CONSIGLI AL REGISTA DI CORTOMETRAGGI

Ciao, fai cortometraggi? Se sì, ho dei consigli per te. Te li do un po’ per magnanimità, un po’ per migliorare le mie serate ai festival. È un do ut des: io ti do dei consigli e tu mi fai dei cortometraggi guardabili. Ci guadagniamo tutti e due.

1. Primo consiglio, fondamentale: un cortometraggio non è un lungometraggio corto, così come i cento metri piani non sono i diecimila metri brevi. 
La durata di un film non influisce solo sulla quantità di cose che puoi far vedere, ma anche sul modo di farle vedere. Chi guarda un lungometraggio ha il tempo di entrare nel racconto, farsi delle aspettative, affezionarsi ai personaggi e così via, in un cortometraggio no. Un personaggio che cammina in silenzio per dieci minuti in un lungometraggio può essere emozionante, perché l’emozione non deriva dal camminare in sé, ma da quello che c’è stato prima e da quello che ci potrebbe essere dopo, invece uno che cammina in un cortometraggio è solo uno che cammina, e di solito basta farlo camminare per dieci secondi per far scoppiettare i testicoli della gente come tanti piccoli popcorn. Nei cortometraggi il tempo scorre più lentamente.
Se però quello che vuoi fare non è un bel cortometraggio ma un mozzicone di lungometraggio da mettere nel tuo showreel, allora okay, fa’ pure camminare i personaggi per dieci minuti. Ti chiedo solo un favore personale: non spedirlo ai festival.

2. Racconta cose tue.
Molti ti avranno detto che un film deve sempre affrontare un “tema”, non so: l’immigrato, l’anziano, la donna, l’handicappato, eccetera. Beh, non è vero. Se hai vissuto tre anni in un campo profughi palestinese allora racconta pure, altrimenti astieniti, perché finiresti per dire quello che hanno già detto tutti nel modo in cui lo hanno detto tutti. Forse vincerai dei premi, ma a te non devono interessare i premi, a te devono interessare solo due cose: a) fare un film che sia tuo, b) non annoiarmi. Non avere paura di parlare di te. Non ti piace l’insalata ma ti sforzi di mangiarla perché fa andare di corpo? Ascolti di nascosto Vasco Rossi e ti vergogni a dirlo in giro? Ti dà fastidio ungerti le mani quando apri le scatolette di tonno? Perfetto, parla di queste cose. Meglio parlare di tonno in modo sincero che di palestinesi in modo banale.

3. Un cortometraggio non è una pubblicità progresso.
Il tuo scopo non è cambiare il mondo con una didascalia, ma far vedere il mondo come lo vedi tu. Non devi insegnare niente a nessuno e, cosa ancora più importante, nessuno guarda i film per essere istruito. Come certamente saprai, il pubblico dei festival sa a menadito quanti bambini vengono sfruttati nelle miniere di nickel, quante donne vengono violentate ogni giorno, quante triglie vengono pescate con le reti a strascico, eccetera. Il tuo insegnamento, oltre che non richiesto, è anche superfluo.

4. Non innamorarti delle inquadrature.
Un errore comune di molti aspiranti registi è costruire un film intorno alle loro meravigliose inquadrature. Ascoltami bene, l’inquadratura bella non è quella che incorniceresti e appenderesti al Louvre, ma quella che funziona. Ogni scena del tuo film ha il senso che tu hai deciso di darle (hai dato un senso alle scene, vero?), le inquadrature belle sono quelle che rendono meglio il senso della scena. È come per i musicisti: il bravo musicista non è il virtuoso, ma quello che riesce a dare un senso a quello che suona.

5. Non stirare le idee.
Non ascoltare quelli che dicono che i cortometraggi sono solo una palestra per i lungometraggi, il cinema non è una gara a chi ce l’ha più lungo. Il valore di un film, di una musica o di un quadro non dipende dalle sue dimensioni. La brevità non è un limite ma un modo di dire le cose, se la usi bene ha i suoi vantaggi, se invece la rinneghi il tuo film di cinque minuti sembrerà più lungo di Ben Hur.
Un cortometraggio non è mai abbastanza breve. Questo scrivitelo sull’agenda.

6. Comprati un’agenda.

7. Sfrutta la brevità.
Questo non è tassativo ma è bene che tu sappia che ci sono cose che con la brevità ci guadagnano e altre che ci perdono. Le cose che ci guadagnano sono la comicità, l’assurdità, il grottesco, l’irrealistico, l’imprevedibilità, l’eccesso, la libertà espressiva. Quelle che invece ci perdono sono il lirismo, la tensione, l’enfasi, la drammaticità, l’approfondimento psicologico e i lunghi viaggi in macchina in mezzo alle campagne. Visto che hai deciso di fare un cortometraggio, è meglio se punti sulle cose che ci guadagnano.

8. Questo invece è tassativo: il corto barzelletta non deve durare più di un minuto e mezzo.
I corti barzelletta sono quelli dove non succede niente per tutto il tempo, finché un colpo di scena finale non ribalta quel niente in uno spassosissimo qualcosa. Bene, questi cortometraggi hanno sempre due difetti: a) capisco tutto dopo un minuto e mezzo, b) durano molto più di un minuto e mezzo.

9. Lascia perdere le leggende metropolitane. Ci sono di sicuro altri venti cortometraggi che raccontano la stessa cosa e ti assicuro che li ho visti tutti.

10. Non far ansimare gli attori in quel modo.

LA RICERCA DI DIO

ER FESTIVAL

Lucià, famo n festival.

N festival de che?

De corti.

Mo ciò sonno, Riccà.

Sempre addormì stai tu. La vita te passa sotto r naso e tu stai addormì, manco a vedi passà.

Che vita, Riccà?

Checciai sempre daddormì, Lucià? Chettedormi!?

So le due de notte, Riccà, eh!

Per te sossempre le due. Sempre! Te riposi quanno stai n pensione, no? Coi pupi, r caminetto e tutta quella roba allà.

Semo già vecchi, Riccà.

Fa quello che te pare, io me arzo e vo a scrive er banno.

Er banno?

Er banno der festival, no?

E ndo lo famo sto festival?

Lo famo... lo famo n casa.

N casa?

Eh! O schermo ce l’avemo, ciavemo le sedie, checcevò? Lucià, Lucià, Lucià... è tutta vita! Bevemo, se vedemo du firmetti a sbafo e magari ce scappa pure na trombata, eh?

Vabbè famo sto festival. 

Scrivi, Lucià: festival anternazionale de corti “me so scordato er corto”.

Me piace.

Possono partecipà i firm de tutto r monno, de tutti i tipi e de tutte le religgioni.

Me piace.

Ar massimo dieci minuti.

Eh, so pure troppi.

Cinque minuti.

Famo due, va, che poi ce fumano li coioni. Continua.

Èffinito.

Èffinito?

Aò, sette dico chèffinito...

E la cosa... la cosa der coso, là?

La cosa de che?

La cosa, Riccà, là...

Er tema?

Er tema, sì.

Nun ce sta er tema.

E allora o devo scrive, no?

E scrivi che nun ce sta er tema.

Ecche ce scrivo?

Scrivi che nun ce sta er tema, che voi scrive? Che te sei ngroppato tu nonna?

Così: “nun ce sta er tema”?

Eh!

Guarda che mo o scrivo.

Fa na cosa, va, scrivice pure checce devono mannà na copia daa carta d’identità, na libberatoria firmata dee musiche e de tutti iattori, na poesia sur senso de fa cinema ar giorno d’oggi e du divuddì.

Du divuddì?

Eh.

Ma mo se possono mannà i file co internette.

No, nun me piace.

Ma che ce famo con du divuddì?

Semo in due, no? Uno moo guardo io e uno too guardi tu.

Me sembra loggico.

Tre divuddì.

Eh?

Ce sta pure r gatto.