ANNIVERSARIO

A chi si fosse distratto ricordo che quest'anno questo blog compie 10 anni, yuhu.
In realtà ne compie 13, visto che era nato nel 2007 su un'altra piattaforma che oggi forse più nessuno ricorderà, si chiamava Sbrinder, Sfinter... qualcosa del genere. Se poi si vuole proprio essere pignoli, questo blog esisteva già nel 2006 (2005?), solo che non si chiamava "In coma è meglio" ma "Il cerchio solodz", sottotitolo: "all'inizio è piacevole". Ora di queste cose non c'è più traccia. Che tristezza che tutto sia destinato a sparire, persino le cose che scrivi su un server sconosciuto che si trova chissà dove.
Chi passa più o meno regolarmente qua sopra, spero abbia apprezzato che non mi sono mai rivolto a chi legge usando la seconda persona plurale, come se dall'altra parte del monitor ci fosse una massa indistinta di inferiori. Come potrei? Il lettore immaginario a cui mi rivolgo sono io e io sono in numero di uno, massimo due. Spero sia stato anche apprezzato che non ho mai usato le parole "gustoso", "veicolare" e "bimbo", se non per prenderne le distanze, e che non ho mai fatto nessun tipo di pubblicità a niente, né esplicita né tanto meno occulta, benché a me piacciano tantissimo le Gocciole (Pavesi), in particolare le Gocciole Wild, ricche di fibre e con solo il 19% di zuccheri, che per un biscotto è pochissimo. Io odio la pubblicità.
Per commemorare degnamente questa storica ricorrenza, la sera del 27 marzo era in programma una lettura di post selezionati al Festival della Lettura CaLibro. Era tutto organizzato: Guglielmo Favilla avrebbe letto, io avrei preso il Lexotan e tutti saremmo vissuti felici e contenti. E invece niente, è successa questa cosa qua e il festival è stato rinviato (se il lettore del futuro non sa a cosa io mi stia riferendo, si guardi Cantando sotto la pioggia. Non c'entra niente, ma almeno è un bellissimo film).
Per sopperire a questa mancanza ho pensato che uno potrebbe leggersi da solo i post che avevo selezionato per il festival. Basta immaginare che a leggerli sia Favilla.
Per imprimersi bene nelle orecchie la voce di Favilla, si può guardare la serie Tutto quello che c'è da sapere su tutto quanto, dopo di che bisogna memorizzare la sua faccia


e infine procedere alla lettura dei post.

I MIEI DIECI COMANDAMENTI
IMPARA A CONOSCERE IL TUO FANATICO
ONTOLOGIA DELL’ITALIANITÀ
PICCOLA GUIDA PER RICONOSCERE I NAZISTI
ISTITUZIONI DI ESTETICA DEI SELFIE
COME NASCE UNA TEORIA DEL COMPLOTTO
CIVILTÀ E TEMPO
HO CAPITO

Bravissimo Favilla, grazie! Grazie anche agli organizzatori per questa bellissima serata, non ho nemmeno dovuto prendere il Lexotan.

LA FINE

ACCATTONI NON GENUINI

Il mondo è pieno di accattoni. Ci sono gli accattoni genuini, cioè quelli col barattolo e il cane, e poi ci sono gli accattoni che si travestono da qualcos’altro: venditori porta a porta, assicuratori, guaritori, prestigiatori, promotori finanziari e in generale tutte quelle persone che non si presentano dicendo “mi servono i tuoi soldi”, ma dicendo “a te servono i miei servizi, quindi sarebbe carino che tu mi dessi qualcosa in cambio, non so, per esempio i tuoi soldi”. Anche questi accattoni sono accattoni come gli altri, solo che non sono genuini.
Il mondo è pieno di accattoni non genuini, ma non bisogna generalizzare. Per esempio, i venditori. Distinguere un accattone da un normale venditore è facilissimo: il venditore è quello che tu cerchi per comprare una cosa che ti serve, mentre l’accattone è quello che cerca te per venderti una cosa che non ti serve. La regola è molto semplice: chiunque ti suoni il campanello e/o ti telefoni per proporti un convenientissimo (per lui) affare è un accattone travestito da venditore, cioè uno che non merita né attenzione né ovviamente la compassione cui avrebbe potuto ambire se si fosse presentato col barattolo e il cane come tutti gli accattoni normali. L’unica cosa da fare in questi casi è sbattergli la porta e/o il telefono in faccia, magari aggiungendo “sparisci accattone”. Non per offenderlo, ci mancherebbe, non bisogna mai offendere nessuno, ma solo per ricordargli chi è, nel caso se lo fosse dimenticato. A questi accattoni non genuini non importa quanti soldi tu abbia, se tanti o pochi, loro li vogliono e basta, possibilmente tutti. Se non ci credi puoi fare una prova: la prossima volta che ti imbatti in una di queste persone, prova a dargli direttamente il bancomat, poi vediamo quanti soldi ti lascia sul conto.
La prima cosa che io farei se fossi l’uomo più ricco del mondo, sarebbe accontentare tutti gli accattoni non genuini che mi abbordano. Proprio così. Appena mi si avvicinasse un promotore finanziario, tirerei subito fuori la mia valigia piena di soldi e gli direi che può prenderne quanti ne vuole, anche tutti. A una condizione, però: che se li metta nel sedere.


Buon giorno, signore, ho per lei un investimento che assolutamente non deve lasciarsi sfuggire.

Grazie! Centomila euro possono bastare?

Certo!

Perfetto. Devi metterteli nel sedere.

Prego...?

È semplice, devi toglierti le mutande e metterti i soldi nel sedere.

Oh, ah... ma... 

Adesso, qui, davanti ai miei occhi. Puoi portarti via tutti i soldi che riesci a metterti nel sedere. È chiaro? Se centomila non bastano, ne ho altri.

Adesso?

Non li vuoi? Li do a qualcun altro.

No, no! Ok.

Ok?

Ok, va bene.

Naturalmente ho tutto in monete da un euro.

PARADISO TERRESTRE

SQUEK PINGUINASUT

Un tipo di fanatico molto sottovalutato è il musicista fissato con la filologia. Può sembrare una cosa da poco, in realtà costui dà il suo piccolo ma costante contributo a rovinare una delle poche cose piacevoli che esistono sulla Terra: la musica. E non sto parlando della “musica”, ma della musica. Per lui un brano musicale è solo l’insieme delle note di cui è composto, così come una pietanza non è altro che i suoi ingredienti, come dimostra il fatto che quando deve farsi una pasta col tonno, prende pasta e tonno e mischia tutto insieme in un secchio. O almeno questo è quello che faceva G., un celebre virtuoso del violino e studioso di musica antica.
Nel 1967, mentre era a Nuuk per una conferenza sugli abbellimenti nella musica Groenlandese del 1604 (dicembre escluso), G. entrò in possesso di un documento contenente un’antica melodia artica, da lui rinvenuto in maniera del tutto casuale durante una faticosa ricerca in una scatola di corn flakes. Si trattava del canto popolare “squek pinguinasut”, che in groenlandese significa “canto dell’angelo”. Osservando attentamente il modo musicale utilizzato e la grande libertà del ritmo, G. si rese conto di essere di fronte a una melodia databile fra il 1510 e il 1520, il che tornava perfettamente con la didascalia stampata sul foglio: 1515. La delicatezza di quella monodia non accompagnata e la sua fluida cantabilità colpirono a tal punto G. che svenne. Quando con molta fatica si riprese, svenne ancora. Poi si riprese di nuovo e si propose solennemente un progetto: sarebbe tornato in patria e avrebbe dato un concerto pubblico dedicato solo ed esclusivamente a quel meraviglioso canto. E poi svenne.
G. stesso si sarebbe incaricato di eseguirlo. Durava solo un paio di minuti, è vero, ma era così bello che da solo valeva il prezzo del biglietto, senza contare che gli applausi avrebbero ampiamente coperto l’ora e mezza standard di un concerto. Non c’era neanche bisogno di fare il bis. C’era solo un problema: come eseguirlo?
Era una melodia per strumento ad arco, ma G. non poteva certo suonarla col suo violino, uno strumento occidentale, moderno e per di più accordatissimo. Per questo motivo G. si fece costruire un apposito strumento con le corde di budello di pinguino, l’archetto con vibrisse di pinguino e la cassa di risonanza rivestita di pelle di pinguino essiccata al sole di pinguino. Non aveva idea di come si suonasse una cosa del genere, ma prendendo spunto da alcune incisioni Groenlandesi di fine Quattrocento capì che era indispensabile avere le dita congelate, cosa che avrebbe realizzato senza problemi mettendo semplicemente le mani nel ghiaccio per un paio d’ore prima del concerto, dopo di che, per meglio simulare i sintomi del congelamento, avrebbe pregato i suoi assistenti di prendergliele delicatamente a martellate, poco poco, quel tanto che bastava per staccargli un paio di falangi. Per l’autenticità dell’arte, questo e altro.
Ma questo non poteva bastare. Siccome i musicisti groenlandesi del Cinquecento non potevano sicuramente essere dei professionisti, G. smise anche di esercitarsi al violino per tutti gli otto anni precedenti il concerto, dedicandosi esclusivamente alla caccia al pinguino: mangiava solo pinguini, parlava solo di pinguini e, per mantenere la concentrazione, decise anche di cambiare il suo nome da G. a P.
Il concerto ebbe luogo il 6 dicembre 1975, nel palazzetto del ghiaccio della sua città natale. C’era un’atmosfera strana, potremmo quasi definirla groenlandese. A tutti gli spettatori furono distribuiti all’ingresso un eschimo rigorosamente non lavato, un rampone e dieci libbre di grasso di pinguino da spalmarsi su tutto il corpo.
Quando il sipario si aprì, P. si presentò sul palco in pelliccia, con la faccia gonfia, le dita blu (quelle rimaste) e una specie di violino a forma di pinguino. Gettò un rapido sguardo filologico al pubblico in sala e subito iniziò a suonare: sembrava di sentire un gatto col mal di pancia. Questo era disastroso, non ci sono gatti in Groenlandia.


Originariamente pubblicato qui 👉 Guida per alieni