria o stupida, utile o inutile. Se nessuno ti paga è ozio, anche se fai suonare la sveglia alle sette. Dedicare qualche ora del proprio tempo a dipingere ninfee è ozio, cioè una cosa insignificante e un po’ ridicola, fare esattamente la stessa cosa al Musée d'Orsay, nello stesso identico modo e con la stessa identica perizia o imperizia, è arte, cioè il massimo. Questo non ha senso.
Di solito uno non giudica una cosa per quello che è, ma per quello che rappresenta per gli altri. Per essere considerati artisti fuori da un museo, bisogna far spogliare almeno un centinaio di donne in mezzo alla strada o infilare un preservativo gigante in testa al Cristo Redentore di Rio de Janeiro. Qualsiasi altra cosa fatta fuori da un museo è cacca. Invece la cacca dentro un museo è arte, per esempio se la fai in un barattolo alla Tate Modern di Londra, te la pagano trentamila euro.
Una volta conoscevo una persona che componeva sigle e jingle per la tv. Guadagnava abbastanza bene, non milioni, ma abbastanza per vivere più agiatamente della media. Ogni volta che andava dal suo dentista, mi diceva, questo gli faceva sempre tantissime domande sul suo lavoro, sul mestiere del compositore e sulla musica in generale: gli chiedeva se fosse meglio Wagner o Brahms, se Bach avesse fatto più figli o fughe e se la sordità di Beethoven fosse dovuta al fracasso delle sue ouverture. Ma la vera ambizione di questa persona non era eccellere nei jingle. Appena aveva un po’ di tempo libero, si chiudeva nel suo studio e componeva concerti per orchestra e pluriball, suite per violino solo (cioè senza esecutore) e fughe a zero voci. Il suo sogno era andare in Antartide ad addestrare un coro di pinguini a cui far eseguire un monumentale mottetto a trentasei voci, cosa che, a suo dire, lo avrebbe consegnato alla storia. Probabilmente si riferiva alla storia della psichiatria, ma questo non conta, quello che conta è che il mottetto di pinguini era veramente suo, mentre le musichette per decantare una ricotta o introdurre una trasmissione sulla prostatite non erano di nessuno. Era lui a comporle, ma non appartenevano veramente a nessuno. Così un giorno decide di mollare tutto e di trasferirsi in Sud America. Là la vita costa poco, mi diceva, e affittando la sua casa in Italia avrebbe potuto vivere di rendita.
Non l’ho più visto né sentito, ma io me l’immagino da qualche parte in Patagonia a insegnare solfeggio ai pinguini. L’ultima cosa che mi ha raccontato prima di partire è la reazione del suo dentista quando gli ha detto che non avrebbe più lavorato per la tv. Era come se gli avesse detto che aveva l’aids: gli ha tolto il tartaro in silenzio, senza dire nemmeno una parola, e per la prima volta si è messo i guanti.
Chi dice che l’ozio è il padre dei vizi in realtà sta dicendo che l’essere liberi è il padre dei vizi. Dedicare qualche ora a un proprio interesse è già visto con sospetto, se poi uno dedica tutta la vita a fare solo ciò che veramente gli interessa è solo un povero cretino. Nemmeno questo ha senso.
Secoli fa era considerato nobile oziare e vergognoso lavorare. Se un aristocratico cadeva in disgrazia e gli toccava lavorare, cercava in tutti i modi di tenerlo nascosto, ora è il contrario, chi ha i milioni fa finta di essere uno che sgobba. Ma anche chi ha solo qualche ora libera, alla fine, direttamente o indirettamente, la dedica al lavoro: si distrae dal lavoro, si riposa per il lavoro, parla di lavoro, lavora.
“L’ozio è il padre dei vizi” significa in realtà “dedicare qualche ora a quello che si è scelto è il padre dei vizi” e questo non ha proprio nessun senso.
Avere il tempo per fare quello che si è scelto dovrebbe essere l’aspirazione di tutti, non una disgrazia. Uno che fa solo ciò che è costretto a fare finisce col diventare identico a milioni di altre persone. È terribile quando uno diventa un clichè: “gran lavoratore padre di famiglia lascia la moglie, due figli e una Mercedes”. Solo quando uno sceglie è se stesso, quando obbedisce non è nessuno.
Per questo sarebbe meglio dire “l’ozio nobilita l’uomo”. Questo ha senso.

FATTUCCHIERA PER UOMO E DONNA

Tarocchi, lettura della mano o specchietto per le allodole?

Lettura della mano.

Ottima scelta.

Potrei vedere i suoi titoli di studio?

...

Non è per essere scortese, ma, come dico sempre ai miei ragazzi, non bisogna mai rinunciare all’esercizio del dubbio.

Giustissimo. Lei insegna?

Fisica e matematica.

Non si preoccupi. Ho una specializzazione proprio in lettura della mano rilasciata dall’Organizzazione Mondiale per la Lettura di Estremità Tattili.

L’OMLET.

Si pronuncia OMELETTE. Quello è il diploma, vede? È appeso lì.

Non vedo niente.

Ci credo, è invisibile. È valido su tutti i pianeti.

Sul serio?

Tutti.

Anche il Sagittario?

Se ho detto tutti... mi dia la mano.

Quale?

Quella che preferisce. Sono cinquanta euro l’una, ma fino al dieci settembre faccio il due per tre.

Purtroppo ne ho solo due.

Non la discriminerò per questo.

Lei è molto comprensiva. Di questi tempi è raro incontrare donne come lei, sa? Prima sono tutte carezze e moine e poi, quando meno te l’aspetti, ti chiedono il conto.

Lei ha problemi con le donne.

Come fa a saperlo?

È scritto sulla mano.

Stupefacente!

E non è sposato.

Lo ero. Mi ha lasciato per uno con meno pancia.

Aspetti, mi lasci indovinare, sua moglie l’ha lasciata per un altro.

Straordinario!

Forse è per via della sua pancia.

Davvero!?

Vedo anche un figlio...

Una figlia.

Un figlio di sesso femminile.

Sì!

Molto giovane...

Nove --

Anni!

Sì!

Con problemi di salute.

Oddio!

Parotite.

Parotite?

Varicella.

Non saprei.

Mal di denti.

Sì! Le stanno cadendo tutti i denti da latte!

Stia tranquillo, ricresceranno.

Sbalorditivo!

E poi si carieranno.

Pazzesco! Farneticante!

...

Sproloquiante!

Lei è un idiota.

È scritto sulla mano?

No, questa è solo la mia opinione.

IL LAVORO È IL PADRE DEI VIZI

Si dice “il lavoro nobilita l’uomo” e io sono d’accordo, senza approfondire troppo cosa significhi “nobilitare”.
Un lavoro è una qualsiasi attività umana che produca qualcosa: olive sott'olio, giri veloci a Monza, poemi cavallereschi, eccetera, quindi cose utili, divertenti o belle che rendono la mia vita più comoda, piacevole e interessante. Anche quando il lavoro produce cose inutili, noiose e brutte, nobilita ugualmente l’uomo, perché per avere uno che combina qualcosa di buono ce ne vogliono mille che non combinano niente di buono. Per avere un Bach ci vogliono novantanove Telemann, mille Beatles, infiniti Festival di Sanremo. Bach ha potuto comporre l’Arte della Fuga solo perché Valerio Scanu ha vinto Sanremo.
Normalmente, però, è sottinteso che il lavoro, bello o brutto che sia, serio o stupido, utile o inutile, debba essere anche retribuito. Se non è retribuito non è lavoro, nemmeno se sudi. Passare un’intera giornata a potare le siepi per quindici euro all’ora è un lavoro, cioè una cosa seria e rispettabile, fare esattamente la stessa cosa per i fatti propri, nello stesso identico modo e con la stessa identica perizia o imperizia, è un hobby, cioè una cosa poco seria. Questo non ha senso.
La serietà e la rispettabilità di quello che faccio non sono giudicate in base a quanto serio e rispettabile è ciò che produco, ma a quanto serio e rispettabile è ciò che guadagno, e zero è una cifra molto poco rispettabile. Per essere seri e rispettabili con zero euro, bisogna fare cose come trapiantare cuori a bambini sufficientemente neri o scalare il K2 in mutande. Qualsiasi altra cosa fatta gratis rende chi la fa un povero cretino.
Una volta, a Milano, mi è capitato di vedere un uomo che suonava la fisarmonica in mezzo alla strada. Le strade delle grandi città sono sempre piene di pezzenti che cercano di racimolare qualcosa prendendo a cazzotti uno strumento. In genere la gente gli lancia una monetina sperando di centrarli in mezzo agli occhi. Questo qui però era diverso, suonava bene. No, non suonava bene, suonava straordinariamente bene. Con l’ausilio di sole dieci dita umane ha suonato da cima a fondo tutta l’Arte della Fuga, in modo così nitido e preciso che sembrava di vedere le note scorrere davanti agli occhi. Probabilmente era un professionista, magari uno venuto a Milano per un concerto e che, per puro divertimento, si era messo a suonare in mezzo alla strada per vedere la reazione della gente di fronte a un pezzente che sapeva suonare, o forse no, forse era proprio un pezzente che sapeva suonare, un raro miracoloso esempio di pezzente musicalmente dotato che invece di intraprendere la carriera di musicista aveva preferito fare la fame e regalare ai milanesi la musica di Bach. Tutto è possibile, fatto sta che nessuno lo considerava, a nessuno fregava niente del suo regalo. La gente gli passava davanti starnazzando e muggendo come se non ci fosse stato niente di speciale da ascoltare. In una sala da concerto lo avrebbero ascoltato in silenzio, avrebbero sfoggiato il loro repertorio di facce “intelligenti”, applaudito nei momenti prescritti dalla Costituzione Italiana e tossito rigorosamente a tempo, invece qui, gratuitamente e in mezzo alla strada, nessuno ascoltava, nessuno applaudiva, nessuno tossiva. Sono sicuro che se uno piazzasse sul palco di un teatro uno di quegli ubriaconi che massacrano Vivaldi a violinate, la maggior parte della gente lo applaudirebbe entusiasta, perché per la maggior parte della gente ciò che rende musicista un musicista non è la sua musicalità, ma il biglietto che paga per ascoltarlo.
Chi dice “il lavoro nobilita l’uomo” in realtà sta dicendo “lo stipendio nobilita l’uomo”. Sgobbare come un bue non è sufficiente per accedere all’ambitissima aristocrazia dei lavoratori, se vuoi essere apprezzato dalla società devi avere anche uno stipendio. Però, attenzione, se il lavoro non è abbastanza sgradevole, lo stipendio deve essere adeguatamente basso. Nemmeno questo ha senso.
Per esempio non è considerato molto nobile che un calciatore guadagni milioni per sgambettare in calzoncini in un prato, non importa se quello sgambettio fa guadagnare ancora più milioni a questo e quest'altro, e non importa nemmeno che il calcio occupi la maggior parte della vita della maggior parte delle persone. Queste stesse persone che vivono per il calcio pensano che non sia nobile che uno guadagni milioni giocando a calcio.
“Il lavoro nobilita l’uomo” significa “sgobbare tutta la vita per due soldi nobilita l’uomo”, e questo non ha proprio nessun senso.
Sgobbare tutta la vita per due soldi può essere una spiacevole necessità, non un’aspirazione. Se uno passa la vita a sgobbare per due soldi rischia di annullarsi nello sgobbare, di immedesimarsi con il suo sgobbare. È terribile quando uno diventa il lavoro che fa: “mio cugino è un autista”, “è morto un cameriere”, “è nato uno spazzino”. Quando uno finisce con l’immedesimarsi con il proprio particolare tipo di sgobbare, il poco tempo libero che ha non lo dedica più a ciò che veramente gli interessa, ma a riprendere fiato. Il tempo libero serve solo a rigenerarsi per lo sgobbare. In questo modo uno si svuota, perde interesse per tutto e inizia a bere, a distruggersi di canne e a dilapidare i due soldi che guadagna con puttane e video poker.
Allora è meglio dire “il lavoro è il padre dei vizi”. Questo ha senso.

(Cfr. L’ozio nobilità l’uomo)

IL FASCINO DISCRETO DEL PORTATILE

Posso vantarmi di essere un viaggiatore di treno con una certa esperienza. Ho tutte le carte viaggio che un uomo può desiderare, conosco i trucchi per non farsi la pipì sulle scarpe e ho accumulato così tante ore di ritardo che i bonus dei rimborsi sono diventati la mia principale fonte di reddito. Tutti i chilometri che ho fatto in treno sarebbero sufficienti per andare su Urano e tornare indietro dieci volte, anche se li ho fatti tutti sulla tratta Pizzighettone - Casalpusterlengo. Ciononostante con i controllori non ho mai avuto grande successo. Mi hanno sempre trattato con indifferenza, se non con sospetto. Mai un sorriso o una frase gentile, niente, mentre con gli altri passeggeri è tutto un grazie mi scusi per favore: Già visto il biglietto, signora? Grazie mille. Buon viaggio. Biglietto, signore? Grazie a lei. Buon viaggio. Biglietto, prego. Molto gentile. Faccia buon viaggio. BIGLIETTO!!!
E questo nonostante abbia deciso di viaggiare in prima classe. Quando viaggiavo in seconda non me lo chiedevano neanche il biglietto, iniziavano direttamente a frugarmi nelle tasche e col fischietto chiamavano i cani. Forse è perché non sembro un uomo d’affari? Forse non esistono uomini d’affari coi jeans stinti, tre magliette infilate una sull’altra, occhiali risorgimentali e barba cespugliosa? Ho provato a vestirmi diversamente, a mettermi in giacca e cravatta, frac e farfallino, camice bianco e mascherina, clergyman e aspersorio, salopette e baffi, asciugamano e ciabatte di gomma, ma niente da fare. Una volta mi sono persino vestito da donna, ma è andata anche peggio, eppure avevo fatto tutte le cose per bene: rossetto, permanente, gonna corta e tentativi di sedurre il controllore. Niente.
Alla fine ho deciso che era colpa della barba.


Ti accorcio solo un po’.

Scordatelo.

Non c’è niente di male, sai? Lo fanno tutti.

Accorciati tu, io sto benissimo.

Ma sei troppo disordinata. Non è per offendere, ma sembri un cespuglietto di peli di mosca.

Una volta ti piacevo così.

Ti do solo una sistematina.

Non è colpa mia se la gente non ti rispetta, è colpa tua se non rispetta me.


Ho pensato che potesse aiutare a darmi un tono farmi vedere con un libro in mano, così ho comprato un certo numero di libri da viaggio, tutti scelti precisamente a scopo scenografico: voluminosi, austeri, rilegati in pelle e con almeno due segnalibri di stoffa. Non ha funzionato neanche questo. Al terzo viaggio mi hanno costretto a scendere dal treno (in corsa). Così ho deciso di interrompere la lettura di “Che hai da guardare controllore di merda?” e sono passato al piano B, dove B sta per Brassegnarsi.
E non c’è solo il problema dei controllori. Anche i viaggiatori, i cosiddetti gentili clienti grazie per aver viaggiato con Trenitalia, sono un problema. Tutti vogliono attaccare bottone, mi mettono i piedi sulle ginocchia o mi si addormentano in braccio. È abbastanza complicato viaggiare in queste condizioni.
Un giorno però, per puro caso, ho trovato la soluzione. Invece di passare il viaggio come al solito a guardare fuori dal finestrino e immaginare un enorme bulldozer alieno che rade al suolo tutto quanto, scelgo di giocare a campo minato sul portatile. Appena lo apro la gente abbassa immediatamente lo sguardo, mi dà del lei e il controllore si precipita dalla carrozza di testa a lustrarmi le scarpe. A fatica trattengo la quinta C dell’educandato di Santa Caterina dal pettinarmi. Chiudo il portatile: tutti mi guardano storto. Lo riapro: tutti mi rispettano. Chiudo: storto. Apro: rispetto. Storto. Rispetto. Storto. Rispetto. Storto. Rispetto. Storto. Rispetto. Alla fine capisco che è qualcosa che ha a che fare col portatile.
Da quel giorno non viaggio più senza portatile. La gente mi tratta coi guanti, non importa se sto scrivendo un dialogo fra Gesù e Lex Luthor o sistemando il mio personale archivio pornografico, quando ho il portatile sulle ginocchia, lo sguardo concentrato e batto rumorosamente le dita sulla tastiera, la gente mi tratta come se stessi componendo la Divina Commedia.
Per inciso, tutto questo funziona solo se il computer è acceso.

AMOR VINCIT OMNIA

È il mio modo di dirti “ti amo”.

Che cos’è?

Una maglietta.

Ma ha le penne.

È una maglietta con le penne.

Molto strana.

Tu sei speciale.

Non così speciale, spero.

È il mio modo di dirti “ti amo”.

Non potevi dirmelo a voce come fanno tutti?

L’ho anche scritto, guarda.

Vedo.

Con le mie mani, brillantino dopo brillantino.

Potevi anche scriverlo un po’ più piccolo.

No, amore mio, il mio amore è troppo grande per essere scritto piccolo. Quando penso a te --

Ti senti vibrare tutto dentro.

Succede anche a te?

No. È che me lo dici ogni volta.

Perché ti amo!

Non posso andare in giro con “ti amo” scritto sulle tette, mi dispiace. Uno mi guarda e cosa pensa?

Dici che dovrei specificare meglio chi ama chi e perché?

No.

Facciamo così. Ci scrivo che io sottoscritto, nome e cognome, ti amo da impazzire eccetera eccetera, e amo solo te, nome e cognome, e nessuno può fermare questa mia passione eccetera eccetera. Certo, ci vorranno molti brillantini.

E poi è troppo corta.

È il mio modo di dirti “ti amo”.

Non mi va di mostrare l’ombelico.

Vieni qui, amore. Dammi le mani.

Ascolta --

Dammi le mani!

...

Signore altissimo che hai dato amore e chiedi amore, ti prego, fai sparire l’ombelico da questa donna!

Finito?

Sì.

Io non metto questa maglietta.

Strano. Di solito l’amore vince tutto.

Magari quando è reciproco.

Ma il mio amore è reciproco!

SPUNTI PER UN FILM INTROSPETTIVO INTITOLATO INTROSPEZIONE

C’è un uomo, Luigi Delfino (il nome non è importante, ma è sempre bene dare un nome alle cose) che sta tornando a casa dal lavoro (fa l’impiegato in una ditta di materiale elettrico di Prato, anche il lavoro comunque non è importante). Vive in una delle case popolari che il Comune ha fatto costruire negli anni ottanta vicino alla stazione, un po’ per facilitare i pendolari, un po’ perché gli girava così.
Guida la sua Polo diesel di seconda mano e canticchia soprappensiero “Fernando”, una canzone che odia. Pensa a quando lavorava all’Italsider (bei tempi) e stava ancora coi genitori: Giuseppe Delfino e Morena (il cognome non lo ricorda). Ora invece è tutto diverso: ha un lavoro, un ufficio tutto suo, una moglie (Marialuisa), tre figlie (Sarah, Deborah, Patriziah) e un cane (Schwarzenegger).
L’odore delle tintorie cinesi entra nell’abitacolo e gli inonda le narici, Luigi già pregusta la cena. Marialuisa è un’ottima cuoca e il venerdì sera (è venerdì) prepara sempre il suo piatto preferito: insalata con la Simmenthal. Dove troverà il tempo per cucinare, quella donna? Marialuisa fa i turni allo stabilimento Simmenthal di Cantagallo, e nei ritagli di tempo cura l’orto. Dove trovi il tempo per cucinare è sempre stato un mistero. Una volta Luigi gliel’ha chiesto, ma lei non ha risposto. Non era in casa.
Luigi e la sua famiglia sono persone per bene. Vanno a messa tutti i giorni, votano il partito col simbolo più a forma di cuore e fanno la raccolta differenziata: umido, plastica, vetro e carta nell’immondizia; cacca, pipì e cuccioli di cane nel water (Schwarzenegger è una femmina, purtroppo averla chiamarla Schwarzenegger non è servito a niente).
Quella sera Luigi entra in casa sorridente e dice «sono a casa!» (Luigi dice sempre la verità). È felice perché ha avuto un aumento della busta paga (quasi un centimetro e mezzo) e non vede l’ora di comunicarlo a tutta la famiglia. Fa per togliersi il cappotto (in senso figurato, perché è estate e come tutte le estati fa un caldo record), quando nota qualcosa che non va: Marialuisa, Sarah, Deborah, Patriziah e Schwarzenegger stanno cenando senza di lui. «Com’è possibile?» pensa, «perché non mi hanno aspettato? E soprattutto chi è quell’uomo di nome Fernando seduto con loro?».
Non riesce a sentire quello che dicono perché sono in un’altra stanza (è già un miracolo che riesca a vederli), ma intuisce dal modo in cui non portano le mutande che hanno una certa confidenza.
Luigi si guarda intorno spaesato e si accorge di avere dimenticato la vita in ufficio.