LE STRAORDINARIE PISTE CICLABILI DI BOLOGNA

Bologna è una città eccezionale: ci sono tanti bei palazzi antichi su cui scrivere liberamente i propri pensieri, si può gettare l’immondizia in strada senza che nessuno se ne accorga, per essere eleganti basta mettersi le mutande pulite, e, comodità delle comodità, non c’è mai il problema di trovare un bagno pubblico. Infatti a Bologna, da sempre città all’avanguardia, è stato installato il più grande vespasiano del mondo: Bologna. E che dire delle sue caratteristiche feste? Almeno una volta al mese, per le strade del centro storico, si celebra il famoso revival del ‘68, con scontri di piazza tra finti rivoluzionari e poliziotti veri. Divertentissimo. Alcune città hanno la sagra della lumaca, l’infiorata, la rificolona, Bologna ha la sessantottiade.
Ma il vero fiore all’occhiello di questa città sono le sue straordinarie piste ciclabili. In confronto l’Olanda è niente, anzi è Roma. Le piste ciclabili bolognesi sono molte meno che in Olanda, è vero, meno frequentate, e anche questo è vero, e decisamente meno ciclabili, tanto che forse sarebbe più corretto chiamarle “piste inciclabili”, ma ciò che queste piste non hanno in comodità, utilizzabilità, funzionalità, razionalità, praticità e tutto il resto, lo hanno in fantasia (la parola “fantasia” va immaginata circondata da tante stelline luccicanti).
Come si può vedere dalle seguenti foto, i progettatori bolognesi hanno pensato non solo al desiderio del ciclista di spostarsi con questo mezzo obiettivamente stravagante, ma anche al suo svago. Per esempio qui si può vedere uno dei tanti slalom fra i pali della luce.


Bello, vero? E chi lo gradisce può anche fermarsi in uno dei punti ristoro dislocati lungo i percorsi,


o farsi un comodo pisolino in un bidone dell’immondizia.


Che città civile e tollerante nei confronti di chi si ostina a non volersi muovere con la macchina, lo scooter o anche solo dei pattini a scoppio. E visto che chi perde tempo a usare questo antiquato mezzo di locomozione non ha poi tempo per i tanti piaceri della vita, come per esempio sbirciare i cantieri stradali, ci si premura di allestirne alcuni apposta per lui.


In questo modo anche il ciclista più ostinato potrà togliersi lo sfizio di fare l’umarell, magari anche solo per qualche secondo al giorno, senza dover nemmeno fare lo sforzo di scendere dalla sua amata biclicetta, o come cavolo si chiama. Ma siccome tutto questo non può andare a discapito della sicurezza, ci sono anche piste ciclabili per i crash test.


Giuro che al primo che mi dice che le piste ciclabili di Bologna fanno schifo, io rispondo “è vero!”, ma solo perché non mi piace contraddire gli altri.

COME NASCE UNA TEORIA DEL COMPLOTTO

In realtà non ne so niente, ma al giorno d’oggi questo non è un problema, giusto? Diciamo che questo post è un po’ come un discorso al bar. Per rendere tutto più credibile, ecco qua una birra.


Allora, ogni teoria del complotto è perlopiù riassumibile come segue: “Loro™ vogliono tenerci nascosta una cosa terribile (in gergo tecnico “puttanata”) allo scopo di derubarci e/o controllarci e/o ucciderci tutti”. Nota: per riconoscere una teoria del complotto è sufficiente osservare l’uso frequente del pronome “Loro™”, a volte anche senza “™”.

FASE 1: NASCITA
Per avere qualche possibilità di nascere e affermarsi, una teoria del complotto deve avere due caratteristiche fondamentali. La prima: deve essere bello crederci. “Bello” non nel senso che dica cose belle, anzi di solito queste teorie dicono cose terribili, ma nel senso che ci rassicuri nelle nostre certezze (“è tutta colpa Loro™”) e offra spiegazioni semplici a problemi complessi (“non c’è niente da capire, sono Loro™”). Una teoria del complotto che dicesse “quello che ci tengono nascosto è che sei un cretino” avrebbe scarsissime probabilità di diffondersi.
La seconda importante caratteristica di una buona teoria del complotto è che a metterla in giro deve essere uno scienziato o, in mancanza di meglio, uno che si spacci come tale.
È davvero curioso: grazie a queste teorie una persona può sfogare tutta la sua avversione per la scienza, eppure quella stessa persona ha bisogno di illudersi di stare seguendo la scienza. Io sono arrivato alla conclusione che questi individui che usano il loro status di scienziati per dire cose antiscientifiche per compiacere le masse, tipo che la sperimentazione animale è inutile (Marco Mamone Capria, matematico, Università di Perugia), che i vaccini contengono metalli pesanti (Maria Antonietta Gatti, fisico, Università di Modena-Reggio Emilia), che l’AIDS si può curare con lo yogurt (Marco Ruggiero, biologo molecolare, Università di Firenze) e così via, e poi pubblicano i loro risultati non su riviste peer review, ma su riviste open access, sui loro blog, su Facebook, sui libri di Feltrinelli o Einaudi o eccetera, questi individui, dicevo, sono il Male Assoluto.

FASE 2: DIFFUSIONE
Non è detto che una teoria del complotto percorra tutte le fasi qui elencate, alcune teorie nascono e muoiono nel giro di un meme, ma in ogni caso, se una teoria riesce a sopravvivere, il suo percorso sarà questo. È come per la vita umana, se uno ha la fortuna di arrivare alla vecchiaia, le fasi della sua vita saranno: nascita, infanzia, pubertà, masturbazione, masturbazione in due, patetici tentativi di masturbazione e morte.
La fase 2 di una teoria del complotto è la sua diffusione. A differenza delle teorie scientifiche, che si diffondono perché sono convincenti, le teorie del complotto si diffondono semplicemente perché vengono ripetute, esattamente come le leggende metropolitane. Questo è stato spiegato molto bene da Martin Heidegger nel 1927, quando in “Essere e Tempo” ha descritto il funzionamento di Facebook.

E poiché il discorso ha perso, o non ha mai raggiunto, il rapporto ontologico originario con l’ente di cui si discorre, ciò che esso comunica non è l’appropriazione originaria di questo ente, ma la diffusione e la ripetizione del discorso. Ciò-che-è-stato detto come tale si diffonde in cerchie sempre più larghe e ne trae autorità. Le cose stanno così perché così si dice. In questa diffusione e in questa ripetizione del discorso, nelle quali l’incertezza iniziale in fatto di fondamento si aggrava fino a diventare infondatezza, si costituisce la chiacchiera.

“Chiacchiera” è il termine che la filosofia d’inizio Novecento usava per “puttanata”. Quando le puttanate si propagavano con il semplice passaparola, ci potevano volere anni prima che si diffondessero in un numero sufficientemente preoccupante di persone, con i giornali ci vuole qualche mese, con la TV settimane. Oggi scrivi su Facebook “A MORTE LE STREGHE” e due minuti dopo stanno già allestendo un rogo a Sydney.

FASE 3: MOBILITAZIONE
Gruppi più o meno organizzati iniziano a manifestare, protestare e fare altre cose rumorose, mentre i partiti politici di tutte le tendenze li snobbano senza pietà, magari col solenne suggello di un comunicato Presidenziale: “dare credito a una simile puttanata mette in pericolo il futuro dei nostri figli”.

FASE 4: APPROFITTAMENTO
Tutto questo tenderebbe pian piano a scomparire, se non fosse che un giorno a qualcuno viene in mente che con questa teoria ci si possono fare i soldi. Al momento non sono molti quelli che la conoscono e ci credono, forse sono solo lo 0,1%, ma lo 0,1% di 60 milioni è 60 mila, e se uno riesce a vendere un rimedio anti-puttanata o un libro pro-anti-puttanata anche solo alla metà di queste persone a un prezzo di, diciamo, 10 euro, fanno 300 mila euro. Buttali via…

FASE 5: DIBATTITO
L’esistenza di un approfittatore dotato di discrete capacità retoriche e possibilmente carisma (in gergo tecnico “ciarlatano”) genera dibattiti televisivi. Qui, alla presenza di un conduttore, si confrontano il ciarlatano e un esperto a caso preso fra le migliaia di esperti esistenti al mondo. Il conduttore dovrà mostrarsi imparziale, cioè mettere il ciarlatano e l’esperto sullo stesso piano. Il ciarlatano insulta, sghignazza, fa il verso della mucca, ma, il solo fatto che sia in televisione a parlare con una persona seria, lo rende automaticamente serio. I ciarlatani vivono della serietà riflessa dalle persone serie che si mettono a discutere con loro. Questo genera proseliti.

FASE 6: PARTITO
Quando la percentuale di persone che credono alla teoria del complotto supera la soglia di sbarramento per le elezioni politiche, appare almeno un partito che ne sostiene la causa. Tale partito avrà la caratteristica di non essere né di destra né di sinistra, ma il “né di destra” è detto con meno convinzione.

FASE 7: MAINSTREAM
Il suddetto partito piace e il motivo per cui piace, si dice, è che dice le cose come stanno, cioè insulta, sghignazza e fa il verso della mucca. Questo fa sì che tutti gli altri partiti cambino improvvisamente atteggiamento: “ignorare un simile tema mette in pericolo il futuro dei nostri figli”.

FASE 8. FINALE
L’ottava e ultima fase di una teoria del complotto, se mai ci si arriva, è la più spettacolare, di certo quella che meglio si ricorda. Prima, però, un'altra birra.


Milioni di morti.

ASPETTANDO ANCORA PRETI

Dopo i primi ventiquattro episodi di “Preti” (chi non li ha mai visti li trova qui), dal 16 ottobre ne metterò on line altri ventiquattro. Il titolo sarà “Ancora Preti” e le voci saranno sempre di Guglielmo Favilla e Fabrizio Odetto, che nella foto qui sotto possiamo vedere mentre ripassano i dialoghi e pensano “ma perché ha stampato tutto con interlinea singola”?


Oltre ai due preti, nella nuova serie ci saranno tanti altri personaggi. Ci sarà Manuel,


Dio,


quell’altro Dio,


l’Ayatollah,


Superpriest,


un tirannosauro invisibile,















tanti vescovi,


e una donna.


Nel caso uno non si ricordi i vecchi episodi, non serve che se li riguardi tutti, per l’occasione ho preparato un riassunto di due minuti. Prego la regia di far partire il filmato.

BILANCIA