LA CAPSULITE ADESIVA PIÙ PAZZA DEL MONDO

La capsulite adesiva, dice Wikipedia, è "un particolare tipo di degenerazione periarticolare dolorosa che causa perdita parziale di mobilità della spalla" e i suoi sintomi principali, questo lo so anche senza Wikipedia, sono: male al braccio (anche durante il sonno) e impossibilità di fare certi movimenti, tipo il saluto romano (è per dare l’idea). Il lato positivo della capsulite adesiva è che passa, il lato negativo è che può durare anni, soprattutto se non viene curata. Qual è la causa? Non si sa, ma ho letto che capita a circa il 2% delle persone, quindi non è esattamente una malattia rara e dunque un ortopedico, faccio per dire, potrebbe anche riconoscerla al primo colpo o perlomeno prenderla in considerazione. Ma andiamo con ordine.
Tempo fa mi contatta il signor Shockdom per propormi di fare un libro di fumetti (si dice così?) sullo stile delle strisce che metto su Instagram (vedi qui). Disegnare, in sé, non è una cosa che mi piaccia particolarmente, è giusto una tacca sopra le pulizie del bagno, però l'idea del libro di fumetti mi piace, perché alla fine è una cosa attraverso cui ci si può esprimere (diversamente dalle pulizie del bagno), e poi, mi sono detto, se c'è un contratto con delle scadenze eccetera, ho la scusa per potermi dedicare a qualcosa di un po' più elaborato e temporalmente dispendioso del solito senza sentirmi in colpa. Quindi parto con il libro: penso a un soggetto, scrivo la sceneggiatura, mi compro una tavoletta grafica nuova, disegno i personaggi, preparo i font, sostituisco la tavoletta grafica nuova con un'altra tavoletta grafica nuova che funzioni, trovo persino un titolo ("Il mondo più pazzo del mondo") e quando finalmente parto con le prime tavole inizio a sentire un leggero dolorino al braccio destro. Indovina con quale braccio disegno? Esatto.
La mia politica con i dolorini è molto semplice:
a) se interessano parti non vitali del corpo, li ignoro;
b) se interessano parti vitali (cuore escluso), prenoto una visita da uno specialista;
c) se interessano il cuore, vado al pronto soccorso.
Quindi, dolorino al braccio: ignoro. Di solito questa tecnica funziona egregiamente: ignora oggi, ignora domani, a un certo punto ti accorgi che il dolorino non c'è più. In questo caso, però, succede che dopo qualche settimana non solo il dolorino non se ne è andato, ma si è trasformato in dolore a tutti gli effetti (dolore di magnitudo 3, per la precisione) e disegnare inizia a darmi fastidio, intendo più fastidio del solito. In condizioni normali avrei continuato a ignorarlo (prima che io inizi a preoccuparmi per un banale braccio bisogna arrivare almeno a magnitudo 7), ma qui il problema è che ho circa un centinaio di tavole che aspettano di essere disegnate e disegnare con questo dolore non è più semplicemente una tacca sopra le pulizie del bagno, è una tacca sopra il waterboarding. Devo vedere uno specialista.
La mia personale fornitrice di specialisti è mia madre, lei e le sue amiche conoscono i nomi di tutti i medici della zona, le loro caratteristiche, l'affidabilità, le prestazioni eccetera, sentirle parlare di medici e ospedali è come sentire dei bookmaker che parlano di cavalli da corsa. Naturalmente, per riuscire ad accedere alla preziosa informazione, bisogna prima passare indenni attraverso il fuoco di sbarramento delle cure fai da te: "hai preso la Cibalgina?", "prova a far riposare il braccio per qualche giorno", "la cugina della sorella dello zio Mario aveva anche lei male al braccio (anche durante il sonno) e impossibilità di fare il saluto romano e le è passato tutto facendo gli impacchi col ghiaccio" eccetera, dopo di che, se si ha pazienza, arriva il tanto agognato nome, a volte addirittura una rosa di tre o quattro nomi fra cui poter scegliere, o almeno di solito funziona così, perché purtroppo in questo caso non arriva nessun nome. Per quanto possa sembrare inverosimile, mia madre non conosce nemmeno un ortopedico; conosce pneumologi, oculisti, otorinolaringoiatri, dermatologi, cardiologi, mandrie di gastroenterologi e persino uno psichiatra, ma sorprendentemente nemmeno un ortopedico. O meglio, qualche ortopedico lo conosce (ci mancherebbe!), ma nessuno che sia stato testato da un numero sufficiente di persone affidabili (oltre alla lista di medici affidabili, mia madre ha una lista di pazienti affidabili, e l'affidabilità della prima lista si fonda sull'affidabilità della seconda; su cosa si basi l'affidabilità della seconda lista, non è ora il caso di indagare). Quindi? Quindi niente, vado a caso.
Apro il Fascicolo Sanitario Elettronico e scelgo un ortopedico più o meno a caso, cercando solo di mediare fra costo, distanza da casa e rinomanza dell'istituto per cui lavora. In questo modo finisco col prenotare una visita con quello che chiameremo Ortopedico #1 (150 €).
La visita con Ortopedico #1 è abbastanza surreale e non solo per il fatto che dura solo 13 minuti (150 € per 13 minuti fanno circa 11.5 € al minuto, cosa che mi ha costretto a pormi la domanda "perché non ho fatto l'ortopedico? è un lavoro pulito, non tocchi le mucose di nessuno, non devi aprire corpi o maneggiare testicoli altrui, al massimo vedi qualche brutto corpo, ok, ma 11.5 € al minuto sono 690 € all'ora, 31740 € alla settimana considerando le classiche 36 ore, 1650480 € all'anno, sai quanti corpi brutti sarei disposto a vedere per 1650480 €? Avrei potuto fare l'ortopedico per tre o quattro anni e poi ritirarmi nella mia villa con infinity pool sul Monte Athos e fare tutti i libri di fumetti del mondo con l'ausilio di una squadra di disegnatori da far impallidire lo Studio Ghibli"), è una visita surreale soprattutto perché, di quei 13 minuti, Ortopedico #1 ne passa almeno la metà a scrivere il referto al computer, un referto di 14 righe (ce l'ho qui in mano, le ho appena contate), cioè circa 2.2 righe al minuto. Mentre lo osservo battere sulla tastiera un tasto alla volta, col solo uso dei due indici, ho la netta sensazione di avere appena fatto scendere i miei 150 € giù per il water, ma siccome non è mai facile ammettere con se stessi di avere sbagliato, soprattutto quando hai appena speso così tanti soldi (150 €), mi costringo a pensare che sì, dai, sarà un impedito come dattilografo, ma magari è un bravo ortopedico.
Quello che segue è un resoconto oggettivo di come sono andati i circa 6 minuti e mezzo di visita ortopedica che hanno preceduto la suddetta prestazione dattilografica.

Il paziente entra nell'ambulatorio di Ortopedico #1.
Convenevoli.
Ortopedico #1 invita il paziente a riferire il motivo della visita.

PAZIENTE – Ho male al braccio destro (anche durante il sonno) e impossibilità di fare certi movimenti, tipo questo.

Il paziente prova a fare il saluto romano.
Ortopedico #1 sembra perplesso.

ORTOPEDICO #1 – Anche durante il sonno, ha detto?
PAZIENTE – Sì.
ORTOPEDICO #1 – Mm... strano.

Il paziente riferisce che rimane molte ore al computer a disegnare con appoggio sull'avambraccio destro e, come origine del dolore, indica la parte superiore del braccio, appena sotto la spalla, sostenendo che detto dolore si irradia poi al gomito, all'avambraccio e, talvolta, anche al polso.
Ortopedico #1 esamina il braccio del paziente a mani nude e ipotizza che la sintomatologia sia dovuta a neuroaprassia del nervo ulnare e/o sospetta tendinite dei flessori del polso.

PAZIENTE – Polso?
ORTOPEDICO #1 – Sì.
PAZIENTE – Ma a me fa male il braccio. Qui, guardi.
ORTOPEDICO #1 – Una tendinite del polso può procurare dolore anche al braccio.

Segue stesura del referto.

A seguito della visita, Ortopedico #1 mi consiglia di eseguire un'ecografia al polso (77 €) e un'elettromiografia al nervo ulnare (200 €). Naturalmente avrei potuto scegliere di fare questi esami con il Servizio Sanitario Nazionale e spendere meno, ma i tempi di attesa sarebbero stati troppo lunghi. Per esempio, per l'ecografia: libera professione, due settimane; SSN, nove (giuro) mesi.
Passo le due settimane senza disegnare, in modo da far riposare un po' il braccio (o il polso, a seconda dei punti di vista), tanto la deadline del libro è molto lontana, e nel frattempo, come suggerito da Ortopedico #1, assumo Brufen 600 mg una volta al dì, cosa cui purtroppo non fa seguito alcuna apprezzabile diminuzione del dolore. In compenso, dopo due giorni, inizia a sanguinarmi il naso. Curioso. Il quarto giorno mi sveglio con uno strano sapore in bocca e noto con una certa apprensione che la federa del cuscino è imbevuta di sangue. Dopo essermi assicurato di non essere stato assassinato nel sonno, decido di interrompere l'assunzione di Brufen 600 mg. Precisazione: ovviamente non sto dicendo che epistassi e suddetto farmaco siano collegati da un nesso di causa-effetto, dico solo che, nel dubbio, preferisco tenermi il dolore.
Ecografista #1 è una persona dall'aspetto molto professionale, non solo per l'abbigliamento e il contegno, ma anche per l'espressività assolutamente in linea con quello che io mi aspetto da un professionista, cioè nessuna espressività. Mentre mi esamina il polso, dice di rilevare lievi note degenerative della radio-carpica con versamento articolare associato, ma nessun segno di tendinite. "E queste note degenerative, chiamiamole pure così, possono provocare male al braccio (anche nel sonno) e impossibilità di fare il saluto romano?", chiedo. "No", risponde.
Siccome Ecografista #1 ha un'aria familiare (mi ricorda un po' Mr. Spock), mi azzardo a chiedergli se per caso non può dare un'occhiata anche a questo nervo ulnare di cui si parla tanto. Ecografista #1 recepisce la richiesta senza commentare e subito inizia a esaminare il gomito con il tricorder. "Instabilità del nervo ulnare", dice. "E come si cura?", chiedo. "Intervento chirurgico", risponde.
Visto che la causa del mio dolore al braccio era stata finalmente trovata, o almeno così credevo, avrei potuto anche disdire l'elettromiografia e spendere quei 200 € per qualcosa di più piacevole, che so, una dose di 37.5 cl di Chateau d'Yquem, dopo tutto non l'ho mai bevuto e si favoleggia che sia molto più efficace del Brufen, ma io sono una persona meticolosa e se mi viene assegnato un compito lo eseguo e lo porto fino in fondo senza chiedermi che senso abbia quello che sto facendo. Ok, forse questa non è proprio la definizione di persona meticolosa.
Il primo appuntamento disponibile per questa misteriosa elettromiografia è dopo due mesi (ovviamente in libera professione, se no è nel 2057 o qualcosa del genere). Non so, forse c'entra anche il fatto che nel frattempo stava infuriando la famosa pandemia del 2020-2028 e magari questo rendeva tutto molto più complicato. Nell'attesa il mio dolore sale a magnitudo 5 e io mi vedo costretto a chiedere aiuto al braccio sinistro se voglio avere qualche speranza di finire il famoso libro. Tanto per cominciare, mi impongo di usare il mouse con la sinistra. All'inizio è un po' complicato, come quando cerchi di tagliarti i capelli allo specchio, ma dopo un po' ci si abitua. Sistemata la faccenda mouse, inizio ad applicare la sinistra anche ad altre attività: bere, lavare denti, pettinare, praticamente tutto tranne disegnare. Già non è che io disegni proprio benissimo, se poi mi metto pure a disegnare con la sinistra penso che il risultato sia indistinguibile da Picasso. 
Come sempre succede quando informi amici e parenti dei tuoi acciacchi, ognuno ti propone la sua teoria. Per esempio mia madre dice che è colpa della nuova tavoletta grafica, mio fratello dice che probabilmente mi sono fatto male in palestra, una mia amica (che chiameremo indicativamente Sandra) dice che ho la capsulite adesiva. "Capsu-che?", le chiedo; "lite adesiva", mi risponde. Io rispondo a tutti "certo, può essere" e intanto penso "certo, può essere", ma con sarcasmo. Se fosse possibile capire le cause dei problemi fisici di una persona semplicemente ascoltandola, non ci sarebbe bisogno dei medici, no?
Magnitudo 6.
L'elettromiografia si rivela un'esperienza molto interessante, vale tutti i soldi spesi fino all'ultimo centesimo, e non tanto perché abbia risolto alcunché, almeno nel mio caso, ma perché mi ha fatto capire alcune cose sulle scene di tortura nei film.
Ad aspettarmi nell'ambulatorio ci sono due elettromiografisti (Elettromiografista #1 e Elettromiografista #2), se posso chiamarli così, ognuno con un compito ben preciso: Elettromiografista #1 è incaricato di produrre delle scariche elettriche attraverso il mio corpo, mentre Elettromiografista #2 deve impedirmi di fuggire. In estrema sintesi l'esame consiste nell'applicare degli elettrodi al braccio e far passare della corrente attraverso i nervi, in modo da verificare se la conduzione elettrica è nella norma o se ci sono delle lesioni che deteriorano il segnale, il tutto compiuto più volte, a diverse intensità, per circa un'ora, in più punti del braccio (entrambe le braccia, per sicurezza). Che spettacolo curioso vedere il proprio braccio che saltella come una rana di Galvani sul lettino dell'ambulatorio e nel frattempo sentire dentro di sé come un piccolo martello che ti colpisce il nervo a mitraglietta. Presente quando sbatti il gomito contro uno spigolo? Ecco, stessa cosa, ma in questo caso lo sbatti centinaia di volte al secondo. A questa prima parte dell'esame segue poi una seconda parte in cui ti vengono conficcati degli aghi conduttori nei muscoli allo scopo di rilevare l'elettricità prodotta durante i movimenti, sempre che io abbia capito.
Allora, il punto è questo: prima di fare questa elettromiografia io ero per qualche motivo convinto che essere trafitti dovesse essere molto più doloroso che essere fulminati, se così si può dire. Beh, sbagliavo. Come ho avuto modo di verificare personalmente, gli elettroni possono essere molto più dolorosi di un ago, tanto che, durante la seconda parte dell'esame, io potevo tranquillamente osservare il mio bicipite che veniva infilzato come se si fosse trattato della bistecca di un altro. Ecco perché nei film di guerra i prigionieri vengono sempre torturati con l'elettroshock e non con altri metodi visivamente più impressionanti, ma evidentemente meno dolorosi.
Mentre esco dall'ambulatorio tutto soddisfatto per la scoperta e col mio bel pacchetto di referti in mano, mi cade casualmente l'occhio su quello che aveva scritto a suo tempo Ortopedico #1:

Il paziente riferisce dolore al polso ed [sic] avambraccio destro fino al gomito prevalentemente sul versante ulnare.

Come sarebbe a dire "polso" e "avambraccio"? Io ho "riferito" che mi fa male il braccio (anche durante il sonno), sei tu, caro Ortopedico #1, che hai ipotizzato che la causa del mio dolore provenisse dal polso e/o dal nervo ulnare (chi non ci crede può rileggere il resoconto oggettivo riportato più sopra) e c'è una bella differenza fra "il paziente riferisce" e "io ho ipotizzato". A quanto pare le difficoltà nella scrittura non erano l'unico problema di Ortopedico #1.
La prassi avrebbe richiesto che io tornassi da Ortopedico #1 per mostrargli gli esiti degli esami che mi aveva consigliato, ma a quel punto ho preferito puntare su un altro cavallo. Accedo al solito Fascicolo Elettronico Sanitario (ormai il mio social network preferito) e punto 120 € su Ortopedico #2.
Ortopedico #2 si rivela uno specialista di tutt'altro livello. Prima di tutto sa usare il computer come una qualsiasi persona senza disturbi dell'apprendimento; in secondo luogo, cosa che un po' mi ha emozionato, ha accettato senza protestare l'idea che a me facesse male il braccio e non l'avambraccio, il polso o la caviglia; e infine, senza bisogno di nessun aiuto, ha capito che il punto che io indicavo e chiamavo ingenuamente "braccio" si chiama in realtà "spalla" (io non sono un medico, ok?). Ma purtroppo sul nostro rapporto si allungava ancora l'ombra nefasta di Ortopedico #1 e delle sue ipotesi balzane, e così il buon Ortopedico #2, sviato dal referto di Elettrografista #1 (a sua volta sviato da me (a mia volta sviato da Ortopedico #1)), si orienta sull'instabilità del nervo ulnare (detta anche snapping triceps syndrome) come possibile causa del mio dolore, anche se, per sicurezza, mi consiglia un'ecografia alla spalla (77 €).
Mi rendo conto che questa storia delle mie disavventure ortopediche sta diventando lunghina, ma è importante seguire tutti i passaggi per potersi fare un'idea precisa della fondamentale e ineliminabile incomunicabilità fra esseri umani. Allora, ecografia alla spalla.
Ad aspettarmi nell'ambulatorio c'è Ecografista #2, un ragazzo molto gentile, scrupoloso, professionale, forse un po' troppo ostentatamente professionale per essere davvero professionale come lo era Ecografista #1, ma, mi dico, dopotutto io sono un conclamato caso di snapping triceps syndrome, la mia cosiddetta spalla non ha niente che non va, sono qui solo per uno scrupolo. Ecografista #2 mi fa disporre il braccio in varie posizioni, tutte definite con grande precisione, come se bastasse un millimetro fuori posto per invalidare l'esame, e in tutti i casi l'esito è sempre lo stesso: "la sua spalla è sana come un pesce, signor paziente". Quindi tutto ok, altri 77 € ben spesi (lo dico seriamente, ci mancava solo che mi trovasse qualcos'altro). Mi sto già mentalmente predisponendo a tornare a casa, quando all'improvviso nell'ambulatorio appare Ecografista #1, quasi riesco a sentire il caratteristico rumore del teletrasporto, ed è così che, con mia grande sorpresa, scopro che quello che credevo essere Ecografista #2 altri non era che Specializzando di Ecografista #1.
Dopo di che avviene più o meno ciò che segue:

Ecografista #1 – Allora? Che cos'ha il paziente?
Specializzando di Ecografista #1 – Il soggetto si è presentato per una valutazione alla cuffia dei rotatori, ma a mio parere è tutto perfettamente nella norma. Ovviamente sarò felice di essere smentito.
Paziente (pensa) – "Sarò felice di essere smentito"!? Ehi ragazzi, guardate che vi sento! Sono un essere umano, non una macchina dal carrozziere.

Ecografista #1 esamina la spalla del paziente e dopo pochi secondi si volta verso Specializzando di Ecografista #1 guardandolo vulcanianamente.

Ecografista #1 – Il paziente ha una borsite subacromiondeltoidea ipertrofica. Verifichi lei stesso, signor Specializzando.
Specializzando di Ecografista #1 – Dannazione, è vero! Come è potuta sfuggirmi?
Paziente – Scusate se vi interrompo, ma questa borsite può essere la causa del male al braccio (anche durante il sonno) e dell'impossibilità di fare il saluto romano?
Ecografista #1 – Sì.

Inizio ad avere il sospetto che più si analizza questo braccio, più saltano fuori cose che non vanno.
Prenoto la visita di controllo con Ortopedico #2 (23 €) e nell'attesa il dolore sale a magnitudo 8. Ormai mi sono ridotto a disegnare con la sinistra e a usare la destra solo per ripassare i disegni provvisori. Con un certo disappunto scopro che la mia mano sinistra non disegna poi molto peggio della destra, è solo molto più lenta.
Quando mi presento da Ortopedico #2 e gli annuncio questa nuova borsite gigantonomacheica, o come si chiama, vedo che la cosa non gli fa nessun effetto, a quanto pare le borsiti non sono niente di particolarmente appassionante. "Come va il braccio?", mi chiede; "magnitudo 8", rispondo. Ortopedico #2 mi si avvicina per appurare di persona la mobilità del braccio e appena mi tocca fa un salto indietro inorridito, come in quei film horror quando il sensitivo tocca un personaggio e capisce che è posseduto dal demonio: "capsulite adesiva!".
Proprio così, "capsulite adesiva!", dice.
Alla fine, quindi, la mia amica cosiddetta Sandra aveva ragione. Come ora mi spiega Ortopedico #2, l'instabilità del nervo ulnare non c'entra niente, pare sia addirittura una cosa che ho per costituzione e che probabilmente non mi dà nessun problema, infatti, come ora mi fa notare, ce l'ho anche al braccio sinistro, "tocchi qui, sente?". Sento, e intanto penso: com'è possibile che ci siano voluti 2 ortopedici, 1.5 ecografisti, 2 elettromiografisti e 647 € per arrivare alla stessa conclusione a cui è arrivata Sandra (0 €) solo sentendomi pronunciare le parole "male al braccio (anche durante il sonno) e impossibilità di fare il saluto romano"? Si noti che Sandra non è un medico, non è nemmeno una di quelle persone ipocondriache che conoscono a memoria i sintomi di tutte le malattie che non hanno; Sandra ha riconosciuto la capsulite adesiva solo perché ne aveva già vista una.
Comunque sia, Sandra o non Sandra, quello che conta è che ora sono sulla strada giusta e dopo un percorso fisioterapico (450 €), un visita fuori programma con Ortopedico #3 (23 €, lasciamo perdere) e un'ultima visita di controllo con Ortopedico #2 (18 €), le condizioni della mia spalla sono molto migliorate: il dolore è sceso a magnitudo 2, non sento più male durante il sonno e, se mi impegno, riesco persino a fare il saluto romano.
E poi, nonostante tutto, mi pare che il libro stia venendo bene.

TRE COSE PAUROSE DELL'UNIVERSO

L'universo è pieno di cose paurose: orizzonti degli eventi, materia degenere, getti relativistici eccetera, tutte cose che se apparissero di notte in camera da letto ci farebbero molta più paura di un banale fantasma. Tutti fenomeni naturali, ovviamente, ma in confronto a quello che di solito succede in una classica vita umana sembrano soprannaturali. Selvaggiamente soprannaturali. Ma anche senza prendere in considerazione fenomeni così estremi, basta pensare a una "banale" superficie di Titano per avere paura. Cioè, voglio dire, in questo momento, a circa un miliardo e mezzo di km dal mio rassicurante soggiorno, c'è un posto così


un posto perennemente immerso in questa foschia arancione, a 180 gradi sotto zero, dove i mari sono di metano liquido. Anche se non ci abita nessuno, questo posto esiste e io potrei benissimo essere lì, con la mia tuta pressurizzata, seduto in mezzo a quei sassi di ghiaccio (probabilmente) d'acqua.
Eppure le cose più paurose dell'universo non sono queste, ma tre sue caratteristiche che a prima vista potrebbero non sembrare particolarmente degne di terrore.
La prima è che l'universo cambia.
Cambia non semplicemente nel senso che una stella oggi è qui e poi fra un miliardo di anni è là, ma cambia nel senso che invecchia. Per esempio c'è stata un'epoca nel passato in cui non esistevano stelle e ci sarà un'epoca nel futuro (fra 100 mila miliardi di anni) in cui le stelle smetteranno di formarsi, e poi un'altra epoca (fra 10 mila miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di anni) in cui l'universo sarà dominato dai buchi neri e così via. A me questi cambiamenti fanno paura, più o meno come alle civiltà antiche facevano paura le eclissi o le comete.
Per qualche motivo la mente umana ha sempre trovato più rassicurante l'idea di un universo eterno e immutabile (Aristotele), e quando si è visto che invece l'universo cambia (Galileo), si è comunque continuato a pensare che su grande scala dovesse essere, se non immutabile, perlomeno statico (Newton), e quando poi un tizio coi baffi (Einstein) ha dedotto dalla sua nuova teoria della gravità che in realtà l'universo non è statico ma si espande, quello stesso tizio ha cercato fin che ha potuto di opporsi alla sua stessa deduzione e alla fine, quando ormai nessuno poteva più negare il fatto che l'universo si espande, è stato fatto un ultimo disperato tentativo per mantenerlo almeno stazionario, cioè in espansione, ok, ma sempre uguale a se stesso (Fred Hoyle, Hermann Bondi, Thomas Gold). Non è incredibile? Più di duemila anni di sforzi intellettuali per opporsi alla spaventosa idea di un universo che cambia.
Una conseguenza di questa espansione (seconda cosa paurosa) è che l'universo ha avuto un inizio.
Questo significa che esiste un giorno nel passato, molto probabilmente un lunedì, in cui l'universo ha iniziato a esistere, così, dal nulla. Perché un universo si dovrebbe mettere a esistere? È vero che i credenti hanno sempre pensato a un evento del genere senza trovarlo particolarmente spaventoso, ma i credenti hanno il vantaggio di presupporre che ci sia un creatore, e se c'è un creatore allora non si può dire che l'universo sia veramente nato dal nulla, visto che è nato da, appunto, un creatore. Bisogna ammettere che il concetto di creatore è abbastanza rassicurante e mette a tacere un bel po' di ansie cosmologiche, perché vuol dire che esiste un meta-universo divino, guarda caso eterno e immutabile, che contiene il nostro universo umano e mutevole. Rimosso invece Dio dalle condizioni iniziali, se l'universo è cominciato, poniamo, lunedì 4 marzo del 13719997980 a.C., ciò significa che domenica 3 marzo del 13719997980 a.C. è un giorno che non esiste, e non esiste né fisicamente, né metafisicamente, né qualsiasicosamente. C'è un poi, ma non c'è un prima. Non è inquietante?
Per rendere l'idea, immagina che io ora ti dia una scatola, una piccola scatola di legno col suo coperchio e tutto, e ti dica che dentro non c'è niente, non nel senso che è semplicemente vuota, ma nel senso che dentro non c'è neanche il vuoto, neanche lo spazio, neanche la possibilità di concepire uno spazio vuoto. Oltre la superficie che delimita quella scatola che tieni in mano, l'universo smette di esistere. Non dirmi che non ti fa paura? L'unica differenza fra la scatola e l'inizio dell'universo è che mentre la scatola si vede, l'inizio dell'universo non si vede. In teoria lo si potrebbe vedere (sai, la faccenda che più si guarda lontano, più si guarda indietro nel tempo), ma purtroppo l'universo quando era giovane era opaco, tipo nebbia, e così, guardando sempre più nel passato, si arriva a un punto in cui il nostro sguardo viene bloccato da questa opacità, come un lontanissimo guscio che ci circonda, oltre il quale non si riesce a vedere niente. Questo guscio è l'universo com'era a circa 400 mila anni di età, un bambino.
E questo mi porta alla terza cosa paurosa (la più paurosa, direi): l'universo ha solo 14 miliardi di anni.
Ora, l'età precisa è oggetto di discussione e dipende dal valore di alcuni parametri cosmologici su cui gli astronomi litigano da decenni, ma più o meno possiamo dire che sia intorno ai 14 miliardi di anni, mezzo miliardo di anni in più o in meno.
14 miliardi di anni è sicuramente un sacco di tempo, è difficile persino immaginare quante cose ci si possa promettere di fare (e poi rimandare) in 14 miliardi di anni, ma non è una quantità di tempo così inconcepibilmente grande come lo sono le dimensioni spaziali tipiche dell'universo. L'universo, spazialmente, è inconcepibilmente grande, ma temporalmente è solo grande, umanamente grande. Per esempio, la galassia GN-z11, al momento la più lontana mai osservata, è distante da noi 300 mila miliardi di miliardi di km, distanza che, penso siamo tutti d'accordo, si possa far tranquillamente rientrare nell'inconcepibilmente grande. 
Provo a dirlo in un altro modo. L'età media di una persona attualmente viva su questo pianeta è di circa 30 anni, ok? Ciò significa che è sufficiente sommare l'età di 467 milioni di persone per uguagliare l'intera età dell'universo. 467 milioni di persone non sono poi così tante. Voglio dire, in questo momento gli abitanti della Cina, presi tutti insieme, hanno 3 volte l'età dell'universo.
Consideriamo invece le distanze, quanta strada fa una persona in 30 anni di vita? Facciamo una stima per eccesso e supponiamo che faccia 5 km a piedi ogni giorno, più 15 km per andare al lavoro in macchina e poi magari un paio di viaggi in aereo all'anno di quanto, boh? 5000 km l'uno? Diciamo che una persona fa in media 17 mila km all'anno. Cioè, in base a questa stima inverosimilmente generosa, ogni abitante della Terra ha finora percorso circa 500 mila km. Se prendiamo tutte le persone del mondo e sommiamo le distanze da loro percorse, abbiamo che i terrestri attualmente vivi hanno percorso 423 anni luce. Non è male, ma rispetto alle dimensioni tipiche dell'universo è niente. 423 anni luce sono sufficienti per arrivare grosso modo alla Stella Polare, ma poi basta, siamo fermi, non siamo nemmeno usciti dalla nostra galassia. Per avere un'idea di che tiro di sputo siano 423 anni luce, si pensi che la Grande Nube di Magellano, la galassia più vicina, è a 163 mila anni luce; Andromeda, la prima galassia seria più vicina, è a 2 milioni e mezzo di anni luce e siamo ancora nell'universo locale, cioè così vicini a casa nostra che l'espansione dell'universo non riesce nemmeno a farsi sentire; GN-z11, la suddetta galassia più lontana, è a ben 32 miliardi e 200 milioni di anni luce; e l'universo contenuto nel famoso guscio nebbioso di cui sopra è ancora più grande. 
Insomma, penso di avere reso l'idea.
Per qualche motivo viviamo in un universo spazialmente immenso, ma temporalmente piccolo. Oppure, vedendo le cose da un altro punto di vista, l'umanità è spazialmente infinitesima, ma temporalmente grande, e questo mi fa molta più paura dell'Esorcista.

FALENE

I RUMOROSONI

Non è per vantarmi, ma penso che i miei vicini di casa siano le persone più fastidiose del mondo, esclusi naturalmente i terroristi, i serial killer e altre professioni del genere.
Bisogna dire che io con i vicini non sono mai stato particolarmente fortunato. Finora, nel corso dei miei vari domicili, mi è capitato di avere gente che guarda la televisione di notte, gente che fa le feste di notte, gente che suona la tromba di notte eccetera, per qualche motivo mi capita sempre gente che fa cose rumorose di notte. O forse sono io che sono una persona insofferente, non è una possibilità da escludere. Quando qualcuno si lamenta con me del suo personale set di vicini di casa, io penso sempre "forse sei tu che sei un po' insofferente, non i tuoi vicini rompipalle" e intanto lo ascolto e scuoto la testa in segno di esecrazione dicendo più o meno "sono i tuoi vicini che sono rompipalle, non tu insofferente". Il motivo di questo mio scetticismo nei confronti della presunta fastidiosità dei vicini altrui è che i casi che di solito vengono sottoposti alla mia attenzione sono sempre del tipo "i vicini non tagliano la siepe", "i vicini suonano il pianoforte (n.b. di giorno), "i vicini hanno un bambino che piange" eccetera, cioè sempre e solo cose legittime, comprensibili e sopportabili. Ce li avessi io dei vicini che non tagliano la siepe! Che ci facciano crescere le mangrovie al posto della siepe, basta che la notte mi lascino dormire. Ma chi lo sa, magari se capitasse a me di avere dei vicini con problemi di siepi, pianoforti e bambini, forse mi lamenterei anch'io. Lo sappiamo tutti, è difficile essere obiettivi con se stessi, e proprio per questo motivo ho deciso di lasciare al lettore il giudizio finale: sono io che sono insofferente oppure ho davvero i vicini più fastidiosi del mondo?
Premessa: tutto quello che dirò è vero, non mi invento niente, cambierò solo qualche dettaglio per non correre il rischio che i miei vicini si imbattano casualmente in questo post, si riconoscano e mi picchino. Quindi, tanto per cominciare, diamo loro dei nomi fittizi: Fausta e Ernesto Rumorosoni.
Per dimostrare la mia obiettività sulla faccenda, o perlomeno il mio sforzo di essere obiettivo, voglio iniziare descrivendo brevemente i loro pregi. "Pregi" non è la parola giusta, diciamo le caratteristiche che potrebbero renderli meritevoli di comprensione e solidarietà. Esiste una parola per esprimere questo concetto? Io non l'ho trovata quindi ricorrerò a un neologismo: sgarzurro.

Gli sgarzurri dei Rumorosoni
Prima di tutto Fausta e Ernesto sono due persone che lavorano tanto, dalla mattina alla sera, come si dice, e con "lavorano" intendo dire che fanno lavori manuali, quei lavori che quando arrivi a sera ti fanno male parti del corpo che non sapevi di avere e che a lungo andare ti trasformano le mani in due sculture di arte contemporanea. Quel che è peggio, fanno questi lavori in una condizione di subalternità. Dover prendere ordini è davvero una cosa odiosa, soprattutto quando la persona che te li dà pensa di poter ignorare le norme di cortesia che di solito regolano le interazioni umane. Ora non è il caso di specificare quali lavori facciano di preciso i Rumorosoni, l'unica cosa che qui importa dire è che si tratta di quel tipo di lavori per cui le madri di solito dicono ai figli la famosa frase "studia se no finisci a fare il [lavoro di Ernesto Rumorosoni] o, ancora peggio, il [lavoro di Fausta Rumorosoni]". Con questo non voglio dire che i lavori intellettuali tipo lo scrittore, il filosofo, il cowboy non siano lavori degni di essere chiamati tali, dico solo che questi lavori danno a chi li fa molte possibilità di allargare il proprio ego e le proprie prospettive, mentre con i lavori manuali subalterni ti spacchi la cosiddetta schiena per allargare l'ego e le prospettive di un'altra persona. Questo non è uno sgarzurro da poco e forse sarebbe già sufficiente per far apparire i miei vicini delle povere vittime delle circostanze e me, piccolo borghese snob che non ha mai fatto un lavoro manuale in tutta la sua vita (tranne quella volta che ha fatto per un anno lo sguattero nella mensa delle elementari), uno stronzo.
Ma questo non è l'unico sgarzurro dei Rumorosoni.
Ernesto e Fausta sono una coppia senza futuro: non hanno soldi, non hanno figli, ma soprattutto non hanno interessi. In casa loro non ci sono libri, non ci sono computer, non ci sono strumenti musicali (dio ti ringrazio!) e in generale non c'è nessun oggetto che possa far immaginare qualche tipo di interesse per la vita, se non la televisione. Anzi due.
I Rumorosoni non hanno nemmeno amici. Non so come sia possibile, ma so che la sera non escono mai, nemmeno il sabato quando escono anche gli gnu e i bonobo. Una possibilità è che in realtà escano sempre e solo dopo che sono uscito io e rientrino prima che io sia rientrato, ma è una cosa molto improbabile. Il fatto certo è che le sere in cui io sono in casa (e io sono quasi sempre in casa), loro sono in casa. "Ma come fai a saperlo? Li controlli?". No, si chiamano Rumorosoni.
Ultimo sgarzurro, molto serio, non è escluso che Fausta soffra di depressione o qualcosa del genere: non parla con nessuno (escluso Ernesto), non sorride mai, ha lo sguardo assente, si veste in modo trascurato, ha i baffi e probabilmente non si lava, visto che lascia dietro di sé quel caratteristico odore che si sente nelle case di riposo. È una cosa davvero triste e preferirei non dover tornare più su questo argomento.
Ok, ora tocca a me.

La fastidiosità dei Rumorosoni
I Rumorosoni sono quel tipo di persone con la fregarella, non so se mi spiego. Intendo quelle persone che dividono gli altri in due categorie: (categoria 1) persone che sono una possibile fonte di guadagno, (categoria 2) persone che sono un ostacolo al raggiungimento di una possibile fonte di guadagno.
Chi non rientra in nessuna di queste due categorie semplicemente non esiste, ma chi ci rientra è meglio che rientri nella prima, perché Ernesto picchia. Ma di questo dirò dopo.
Esempi.
Fausta fa delle crostate abominevoli, e fin qui tutto ok, ognuno ha il diritto di non saper cucinare. I problemi iniziano nel momento in cui Ernesto insiste per farmele mangiare e con "insiste" intendo dire che viene a suonarmi il campanello con la torta in mano e proferisce alcune parole nel dialetto locale che immagino significhino "Fausta ha fatto questa buonissima crostata di [non comprensibile] per te, sono certo che ti piacerà tantissimo". E io cosa gli dico? "Grazie" gli dico, magari aggiungendo qualcosa come "eh eh... ", "non dovevate" o "troppo gentile", al che lui risponde "20 euro", come in pasticceria. Peccato che l'unica cosa che queste crostate hanno in comune con la pasticceria sia il prezzo (in nero), non il sapore. Le crostate di Fausta, come detto, sono abominevoli. Lo dicono anche persone che, a differenza mia, sono in grado di mangiare quegli alimenti che emanano odori allarmanti come il parmigiano, il tartufo o la salsa di pesce tailandese. Per chi non lo sapesse, la salsa di pesce tailandese è una spremuta di carcasse di pesce lasciate marcire (fermentare, dicono) per almeno due anni e ha esattamente il sapore che ci si aspetta da ciò che è. Ecco, le crostate di Fausta sono peggio della salsa di pesce tailandese. Le crostate di Fausta stanno alla salsa di pesce tailandese come quest'ultima sta alla pizza (intendo una pizza senza parmigiano, tartufo o salsa tailandese). Qualcuno dice che probabilmente Fausta usa del burro conservato male, può darsi. La mia teoria è diversa, ma ho detto che di questo argomento non voglio più parlare.
Ernesto mi porta circa una crostata al mese e ormai io e lui abbiamo una routine consolidata: lui mi porge la crostata, io gli elargisco i 20 euro, lui mi saluta cordialmente, io ricambio sorridendo, lui se ne va, io chiudo la porta e butto la crostata direttamente nell'immondizia. Certo, è anche colpa mia che ho problemi a dire di no alle persone, però a mia discolpa va detto che non sono l'unico del palazzo a subire le crostate di Fausta.
Secondo esempio, più grave.
Quando sono venuto ad abitare in questo palazzo, insieme all'appartamento sono entrato in possesso anche del garage annesso. Per motivi che ora sarebbero troppo lunghi da spiegare, detto garage era occupato dalla roba dei Rumorosoni, per cui Ernesto, che all'epoca non conoscevo ancora bene, mi chiede gentilmente (forse un po' troppo gentilmente, ripensandoci), se può tenere il garage "ancora per un pochino", il tempo di trovare un posto adatto in cui  trasferire tutta la roba che contiene. Il lettore attento avrà già capito come andrà a finire. "Non c'è problema!" rispondo a Ernesto, felice di poter far felice un vicino di casa e instaurare così fin dall'inizio un rapporto sereno e di reciproca fiducia. Tanto, mi dico, ho parcheggiato in strada per anni, che problema c'è se parcheggio in strada "ancora per un pochino" (cit.)? Da allora sono passati sette anni e parcheggio ancora in strada. Non solo Ernesto non mi ha mai dato le chiavi del mio garage, ma quando ci incontriamo si comporta come se il garage non esistesse, non va mai sull'argomento "garage" (né questo garage, né sull'idea in sé di garage) e, almeno questa è la mia impressione, ha espunto dal suo vocabolario la parola stessa "garage" e tutti i suoi sinonimi. A differenza dell'affaire crostate, in questo caso credo di essere l'unico in tutto il palazzo ad avere regalato un garage ai Rumorosoni. Questo, com'è facile immaginare, mi dà abbastanza fastidio.
Poi ci sono altri problemi satellite che, presi uno a uno, sono abbastanza trascurabili, ma messi insieme alle crostate, al garage e al problema più grave di tutti di cui parlerò alla fine, vanno a costituire quello che potremmo senza retorica definire un piccolo incubo. Un incubetto.
Per esempio i Rumorosoni non fanno la raccolta differenziata. Non sono fatti miei, è vero, ma come ormai dovrebbe essere chiaro i fatti dei Rumorosoni si trasformano abbastanza rapidamente nei fatti di chi abita vicino a loro (e.g. io). Benché il Comune abbia predisposto metodi semplici e a prova di idiota per differenziare vetro, metallo, carta, plastica e organico da tutto il resto, i Rumorosoni mettono tutta la loro immondizia (cioè vetro, metallo, carta, plastica, organico e dio solo sa cos'altro, probabilmente rifiuti transuranici) in un enorme sacco, di quelli che potrebbero contenere un corpo umano adulto senza doverlo fare a pezzi, e poi buttano tutto nel cassonetto dell'organico. Hai letto bene: "organico", perché è il cassonetto più vicino. Siccome un sacco così grande ha bisogno di tanto tempo per essere riempito, i Rumorosoni non possono permettersi di tenerlo in casa, sarebbe come vivere in una discarica, quindi lo parcheggiano inevitabilmente nel cortile condominiale, inevitabilmente sotto la mia finestra, in un grande bidone abusivo che hanno rimediato non so dove. Sia chiaro, non è una cosa fatta con malizia, non credo che Ernesto e Fausta abbiano qualcosa contro di me, visto che sono abbastanza certo di essere nella categoria 1,  è solo che la mia finestra ha due incontestabili vantaggi: 1) è vicina alla loro porta, quindi è comodo per loro accedere al bidone ogni volta che serve, e 2) non è la loro finestra.
Niente di grave, l'unica cosa che devo fare è non aprirla mai, in fondo ho un'altra finestra che dà sul cortile, quella davanti alla quale hanno piazzato l'albicocco nano ("nano" per modo di dire) e altre piante in vaso. In questo caso, però, va detto che Ernesto è stato abbastanza corretto da chiedermi il permesso: "coso" mi ha detto, "ti spiace se mettiamo il vaso con l'albicocco cosiddetto nano a tre centrimetri e mezzo dalla tua finestra facendo sprofondare per sempre la tua cucina nell'oscurità?", "per niente, Ernesto, mi piacciono le eclissi totali".
A questo punto si potrebbe pensare che io sia un pusillanime. Io preferisco definirmi una persona mite, però è vero, fondamentalmente sono un pusillanime, perché la mia mitezza non deriva da una scelta, ma dalla paura. Io ho paura degli esseri umani. In generale, dico, non solo dei Rumorosoni. C'è chi ha paura dei ragni, dei pipistrelli o dei cani, io ho paura degli esseri umani (ho paura anche dei ragni, dei pipistrelli e dei cani) e, questa paura, le persone la avvertono subito. Mi ricordo quella volta che sono andato a una mostra sul riconoscimento facciale e c'era questo aggeggio che ti filmava e poi ti diceva l'emozione dominante che traspariva dalla tua faccia. Il mio risultato era "paura". Sforzandomi di sembrare un po' più sicuro di me, diventava "disgusto". Se un banale programma di machine learning è in grado di capire che ho paura, figuriamoci una persona. Quindi sì, sono un pusillanime certificato. Non ho mai detto a Ernesto e Fausta di spostare il sacco, di restituirmi il garage e di lasciar perdere le crostate. Magari se glielo avessi detto ora tutto sarebbe risolto e non avrei niente di cui lamentarmi. Magari loro pensano che a me piaccia fare merenda con le abominevoli crostate di Fausta, sprecare ogni volta decine di minuti della mia vita per trovare parcheggio in strada e respirare gli effluvi della loro immondizia. È normale, le persone di solito non si accorgono dei fastidi che causano agli altri, ma solo di quelli che gli altri causano a loro. Magari anch'io sto causando loro dei fastidi di cui sono inconsapevole e che loro non hanno il coraggio di farmi notare. Magari siamo tutti dei vicini molesti che si danno fastidio a vicenda ma siamo troppo pusillanimi per farcelo notare. È possibile.
Ciò detto, Ernesto picchia.
Lo so perché l'ho visto in azione un paio di volte. In un caso stava discutendo con un altro condomino per una questione di competenze territoriali dei rispettivi vasi di fiori e Ernesto, a un certo punto, lo ha preso per il collo. In realtà dire che stavano discutendo è sbagliato, si sono scambiati qualche parola tipo "ciao", "come stai?", "senti, volevo dirti che" e a questo punto Ernesto aveva già una mano attorno al collo dell'altro. Non posso dire chi avesse ragione, non conosco il caso specifico, posso solo dire che la cosa mi ha stupito molto, perché Ernesto di solito è un tipo sorridente e scherzoso. Non lo dico con ironia, Ernesto è davvero una persona sorridente e scherzosa.
Un'altra volta, mentre tornavo dal supermercato, l'ho visto puntare un coltello a un mendicante che da qualche giorno bivaccava davanti al portone del nostro palazzo. Non l'ha usato, eh, ci mancherebbe, l'ha solo puntato in direzione del mendicante pronunciando frasi che contenevano le parole "ti" e "ammazzo". Ora, voglio essere onesto, sulla questione coltello non posso dirmi completamente sicuro. Sono quelle cose che racconti agli amici per anni e alla fine ti sembrano talmente assurde che non sai più se sono successe veramente o te le sei immaginate. È perfettamente possibile che non ci sia mai stato nessun coltello e che Ernesto abbia minacciato il mendicante con quello che gli è capitato in mano, una bottiglietta d'acqua o qualche altro oggetto di nessuna contundenza, e poi, racconto dopo racconto, la frase "gli puntava la bottiglia come un coltello" ha perso la sezione "la bottiglia come" e il contenuto del racconto si è irreversibilmente modificato. La tradizione orale è così. Comunque stiano le cose, il mendicante non si è più visto.
Ma a parte tutto questo, il problema più grande che hanno i Rumorosoni (problema per me, non per loro) è che sono rumorosi. Sono tanto rumorosi. Sono esasperantemente rumorosi. Non dico che al mondo non esista niente di più rumoroso dei Rumorosoni, ci sono le sirene delle ambulanze, per esempio, oppure gli aeroplani in fase di decollo, ma è difficile che siano tuoi vicini di casa. Fausta e Ernesto Rumorosoni sono, a quanto ne so e per quanto voglio saperne, il fenomeno umano più rumoroso del mondo. Non riescono a fare niente, neanche la cosa più ordinaria, senza emettere più rumore di quanto sia necessario e soprattutto sopportabile. Quando parlano fra loro urlano. Anche se sono faccia a faccia, si rivolgono la parola come farebbe un allenatore di calcio che deve sovrastare il boato di sessantamila persone per comunicare al suo portiere che è entrato in campo senza i guanti. Quando litigano, e litigano sempre, sembra di essere in un uragano, con le macchine in strada che si ribaltano e gli alberi sradicati che vengono a sbattere contro i muri di casa. Quando chiudono una porta, qualsiasi porta, non si limitano a chiudere una porta, devono cercare di sradicarla dal suo telaio, e a volte ci riescono. Sul serio. Quando i Rumorosoni escono o entrano dal palazzo ce ne accorgiamo tutti, perché tremano i vetri delle finestre. "Tremano i vetri... che immagine scontata!". Non è un'immagine: dico tremano i vetri nel senso che tremano (voce del verbo "tremare") i (articolo determinativo) vetri (vetri). Per questo motivo io li chiamo anche gli Sbattoni, gli Urloni, gli Sgolatori, i Trambustoni e gli Strepitosi Frastuonatori. "Li chiamo" nel senso "fra me e me", non nel senso che li chiamo apertamente. Apertamente li chiamo sempre Ernesto.
Potrei andare avanti a elencare tutte le normali attività umane che i Rumorosoni riescono a trasformare in un cataclisma acustico, ma penso che il concetto sia chiaro. In più, tutti questi rumori che ho descritto, per quanto fastidiosi, sono sopportabili in quanto rumori prevalentemente diurni. I rumori diurni sono messi in conto, dopo tutto è colpa mia se ho deciso di abitare in città e non in questo quadro.


Il problema dei Rumorosoni che davvero mi ammazza è un altro.

La stramaledetta televisione (due)
La prima cosa che un Rumorosone fa quando entra in casa è accendere la televisione. I Rumorosoni sono quel tipo di persone che tengono la televisione accesa anche se non la guardano, accesa tipicamente su quelle trasmissioni con le persone che urlano e dicono cose stupide, e il volume (c'è bisogno di dirlo?) è tenuto a un livello così alto che mi permette di sentire ogni parola di quello che stanno guardando ("guardando"), pubblicità compresa. Anche di notte.
I Rumorosoni guardano la televisione di notte, e con "notte" intendo un orario compreso fra le 23 e le 6. La norma è che entrambe le televisioni siano accese fino all'una di notte. Succede spesso che almeno una delle due rimanga accesa fino alle tre o alle quattro. Non è insolito che una televisione venga accesa nel momento in cui un Rumorosone entra in casa (19 - 20) e venga spenta solo il giorno dopo quando esce (≈7).
Ora, la mia casa ha solo due stanze che per ragioni tecniche sono utilizzabili per dormire (benché io abbia seriamente considerato la possibilità di dormire in piedi nella doccia), e ognuna di queste due stanze è sotto il dominio sonoro di una televisione dei Rumorosoni. Il risultato di tutto ciò è che dormire, per me, è la cosa più incredibile che un essere umano possa fare. Quando una persona mi dice che ha dormito è come se mi stesse dicendo che ha fatto la traversata dell'Artico a nuoto, la guardo come si guarda un supereroe. Naturalmente, per cercare di limitare questo problema ho iniziato a ricorrere a piccoli rimedi come i tappi per le orecchie e il Valium, ma entrambi hanno degli inconvenienti: i tappi sono fastidiosi, è come se uno mi stesse ficcando due dita dentro la testa per tutta la notte, mentre il Valium è molto piacevole. Troppo piacevole.
Per questo motivo, qualche anno fa, mi sono deciso a chiedere a Ernesto di tenere il volume più basso. Almeno di una televisione. Almeno dopo mezzanotte. Così mi sono preparato psicologicamente (Valium) e ho pensato a un piano, ho pensato che se magari gli dico che le abominevoli crostate di Fausta mi piacciono tantissimo e gli chiedo di farmene qualcuna in più da far provare ai miei amici, magari lui non avrà motivo di supporre che io sia il classico vicino insofferente che viene a rompergli le palle. Così una sera, approfittando di un momento in cui non stavano litigando, suono il campanello dei Rumorosoni (non pensare al coltello, non pensare al coltello, non pensare al coltello...) e, con tutta la gentilezza di cui sono capace, dico a Ernesto che, per qualche strano motivo non imputabile a nessuno dei presenti, le loro televisioni si sentono anche in casa mia, non tanto, eh? solo un pochino, ma sai, Ernesto, io purtroppo ho il sonno leggero, mi basta un niente per svegliarmi e non riuscire più a prendere sonno, pensa che quando mi dimentico di mettere in modalità notturna il telefono, basta la vibrazione di un messaggio a farmi svegliare, quindi, non so, eh eh, se per caso tu potessi tenere il volume, peraltro già basso, un pochino più basso, soprattutto dopo le due di notte, io te ne sarei veramente grato.
La sua risposta è stata molto gentile: "io non guardo la televisione di notte".
La situazione con le televisioni dei Rumorosoni è rimasta come prima, però adesso mi portano molte più crostate.

QUARANTENA

 

TUTTE LE FACCE DI TRUMP

Della mia passione per Trump ho già detto (qui), ora rivediamo insieme tutte le sue facce più belle. Mio dio, sono quasi emozionato... è incredibile come quelle stesse facce che fino a poco tempo fa mi mettevano in subbuglio tutti gli organi interni, ora mi riempiano della più pura e semplice gioia. Sì, perché è bello vedere una persona di merda infelice, è una cosa che mi soddisfa i recettori del senso di giustizia. È come il piacere che provano gli occhi quando vedono la volta della Cappella Sistina, ma senza torcicollo.
Iniziamo dalla sua faccia più famosa, quella con la bocca ad ano di gatto.


Non è meravigliosa? Lo so, sarò banale, ma questa è la mia faccia preferita, forse perché ha qualcosa di repellente e attraente allo stesso tempo, proprio come l'ano dei gatti.
Questa invece è la faccia "give me a break".


È la faccia che fa ogni volta che pensa di deridere una patetica idiozia dall'alto della sua presunta intelligenza, quando invece sta deridendo un semplice dato di fatto dall'alto della sua patetica idiozia. È una faccia che in questo periodo non fa molto spesso, chissà perché (eh eh). "Eh eh" lo ha detto il mio senso di giustizia. Lo chiameremo Carlo.
Poi c'è la faccia quando espone pacatamente il suo punto di vista


anche di profilo.


Manca solo il getto di vomito verde.
Poi c'è la faccia stupita


la faccia irriverente


la faccia quando sussurra affettuosamente "ti amo" a sua figlia


la faccia ufficiale per le foto (in realtà potrebbe essere un cartonato, dice Carlo)


la faccia quando fa il simpatico


e la faccia compiaciuta.


Questa è la sua faccia più sincera. Lasciamo stare che ha appena immerso la testa in una tanica di vernice arancione, ma questa faccia, fra tutte, è quella che più lo fa assomigliare a un essere umano.
Poi ci sono i suoi rampolli.


Per essere chiari, la cosa raccapricciante di queste facce non è che sono brutte. Chi se ne importa della bruttezza? Anch'io sono brutto. La cosa raccapricciante è quel miscuglio di boria e appannamento intellettuale, un miscuglio che nasce dentro e poi, inevitabilmente, affiora sulla faccia, come la varicella.
Infine la faccia che Trump ha deciso di mostrare ai fotografi il giorno in cui ha perso le elezioni.


Bellissima.

CONIGLI

COME RICONOSCERE I CIARLATANI

In tempo di pandemia è tutto un proliferare di virologi: virologi veri, virologi per modo di dire, virologi in pensione, medici che virologheggiano, tuttologi. I tuttologi non mancano mai, sono come le brutte notizie: non vorresti mai sentirne una, ma sai bene che prima o poi arriveranno.
Proliferano anche gli epidemiologi, gli infettivologi, i microbiologi e tanti altri qualcosologi, tutte persone che studiano gli innumerevoli modi in cui il corpo umano può ammalarsi e morire. Per semplicità li chiamerò tutti "virologi", come fanno i giornali.

Dunque, dicevamo, i virologi.
I virologi proliferano in ordine sparso su tutti i mezzi di comunicazione e con le loro affermazioni coprono più o meno tutto lo spettro del dicibile, con il risultato che alla fine ognuno può scegliere il virologo che preferisce e credere a ciò che vuole: "il virus è clinicamente morto ma non ce lo dicono", "è solo un'influenza ma non ce lo dicono", "si può curare con un antiparassitario per cavalli ma non ce lo dicono" eccetera. È incredibile quante sono le cose che "non ci dicono" che continuano a dirci.
Ora la domanda è: in mezzo a tutti questi virologi veri e presunti, come si fa a riconoscere i ciarlatani? Facile: i ciarlatani sono quelli non attendibili. Non sto dicendo che tutte le persone non attendibili siano ciarlatani, ma di certo tutti i ciarlatani sono persone non attendibili.
Proseguiamo.

Come si fa a distinguere una persona attendibile da una non attendibile? Per rispondere a questa domanda bisogna prima rispondere a una domanda più fondamentale: qual è la fonte dell'attendibilità? O, detto in altro modo, su cosa si fonda l'attendibilità di una persona?
Sto parlando di "attendibilità" non di "verità". La verità è una questione molto più complicata di cui dibattono le persone con una preparazione specifica nelle opportune sedi: congressi, seminari, distributori di caffè nei centri di ricerca eccetera, luoghi senza conduttori televisivi dove la verità (o una sua approssimazione) può essere ricercata fra le tante ipotesi attendibili.
In TV non è così, in TV è già tanto se c'è almeno una persona che sa di cosa sta parlando. In questo caso sarà dunque sufficiente essere in grado di distinguere questa persona dai ciarlatani.



Quindi, dicevamo, su cosa si fonda l'attendibilità? Sulla sua autorevolezza? Facciamo che sia vero.

Su cosa si fonda l'autorevolezza?
L'autorevolezza, come tutti sanno, si fonda sui titoli di studio, la carriera, i premi. Se un virologo e mia madre discutono di virus a RNA a singolo filamento positivo (non so cos'ho detto), le probabilità che il virologo sia più attendibile di mia madre sono molto alte. Questo significa che l'attendibilità del virologo si fonda sul suo essere un virologo? No.
Se vedo una Lamborghini so bene che è più veloce della mia FIAT Ritmo del 1982, non ho neanche bisogno di comprarla per saperlo, ma la maggiore velocità della Lamborghini non si fonda sul suo nome. Chi non ci crede può provare a scrivere "Lamborghini" sulla sua macchina e vedere cosa succede.
Una persona è attendibile se fa affermazioni attendibili. Questo è innegabile.

Su cosa si fonda l'attendibilità di un'affermazione attendibile? Allora, dicesi "affermazione scientificamente attendibile": una qualsiasi affermazione che sia ricavata da uno o più articoli contenuti in riviste specialistiche. Ok, e perché una rivista specialistica infonde attendibilità alle affermazioni che contiene? Perché è autorevole. No. Perché ci sono degli specialisti indipendenti, i cosiddetti "referee", che esaminano l'attendibilità di quelle affermazioni prima di approvarle per la pubblicazione. Quindi l'attendibilità di un'affermazione dipende dall'approvazione che riceve da altre persone attendibili? Sì. Sicuro? No. Come fanno questi referee a stabilire se un'affermazione è attendibile? Non saprei. Esaminano le apparizioni televisive dell'autore? No. La sua carriera? No. Cosa esaminano? I dati. Esatto, esaminano i dati! (Incredibile come funziona bene la maieutica con gli interlocutori inesistenti).

Siamo dunque arrivati alla conclusione che un'affermazione è attendibile quando è supportata dai dati: esperimenti, osservazioni, simulazioni, qualsiasi evidenza oggettiva che tutti possono verificare e riprodurre. Senza dati, le affermazioni di un virologo valgono tanto quanto quelle di mia madre.

Per esempio, Luc Montagnier (biologo, virologo, professore presso l'Istituto Pasteur di Parigi, premio Nobel) dice che il virus SARS-CoV-2 è stato creato artificialmente modificando l'HIV, mentre mia madre (quinta elementare) dice che molto probabilmente ha avuto un'origine naturale. Chi dei due è attendibile? L'affermazione di mia madre è fondata su uno studio del genoma del virus pubblicato su Nature, mentre l'affermazione di Montagnier non è fondata su nessuna evidenza, bisogna crederci perché lo dice lui. Dunque, in questo caso specifico, la persona attendibile non è il premio Nobel ma mia madre. Bravissima mamma! Peccato le abbia proibito di leggere questo blog.

Quindi un metodo molto efficace per riconoscere i ciarlatani consiste nel fare semplicemente caso alla loro avversione per i dati. Mentre le persone attendibili fanno riferimento a ricerche precise e ne citano gli autori, il contesto, il metodo, i risultati e gli eventuali limiti, i ciarlatani non fanno riferimento a niente di tutto ciò, ma solo alla loro autorevolezza (vera o presunta), all'esperienza personale (che non ha rilevanza statistica), all'emotività di chi ascolta ("non ce lo dicono!"), ai sospetti ("solo una coincidenza?") e a tante deduzioni più o meno logiche da premesse arbitrarie ("lo dice il buon senso"), ma niente dati; quando si tratta di evidenze empiriche, i ciarlatani diventano improvvisamente vaghi e elusivi.
Con questo metodo è dunque possibile scremare la maggior parte dei ciarlatani in circolazione anche senza sapere niente dell'argomento trattato. Non è fantastico? Certo, saperne qualcosa aiuterebbe, ma questo è un altro discorso.

Tutto bello, tutto perfetto, se non fosse che purtroppo esistono anche ciarlatani più evoluti, ciarlatani di secondo livello potremmo chiamarli, che hanno capito il trucco dell'attendibilità e quindi citano anche loro dati (finti) pubblicati su riviste (senza referee) da loro stessi o da altri colleghi (ciarlatani come loro). I ciarlatani di secondo livello sono meno comuni, è vero, ma esistono. La mente umana è incredibilmente fantasiosa quando si tratta di fregare gli altri. Come si fa con questi?
Un esperto è in grado di riconoscerli istantaneamente, è esperto, ma un profano come me come fa? Non può mica verificare a una a una tutte le fonti citate per capire se sono vere o finte. Uno avrebbe anche la sua vita a cui pensare.
Ecco il mio metodo.

Quando una trasmissione o qualsiasi altra cosa dà voce a un ciarlatano del primo livello, quelli tutti "autorevolezza" e niente dati, bisogna subito depennarla e consegnarla al proprio personale oblio. I ciarlatani transitano tutti per le stesse strade, se una trasmissione, un giornale, un sito hanno dato voce a un ciarlatano di primo livello, o perché non sono stati in grado di filtrarlo o perché lo hanno fatto apposta per fare un po' di spettacolo, prima o poi daranno voce anche a un ciarlatano di secondo livello, quindi vanno depennati senza nessuna pietà dalla lista dell'ascoltabile e del leggibile.
In questo modo, depennamento dopo depennamento, si dovrebbe arrivare in breve tempo a seguire solo Radio3 Scienza.

PERCHÉ ODIO TRUMP

In questi anni ho passato almeno un'ora al giorno a leggere articoli su Trump, guardare video su Trump, parlare di Trump con amici, parenti e me stessi. Sessanta minuti al giorno per quattro anni e nove mesi (ho iniziato intorno a febbraio 2016) fanno 1800 ore, cioè approssimativamente 1000 film, 18000 km di corse al parco, 60 corsi universitari. Forse avrei potuto occupare tutto questo tempo con qualcosa di più utile, per esempio studiare un piano per assassinare Trump. Dopotutto se uno sciroccato con disturbi schizoidi certificati come Oswald è riuscito a uccidere un presidente degli Stati Uniti, perché non dovrei riuscirci io che ho pochissimi problemi psichici?

Un interlocutore fittizio potrebbe chiedermi: perché tutto questo odio per Trump, un politico di un paese in cui nemmeno vivi? Mi aspettavo questa domanda.
Allora, prima di tutto, se il politico in questione fosse kirghiso potrei anche darti ragione, che mi frega a me del Kirghizistan? Non so neanche dov'è. Trattandosi invece del paese con l'arsenale nucleare più grande del mondo, tanto per dirne una, il fatto che a prendere il potere sia un sociopatico paranoico con deliri di onnipotenza mi dà qualche pensiero.
Ma il motivo principale per cui odio Trump non è questo. E non è nemmeno un motivo politico, visto che Trump non c'entra niente con la politica.

Mi fa ridere chi pensa che le persone "di sinistra" ce l'abbiano con Trump perché è "di destra". Trump non è "di destra". Voglio dire, hai mai sentito un suo comizio? Non ci sono idee, progetti o cose simili; non dico idee originali o progetti intelligenti, non ci sono neanche idee banali o progetti stupidi, non c'è assolutamente niente che abbia anche solo la parvenza di un discorso politico. Questi "comizi" sono solo bagni di folla in cui Trump insulta i nemici e loda se stesso. Fine. Sono riti religiosi con la divinità presente sul palco, graziosamente disponibile a lasciarsi adorare come un vitello d'oro animato. In questo caso un maiale d'oro. Certo nei suoi discorsi c'è anche la xenofobia, l'autoritarismo, il cospirazionismo e altre cose tipiche dell'estrema destra, ma è politica questa? Questi sono da sempre i trucchi dei demagoghi per aizzare il popolino, non è politica. È come il doping nello sport. La politica dovrebbe essere quell'attività umana in cui una o più persone cercano di risolvere problemi collettivi sulla base dei fatti oggettivi e della loro idea soggettiva di come dovrebbe essere un mondo in cui sia piacevole vivere.

Per esempio, tanto per fare un'ipotesi assurda, supponiamo che scoppi una pandemia di un virus sconosciuto che fa migliaia di morti al giorno in tutto il mondo; un politico propriamente detto prende atto dei seguenti fatti: "nuovo virus", "migliaia di morti al giorno", "bere la candeggina non fa bene" e poi, a seconda che dia più valore all'economia o alla salute, propenderà per soluzioni più rischiose per la salute o per l'economia, rispettivamente. Un politico parte dai fatti, si ispira a dei valori e poi decide che fare. Può anche prendere decisioni orribili ma rimane sempre un politico, magari un politico che non capisce i fatti e si ispira ai valori di Totò Riina.
Trump invece cosa fa? Parte dai propri valori, decide che fare e poi inventa i fatti che gli servono per giustificare le sue decisioni. Si noti anche che i valori di Trump sono essenzialmente due: "Trump" e "più Trump". In pratica è un bambino di tre anni nel corpo di un suino adulto.

Un politico, quando racconta una bugia, si preoccupa di essere coerente con le bugie dette prima e, in certi casi particolarmente importanti, cerca di mettere in scena qualcosa di finto che possa assomigliare a un fatto vero. Per esempio Bush e i suoi amici, quando volevano invadere l'Iraq, hanno usato la scusa delle famose armi chimiche e hanno fatto la fatica di recuperare prove finte. Trump non ha bisogno di fare questa fatica, perché lui produce i fatti sul momento, semplicemente aprendo la bocca ("Obama è nato in Kenya!"), e se poi questi "fatti alternativi" non gli fanno più comodo ne crea altri ("Era Hillary Clinton a dire che Obama è nato in Kenya, non io!") senza preoccuparsi non solo della realtà o del giudizio di chi sa, ma nemmeno della coerenza con se stesso. Da questo punto di vista ha veramente i tratti della divinità, essendo un ente produttore di mondi. Mondi di parole, ok, ma in questi mondi vivono almeno 73 milioni di persone. Non so come ciò sia possibile, da un certo punto di vista è anche ammirevole, ma di sicuro non è politica, al massimo è ipnosi.

Il motivo principale per cui odio Trump è molto semplice, è lo stesso motivo per cui, quando ho letto Animal Farm, odiavo i maiali.

ARTE CONTEMPORANEA