LA VITA DEL PITTORE

COME USARE TRIPADVISOR SENZA FARSI MALE


TripAdvisor è indiscutibilmente uno strumento molto utile, soprattutto quando ci si deve orientare in qualche città esotica, tipo Busto Arsizio, solo che bisogna saperlo interpretare. Il modo più sbagliato di usarlo è andare nei ristoranti primi in classifica. È ovvio, no? Quale classifica basata sulle opinioni della maggioranza potrà mai essere attendibile? La trasmissione più vista è il Festival di Sanremo, non il Festival dei Quartetti di Beethoven, il libro più venduto è qualcosa di Dan Brown e il film più visto ha sempre una o due scarrettate di supereroi. Per non parlare della democrazia. I politici fanno a gara per sembrare dei perfetti deficienti, e più sono deficienti più piacciono. Non dimentichiamoci che l’unico politico di sinistra che per un attimo ha goduto di un una certa popolarità, aveva la testa rettangolare. “Certo”, si potrebbe obiettare, “ma il cibo non ha niente di intellettuale. Uno sarà pur capace di capire se una pizza è buona o fa schifo, no?”.
No.
Questo funziona con i gatti, non con gli umani. Un gatto riesce a individuare con precisione chirurgica i croccantini da 11 euro al kg che ha nella ciotolina e scarta sistematicamente tutti quelli comprati al discount. I gatti saranno anche meno intelligenti degli umani, ma mica sono scemi. Gli umani, invece, oltre alla loro famosa intelligenza, hanno anche i pregiudizi, le aspettative, i campanilismi, l’autosuggestione, l’orgoglio personale, le fobie e tutta una serie di altre zavorre emotive che li rendono molto meno obiettivi di un gatto.
I primi ristoranti in classifica non sono i migliori, anzi spesso sono solo trappole per turisti, cioè per gente che potrebbe mangiarti anche una testa di cane se gliela metti nel menù come “rissoto alla boloniese”. Quindi, tanto per cominciare

REGOLA #1
Le recensioni positive non vanno lette.

Le recensioni positive non contengono nessuna informazione utile, perché il loro contenuto non ha niente a che vedere col sapore del cibo, ma solo col film che uno si sta proiettando nella testa. Ci sono tanti fattori che possono far sembrare prelibata una schifezza, ma il più efficace di tutti è certamente la cosiddetta “accoglienza dello staff”. Non parlo della semplice gentilezza, quella va benissimo, ci mancherebbe, parlo di tutta quella serie di insistenti e prolungate lusinghe che mirano a far sentire il cliente di passaggio importante, proprio come faceva la mamma quando lo imboccava facendo l’aeroplanino. La gente adora sentirsi importante e questo i proprietari dei ristoranti lo sanno bene, visto che da quando esiste TripAdvisor alcuni di loro si sono trasformati in veri e propri stalker. C’è chi ti racconta tutta la storia in sei volumi del suo fedele abbattitore oppure, fra un piatto e l’altro, ti invita ad alzarti dal tavolo per ammirare le “meravigliose” opere d’arte di produzione propria appese in giro nel locale. Non sto inventando.


Quadri e bagni, cosa si può desiderare di più? E poi magari, quando stai per uscire, ti dà pure un bigliettino con il logo di TripAdvisor, come a dire “ti tengo d’occhio”. È ovvio che in questo modo le recensioni sono tutte falsate.
Gli aspetti positivi di un ristorante, se ce ne sono, non vanno cercati nelle recensioni eccellenti ma in quelle pessime. Quindi

REGOLA #2
Leggere solo le recensioni pessime.

Se la gente scrive “porzioni piccole”, vuol dire che il cibo è servito con un minimo di attenzione all'estetica invece che essere versato in una mangiatoia.
“Costo del coperto eccessivo” significa che non è una mensa aziendale.
“Se la tirano”: sono discreti.
“Locale fighetto”: posate pulite.
“Le tagliatelle non si fanno così”: le tagliatelle si fanno esattamente così.
Eccetera.
Le uniche osservazioni negative da prendere in considerazione sono quelle che (a) riguardano l’incolumità fisica e (b) si ripetono. Direi che questa può essere considerata una regola.

REGOLA #3
Vedi sopra.

Uno che dice di essere stato male è solo un caso, due può essere una coincidenza, tre è meglio se stai a casa e ti fai un toast.
Poi

REGOLA #4
Dare un’occhiata alle foto.

Oggi la gente fotografa tutto e, per qualche motivo, tutto ciò che fotografa appare molto più squallido di com’è nella realtà: il bianco è giallino, i contorni sono mossi, i colori spenti e anche la più squisita delle leccornie può sembrare vomito fumante di balena. È come se le fotocamere dei telefoni avessero uno squallidificatore incorporato, un filtro che spalma uno strato di squallore su ogni cosa, non so se mi spiego.


Quindi, se dopo aver guardato un po’ di foto di un ristorante, non ti è passata la voglia di andarci, questo è sicuramente un buon segno, visto che la realtà potrà essere solo meglio. Da questo punto di vista le foto sono molto più eloquenti di qualsiasi recensione.
Infine una regola importantissima

REGOLA #5
Guardare come il proprietario risponde alle recensioni negative.

Che abbia torto o ragione non ha nessuna importanza, l'unica cosa che conta è la forma: se risponde in modo professionale è tutto ok, se invece sbrocca come un quindicenne su Facebook allora il ristorante va assolutamente evitato. Ecco un esempio.


Qui c’è anche un velo di xenofobia, che non guasta mai.
Chi non riesce a essere professionale nel rispondere a una banale critica, figuriamoci se riesce a esserlo nella gestione di un ristorante. Ognuno è come è, ed è tale in ogni aspetto della sua vita. Per esempio, io sono apprensivo, e lo sono sia quando chiamo l’ambulanza perché mi è andato un ciglio in un occhio, sia quando mi faccio l’anestesia totale prima di salire in aereo. La mia apprensione non è selettiva, è un mio modo di essere e la manifesto in ogni aspetto della mia vita. Lo stesso vale per la professionalità. Uno non professionale ti fa mangiare la cacca.
Naturalmente avrei molte altre regole da sciorinare, per esempio: considerare solo le recensioni nella lingua del posto (REGOLA #19) o assicurarsi che gli istogrammi delle recensioni abbiano un profilo gaussiano (REGOLA #127), ma non mi sembra il caso di dilungarmi oltre. Già queste poche regole dovrebbero impedire che si finisca in un posto dove servono teste di cane.
Oh, se poi capita, capita. Le si accompagni con un buon rosso (REGOLA #86).

ARTE CONTEMPORANEA E SUA INTERPRETAZIONE

Premesso che sono un totale ignorante di arte contemporanea, l'arte mi piace molto, in particolare quella contemporanea. Cioè, mi spiego, l'arte antica, quando mi piace, mi piace molto di più dell'arte contemporanea, di cui non capisco assolutamente niente, ma l'arte contemporanea è, non so come dire, più divertente. Per me i musei di arte contemporanea sono un po' come i luna park quand'ero piccolo. Invece l'arte antica è faticosa. Un quadro del Cinquecento mi piace solo quando riesco a capirlo, invece un'opera d'arte contemporanea mi piace anche quando non la capisco. Anzi, è proprio il non capirla che la rende interessante. Credo sia per questo che, quando qualcuno cerca di spiegarmi la cosiddetta visione dell'autore, perdo immediatamente interesse, l'opera diventa la banale trasposizione materiale di un concetto, e a me i concetti non interessano, a me interessa l'arte.
Per questo motivo cerco di informarmi il meno possibile sugli artisti della nostra epoca, cosa che mi riesce abbastanza bene, e appena posso corro in qualche museo di arte contemporanea a cogliere i frutti della mia ignoranza. Per esempio, qualche giorno fa sono andato al Mambo di Bologna e devo dire che mi è piaciuto tantissimo.
Questa è una delle prime opere che s'incontrano appena entrati


Un'installazione imponente che sembra invitarti a entrare, ma allo stesso tempo ti minaccia, perché l'entrata, lo stretto cunicolo attraverso cui bisognerebbe passare, ricorda l'ingresso di un loculo, pronto a richiudersi al tuo passaggio, con quella chiave rossa che probabilmente simboleggia il sangue e dunque la caducità umana.
Uno potrebbe obiettare "ma non avevi detto che spiegare l'opera significa banalizzarla?", sì, è vero, ma solo se sai di cosa stai parlando. In caso contrario provare a indovinare fa parte del gioco, come la Settimana Enigmistica.
Un'altra opera che mi è piaciuta molto è questa 


Vernice su intonaco. In genere non amo i quadri con le scritte, ma questo, nella sua semplicità, ha qualcosa di così profondamente vero che toglie quasi il fiato. "Sono qui", è vero, ma qui dove? Destabilizzante.
Sarà che ho una predilezione per ciò che è assente piuttosto che per ciò che è mostrato, ma ho apprezzato molto anche questa 


Credo rappresenti una sedia.
Non ho invece nessuna ipotesi plausibile su come interpretare questa meravigliosa scultura


Rappresenta forse la rinuncia ad ascoltare? L'isolamento individualista della nostra epoca? La supremazia del suono sull'immagine? L'esatto contrario di quello che ho appena detto? Bellissima.
E che dire di questa?


Uno sguardo freddo, quasi metafisico, sulla costante condizione di precarietà che da sempre caratterizza l'essere umano. Quando sono ripassato nello stesso punto, l'opera non c'era più. Geniale.
Ma non mancano le opere più tradizionali, come questa


che in qualche modo ricorda Burri, o questa


assai enigmatica, o questa


una figura umana ridotta alla sua cruda e angosciante inconsistenza, un'opera di grande impatto emotivo che l'artista, quasi a voler rimarcare il nulla che avvolge la nostra esistenza, non ha esitato a dipingere direttamente sulla porta del bagno.
Questa invece è un classico


Ho già visto quest'opera in tanti altri musei e ogni volta mi colpisce sempre. Per esempio questa è la versione che si trova al Museion di Bolzano


Non so se sia sempre dello stesso artista o di qualcun altro, non ha importanza, io fruisco quest'opera così com'è: potente, ossessiva, quasi folle.
Ma se proprio potessi scegliere un'opera da portarmi a casa, sceglierei senza dubbio questa


Meravigliosa, vero?
Non so cosa voglia dire, di certo non "Ontani".

IL NUOVO LAVORO

ANCORA PRETI - COMPLETO

Ecco qua Ancora preti completo.
Ben 27 minuti. Che uniti ai 21 di Preti fanno 48 minuti!
Niente, volevo solo far vedere che so fare le addizioni.

IL PERSONAGGIO

COSA REGALARE A SAN VALENTINO

Mancano solo cinque mesi a San Valentino e io non so ancora cosa regalarle. È difficile fare regali a chi conosci da tanto tempo: il libro gliel’ho già regalato, idem il dvd, il pensiero ben due volte e non è stato molto gradito, checché se ne dica. Una volta le ho regalato dei giochi di parole e la reazione è stata più o meno la seguente: fine della reazione. A volte penso che potrei regalarle dei fiori, ma sinceramente non ho mai capito a cosa servono. Che senso ha regalare un mazzo di fiori? Boh. E poi non vorrei ritrovarmeli per cena. C'è anche chi dice che la cosa più bella sia regalare dei soldi, così poi uno si compra quello che vuole, e secondo me è vero. Regalare degli oggetti precisi è rischioso, magari pensi di fare un piacere e invece stai solo dando un fastidio, come quelli che ti regalano un “bellissimo” portacandele artigianale e poi, quando vengono a trovarti, devi sempre ricordarti di andarlo a prendere in garage e metterlo sulla credenza. È molto fastidioso. Con i soldi invece non puoi sbagliare, così mi ero quasi convinto a farle trovare una busta con dentro un biglietto da 50 euro, magari accompagnato da una bella frase romantica tipo “50 euro per te, amore!”, ma poi ho notato che anche di questi biglietti ne ha già tanti, per cui niente, cosa le regalo? Perché deve sempre essere tutto così difficile? Ma San Valentino non aveva nient’altro da fare che fare regali alle fidanzate? Non poteva farglieli in silenzio?
Esco a fare un giro, forse un po’ di particolato ultrafine può aiutarmi a riflettere. Mentre cammino per strada, noto tutte queste persone immerse nelle loro faccende quotidiane e completamente ignare dell’imminenza di San Valentino. Pazzi.
Vado in palestra. Ho letto da qualche parte che fare ginnastica aumenta la circolazione dei neuroni nel sangue e questo è proprio quello di cui ho bisogno. Così entro in questo “covo di narcisisti senza dignità” (così si chiama la mia palestra) e subito mi metto agli attrezzi. Mentre sto facendo i tricipiti, noto che alla pectoral machine c’è Gino Strada.
“Ciao Luigi”, gli dico “ti spiace se ci alterniamo?”. Lui non sembra molto felice dell’idea, ma acconsente. È proprio vero che è una brava persona.
“Senti, Luigi”, gli dico “cosa potrei regalare a mia moglie per San Valentino?”.
“Sei sposato?”, mi dice lui.
“No”, gli dico io.
“Ah”, mi dice lui senza riuscire a nascondere un fremito di impalpabile perplessità che gli corse giù per la schiena come tante piccole briciole di ghiaccio pungente sotto il plumbeo cielo d’ottobre. Punto. Fine paragrafo. A capo.
Inizialmente mi parve perplesso, ma poi prese a cuore il mio dilemma e mi propose di danzare a casa sua. Timidamente, feci cenno di sì. “Feci”! Cazzo, lo sapevo! Cazzo! Ecco perché non uso mai il passato remoto. Ma come fanno gli scrittori a sentirsi a loro agio con tutti questi passati remoti? “Passati remoti”, giusto? O “passati remoto”? “Punti chiave”, “parole d’ordine”, “passati remoto”. Comunque, dico a Gino Strada di sì.
“Sì”, e aggiungo “danzerò per te”.
Lui alza i baffi in segno di pace e mi accompagna a casa sua a Borgo Panigale, dove ha un piccolo appartamento con vista sullo stabilimento della Ducati. Spettacolo. Mi fa salire in casa sua e in tinello trovo sua moglie Anna, una donna un po’ avanti con gli anni, diciamo 2065, molto gentile e ospitale, la quale mi spiega che loro bevono solo acqua del rubinetto perché è batteriologicamente più controllata dell’acqua in bottiglia. L’acqua in bottiglia, loro la usano solo per lavarsi le mani. In casa c’è anche la figlia Manila e un gatto di razza ariana di nome Osvaldo, molto cordiale e generoso. Subito mi offre un caffè (la moglie, non il gatto). Io le chiedo se per caso non ha una birra e lei mi accontenta senza problemi, peccato che me la porti calda, nera e dentro una tazzina da caffè.
“Zucchero?”, mi chiede.
Io guardo Gino Strada, perplesso, poi guardo di nuovo lei, poi guardo Gianfranco, poi Manila, poi fisso con attenzione Osvaldo che da quando sono entrato non mi ha mai tolto gli occhi di dosso. Lo sguardo di tutti sembra volermi dire una cosa sola: “chi cazzo è Gianfranco?”.
“Non metto lo zucchero” rispondo io, “ce l’avete un po’ di aspartame?”. Apriti cielo! Non l’avessi mai detto!
“Lo sai che l’aspartame è veleno?”, mi dice Anna (Anna, giusto?).
“No, signora”, dico io.
“Pensi di essere migliore di noi solo perché non metti lo zucchero nella birra?”, mi dice Gino Strada mentre addenta una prugna secca biologica del Commercio Equo e Solidale “lo sai quante vite ho salvato io, mercoledì?”.
“Non lo so” dico io.
“Spara”, dice lui.
“Boh? Mille?” dico io.
“Esagerato!” mi disse lui con la voce segnata da anni ed anni di avversità ed intemperie nei luoghi più infausti di questo sventurato eppur bellissimo pianeta che siamo soliti chiamare Terra sotto un cielo plumbeo di ottobre. Punto. Fine paragrafo. Musica malinconica nella testa del lettore. A capo.
E fu in quel momento che feci CAZZO NO! Basta! Feci qui, feci là… non se ne può più! Le regalo dei fiori. Ho deciso! In fondo è verdura.

RETTE PARALLELE

DITO CHE INDICA LA LUNA

EINSTEIN SU TWITTER

LA FONTE DELL'ETERNO RAZZISMO

Dove con la parola “razzismo” non si intende la teoria pseudoscientifica secondo cui gli esseri umani sarebbero suddivisibili in razze come i cani, ma più genericamente ciò che è riportato in questo antico testo intitolato  “Vocabolario”:


Per esempio, chiamare i neri “oranghi” è razzismo; votare per un partito che chiama i neri “oranghi” è razzismo; essere felici che il proprio partito sia alleato col partito che chiama i neri “oranghi” è razzismo, e così via.
Circola questo luogo comune secondo cui gli esseri umani sarebbero fondamentalmente buoni, ma, poverini, sono razzisti per colpa della propaganda di qualche populista cattivo, come se il razzismo arrivasse dalla nube di Oort e piombasse sulla Terra come un meteorite, in mezzo a creature per natura buone, pacifiche e dedite alla raccolta differenziata. “Per natura”, certo... dev’essere per questo che le cosiddette popolazioni incontattate, se per sbaglio provi a contattarle, ti piantano una freccia in mezzo agli occhi.


Il razzismo non viene inventato da pochi e poi inculcato alle moltitudini, ma nasce spontaneamente dalle moltitudini e poi viene sfruttato da pochi. Anzi, a giudicare dall’irresistibile voglia di pulizia etnica che da sempre accompagna la storia umana, si direbbe che non ha nemmeno bisogno di nascere, esiste da sempre. Normalmente non lo si nota perché è timido e silenzioso, ma prima o poi arriva qualcuno che gli insegna le parole giuste. Come i pesci non vengono creati da chi li pesca, così i razzisti non vengono creati dalla propaganda, aspettano solo di abboccare. Se fosse la propaganda razzista a generare il razzismo, come mai riesce così facilmente? Tre anni di flauto obbligatorio alle medie non sono sufficienti per trasmettere alla gente l’amore per il flauto, ma basterebbe qualche comizio facoltativo per farla diventare razzista? A me pare che sia un talento innato.
Alla base del razzismo c'è un errore di giudizio e un errore logico. L’errore di giudizio è l’equazione diverso = pericoloso. Chissà, magari in passato questa equazione è stata utile per la sopravvivenza: “se vedi uno strano, nel dubbio ammazzalo, male non fa”. Oggi però il mondo è abbastanza cambiato rispetto al neolitico ed è molto raro morire nell’imboscata di una tribù di Pieve Porto Morone mentre si attraversa il Po su una zattera di aghi di pino e saliva rappresa. Certo, il sospetto nei confronti di chi è diverso viene sempre spontaneo, ma cose come la scuola dell’obbligo, i collegamenti via satellite e Piero Angela dovrebbero aiutare a farlo svanire, a meno che uno non sia stupido.
E qui veniamo all’errore logico. Può essere riassunto così: “se un tizio con una certa caratteristica accessoria ma ben riconoscibile, per esempio il colore della pelle, commette un'azione spregevole, allora tutti i suoi simili sono moralmente responsabili”. Questo è un errore che nessuna puntata di Superquark potrà mai sistemare, perché è proprio segno che il cervello non funziona. Tra parentesi si noti che lo stesso errore logico non viene commesso con le azioni pregevoli. Strano.
Se una persona che ha avuto la fortuna di ricevere un'educazione è razzista, non lo è per colpa della propaganda e nemmeno per colpa della frustrazione, del risentimento, della noia o, che so, dell'insopprimibile desiderio di emulare i polli, queste cose possono solo rafforzare il razzismo, non generarlo; la fonte pura e primigenia dell’eterno razzismo è la stupidità. Il razzismo è semplicemente il modo in cui gli stupidi si rapportano con chi è diverso da loro, così come parlare al cinema è il modo in cui gli stupidi si rapportano con i film.
Purtroppo gli stupidi esistono, bisogna farsene una ragione. Esistono quelli che ci vedono poco, esistono quelli con le orecchie a sventola, esistono quelli con il pene piccolo e esistono quelli col cervello che non funziona. È normale. Gli stupidi esistono e sono una minaccia per la convivenza civile, come dimostra la seguente immagine.


So cosa viene spontaneo pensare: “sterminiamoli tutti”. E invece no, mi spiace, su questo blog non si stermina nessuno. E poi anche gli stupidi possono avere un ruolo importante nella società, per esempio permettono a tante persone brillanti ma con poco talento di mantenersi con le loro trasmissioni di merda. Gli stupidi possono essere una miniera d’oro, basta saperli sfruttare. Non bisogna discriminarli né criminalizzarli, vanno solo messi in condizione di non nuocere. Far finta che siano vittime del populismo, quando invece sono proprio loro a crearlo, non è per niente saggio. Quindi che fare?
Una soluzione economica e non violenta potrebbe essere questa: mettere le elezioni in prima serata, solo per un paio d’ore o poco più, e farle coincidere con “C’è posta per te”. Dovrebbe funzionare.
E per favore nessuno obietti che anche questo è razzismo. Dire che gli stupidi sono stupidi non è razzismo, è solo una constatazione. Lo dice anche il vocabolario.

I TUOI DATI

LA RIVOLUZIONE PIGRA


Per chi ancora non lo sapesse, Bologna è meta di pellegrinaggio di migliaia di italiani devoti al grande ideale della Rivoluzione Proletaria. Si tratta di un viaggio iniziatico che si intraprende dopo le scuole superiori e che può prolungarsi per un periodo di tempo che va dai tre anni (laurea breve) ai settantadue (laurea asintotica), sulle orme del profeta Marx. Ogni novizio arriva in città pieno di entusiasmo, convinto di fare qualcosa di unico e irripetibile per il progresso dell’umanità, senza però sapere che la gente del posto assiste alla stessa identica messa in scena da circa mezzo secolo. È come con il raffreddore: ogni anno sai che te ne prenderai uno, ma ogni raffreddore si impegna a darti fastidio come se fosse il primo.
Le pratiche rivoluzionarie sono sempre le stesse: finanziare i birrifici Moretti, bivaccare in piazza Verdi, sfilare in corteo, sillabare proposizioni in coro, bisticciare con persone vestite da poliziotto, fingere di essere poveri, suonare male, cantare peggio e scrivere sui muri. Scrivere sui muri è da sempre una delle pratiche più in voga, non c’è niente di straordinario in questo, ciò che invece è degno di nota è che i rivoluzionari bolognesi scrivono solo sui muri della loro zona. Questo non è molto rivoluzionario. Se su una mappa di Bologna mettessimo un puntino in corrispondenza di ogni scritta su un muro, otterremmo qualcosa del genere


con il picco di densità in corrispondenza della Facoltà di Lettere e Filosofia.
Che senso ha? Scritte come LIBBERI TUTTI o PARTIGGIANO A TUTTO SPIANO dovrebbero servire a risvegliare le coscienze sopite del popolo o, se non altro, a dargli fastidio, a cosa servono se le puoi vedere solo tu e i tuoi amici? È come mettere i poster nella propria cameretta. Vuoi sovvertire l’ordine economico mondiale e non hai nemmeno voglia di andare a scrivere le tue frasi rivoluzionarie un po’ più in là? Non so, tipo a Borgo Panigale, dove magari c’è davvero qualche esemplare del famoso e leggendario popolo. Un rivoluzionario non dovrebbe essere così pigro, se no sembra che non ci tenga.
Per esempio, guarda che bei muri ci sono a Treviso


sembra che aspettino solo qualcuno che li faccia parlare. Quale posto migliore per scrivere un bel LEGA MERDA? A Treviso c’è tutto l’occorrente per fare la rivoluzione: tanti muri puliti su cui scrivere e una folla di leghisti che ci resterebbe malissimo. Secondo me, fra una manifestazione contro i costi della mensa studentesca (4,50 €) e l’occupazione di una biblioteca pubblica da adibire a sala giochi privata, ogni rivoluzionario che si rispetti dovrebbe trovare il tempo di andare a Treviso e ricoprire tutta la città di scritte.
Invece no, questi scrivono solo sui muri di Bologna, la città più accogliente e tollerante d'Italia. Muri vecchi di secoli che saprebbero benissimo parlare da soli.

UN LIBRO SEMPRE ATTUALE

È COMPLICATO

DA SINISTRA A DESTRA, SOLA ANDATA

Spesso si dice che estrema destra e estrema sinistra si avvicinino fino a toccarsi, ma non è vero. Anche se hanno delle cose in comune, tipo l’inclinazione per le teorie del complotto, la diffidenza per le banche o lo sconfinato amore per il cosiddetto popolo, qualunque cosa sia, rimangono comunque molto distanti. Eppure non è raro vedere gente che si incammina a sinistra con le migliori intenzioni e poi, un giorno, ti sbuca a destra in mezzo a quelli che fanno le classifiche delle razze umane. Com’è possibile?
Innanzitutto cominciamo col dire che destra e sinistra esistono. Sono due concetti sfumati, mutevoli e tutto quello che si vuole, ma non per questo inesistenti. Chi dice che destra e sinistra non esistono più, come periodicamente va di moda, farebbe prima a dire che non sa cosa sono. Non è che se non sai cos’è una cosa, quella smette di esistere. Io per esempio non so cosa sia la poesia, per me sono solo parole insolite buttate lì per rimorchiare, ma questo non fa sparire dalla letteratura Pascoli, Leopardi o, che so, Federico Smanetti.
Ci sono varie cose che distinguono destra e sinistra, ma quella forse più evidente è l’atteggiamento verso le minoranze: essere chiusi è di destra, essere aperti è di sinistra. Attenzione, non sto dicendo che essere chiusi sia a prescindere peggio dell’essere aperti, dipende dai casi. Per esempio dare corda ai promotori finanziari è di sicuro una pessima idea. Quando si incrocia un promotore finanziario, la cosa migliore da fare è ignorarlo. Almeno io faccio così, al massimo gli do l’euro del carrello. “Chiuso” e “aperto” non sono giudizi, ma semplici constatazioni: i partiti che chiamiamo “di sinistra” hanno posizioni più aperte verso le minoranze rispetto ai partiti che chiamiamo “di destra”, e più un partito è di sinistra più è aperto, fino ad arrivare all’esotismo, mentre più è di destra più è chiuso, fino ad arrivare all’eliminazione fisica. È vero, “eliminazione fisica” suona un po’ come un giudizio negativo, ma si pensi sempre ai promotori finanziari.
La “chiusura” distingue così bene la destra dalla sinistra, che può essere usata come parametro per definirle. Chiamiamo allora Estrema Destra la posizione politica con il massimo di chiusura (+1) e Estrema Sinistra quella con il minimo (-1). Esattamente in mezzo (0) ci sarà un Centro presumibilmente cristiano democratico, e alla sua destra e alla sua sinistra tutti i casi intermedi, come la Sinistra (-½) e la Destra (+½).


Oltre al grado di chiusura, la posizione politica può essere individuata anche da altri valori. Uno che in questo periodo ha una particolare importanza, perlomeno nei dibattiti in tv o in fila al supermercato, è l’europeismo. Ecco come varia andando da sinistra a destra.


Estrema sinistra e estrema destra sono sulle stesse posizioni antieuropeiste (-1) o, come si usa dire adesso, posizioni 🇮🇹. Sinistra e destra sono invece europeiste con riserva (0), mentre il centro è il più europeista di tutti (+1).
Un altro valore politico che ricorre spesso è la legalità.


Per capire questo andamento sinusoidale, va precisato che con “legalità” non intendo il “mettere in prigione più gente possibile”, ma il concetto secondo cui nessuno dovrebbe essere al di sopra della legge, nemmeno se è molto simpatico. È come per il Monopoly: dentro le regole è garantito un certo grado di uguaglianza e libertà, anche se alla fine è pur sempre un giro dell'oca, mentre fuori dalle regole vince chi tira le sberle più forti.
La sinistra è quella che più di tutti ha il pallino della legalità (+1), con la sua proverbiale passione per le procedure, la Costituzione e le tasse. All’opposto (-1) c’è la destra, che antepone l’individuo alla legge, mentre estrema sinistra, estrema destra e centro hanno una posizione intermedia (0), visto che tutti e tre riconoscono la validità delle leggi umane solo se conformi alle leggi eterne delle rispettive ideologie: comunismo, fascismo, cristianesimo. Mi scuso se sto semplificando troppo, chi vuole può integrare con una bottiglia di prosecco.
La seguente figura mostra il percorso che porta dall’estrema destra all’estrema sinistra (→) sul piano della legalità e dell’europeismo.


Questo cerchio sembrerebbe dimostrare che destra e sinistra agli estremi si toccano, ma nella figura c'è anche una terza dimensione, la chiusura, rappresentata con i colori dal nero al rosso. Possiamo immaginarla come l’altitudine. Estrema destra e estrema sinistra appaiono toccarsi nel punto (-1, 0) solo se tutto viene appiattito su due dimensioni, ma in realtà si trovano a due quote diverse, +1 e -1. In tre dimensioni sarebbe così.


Procedendo dal nero al rosso, si percorre una discesa elicoidale lungo la superficie di un cilindro, finché non ci si trova di fronte a una parete verticale, il salto che divide l'estrema sinistra dall'estrema destra. In condizioni normali la strada finirebbe qui, ma a volte succede che nei paraggi ci sia un vecchio ascensore rimesso a nuovo, diciamo un ascensore né di destra né di sinistra. Sull'ascensore c’è posto per tutti, non si fa cenno a chiusure o aperture nei confronti di nessuno. Tutto ciò che separa estrema destra e estrema sinistra è messo in secondo piano, mentre si dà molta importanza a ciò che le accomuna: complotti, banche, popoli. In questo modo chi proviene da sinistra, curioso di continuare il suo viaggio, può decidere di entrare e lasciarsi trasportare dal piano -1 al +1. C'è anche una musica d'ambiente molto rilassante, fa più o meno così: soldi gratis.
Appena arrivati al piano superiore, c’è un po’ di disorientamento: come mai parlano tutti di bonifiche e treni in orario? Ma poi si fanno nuove amicizie, si scoprono nuovi obiettivi, si comincia una nuova avventura tutti insieme.
Per qualche motivo l’ascensore va solo in una direzione.

IL GIORNALISTA FREELANCE

MONTANELLI'S FALLACY


Chi non ha mai sentito nominare la Montanelli’s fallacy non si preoccupi, me la sono appena inventata. Prima di dire in cosa consiste, faccio rapidamente il punto sull’attuale situazione politica italiana per gli eventuali lettori del futuro, i quali, poverini, potrebbero non essere più a conoscenza del concetto di “passato”.

IL PUNTO
Dopo svariati anni di populismo idealista (“un milione di posti di lavoro”) e una parentesi di populismo frugale (“80 euro a tutti”), nel 2018 ha preso il potere il populismo sfrenato (“soldi gratis”), nato dall’alleanza tra il partito dei razzisti e il partito dei complottisti, di cui segue un significativo esempio di manifesto elettorale.


Fine del punto.

Fin qui tutto normale, sono abituato a essere in minoranza. Se io fossi in maggioranza in questo momento a capo del governo ci sarebbe Carlo Azeglio Ciampi. Sì, lo so, Carlo Azeglio Ciampi è morto, ma è molto meglio un Ciampi morto che un Salvini e un Di Maio vivi. Per il lettore del futuro: non sto a dire chi siano Ciampi, Salvini e Di Maio, penso che bastino le loro facce.


Ciampi è quello che non sembra scappato dallo zoo.
La cosa che invece mi stupisce è che sento molte persone dire cose come “speriamo che governino, così chi li ha votati capirà che sono dei ciarlatani”. Ecco, è questa la Montanelli’s fallacy.
Prima delle elezioni del 2001, quando il populismo idealista del cosiddetto Berlusconi stava per andare definitivamente al potere, Indro Montanelli, stimato giornalista del Novecento, aveva detto “mi auguro la vittoria di Berlusconi, perché Berlusconi è una di quelle malattie che si curano col vaccino. Per guarire da Berlusconi, ci vuole una bella iniezione di vaccino di Berlusconi”. Lo si può ascoltare qui, al minuto 3:00.
Beh, gli italiani hanno avuto la loro bella dose di vaccino di Berlusconi, cinque anni, eppure alle elezioni del 2008 lo hanno votato di nuovo, altri tre anni di vaccino, e nel 2018, nonostante tutto quello che è successo e tutte le cose incredibili che ha combinato, il 16% degli italiani ha comunque continuato a votarlo e molti di quelli che hanno smesso di votarlo non è che sono guariti dalla loro credulità, ma l’hanno solo rivolta verso altri ciarlatani. Tutti questi anni di Berlusconi non solo non hanno curato il populismo ma lo hanno cronicizzato, e quello che prima era fuori dalla norma, le promesse assurde, i contratti farlocchi, il fastidio per le procedure costituzionali, il partito di proprietà personale, il disprezzo dei fatti, le teorie del complotto, la propaganda permanente e soprattutto l’abitudine a mentire, tutte queste cose sono ora la norma. Prima di Berlusconi, quando un politico diceva una bugia, faceva almeno lo sforzo di accordarla con i fatti in modo da darle una spennellata di verosimiglianza, ora invece può tranquillamente dirti che i gatti sono ologrammi alieni provenienti dal pianeta Carlo senza nessun bisogno di aggiungere altro. Quindi per quale motivo adesso dovrei credere che "la gente capirà"? La gente non capirà mai e i populisti di oggi, come è già successo a quelli di ieri, verranno solo sostituiti da populisti ancora più populisti.
Possiamo quindi definire la Montanelli’s fallacy come l’ingiustificata fiducia nella capacità degli elettori di riconoscere che i loro eletti li stanno danneggiando. Tale fiducia è fondata sull’errato presupposto che la gente voti chi le conviene, mentre in realtà vota semplicemente chi le somiglia, e, se per caso succede che chi le somiglia la mandi in rovina, la colpa verrà data a qualcun altro: le potenze straniere, le banche, i giornali, gli immigrati, chiunque non le somigli.

LA BELLEZZA

IL PRIMO VIDEO NON SI SCORDA MAI

Mentre rovistavo nell'hard disk alla ricerca di una cosa di fondamentale importanza che ora non ricordo, ho trovato il mio primo esperimento animato. Risale al 2007, quando ero ancora giovane e pieno di speranze, cioè un cretino. È un video molto breve e realizzato con la tecnica classica (il mouse), ma è grazie a questo video che ho capito le grandi potenzialità espressive dell'animazione.
Chissà perché non ho mai avuto il coraggio di metterlo in rete?

IL PAZZO

BATTUTORIAL

Com'è universalmente riconosciuto, scopo principale di una battuta è far ridere. Ne deriva che le battute belle sono quelle che fanno ridere, mentre le battute brutte sono quelle che non fanno ridere. Questo potrebbe far ingenuamente pensare che una battuta abbia mediamente il 50% di probabilità di essere bella e il 50% di essere brutta, visto che uno può o

a) ridere

o

b) non ridere,

ma in realtà non è così, perché c'è anche chi

c) si offende.

È importante sottolineare che c) non è un banale sotto caso di b), ma un terzo caso a sé stante. "Non ridere" significa semplicemente e neutralmente trovare una battuta non divertente, come quando non si mangia un certo cibo perché non lo si trova buono, invece offendersi significa ritenere che quel cibo tocchi una qualche norma divina, sia che non lo si mangi sia che invece lo si mangi e poi si chieda adeguatamente perdono a dio, cioè a se stessi.
Il seguente diagramma mostra tutte le possibili reazioni di un essere umano mediamente permaloso quando sente una battuta.


Supponendo per semplicità che tutti i percorsi del diagramma siano equiprobabili, si vede che uno ride solo in un caso su sei, cioè nel 17% dei casi, mentre si limita a non ridere nel 33% dei casi e addirittura si offende nel 50%. Può così succedere che quando si fa una battuta in pubblico ci siano quelli che si offendono per quello che hai detto, quelli che si offendono per quello che credono che tu abbia detto e quelli che si offendono perché non hanno capito quello che hai detto, così, per sicurezza.
Il diagramma appena visto fornisce però anche un modo molto semplice per aumentare le probabilità di successo di una battuta, basta evitare tutte le diramazioni indesiderate. Vediamo come.
Il primo bivio che si incontra è quello che divide chi capisce la battuta da chi non la capisce, dunque per imboccare la strada che porta alla risata sarà sufficiente esprimersi nel modo più chiaro possibile. Le battute devono essere semplici, esplicite, magari accompagnate da un accenno di spiegazione. Per esempio bisogna assolutamente evitare di fare quelle battute in cui si dice una certa cosa, ma in realtà dal contesto uno dovrebbe capire che si intende esattamente l’opposto. Sono battute che rifuggono la risata, così come i vampiri, creature che notoriamente vivono di notte (cioè in assenza di luce), rifuggono la luce.
Una volta eliminata la possibilità di non essere capiti, le probabilità diventano:

Risata 33%
Non risata 33%
Offesa 33%

Già meglio.
Per aumentare ulteriormente le probabilità della risata, è assolutamente indispensabile che al bivio successivo nessuno imbocchi la strada del sentirsi toccato nel vivo. Prendiamo per esempio la battuta appena fatta:

“sono battute che rifuggono la risata come i vampiri rifuggono la luce”.

Questa ha scarsissime possibilità di toccare qualcuno, visto che i vampiri non esistono, ma se invece avessi scritto

“sono battute che rifuggono la risata come i neuroni rifuggono i grillini”

(cosa che peraltro non penso) avrei offeso circa il 30% della popolazione italiana, e questo è un problema, soprattutto se voglio vendere un libro, una cremina bio o un berretto di stagnola per proteggersi dai raggi cosmici.
Oggi lo spettro degli argomenti che possono offendere la gente si è molto allargato, inoltre, grazie ai cosiddetti social media, il processo di individuazione della battuta sgradita e di linciaggio del colpevole è molto più rapido e efficace rispetto al passato. Se l’Inquisizione avesse avuto Facebook, avrebbe bruciato molte più streghe. O vampiri. Per esempio c’è chi ha perso il lavoro per una gag come questa.


E purtroppo la persona che ha perso il lavoro non è quella con la testa insanguinata.
Ecco un elenco provvisorio e necessariamente incompleto degli argomenti che bisogna assolutamente evitare quando si fa una battuta:

Politica
Religione
Calcio
Abitudini alimentari
Difetti fisici
Animali (ma solo quelli carini, la tenia solium può essere sbertucciata senza pietà)
Musica
Cinema e televisione
Sistemi operativi
Minoranze (a meno che tu non appartenga a quella minoranza, in tal caso è ok)
Pedofilia
Cataclismi
Olocausti
Posizione del rotolo della carta igienica

Anche i vecchi argomenti da Settimana Enigmistica, tipo la suocera, la moglie o i bambini rompicoglioni, oggi sono diventati temi troppo sensibili per essere affrontati senza rischi, dunque è bene inserirli nella suddetta lista.
Ci sarebbero ancora molte cose da dire, per esempio che è sempre meglio accompagnare le battute con faccine sorridenti o farle in dialetti ritenuti simpatici, tipo il romanesco, il fiorentino, il romanesco o, in alternativa, il romanesco, ma se già ci si limita a seguire le poche regole qui esposte, le probabilità di successo di una battuta saranno circa del 50%, che non è poco.
Quello che segue è un ottimo esempio di battuta divertente:



IL GRANDE ILLUSTRATORE


ALGEBRA

LE ANIME DEI PRETI

Breve backstage di Ancora Preti, perché anche i preti hanno un’anima, anzi due: Fabrizio Odetto e Guglielmo Favilla.

TEST PER CAPIRE SE SEI UNA MERDA

Tutti si lamentano che il mondo è pieno di gente di merda, ma nessuno considera se stesso una merda. Come mai? Anzi, ognuno si considera l’esatto opposto della merda, un profumato esempio di onestà, integrità, obiettività e soprattutto non merdosità. È evidente che c’è qualcuno che non si rende conto di essere l’oggetto delle sue stesse lamentele, e questo è spiacevole principalmente per un motivo: come continuare a lamentarsi della gente di merda senza farsi rovinare questo piccolo piacere dal sospetto di farne parte?
Il presente test è un metodo semplice e oggettivo per stabilire in tutta sicurezza se si è o no una merda. Si tratta di piccole domande cui si deve rispondere semplicemente con un “sì” o un “no”, del tipo “hai fatto la tal cosa di merda?”. “Non ricordo” conta come “sì”, “solo una volta” conta come “sì”, “non sono d’accordo che questa sia una cosa di merda” conta come “sì”, in generale tutto ciò che non è “no” conta come “sì” e vale un punto merda.
Tutto chiaro? Iniziamo.

1. Quando al supermercato ti accorgi di avere messo nel carrello una cosa che non t’interessa più, la molli in un posto a caso? Se sì, sei una merda. Segna un punto.

2. Salti la fila? Sei una merda. Pensi che sia un tuo diritto saltare la fila perché sei di fretta? Sei una merda di fretta.

3. Scrivi i tuoi pensierini sui muri invece che su Facebook come fanno tutti? Sei una merda. Se i muri in questione hanno più di due secoli, questo vale due punti merda, eccoli qua: 💩💩

4. Abbandoni l’immondizia per strada invece che aspettare i giorni della raccolta porta a porta? Sei una merda. ”Eh, ma poi tanto prima o poi qualcuno passa a portarla via”. M-E-R-D-A.

5. Ascolti la televisione a un volume così alto che ti sentono anche gli antichi egizi? O sei una merda o sei sordo. Per verificare quale sia il tuo caso, avvicina l’orecchio a una sorgente sonora diversa dal televisore, per esempio un piccolo diapason intonato a 440 Hertz. Senti qualcosa? Sei una merda.

6. Passi i viaggi in treno parlando al telefono come se stessi dettando le Sacre Tavole della Legge (386 tavole, per la precisione) senza preoccuparti se intorno a te c’è chi vorrebbe dormire o leggere o anche solo semplicemente non dover passare un’ora e mezza dentro la tua magica testa? Sei una merda. Lo fai anche nell'area silenzio? 💩💩 Col vivavoce? 💩💩💩

7. Vai in palestra? Tranquillo, questo è ok. Per caso lasci il telefono e la bottiglietta d’acqua su una panca e poi te ne vai in giro per la sala attrezzi costringendo chi ha bisogno di quella panca a chiedere a tutti di chi cazzo è la roba lì sopra? Sei una merda. Tra gli oggetti che abbandoni sulla suddetta panca c’è anche l’asciugamano che dovresti usare per non imprimere la tua sindone dappertutto? Voilà 💩💩, anzi 💩💩💩💩💩.

8. Blocchi la strada con la macchina per soffermarti a chiacchierare spensieratamente con uno o più amici sorseggiando un’ipotetica tazza di tè? Non c’è problema, mi piace vedere la gente allegra e serena, ma se dopo cinque minuti l’autobus dietro di me suona il clacson e tu lo mandi a quel paese, sei una merda.

9. Non raccogli gli amabili resti del tuo cane? Merda.

10. Butti i chewing-gum per terra? Merda.

11. I mozziconi? Merda.

12. Parcheggi sulle strisce? Merda.

13. Parli al cinema? Merda.

14. Scarti caramelle a teatro? Merda.

15. Non ti piace la pita gyros? No, va beh, questa è una cosa mia. Tutto a posto.

16. Non paghi un tuo collaboratore? Ok, magari è un periodo difficile, ti sono capitate spese impreviste, investimenti sbagliati, tuo figlio drogato ha dilapidato tutto il patrimonio in prostitute e rotelle di liquirizia, i fornitori ti assillano, il mutuo, l’affitto, le tasse, un meteorite drogato è precipitato proprio sul tuo conto in banca, qualsiasi cosa, può succedere, ma se invece di dire “scusa, ma in questo periodo non riesco a pagarti” dici “ti pago il 16 gennaio” e poi non paghi e dici “ti pago il 2 marzo” e poi non paghi e dici “ti pago il 47 ottobre” e avanti così all’infinito, non sei una merda, sei una betoniera di merda (una betoniera di merda può essere comodamente quantificata in quattrocentocinquantaduemila e ottocentoventinove punti merda).

Bene, ora somma tutti i punti totalizzati e scopri che merda sei.

1 punto. Merda saltuaria.
Non sei una merda, ma ogni tanto ti capita di fare cose di merda. Forse per sbadataggine, per pigrizia o magari perché tutti intorno a te si comportano di merda e tu non vuoi dare nell’occhio. Quale che sia il motivo, tieni sempre a mente che, agli occhi di chi non ti conosce, vieni semplicemente annoverato fra le persone di merda. Ricordatene quando in futuro ti indignerai per il comportamento di merda di qualcun altro, forse anche lui è solo una merda saltuaria.

2 punti. Merdina.
In teoria non saresti una merda, però ti comporti come una merda. Questo ti fa sentire in colpa, ma non abbastanza da riuscire a smettere, perché in fondo, ammettiamolo, è molto più comodo essere una merda che non esserlo. Devi cercare di impegnarti di più e avere fiducia in te stesso, puoi farcela, ma soprattutto smetti di lamentarti della gente di merda, non ne hai nessun diritto.

3 punti. Merda classica.
Merda a tutto tondo, fastidiosa, inopportuna, invadente, convinta di essere il centro nevralgico dell’universo cui tutto è dovuto e tutto spetta e, cosa importantissima, totalmente inconsapevole di essere una merda, visto che, se un altro fa una cosa di merda, è perché è una merda, ma se invece la stessa cosa la fai tu è perché ne hai diritto per ripianare una qualche presunta ingiustizia passata, presente o futura. In pratica sei un bambino di sei anni nel corpo di un adulto (naturalmente un bambino di sei anni di merda).

4 punti. Merdaccia.
Come la merda classica, ma con cattiveria.

Più di 4 punti. Ammazzati.

ANCORA PRETI – EP.24 SICUT ERAT IN PRINCIPIO


Voci: Guglielmo Favilla (Papa) e Fabrizio Odetto (parroco).
Doppiaggio: Paolo Armao.

Episodi pubblicati.

Prima stagione.

INDAGINE INTORNO AGLI IRON MAIDEN

Al liceo il mio gruppo preferito erano gli Iron Maiden e questo completava il quadro del perfetto sfigato: occhiali, brufoli, Iron Maiden, oltre ovviamente alla totale mancanza di rapporti sessuali con donne non immaginarie, ma questo concetto è già compreso nella parola “sfigato”. Gli Iron Maiden mi piacevano perché erano diversi dai gruppi che andavano di moda, per esempio avevano le chitarre distorte, gli urli, gli assoli e grazie a dio non facevano canzoni d’amore. Che palle le canzoni d’amore! Sempre uguali. Invece le canzoni degli Iron Maiden erano molto più varie: la morte di un soldato inglese nella guerra di Crimea, la morte di Alessandro Magno, la morte di un condannato a morte e così via. E poi le copertine erano molto più in sintonia con il mio stato d’animo.


Certo, se avessi saputo che tutta la loro musica era già contenuta nel concerto in sol minore “per sua Altezza Reale di Sassonia” di Vivaldi, avrei ascoltato quello, ma all’epoca pensavo che la musica antica fosse Albano e Romina. 
Oltre a questo c’era anche il fatto che gli Iron Maiden mi facevano sentire parte di una comunità, un po’ come gli scout o i marxisti: mi bastava mettere una divisa e pronunciare certe parole d’ordine e subito mi sentivo un membro riconosciuto di una grande famiglia. Non mi sono mai sentito così accettato e rispettato come il giorno in cui sono andato al mio primo concerto, non importava quanti brufoli avessi o quanto fossero spessi i miei occhiali, tutti mi trattavano come un amico. Sono anche andato vicino ad avere un rapporto sessuale (contatto visivo superiore ai dieci secondi).
Recentemente mi è capitato di scoprire che gli Iron Maiden esistono ancora! (Il punto esclamativo sta a indicare la mia grande sorpresa). Secondo i miei calcoli dovrebbero avere circa 126 anni, ma quello che conta è che esistono, non si sono sciolti (come band, intendo) e fanno ancora i concerti, anche se spero non in calzamaglia attillata come negli anni ‘80. Rispetto al tempo in cui li ascoltavo io, hanno fatto altri dieci dischi (si dice ancora “dischi”?) e a giudicare dai titoli delle canzoni sono sempre quelli di una volta: “Death qui”, “Death là”, “Death everywhere”. Così, un giorno in cui avevo un po’ di tempo libero, ho aperto Youtube, mi sono messo sul divano e no, non sono più quelli di una volta. Non che adesso le canzoni siano poi così brutte, però mi sembrano stanche, ripetitive, ingenue. Sono loro che sono peggiorati o sono le mie orecchie che sono migliorate? Per togliermi il dubbio ho riascoltato le vecchie canzoni e devo ammettere che mi piacciono ancora, così ora la domanda diventa: sono loro che sono peggiorati o sono le mie orecchie che sono migliorate ma la nostalgia non mi permette di accettare il fatto che ascoltavo musica brutta? Il problema è che la mente umana è ingannevole, per proteggerci dalle delusioni cerca di farci vedere non ciò che è vero, ma ciò che ci piace, e in questo caso potrebbe cercare di farmi credere che le mie tanto care e amate canzoni della giovinezza (e di conseguenza la mia giovinezza) sono ancora lì, belle e intatte come una volta.
Per stabilire quale sia la verità oggettiva, ho condotto la seguente indagine: prima di tutto ho selezionato un campione di persone rappresentativo della popolazione mondiale che non ha mai ascoltato gli Iron Maiden: mia moglie; dopo di che ho creato una lista di canzoni degli Iron Maiden da sottoporre al suo giudizio. Per evitare di scegliere quelle del passato che mi piacciono di più e corroborare così la tesi più piacevole con un banale trucco (la mente umana fa anche questo), ho stabilito un criterio di selezione da applicare sistematicamente a ogni album (si dice ancora “album”?): per ognuno di essi ho preso il primo minuto e mezzo della seconda canzone. Avrei potuto scegliere il 33 giri tutto intero (33 giri?), ma non voglio abusare della pazienza del mio campione statistico e rischiare così che diventi un campione rappresentativo della popolazione delle mie ex-mogli. Per ciascuna canzone è stato chiesto al campione di dare un punteggio da 0 a 2, avendo avuto naturalmente cura di presentare le canzoni in ordine casuale. 0 significa “non mi piace”, 1 “non saprei”, 2 “se ti dico che mi piace possiamo finirla qui?”.
I risultati sono indicati qui sotto

1981 Wrathchild: 1
1983 Revelations: 0
1986 Wasted Years: 2
1990 Holy Smoke: 0  
2003 Rainmaker: 0
2010 El Dorado: 1
2015 Speed of Light: 1  

Raggruppando le canzoni per quattro e facendo la media dei giudizi e degli anni di pubblicazione, si ottiene l’andamento temporale della qualità delle canzoni indicato nel grafico qui sotto.


Da questi risultati sembrerebbe emergere abbastanza chiaramente che le canzoni degli Iron Maiden sono più o meno sempre le stesse, da cui segue che i loro vecchi long playing (!?) sono brutti tanto quanto quelli nuovi. Bisogna però osservare che il campione intervistato è fatto al 100% di persone che ascoltavano Edoardo Bennato, e quindi che ne sanno?

CONCLUSIONI
La mia giovinezza è ancora là, pura e intatta, congelata in un passato eterno sempre a portata di mano.

ANCORA PRETI – EP.23 ANGELUS


Voci: Guglielmo Favilla (Papa) e Fabrizio Odetto (parroco).
Doppiaggio: Paolo Armao.

Episodi pubblicati.

Prima stagione.

IL PROSSIMO CONSIGLIO DEI MINISTRI

Buongiorno kafféééèéé!!!!!!!!!!!!!!!!

Buongiornissimo!!! Un caloroso abbraccio a più non posso.

Buongiorno!!! Iniziamo la giornata con un sorriso! :)

Veramente oggi non è un buongiorno. :( Rivolgiamo un pensiero ai gattini che non arrivano a fine mese.



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Andiamo col reddito di cittadinanza?

Alla grande!!!

Decreto legge o disegno di legge?

C’è differenza?

Il decreto è un decreto, il disegno invece è un disegno.

Basta con tutta questa burocrazia!!! La gente ha problemi più seri!!!

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Già che ci siamo, anche barca a vela di cittadinanza e villa di cittadinanza!!!

In riva al mare di cittadinanza?

Ovvio.

Ok, mettete tutto a verbale.

Ho aperto una fanpage “A Tutto Verbale”.

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Ok. Coperture? XD

Tagliamo gli stipendi superiori al mio, accorpiamo le scuole medie con l’università, aumentiamo le tasse in Svizzera e stampiamo più moneta.

Oppure eliminiamo l'esercito.

E funziona?

Certo, l’ha fatto anche il Gibuti.

Emendamento: a morte le banche.

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E i conti correnti?

A MORTE I CONTI CORRENTI!!!!!!! AHAHAHAHAH!!!!!!!! Cosa sono i conti correnti?

L’emendamento sulle banche magari lo facciamo un’altra volta.

Lo levo dal verbale?

Levalo.

Sicuro? Aveva 82 like.

Levalo. Facciamo un referendum per uscire dall’Europa.

E dove andiamo?

Ho sentito che in Gibuti si sta benissimo.

È anticostituzionale.

Cosa?

Il Gibuti.

Allora scrivi: “da oggi il Gibuti e qualsiasi altro luogo dove i bambini nascono ancora a mano è da considerarsi costituzionale”. Ok?

Ok. Ho messo la costituzione su Wikipedia.

Benissimo!!!

Reddito di cittadinanza!!!

Già fatto.

E facciamone un altro!!!

Idolo!!!

Ok, e anche oggi è fatta.

TUTTI A CASA!!!!!!!!1!11!