APPUNTI PER UN FILM IN MEMORIA DI BERLUSCONI

Il problema di tutti i film su Berlusconi è che il Berlusconi vero è sempre molto più incredibile di qualsiasi Berlusconi finto. A uno sceneggiatore non verrebbe mai in mente di far fare a un Presidente del Consiglio tutte le cose che fa Berlusconi, perché le giudicherebbe troppo grottesche o inverosimili, invece Berlusconi le fa, e così gli sceneggiatori sono sempre un passo indietro rispetto alla sua biografia. È un po’ come per i film di fantascienza: i buchi neri descritti dalla metrica di Schwarzschild sono molto più spettacolari di quelli immaginati dagli sceneggiatori di Hollywood. Detto questo, ecco il mio film su Berlusconi. Titolo: “la lampada di Schrödinger”.


SCENA 1
In strada. Un ventenne coi capelli rasta, la barba rasta e i peli delle ascelle rasta (Jerry) rovista fra i bidoni dell’immondizia. “È incredibile quello che buttano via ‘sti borghesi”, dice a Spurgy, il suo cane rasta. Mentre è indeciso se portarsi via un materasso squarciato o la carcassa di un televisore, nota una strana luce provenire da dentro un bidone. Cosa sarà mai? Un principio di autocombustione? Scorie radioattive? La lampada di Schrödinger? Per creare un minimo di suspense, forse è meglio dare al film un titolo diverso, per esempio “Il cormoragno” o “Cuccioli di anguria”.


SCENA 2
Cucina. Una donna ricoperta di piercing e tatuaggi che raffigurano piercing (Jenny) è a mollo in una vasca da bagno scrostata con un cruciverba in mano. Entra Jerry.


Senti qua, Jerry: ha quattro zampe e abbaia. Quattro lettere.

Cosa?

“Co-sa”. Si vede che hai fatto le medie.

Guarda cos’ho trovato.

È una lampada.

Una lampada magica.

Oddio, no!

Volevo dire “maciga”.

Ah, okay.

Se schiacci l’interruttore esaudisce i desideri.

Come fai a dirlo?

Ecco qua.

Okay, Jerry, ti credo. Ora fammi riapparire.


SCENA 8
Soggiorno. Jerry va avanti e indietro con la lampada in mano, pensieroso. Spurgy gli saltella intorno con la lingua penzoloni e scodinzolando come per dimostrare tutto il suo affetto. In realtà è solo un povero cane epilettico. A un certo punto Jerry preme il tasto della lampada: sul tavolo appare una tazza di caffè. Lo preme di nuovo e appare una bustina di zucchero. Lo preme e appare un cucchiaino. Chi non vorrebbe una lampada così? Preme ancora il tasto e scompare tutto. Il caffè non gli va più.
Entra Jenny.


Jerry, ho deciso.

Cosa?

Come usare la lampada.

Sentiamo.

Allora: una casa per tutti, benessere a volontà, basta guerre --

Frena frena!

Che c’è?

Ha un numero limitato di desideri, cosa credi?

Come lo sai?

C’è scritto.


Jerry capovolge la lampada: sotto la base c’è scritto 1028. Jenny dà un cazzotto a Spurgy.


SCENA 15
Soggiorno. Jerry è stravaccato in una poltrona sfondata. Preme il tasto della lampada senza nemmeno guardare: compare il caffè. Lo preme ancora: scompare il caffè. Preme: appare il caffè. Preme: scompare. Preme: appare. Preme: scompare. Preme: appare. Preme: scompare. Preme: appare.


Jenny.

Cosa c’è?

Sicura che non ti va un caffè?

Sicura.


Preme: scompare.
Jenny sta cercando di aprire una bottiglia di Moretti con le unghie. Jerry la guarda impotente: se solo quel giorno avesse trovato nell’immondizia un apribottiglie... preme: si accende la tv. Il conduttore di un tg fa sapere che il Governo ha presentato un decreto legge che abolisce il timballo di carne, introduce un limite massimo alla concentrazione di sgombri nell’acqua potabile e legalizza la caccia alle ciabatte di gomma.


Jenny, ho avuto un’idea.

Il caffè non mi va.

No, non è il caffè.

Ah, no?

No.

Allora cos’è?

Come cos’è? Prendiamo Berlusconi e lo ammazziamo.


Naturalmente una didascalia si sarà premurata di informare lo spettatore che il film è ambientato nel 2005.


SCENA 18
Soggiorno. Jenny e Jerry s’infilano dei passamontagna. Lei ha in mano la lampada, lui una bottiglia vuota che tiene per il collo. Spurgy saltella intorno a loro con gli occhi chiusi, probabilmente sta dormendo.


Sei pronta?

Pronta.

Tu premi e io lo colpisco, okay?

Tu lo colpisci e io premo.

Prima premi e poi io colpisco, se no è inutile.

Okay.

Okay?

E se non muore?

Tutti muoiono. Sei pronta?

Quando vuoi.

Vai!


Jenny preme l’interruttore: Spurgy esplode.


Dài, riprova.

Scusa.

Non fa niente, era per una giusta causa. Concentrati.

Ci sono.

Cerca di immaginarti Berlusconi qui davanti a noi, okay? Immaginatelo... non so...


Berlusconi si materializza davanti a loro ricoperto di guano. Jerry gli dà una bottigliata in testa.


Questo è per tutte le leggi ad honorem che hai fatto, stronzo!

Adesso ti insegniamo noi come si sta al mondo, Berlusconi!


Berlusconi si tampona la ferita sulla fronte con un fazzoletto, si dà una sistemata alla cravatta e tira fuori una pistola. Jerry e Jenny rimangono paralizzati dalla paura.


Allora esiste veramente!


L’italico sta a indicare l’accento brianzolo. Nota tecnica: un altro grande difetto dei film su Berlusconi è che dopo anni e anni di imitazioni di Berlusconi, di barzellette su Berlusconi, di allusioni a Berlusconi, chiunque interpreti Berlusconi in un film sembra inevitabilmente una macchietta come tutti gli altri, quindi la soluzione è una sola: far interpretare Berlusconi a Berlusconi. Convincerlo non dovrebbe essere difficile, basta inserire una scena di sesso.


Allora esiste veramente!

Cosa?

Quella.

Certo che esiste, per chi ci hai presi?

È la lampada quantistica di Schrödinger, vero?

No, bello! Questa è nostra!

Datemela, forza.


Jerry preme il tasto e la pistola scompare. Berlusconi si guarda sbalordito la mano vuota.


Notevole... davvero notevole. Ora potrei riaverla, per favore?


SCENA 34
Camera da letto, cioè il ripostiglio. Jerry e Jenny sono a letto, cioè sdraiati su un tappetino lercio steso per terra.


Che ce ne facciamo adesso, Jerry?

Di chi? Di Berlusconi?

Eh.

Lo ammazziamo.

E a cosa serve?

Non lo so, a questo pensiamo dopo.

Jerry, dobbiamo fare qualcosa.

Tipo torturarlo?

Dico qualcosa di utile per il mondo.

A questo pensaci tu.

Okay.

Quando hai finito svegliami che carico il fucile.


Jerry si volta dall’altra parte e si tira dietro tutte le coperte, cioè dei fogli di giornale.


SCENA 41
Soggiorno. Il frastuono di una lavatrice nel mezzo di un lavaggio per sporco ostinato. Jerry legge Marx seduto sulla lavatrice. Ride sguaiatamente. Entra Jenny.


Cosa fai!?

Leggo Marx. Forte, l’hai letto?

Tiralo subito fuori di lì!


Affacciato all’oblò della lavatrice, le mani premute contro il vetro, Berlusconi gira vorticosamente.


Che palle!

Asciugalo, puliscilo e portamelo in cucina.

Perché?

Ho un piano.

Che piano?

Ti fidi di me?

Posso parlare apertamente?

Tu portamelo in cucina, al resto penso io.


SCENA 45
Cucina. Jenny sistema una videocamera su un cavalletto. Entrano Jerry e Berlusconi. Jerry gli tiene il fucile puntato alla nuca.


Dove lo vuoi?

Sulla sedia.


Jerry indica col fucile la sedia e Berlusconi si siede. Fa quasi pena: spettinato, senza trucco e i vestiti tutti fradici. Povero vecchio. Jenny gli dà un foglio e poi guarda nell’obiettivo della videocamera.


Spostati un po’ più a destra, Berlusconi.

L’hai sentita?

Ancora un po’. Ancora. Okay.

Così va bene?

Entro un’ora devi aver imparato quello che c’è scritto su quel foglio.

Questo?

Tutto.

Anche gli strafalcioni?

Non fare il furbo.

Chiedevo.

Non c’è nessuno starfalcione.


SCENA 46
Bahamas. Berlusconi deflora otto vergini e un vitello.


SCENA 47
Cucina. Berlusconi sulla sedia davanti alla videocamera, Jenny lo riprende. Jerry assiste alla scena seduto sul tavolo col fucile sulle ginocchia.


Azione!

In tv non si dice “azione”.

Vai, Berlusconi!

Sì, dunque... cari elettrici e elettori, vi ho imbrogliati.


Jenny fa il pollice in su.


Con promesse ingannevoli e qualche spot indovinato ho ottenuto i vostri voti, ma io sono un uomo spergevole. Scusa, Jenny, posso --

Continua!

Ho monopolizzato il mercato televisivo e editoriale calpestando tutte le norme antitrust, ho prodotto programmi scadenti e diffuso ogni tipo di malcostume (Mediaset stessa è un malcostume), ho evaso il fisco, corrotto i giudici, licenziato senza giusta causa e inaugurato la moda dei partiti col nome scemo, e tutto questo solo per dispetto. Per questi e altri motivi vi chiedo di non votarmi mai più e di non gettare la carta nell’indifferenziata. Grazie.


Jenny estrae la cassetta dalla videocamera e la solleva come fosse la Coppa del Mondo.


È finita la pacchia, Berlusconi!

Voi pensate che io sia una carogna.

Nooo, perché dici così?

Voi non sapete quant’è dura: tutte quelle responsabilità...

Tutti quei soldi. Eh, Jenny?

Tutti che pretendono qualcosa, tutti sempre lì a criticare... e va bene, non sono perfetto, e allora? Non crediate che uno nella mia posizione possa fare tutto quello che vuole. Non sono Dio, però mi sono sempre sforzato di fare il bene. Qualche volta ho sbagliato, d’accordo.

Qualche volta?

Spesso ho sbagliato, okay? Non è mica facile, cosa credete? La politica è quello che è e c’è sempre qualcuno che vuole farti le scarpe, per non dire di peggio. No, ragazzi, sul serio, non è per niente facile essere Berlusconi.

Che fai? Che fa, Jenny?

Credo stia piangendo.

Secondo me è solo sudore.

Il sudore non esce dagli occhi.

Eppure...

Certo se potessi avere la vostra lampada...


Jenny guarda Jerry: Jerry è in piedi e sta inserendo le cartucce nella doppietta.


Jerry.

Cosa?

Se gliela prestassimo un paio di giorni?

No.

Che ci costa?

No.

Sii un po’ altruista una volta tanto! Berlusconi ha imparato la lezione. Vero, Berlusconi?

Sì.

Dài, Jerry.

Gli sparo solo in un ginocchio.

Jerry!

Okay, Berlusconi, senti: duecento euro al giorno e chi rompe paga, okay?

Cinquanta.

Brutto stronzo!

Va bene, va bene! Duecento.

No, Jerry. Berlusconi la può tenere gratis, purché ce la renda fra due giorni. Okay, Berlusconi?

Okay.

Prometti.

Te lo prometto.

“Te lo prometto, Jenny”.

Te lo prometto, Jenny.

Tieni, fanne buon uso.

Grazie, Jenny.

Scusa se ti abbiamo giudicato male.

Due giorni, hai capito?

Ha capito, ha capito... vero?

Mm.

Perché fai quella faccia? Non siamo più amici?


Berlusconi preme l’interruttore.

L'APPROCCIO

I BUONI VECCHI GIOVANI DI UNA VOLTA

Adesso vanno di moda i giovani. Un tempo andava di moda l’esperienza dei vecchi, ora va di moda la fantasia dei giovani. In realtà i vecchi non hanno nessuna esperienza, almeno non in quanto vecchi, e i giovani non hanno nessuna fantasia, non in quanto giovani, al massimo uno può avere più o meno esperienza o più o meno fantasia in quanto è la persona che è, ma la sua età non dice niente di lui. I giovani hanno idee vecchie e i vecchi sono inesperti tanto quanto i giovani, solo che l’inesperienza dei primi viene scambiata per fantasia e la mancanza di fantasia dei secondi per esperienza. Quello che distingue giovani e vecchi è solo la forma del corpo, non quello che c’è dentro. Un giorno smetteranno di andare di moda i giovani e torneranno di moda i vecchi, poi andranno di nuovo di moda i giovani, e così via, all’infinito, perché la gente vede solo il lato negativo di quello che ha e il lato positivo di quello che non ha, e non si accorge che il problema non è in quello che ha o non ha, ma nella sua vista. È come uno che è miope e, invece di mettersi gli occhiali, cambia l’arredamento.
Chi vuole farsi un’idea abbastanza precisa di quanto siano fantasiosi i sedicenti giovani non deve fare altro che un giro a Bologna, in quella che viene chiamata “zona universitaria”, cioè quella zona che va grosso modo da piazza Verdi a piazza Verdi facendo tutto il giro di Bologna, in poche parole Bologna. Gli amministratori locali hanno abbandonato la città in mano a orde di ragazzini assetati di birra Moretti e gli abitanti si sono piano piano trasferiti tutti in luoghi più tranquilli come Secondigliano, Mogadiscio o il cratere del vulcano Kawah Ijen. L’unica presenza di un’autorità esterna sono le pattuglie di poliziotti che presidiano qualche zona qua e là, giusto per assicurarsi che non vengano effettuati esperimenti nucleari. Così Bologna è diventata l’esempio più evidente di come sarebbe uno Stato retto da soli giovani: merda, piscio e vomito sparsi ovunque, immondizia rovesciata per strada, materassi sfondati, televisori bruciati, carcasse di frigorifero e ogni genere di rottame abbandonato dove capita, cassonetti incendiati, muri imbrattati, opere d’arte sfregiate, auto che giocano a bowling coi pedoni, motorini che si arrampicano anche sui muri e soprattutto tanta, tantissima gente che urla “dottore, dottore del buco del cul” dalla sera fino alla mattina, senza prendere mai fiato, fino a quando anche l’ultima tonsilla non è stata sputata. Queste persone hanno anche un rimedio per la cosiddetta crisi, ed è “noi la vostra crisi non la paghiamo”, come si sono premurati di scrivere su ogni muro a portata di mano. Ora, a parte che dovrebbero scrivere “la nostra crisi non la paghiamo”, visto che purtroppo il semplice fatto di ignorare cosa sia il debito pubblico non è sufficiente per trasformarsi in cittadini svizzeri, io capisco benissimo che uno non voglia pagare la propria crisi, ma perché farla pagare a un povero muro indifeso? A Bologna i giovani si esprimono tramite pitture parietali, alla vecchia maniera preistorica, mentre ormai tutti i vecchi del mondo comunicano solo attraverso i social network. In pratica sembra di essere in “1997: fuga da Bologna”, solo che il regista non è John Carpenter, ma lo studente medio del DAMS.
Con questo non voglio dire che i vecchi siano migliori dei giovani. Se i vecchi non devastano Bologna non è perché sono migliori, ma solo perché non ne hanno il tempo. Quello che voglio dire, mi rendo conto che potrà sembrare astruso e forse un po’ eccentrico, è questo: invece di giudicare una persona in base all’età, al modo in cui si veste, ai simboli che si appende al collo o al numero di peni di cui è dotata, sarebbe forse più conveniente giudicarla in base a quello che fa e dice.

IL SORPASSO DI PLANCK

Persona che vai in autostrada a 180 all’ora e hai la piacevolissima abitudine di chiedere strada lampeggiando a tutto e a tutti come se stesse arrivando sua maestà (da qui in avanti “persona”, in latino), ho un paio di cose da dirti. La prima è che non sei per niente piacevolissimo, ma forse questo già lo sai. Invece una cosa che di sicuro non sai è che non sei nessuno. Ti informo che sulle autostrade italiane circolano almeno una decina di milioni di personae come te, tutte convinte di essere sua maestà come te, tutti maschi come te e tutti con la tua stessa identica faccia. Ma c’è un’altra importantissima cosa che evidentemente non sai, ed è che la tua pratica lampeggiatoria, benché sempre non molto piacevolissima, ha senso solo in alcuni specifici casi. Per esempio questo


questo


o questo


ma di certo non questo


cioè il tuo caso preferito. Secondo te dove dovrebbe andare quello a cui stai così magnanimamente abbronzando la collottola? A destra c’è un camion, a sinistra c’è l’altra carreggiata e dietro, ti ricordo, ci sei tu. Magari tu vorresti che abbandonasse immediatamente la sua velocità di crociera, smettesse di pensare ai fatti suoi e sprecasse preziosi millilitri di carburante per togliersi di mezzo il prima possibile, proprio come farebbe un suddito fedele di fronte a un minimo lampeggiamento di sua maestà. Chissà, magari trovi pure qualcuno che ti accontenta, è possibile. Ora però ti dico cosa faccio io: io freno. Esatto, freno e decelero fino a raggiungere la velocità

v + ∆v

dove v è la velocità del camion e ∆v è l’incremento di velocità più piccolo consentitomi dalla meccanica quantistica. Devi infatti sapere che la quantità di moto (p) e la posizione (x) sono due grandezze fisiche che non commutano, il che significa che il risultato di una loro osservazione dipende da cosa si osserva prima e cosa dopo. Ti sconsiglio di usare questo argomento per contestare le multe, dicendo per esempio che se l’autovelox avesse fatto prima la foto e poi preso la velocità avrebbe trovato 90 all’ora invece di 180, perché, vedi, i carabinieri non conoscono la meccanica quantistica. La conseguenza di questa non commutatività di p e x è il famoso Principio di Heisenberg, il quale dice che l’incertezza sulla quantità di moto (∆p) e l’incertezza sulla posizione (∆x) non possono essere piccole a piacere, come vorrebbero gli amanti dell’ordine cosmico e della sublime armonia del creato, ma il loro prodotto deve sempre essere maggiore di una certa quantità

∆p ∆x ≥ h/4π

dove h è la costante di Planck. In pratica quello che succede è che più si vuole essere precisi su x più si perde precisione su p, e viceversa. Ora, siccome l’unica cosa che a me interessa è stare affiancato al camion, ∆x può anche essere grande quanto un tir (L), quindi il più piccolo incremento di velocità che posso dare alla mia macchina di massa m, tenuto conto che p = m v, sarà

∆v = h/(4π m L)

che facendo i conti si trova essere circa 10-38 chilometri all’ora, cioè grosso modo una lunghezza di Planck all’ora. Speravo un po’ meno, ma mi accontento.
Quindi d’ora in poi sappi che, quando lampeggi a uno che ha appena iniziato un sorpasso e come effetto ottieni quello di restargli dietro per circa 1032 anni, quello sono io. Ma soprattutto sappi, cara persona, che mentre tu ti sbracci e imprechi e mostri al cielo tutti i diti medi di cui la natura ti ha dotato, io invece me ne sto tranquillamente seduto nel mio salottino mobile, ascolto Schubert e di tanto in tanto, quando ho voglia di farmi due risate, guardo te nello specchietto.

IL SEGRETO

L’EVOLUZIONE DELLA GIRAFFA

Gran parte della musica strumentale della seconda metà del Settecento e dell’Ottocento è in forma sonata. La forma sonata è fatta così: esposizione, sviluppo, ripresa e coda. L’esposizione espone un paio di temi, lo sviluppo li sviluppa, la ripresa li riprende e la coda dà una conclusione soddisfacente a tutto quanto, il tutto prendendoti l’orecchio a una certa tonalità, portandotelo in giro per altre tonalità più o meno lontane e poi riportandotelo sano e salvo alla tonalità iniziale. Alla fine è come avere fatto un viaggio, solo che non ci si è mossi dal divano. Questo se la musica funziona, perché se non funziona è come non essersi mossi dal divano e basta. Ovviamente la forma sonata non è di per sé garanzia di riuscita estetica. È solo una forma, come un vaso ha la forma di un vaso o una giraffa ha la forma di una giraffa, poi ci sono giraffe e giraffe, così come ci sono i vasi attici e i vasi da notte. Anche la canzone della musica leggera è una forma: strofa, ritornello, strofa, ritornello, strofa, ritornello e così via all’infinito, tutto rigorosamente nella stessa tonalità, ma questo non è un difetto, è la forma che è così. Uno dei motivi per cui molte persone non apprezzano la musica cosiddetta classica è che la prendono come se fosse una canzone, ma è molto difficile canticchiare sotto la doccia un quartetto di Beethoven da cima a fondo, soprattutto quando si ha a disposizione un numero di bocche inferiore a quattro. È come se a uno servisse un vaso e si comprasse una giraffa, poi non può lamentarsi con la giraffa se non sa dove infilare i fiori.
Nella forma sonata l’esposizione è la testa, primo perché sta in cima a tutto, secondo perché tutto viene fuori da lì: o come risposta ai temi esposti o come loro elaborazione. Lo sviluppo è invece il corpo, quello che fa muovere la musica: a volte obbedisce alla testa, altre volte va un po’ per conto suo, ma alla fine torna sempre alla tonalità da cui la testa è partita. La ripresa sono le gambe, perché permette alla musica di stare in piedi. La coda è la coda. Ecco per esempio il primo movimento del quartetto K 590 di Mozart


Una classica giraffa di 198 battute con tutte le sue parti ben proporzionate: più testa che corpo (il doppio), gambe lunghe circa quanto la testa e una coda che non dà troppo nell’occhio. Ma la forma sonata non è sempre così. Haydn l’ha inventata, Mozart l’ha perfezionata, Beethoven l’ha ampliata, completata e poi fatta in tanti piccoli pezzi, Brahms ha raccolto questi pezzi e li ha rimessi insieme, dopodiché i compositori sono dovuti passare a qualcos’altro. In realtà non è proprio esatto dire che Haydn abbia inventato la forma sonata, dal momento che forme simili esistevano anche prima, delle specie di progenitori della forma sonata, come per esempio il preludio BWV 854 del primo libro del Clavicembalo ben Temperato


Forse è un po’ piccolo e non si vede bene (solo 24 battute), ma posso garantire che è una giraffa. Questo però non significa che l’inventore della forma sonata sia Bach o qualcun altro, ma significa semplicemente che non c’è nessun inventore. Non c’è nessuno che una mattina si è svegliato e ha detto “ci sono! esposizione, sviluppo, ripresa e coda!”. Le forme musicali non nascono così, ma emergono un po’ alla volta evolvendosi da qualcosa di preesistente, mutazione dopo mutazione. E comunque, sia detto per inciso, Bach preferiva di gran lunga l’autobus alla giraffa.
Per avere un’idea di come la giraffa si sia evoluta dal classicismo viennese fino agli inizi del romanticismo, può essere utile considerare i primi movimenti di tutti i quartetti di Beethoven. La vita di Beethoven può essere suddivisa in tre periodi: gioventù, maturità e vecchiaia, un po’ come la vita di tutti quanti, solo che Beethoven ha combinato qualcosa in tutti e tre i periodi, a differenza della maggior parte della gente che invece non combina niente in nessun periodo, e anzi spesso riesce addirittura a combinare qualcosa di dannoso, cioè qualcosa che contribuisce significativamente a peggiorare la qualità della vita altrui. Sto naturalmente parlando di Ludovico Einaudi. La figura che segue mostra i primi movimenti di tutti i quartetti che Beethoven ha composto nella sua gioventù.


Benché tutte queste giraffe mantengano una loro classica eleganza, chi più chi meno, tuttavia si possono già notare due importanti mutazioni rispetto alla giraffa di Mozart: l’aumento delle dimensioni generali e, cosa ancora più evidente, l’ingrossamento del corpo. Assomigliano quasi più a mucche che a giraffe. Qui sotto si può apprezzare meglio l’andamento del rapporto corpo/testa partendo dalla giraffa 18/1 fino alla 18/6


Come si vede, a parte la terza giraffa, tutte le altre hanno un corpo che è più grande della metà della testa. In particolare l’ultima ha un corpo che è grande quasi quanto la testa (83 battute a 91) e questa tendenza evolutiva prosegue decisamente con le giraffe della maturità.


Ora, lasciando stare l’apparizione del cappello (l’introduzione), cosa che esisteva già ai tempi di Haydn, l’occhio più attento non mancherà certo di notare in queste giraffe una certa corpulenza. La 59/1, in particolare, è praticamente un’enorme giraffa a dondolo. Ma anche le altre non scherzano, visto che hanno tutte un rapporto corpo/testa circa uguale a uno. E non è tutto, in tre di queste giraffe si può anche notare una nuova e molto poco classica mutazione: le smisurate dimensioni della coda. La 74 ha addirittura una coda più grande della testa (59 a 53), e questo è la prima volta che succede, non so se nella storia della musica, ma di certo nella storia del mio iPod. È come se la testa avesse perso la sua importanza e la cosa interessante non fosse più quello che la giraffa dice, ma tutto quello che riesce a fare con ciò che dice.
Ma queste non sono tutte le giraffe del periodo maturo di Beethoven. All’appello ne manca ancora una, la cosiddetta giraffa seriosa


Cos’è successo? Perché è così piccola? Si sta forse tornando alle buone vecchie proporzioni classiche? Non proprio, visto quello che succede alle giraffe dell’ultimo periodo.


Se già così queste giraffe sembrano strane, si pensi che in realtà lo sono molto di più. Infatti dalla figura si vedono solo le proporzioni fra le varie parti della giraffa, mentre gli sconvolgimenti più grandi avvengono dentro e riguardano lo scheletro: teste con dentro piccoli corpi, corpi che sembrano gambe, code che sembrano gambe e corpi insieme, cappelli fusi col corpo e così via. Esteriormente sembrano giraffe, strane, ma pur sempre giraffe, dentro sono alien.
Poi a un certo punto arriva Brahms e, come si può vedere dal finale del quintetto Op. 34, rimette tutto in ordine.


Più o meno.

DISTRATTI

IL DISEGNO INTELLIGENTE CHE NON SI APPLICA

Molto tempo fa, prima che ci fosse il mondo, che ci fosse lo spazio dove mettere un mondo, che ci fosse il tempo di pensare a dove fare spazio e addirittura prima che ci fosse il fosse, il Signore Dio onnipotente camminava da solo per il nulla, cosa che, essendo il nulla tutto uguale, equivaleva un po’ a stare fermi. Camminava fischiettando e arricciandosi i peli della lunga barba bianca, e qualche volta si fermava a guardarsi un dito, prima con un occhio e poi con l’altro, per vedere l’effetto di parallasse. Tutte attività eseguite ogni volta divinamente e con impareggiabile onnipotenza, ma pur sempre le stesse attività di sempre, tutte ripetute un’infinità di volte. Senza contare che, diceva il Signore fra sé e sé e sé, la cosa della parallasse non è che funzioni molto bene quando lo sfondo è il nulla. Così un giorno, pare fosse un lunedì, Dio creò il mondo. Prese un piccolo pezzettino di nulla, grande più o meno come un bel niente, ci soffiò dentro e all’improvviso, con un grande botto, apparve il mondo. Dio vide che era cosa buona e giusta: le nubi molecolari si addensavano, le stelle trasformavano l’idrogeno in elio, le supernove esplodevano, e ogni tanto la gravità spingeva masse grandi come un mondo dentro il nulla. Ogni cosa era molto spettacolare, ma purtroppo nessuno spettacolo, per quanto spettacolare possa essere, può essere visto più di tre o quattro volte consecutivamente, e Dio, dopo tredici miliardi di anni di repliche, iniziava ad annoiarsi un po’. Allora creò la vita. Prese un pianeta a caso, gli diede una mescolata e dopo pochissimi milioni di anni saltarono fuori il ratto delle chiaviche, la blatta germanica, lo yersinia pestis e tanti altri curiosi animaletti che zampettavano allegramente per il paradiso terrestre. Fra questi il suo preferito era senza dubbio lo scarabeo stercorario: Dio sembrava non stufarsi mai di guardare quel buffo insetto che passava la vita a spingere una palla di merda (si noti che tutte queste cose sono scritte nella Bibbia, solo che le lettere sono disposte in modo diverso). E fu sera e fu mattina e Dio si stufò anche dello scarabeo stercorario. Prima o poi doveva succedere. A questo punto l’unica soluzione era creare un animale che fosse libero di disobbedire. Certo, l’idea di una creatura non completamente sotto il suo controllo gli dava abbastanza fastidio, ma l’alternativa era impiccarsi. Così Dio prese una scimmia, le tolse la coda, le diede un po’ di libero arbitrio e creò la sua nuova creatura prediletta: l’uomo stercorario.


Il tuo nome è Adamo e questa è tua moglie Eva. Andate e fate figli.

Quanti, Signore?

Tanti.

Sì, ma più o meno?

A più non posso.

D’accordo. Eva scrivi: fate figli. Poi?

Fatene altri.

Tutto qui?

Dite ai vostri figli di fare figli, e ai figli dei loro figli di fare altri figli. Voglio figli.

Posso fare una domanda?

Non puoi mangiare la mela.

No, non è questo.

Allora cos’è? Sbrigati, sto iniziando ad annoiarmi.

Mi è passato di mente.


Adamo ed Eva salutarono il Signore e iniziarono subito a fare figli. A lui piaceva concepirli ma odiava accudirli, lei odiava concepirli e anche accudirli, ma almeno quest’ultima cosa poteva farla senza simulare piacere. In pratica erano fatti l’uno per l’altra. Dopo dieci anni avevano già messo al mondo tre figli e otto figlie, di cui due già incinte. Adamo non era certo uno che stava con le mani in mano. Fecero figli su figli e lo stesso fecero i loro figli e i figli dei figli, e alla morte di Adamo ed Eva, per sicurezza, i loro figli decisero di istituire uno speciale ordine di funzionari addetti alla metafisica con la precisa funzione di tramandare di generazione in generazione la volontà del Signore, in modo che nessuno dimenticasse mai il suo volere: fare figli. Mai visto un animale così obbediente. Così in pochissimo tempo, neanche duecentomila anni, la superficie del pianeta si ricoprì di esseri umani. Prima le zone più comode e meglio servite dai mezzi pubblici, poi quelle via via più scomode: montagne, paludi, deserti e tutto ciò su cui fosse possibile avere una copula. Chiunque avesse un minimo di autorevolezza invitava i propri simili a fare figli, e tutti quanti, appena avevano un minuto libero, si precipitavano da qualche parte a fare figli. Intanto la tecnica progrediva e a un certo punto fu possibile fare figli via mail, fare figli in proprio con la bustina e persino far fare figli ai calzini sporchi. Non c’era limite al numero di figli che si potevano fare e alcuni ne avevano così tanti che li surgelavano per i momenti di sterilità. Tutto andò avanti così per secoli finché un giorno, più o meno quando la gente cominciò a cascare in mare, a un uomo venne un dubbio. L’uomo si tirò su velocemente i pantaloni e invocò il nome del Signore, che, per la cronaca, è Alberto. Il Signore apparve con un immenso sbadiglio.


Dimmi.

Signore, perché tutti questi figli?

Niente, ero curioso di vedere cosa succedeva.