ERNST WILHELM VON SCHWERTFEGER

Bach aveva tre grandi desideri: diventare compositore di corte, dimagrire, conoscere di persona Ernst Wilhelm Von Schwertfeger. Spesso ci si immagina che i grandi geni del passato avessero chissà quali aspirazioni: l’assoluto, l’infinito, l’estasi e altre cose più o meno geniali, ma questa è solo la caricatura dei geni. In realtà, se si legge la biografia di una qualsiasi di queste persone, ci si rende conto che i geni hanno gli stessi obiettivi delle persone comuni: avere successo, accoppiarsi, non morire e così via.
Per esempio, i motivi per cui Bach voleva tanto lavorare per un sovrano erano la paga, il prestigio e la possibilità di avere a disposizione dei musicisti veri, non gli studenti che gli toccavano alla Thomasschule. Bravissimi ragazzi, per carità, ma pur sempre studenti. Se la sua carriera non riusciva a decollare era soprattutto colpa loro, pensava, che facevano a pezzi tutto quello che componeva. Per non parlare del suo pubblico: calzolai, salumieri, casalinghe e in generale popolani bigotti che di musica non capivano un’acca. Eseguire la sua musica in chiesa non era certo la stessa cosa che eseguirla di fronte a una platea di aristocratici cresciuti a champagne e contrappunto. Bach avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di andarsene da Lipsia. Per fare colpo sul Re di Polonia, era persino arrivato a comporre appositamente per lui una messa cattolica, e c’è da scommettere che avrebbe composto anche una messa satanica se solo qualcuno gliel’avesse pagata bene.
Riguardo al dimagrire, questo era più un pallino di sua moglie Anna. A lui sarebbe piaciuto accontentarla, ma purtroppo faceva molta fatica a trattenersi dai piaceri del corpo, come dimostra l’elevato numero di figli: sedici secondo l’anagrafe, trentacinque secondo gli organizzatori.
Ma il suo più grande sogno, quello di cui parlava in continuazione, anche nel sonno, era sicuramente incontrare almeno una volta nella vita il grande Ernst Wilhelm Von Schwertfeger, uno dei più celebri compositori dell’epoca, conteso da tutte le corti d’Europa. Oggi questo nome è caduto nell’oblio, ma a quel tempo bastava dire  solo “Schwertfeger” e tutti sapevano esattamente di chi si stava parlando, un po’ come adesso dire “Madonna”, mentre quando si diceva “Bach” bisognava sempre specificare “Johann Sebastian”, se si parlava con uno di Lipsia, altrimenti “Joahnn Sebastian Bach di Lipsia”, se si parlava con un musicista, altrimenti “Joahnn Sebastian Bach di Lipsia il musicista non il veterinario”.
Bach conosceva a memoria tutta la produzione di Ernst Wilhelm Von Schwertfeger: i novantaquattro concerti, le centocinquantasei Passioni e le oltre quattordicimila cantate. Anche lui avrebbe potuto comporre tutte queste cose, pensava, invece era costretto a dare ripetizioni di Latino per arrotondare e così aveva composto solo tre Passioni, neanche la media di una per evangelista.
Bach aveva imparato i primi rudimenti del basso numerato proprio trascrivendo per organo i concerti di Schwertfeger e da allora era diventato un suo grande estimatore. All’epoca non c’era la SIAE e uno come Bach poteva tranquillamente comporre musiche derivate da lavori altrui senza dover pagare diritti che non poteva permettersi. Non era come oggi che se citi tre parole di Faulkner dicendo esplicitamente che sono di Faulkner in un film che non usa neanche un’idea di Faulkner ti becchi la denuncia dei figli dei cognati dei cugini di secondo grado di Faulkner. È successo a un mio caro amico.
Un giorno Bach viene a sapere che di lì a qualche settimana la tournée di Schwertfeger avrebbe fatto tappa a Erfurt, a pochi passi da Lipsia. Per la precisione novantatremila passi. Forse era il caso di scrivergli.


E che gli scrivo?

Scrivigli che lo ammiri e che ti piacerebbe conoscerlo. Non c’è niente di male.

Su, Anna, siamo seri, perché un artista del calibro di Ernst Wilhelm Von Schwertfeger dovrebbe degnarsi di ricevere un semplice insegnante di canto?

Allegagli qualche tuo lavoro, così capisce che siete colleghi.

Mi vergogno.

Non dirlo neanche per scherzo! La tua musica non ha niente da invidiare a quella di Schwertfeger, Breitmeyer o Helgostifelland Jr.

E poi non ho tempo, devo fare la Cantata per l’inaugurazione della nuova pensilina dell’oratorio.

Puoi riciclare qualcosa che hai già composto. Lo sai che non se ne accorgono.

Quindi gli scrivo?

Sì, acciughino.


Così Bach, dopo cena, va nel suo studio, prende un vecchio foglio di pelle di vitello lasciatogli in eredità dal padre e ricopia in bella grafia la lettera che teneva pronta da anni.

A Sua illustrissima e pregevolissima squisitezza Maestro Cavalier Dottor Ernst Wilhelm Von Schwertfeger, le cui lodevolissime e sublimissime opere, fine risultato dell’inarrivabile genio musicale Suo, gareggiano in perfezione, purezza, splendore e struggevolezza con le stesse armonie delle divine sfere celesti e, oso dire, talvolta vincono, rivolgo col rispetto e l’umiltà che sempre si devono a creature di tal levatura spirituale da farci dubitare che possano condividere la prosaica origine terrena nonché l’annessa e inevitabile caducità che è prerogativa dello sfortunato mortale quale lei è – creatura di tal levatura, non sfortunato mortale – rivolgo, dicevo, il più rispettoso e devoto accenno ad invitarla a conoscere di persona l’indegno scrivente di questa missiva che da sempre, forse ancor prima che la terra fosse adeguatamente separata dal cielo, ammira e contempla sopraffatto dall’abbarbaglio l’accecante bellezza della Sua musica. Ah, musica! Che inadeguata parola è questa per designare l’inarrivabile concentrato di meraviglie che Lei, novello Orfeo, crea instancabilmente con la Sua preziosa arte e si degna di elargire a queste nostre indegne e mai abbastanza pulite orecchie.
Azzardandomi a sperare in una Sua risposta, prendo congedo da Lei prostrandomi con tutta la mia anima ai Suoi piedi e, senza nessuna pretesa di far paragone con la Sua arte, mi permetto di allegarle la mia umile opera omnia.

il Suo umilissimo servo
Johann Sebastian Bach
Cantor & Director Musices di Lipsia

La risposta di Schwertfeger arriva dopo pochi giorni, dopotutto era una persona alla mano.

Ciao Pach. Vediamoci prima del concerto.

Bach arriva a Erfurt con tre giorni di anticipo, si compra una parrucca nuova, si fa lustrare accuratamente le scarpe (più volte) e, il giorno del concerto, si presenta all’ingresso del Teatro col vestito del matrimonio fresco di tintoria. Si sarebbe eseguito l’Ormondo XXXIX di Barbanzia, uno dei seicentoventiseimila drammi per musica di Schwertfeger, genere musicale col quale Bach non aveva mai avuto tempo di misurarsi. Per sicurezza, avendo paura di non essere riconosciuto, decide di tenere in mano un cartello col suo nome: Pach.
A pochi minuti dall’inizio del concerto viene annunciato che, a causa di un impegno urgente, il Maestro non è potuto recarsi a Erfurt, pertanto l’orchestra sarà diretta dall’assistente. Si augura al gentile pubblico un buon ascolto.

LO SPAVENTO

UNA GRANDE RISORSA DI BOLOGNA: GLI STUDENTI

Ogni città italiana ha qualcosa di eccezionale che la rende unica. Per esempio Siena ha il palazzo Gotico più bello d’Italia, Firenze ha il secondo palazzo gotico più bello d’Italia, Piacenza ha il terzo palazzo gotico più bello d’Italia, e così via. Tutte le città italiane hanno qualcosa di eccezionale, tranne Bologna. Cioè, non è che Bologna non abbia almeno un palazzo gotico degno di nota, per esempio Palazzo d’Accursio è quasi certamente il dodicesimo palazzo gotico più bello d’Italia, ma il problema è che quando una cosa bella viene distrutta, il suo essere bella non è più un pregio ma un difetto. Più è bella, più soffri. Prendi una bellissima città d'arte, bombardala un po', imbratta tutti i muri, fai piovere merda di cane per circa una settimana ed ecco Bologna.


Questa è una foto della piazza del Teatro durante un venerdì sera qualsiasi, e chi l’ha scattata (Riccardo) dice che non rende neanche bene l’idea. Proprio grazie a questa foto, però, ho capito che anche Bologna ha qualcosa di eccezionale, una grande risorsa che poche città al mondo hanno: gli studenti.
Gli studenti a Bologna sono circa 80000. 80000 ventenni pieni di vita e entusiasmo che ogni sera si riversano in strada e dedicano tutte le loro energie a trasformare la birra in urina. A prima vista potrebbe sembrare un grande spreco umano: tutte queste persone nel pieno delle loro forze, gente che magari un tempo sarebbe stata impiegata per sconfiggere l’impero persiano o per costruire un paio di piramidi, ridotta a ripetere sera dopo sera una banale trasformazione chimica. Invece non è uno spreco, è solo la città che non ha ancora capito come sfruttare tutta la loro energia.
80000 persone che bevono ininterrottamente dalle 9 di sera fino alle 3 di mattina sono almeno 240000 litri di urina calda prodotta in una sera, se non di più, urina che potrebbe essere raccolta da appositi collettori ai bordi della strada, dove più o meno tutti hanno l’abitudine di svuotarsi, e convogliata in serbatoi sotterranei che, messi a contatto con le tubature dell’acquedotto, genererebbero senza nessuna spesa acqua a 37°. L’acqua sanitaria è di solito un po’ più calda, ma sarebbe comunque un bel risparmio energetico poter scaldare l’acqua della doccia partendo da 37° invece che da temperatura ambiente.
E non è tutto. Questa grande risorsa della Natura può anche essere sfruttata per produrre energia urinoelettrica. A questo scopo basta fornire ogni studente dell’attrezzatura illustrata in figura.


L’apparato A è un accumulatore di carica che lo studente può portare comodamente sulle spalle come un normale zaino, mentre B è una piccola turbina posta a circa un metro dall’ugello che emette il liquido (questa distanza può variare a seconda della statura del generatore di urina). La turbina è collegata a un alternatore (C) che converte l’energia cinetica dell’urina in energia elettrica, la quale viene immagazzinata nell’accumulatore. Questi accumulatori saranno raccolti a fine serata dal Comune e utilizzati come grandi pile elettriche.
Tutto questo può sembrare semplice e pratico, ma c’è un problema: 240000 kg di liquido in caduta libera per un metro producono un’energia di 2400000 J, che utilizzata nell’arco delle 24 ore corrisponde a una potenza di soli 28 W. Una lampadina. Cioè, 80000 persone lavorano tutta la notte e il risultato è la luce di una lampadina? Per fortuna c’è una soluzione.
È sufficiente che ogni studente introduca nel proprio corpo non 3 litri in una sera, come si è finora supposto, ma 10 milioni, in questo modo la potenza generata per un giorno sarà di circa 100 MW, come nelle grandi centrali idroelettriche. Per indurre il reattore umano a versare spontaneamente dentro di sé la necessaria quantità di liquido, basterà sfruttare il quarto principio della termodinamica: lo studente beve tutto ciò che è gratis. Basterà quindi promettere una birra gratis ogni quattordicimila birre.
L’uso di tutta questa birra non rischia di esaurire in breve tempo i giacimenti mondiali di luppolo? Forse, ma questo problema si può risolvere in un modo molto elegante: l’urina che è stata già usata per generare energia elettrica e per scaldare l’acqua può tornare indietro alla fonte e essere di nuovo servita come birra artigianale. Nessuno si accorgerà della differenza.