INDAGINE INTORNO AGLI IRON MAIDEN

Al liceo il mio gruppo preferito erano gli Iron Maiden e questo completava il quadro del perfetto sfigato: occhiali, brufoli, Iron Maiden, oltre ovviamente alla totale mancanza di rapporti sessuali con donne non immaginarie, ma questo concetto è già compreso nella parola “sfigato”. Gli Iron Maiden mi piacevano perché erano diversi dai gruppi che andavano di moda, per esempio avevano le chitarre distorte, gli urli, gli assoli e grazie a dio non facevano canzoni d’amore. Che palle le canzoni d’amore! Sempre uguali. Invece le canzoni degli Iron Maiden erano molto più varie: la morte di un soldato inglese nella guerra di Crimea, la morte di Alessandro Magno, la morte di un condannato a morte e così via. E poi le copertine erano molto più in sintonia con il mio stato d’animo.


Certo, se avessi saputo che tutta la loro musica era già contenuta nel concerto in sol minore “per sua Altezza Reale di Sassonia” di Vivaldi, avrei ascoltato quello, ma all’epoca pensavo che la musica antica fosse Albano e Romina. 
Oltre a questo c’era anche il fatto che gli Iron Maiden mi facevano sentire parte di una comunità, un po’ come gli scout o i marxisti: mi bastava mettere una divisa e pronunciare certe parole d’ordine e subito mi sentivo un membro riconosciuto di una grande famiglia. Non mi sono mai sentito così accettato e rispettato come il giorno in cui sono andato al mio primo concerto, non importava quanti brufoli avessi o quanto fossero spessi i miei occhiali, tutti mi trattavano come un amico. Sono anche andato vicino ad avere un rapporto sessuale (contatto visivo superiore ai dieci secondi).
Recentemente mi è capitato di scoprire che gli Iron Maiden esistono ancora! (Il punto esclamativo sta a indicare la mia grande sorpresa). Secondo i miei calcoli dovrebbero avere circa 126 anni, ma quello che conta è che esistono, non si sono sciolti (come band, intendo) e fanno ancora i concerti, anche se spero non in calzamaglia attillata come negli anni ‘80. Rispetto al tempo in cui li ascoltavo io, hanno fatto altri dieci dischi (si dice ancora “dischi”?) e a giudicare dai titoli delle canzoni sono sempre quelli di una volta: “Death qui”, “Death là”, “Death everywhere”. Così, un giorno in cui avevo un po’ di tempo libero, ho aperto Youtube, mi sono messo sul divano e no, non sono più quelli di una volta. Non che adesso le canzoni siano poi così brutte, però mi sembrano stanche, ripetitive, ingenue. Sono loro che sono peggiorati o sono le mie orecchie che sono migliorate? Per togliermi il dubbio ho riascoltato le vecchie canzoni e devo ammettere che mi piacciono ancora, così ora la domanda diventa: sono loro che sono peggiorati o sono le mie orecchie che sono migliorate ma la nostalgia non mi permette di accettare il fatto che ascoltavo musica brutta? Il problema è che la mente umana è ingannevole, per proteggerci dalle delusioni cerca di farci vedere non ciò che è vero, ma ciò che ci piace, e in questo caso potrebbe cercare di farmi credere che le mie tanto care e amate canzoni della giovinezza (e di conseguenza la mia giovinezza) sono ancora lì, belle e intatte come una volta.
Per stabilire quale sia la verità oggettiva, ho condotto la seguente indagine: prima di tutto ho selezionato un campione di persone rappresentativo della popolazione mondiale che non ha mai ascoltato gli Iron Maiden: mia moglie; dopo di che ho creato una lista di canzoni degli Iron Maiden da sottoporre al suo giudizio. Per evitare di scegliere quelle del passato che mi piacciono di più e corroborare così la tesi più piacevole con un banale trucco (la mente umana fa anche questo), ho stabilito un criterio di selezione da applicare sistematicamente a ogni album (si dice ancora “album”?): per ognuno di essi ho preso il primo minuto e mezzo della seconda canzone. Avrei potuto scegliere il 33 giri tutto intero (33 giri?), ma non voglio abusare della pazienza del mio campione statistico e rischiare così che diventi un campione rappresentativo della popolazione delle mie ex-mogli. Per ciascuna canzone è stato chiesto al campione di dare un punteggio da 0 a 2, avendo avuto naturalmente cura di presentare le canzoni in ordine casuale. 0 significa “non mi piace”, 1 “non saprei”, 2 “se ti dico che mi piace possiamo finirla qui?”.
I risultati sono indicati qui sotto

1981 Wrathchild: 1
1983 Revelations: 0
1986 Wasted Years: 2
1990 Holy Smoke: 0  
2003 Rainmaker: 0
2010 El Dorado: 1
2015 Speed of Light: 1  

Raggruppando le canzoni per quattro e facendo la media dei giudizi e degli anni di pubblicazione, si ottiene l’andamento temporale della qualità delle canzoni indicato nel grafico qui sotto.


Da questi risultati sembrerebbe emergere abbastanza chiaramente che le canzoni degli Iron Maiden sono più o meno sempre le stesse, da cui segue che i loro vecchi long playing (!?) sono brutti tanto quanto quelli nuovi. Bisogna però osservare che il campione intervistato è fatto al 100% di persone che ascoltavano Edoardo Bennato, e quindi che ne sanno?

CONCLUSIONI
La mia giovinezza è ancora là, pura e intatta, congelata in un passato eterno sempre a portata di mano.

ESSERE UMANO, ISTRUZIONI PER L'USO

L'essere umano è un essere complicato, imprevedibile e per certi versi enigmatico, in estrema sintesi funziona così: se lo tratti bene è felice, se lo tratti male è infelice. Almeno questo è ciò che ho dedotto dopo molti anni di studi e osservazioni sul campo. Per esempio, cosa assai bizzarra, ho notato che quando gli dici "cretino" si offende.
In base a questi risultati, sono arrivato alla conclusione che le corrette modalità di utilizzo dell’essere umano sono le seguenti: se ti sta simpatico lo tratti bene, se ti sta antipatico lo tratti male. Incredibile, vero? Sono certo che il premio Nobel è dietro l'angolo. Questo è il comportamento più semplice e diretto che si possa avere nei confronti degli altri, comportamento che in figura è rappresentato dalla retta dell'ovvio: più ami una persona più la tratti bene, più la odi più la tratti male. Nell’origine degli assi c’è l’indifferenza per chi ti è indifferente.


Si noti che "ovvio" non va inteso come "ovvio", bensì come "ciò che sarebbe ovvio". Esistono infatti varie deviazioni da questo comportamento, tutte ben rappresentate in natura. Per esempio c'è chi tratta bene chi detesta, magari perché spera di avere qualcosa in cambio o forse, chissà, perché vuole solo distrarlo mentre cerca di rubargli il portafogli. Possono essere tanti i motivi per cui la gente decide di umiliarsi. Costoro si pongono nel quadrante in alto a sinistra del grafico e in gergo tecnico sono chiamati "leccaculo".
C'è poi chi, al contrario, tratta male chi apprezza. Questo è un comportamento che può lasciare perplessi: quale giovamento si può trarre dal trattare male (e dunque allontanare) chi apprezziamo (e dunque vorremmo vicino)? In realtà tutto ciò trova una facile spiegazione se si tiene presente che costoro sono idioti. È vero, c'è anche chi tratta male per scherzo, in questo caso si parla di idioti per scherzo. Queste persone, per scherzo o sul serio, popolano il quadrante in basso a destra del grafico e sono in numero confrontabile con quelle che popolano il quadrante dei leccaculo. Molti li popolano entrambi, cioè trattano bene chi disprezzano e male chi apprezzano, in questo caso si parla di leccaculo idioti. Simpaticissimi.
Oltre a questi due comportamenti appena menzionati, ce ne sono altri che deviano dalla retta dell'ovvio, anche se in modo meno eclatante. Su questi non ho intenzione di dilungarmi, mi limito solo a indicarli nelle corrispondenti zone del grafico Gentilezza - Amore.


SCIE CHIMICHE: MI DEVO RICREDERE, È TUTTO VERO

A convincermi è stato un amico che di mestiere fa il pilota di linea. Per ovvi motivi non posso dire il nome, lo chiamerò semplicemente “Qualcuno”. Come sempre succede, a farci cambiare idea non sono le argomentazioni ma la fiducia nelle persone che ci somigliano.
Qualcuno non ha mai scherzato volentieri sulle scie chimiche, cosa che io ho sempre interpretato come una sua assuefazione all’argomento: con il mestiere che fa, pensavo, chissà quante battute si dovrà sorbire. Invece il motivo era un altro: si sentiva in colpa. Qualcuno mi ha detto che chi fa il suo mestiere ha costantemente a che fare con le scie chimiche, anche se lui e i suoi colleghi non le chiamano “scie chimiche” ma “aerosol”. Lì per lì pensavo che stesse scherzando, ma poi me l'ha giurato sulla cosa più cara che ha al mondo: la licenza di volo. Mi ha confidato che di tanto in tanto, senza nessun motivo apparente, gli viene ordinato di scendere a quote inferiori a quelle su cui viaggiano normalmente i voli di linea. Nient’altro, solo questo. È vero che nessun membro dell'equipaggio ha mai potuto osservare direttamente il rilascio di sostanze nel cielo, ma solo perché dall’interno dell’aereo è praticamente impossibile.
Qualcuno mi ha fatto capire che molte delle obiezioni contro l’esistenza del complotto delle scie chimiche hanno in realtà risposte molto semplici. Ne dico brevemente alcune.

Come si può tenere segreto un complotto così vasto?
In realtà i dettagli del complotto sono segreti anche a chi ne fa parte, perlomeno ai livelli più bassi. Nessuno conosce il piano nella sua interezza, ma ne conosce solo quella piccola parte che compete alle sue mansioni. Qualcuno, per esempio, sa solo che in certe occasioni e per un certo intervallo di tempo deve scendere a bassa quota, a volte anche sotto i tremila metri, ma di tutto il resto non sa niente: non sa chi faccia partire e interrompa l’aerosol, non sa quali sostanze vengano disperse in cielo e non sa nemmeno quale sia lo scopo preciso di questa attività. Qualcuno conosce solo il suo piccolo compito e ne ricava i vantaggi che dirò fra poco.

Perché produrre scie così evidenti se si vuole mantenere il segreto?
Per confonderle con le normali scie di condensazione. Paradossalmente attirerebbe più attenzione una scia aerea poco evidente ma strana, che una scia evidentissima ma identica a una comune scia di vapore acqueo.

Come può una così grande quantità di gas stare tutta nei serbatoi di un aereo?
Se le scie chimiche fossero scie di condensazione, il materiale necessario a produrle occuperebbe un volume così grande da non poter essere contenuto in tutto l’aereo. Giusto, ma le scie chimiche non sono scie di condensazione, lo sembrano e basta. Una volta emesse potrebbero avere una densità molto inferiore a quella del vapore acqueo, in modo da occupare lo stesso volume di cielo con una massa molto inferiore. È come se si vedesse un uomo che solleva un blocco di cemento: come fa? Semplice, è polistirolo dipinto come cemento.

Com’è possibile che chi sparge queste sostanze sia disposto a danneggiare anche se stesso?
Questa è forse l’obiezione più comune. Il fatto che sembri così sensata è in realtà dovuto alla grande confusione che esiste intorno alla scie chimiche. Qualcuno sospetta che questa confusione sia provocata deliberatamente da alcuni sedicenti paladini della controinformazione, gente che in realtà mette in giro di proposito informazioni palesemente assurde per rendere poco credibile la teoria e screditare chi denuncia quello che sta succedendo. Una di queste false informazioni, forse la più famosa, è che l’obiettivo delle scie chimiche sia il cambiamento del clima, come se bastasse spruzzare qualche sostanza di tanto in tanto nell’aria per cambiare il clima di un intero pianeta. In realtà l’obiettivo è l’essere umano. Quali che siano le sostanze che vengono sparse nell’aria, vengono sparse perché siano respirate dagli esseri umani. Qualcuno non sa quale sia lo scopo di tutto questo, ma una cosa certa che sa è che lui, come chiunque altro prenda parte a questa attività, viene “invitato” ad assumere dei non meglio precisati farmaci che gli vengono forniti dalla sua compagnia aerea. Li chiamano “integratori”, ma in realtà sono farmaci che lo proteggono dagli effetti delle sostanze che vengono sparse in cielo. Chi fa parte del complotto non è per niente disposto a danneggiare la propria salute, anzi è proprio il prenderne parte che gli dà il vantaggio di non doverne subire le conseguenze.
Per tutti gli altri, invece, c’è un solo modo per non essere contaminati: non respirare queste sostanze. Per questo motivo invito tutti coloro che comprendono la gravità del problema a mettersi un sacchetto di plastica in testa e legarlo stretto.

PERCHÉ UCCIDERE È SBAGLIATO?

Un giorno, mentre stavo affogando Giuseppe nel bidé, mi viene un dubbio: e se uccidere fosse sbagliato?


Giuseppe, secondo te sto sbagliando?

Gurglegurglegurgle!

È un “no”, vero?


Ma ormai il dubbio mi era venuto e uccidere la gente non era più divertente come prima. Non ci mettevo più l’impegno di una volta e alla fine mi ero ridotto a sparare a caso fuori dalla finestra guardando “Affari tuoi”. Lo so, è una cosa vergognosa, ma non è che ci sia molto altro in TV.
Mi annoiavo, dormivo male, litigavo con tutti. Persino fra me e Roberta c’era tensione.


Che cazzo vuoi? 

...

No, adesso tu mi dici che cazzo vuoi?

...

DIMMI CHE CAZZO VUOI!?


Roberta è la mia pianta grassa, in tre anni di convivenza non avevamo mai litigato. Non poteva andare avanti così, dovevo assolutamente sapere la verità. Chiedo aiuto a Google.

“uccidere è sbagliato”: 2750000 risultati.

“uccidere è giusto”: 18 risultati.

È così che ho scoperto che internet non serve solo per le donne nude.
È strano, ogni giorno ammazziamo migliaia di mucche, milioni di mosche, miliardi di batteri. No, dico, i batteri. Ogni volta che uno si lava le mani, per i batteri è l’olocausto, è terribile se ci si pensa. Per fortuna i batteri non si vedono e le bistecche non si lamentano. Cosa direbbe una bistecca se potesse parlare?


Ti puego, non mangiaumi.

Ma io ho fame.

Lasciami andaue.

Dai, solo un pezzettino piccolo piccolo e poi vai dove vuoi.


Perché le mucche sì, le mosche sì, i batteri sì e gli esseri umani no? Perché proprio gli esseri umani, i più divertenti? Dopotutto un uomo è solo un aggregato di atomi disposti in modo da essere un po’ più rumorosi del solito, se ammazzi uno gli dai solo una rimescolatina. Cosa c'è di male? Per esempio, magari adesso mia nonna è un succo di frutta.
Quando andavo a scuola mi hanno insegnato un sacco di cose, tutte vere e sacrosante, per carità, se no che senso avrebbe insegnarle? Sarebbe veramente crudele insegnare a un bambino delle cose non dico false, ma anche solamente dubbie.


Chi mi sa dire il quinto comandamento?

...

Su, è facile.

...

Vuoi dirmelo tu?

Il quinto?

Sì.

Non mettersi le dita nel naso?

Non uccidere.

Perché?

Mi spiace, non sono programmato per rispondere a questa domanda.


Ma a me questa domanda è sempre rimasta in testa. Nemmeno l’insegnante di religione mi ha mai saputo rispondere. Tutto quello che è riuscito a farfugliare mentre lo strozzavo con un laccio da scarpe è stato “oddio che dolore!”, tutto qui, nessun riferimento ai dieci comandamenti. Perché?



Che cos’è?





Un attimo.


Sì, ma perché?


Certo, l’anima... non sarebbe male. Scusa, anima, intanto che ci sei potresti farmi due uova con la pancetta, delle olive ascolane e un paio di bruschette?

Ti puego, lasciami andaue.

Perché parli come una bistecca?


La filosofia non è la cosa più adatta se si vogliono delle risposte, così sono passato al metodo empirico. Mi sono infilato in macchina e sono partito in cerca di uno da investire, uno rigorosamente qualsiasi perché se a queste cose ci si pensa troppo si rischia di uccidere qualcuno che se lo merita. Il primo che mi è capitato a tiro l’ho messo sotto. Niente di spettacolare, è stato come prendere un dosso artificiale, a parte i pezzetti di cervello sul parabrezza. Sono sceso dalla macchina, ho acceso una sigaretta e mi sono messo ad aspettare. Niente. Non succedeva niente. Avrò aspettato cinque minuti, dieci. Le frattaglie sparse sul cofano iniziavano ad attirare un certo numero di uccelli, ma a parte questo niente, non è successo assolutamente niente. Ovviamente non ci si può fermare al primo tentativo (un pensionato, un paraplegico, un bambino con le lentiggini), con la scienza ci vuole pazienza (un mendicante, una donna incinta, il Dalai Lama), molta pazienza (tutti quelli di ritorno da Lourdes e che nemmeno la Madonna se li è filati), troppa. Non so se uccidere sia giusto o sbagliato, di sicuro è molto faticoso.
Qualche giorno dopo me ne stavo in soggiorno cercando di farmi il nodo al cappio, ma siccome coi nodi non ci ho mai saputo fare, dopo un po’ lascio perdere e decido di suicidarmi con la TV. È una morte lenta ma indolore, si perde conoscenza a poco a poco e la morte cerebrale sopraggiunge mentre il corpo continua a fare zapping. Un sacco di gente muore così, e il giorno dopo va regolarmente al lavoro. Intanto che scorro i canali a un certo punto mi metto un dito nel naso, è una cosa che faccio sempre quando cerco di suicidarmi, mi rilassa, ma stavolta succede una cosa veramente strana: vedo il posacenere che si sposta di un centimetro. Com’è possibile? Così, da solo, come mosso da una forza invisibile. Sì, è vero, tutte le forze sono invisibili, sarebbe davvero fastidioso se la forza di gravità fosse rossa fosforescente. Premo di nuovo il tasto e intanto mi frugo piano piano nel naso. Il posacenere si muove di nuovo: destra, sinistra, destra, sinistra. Mai visto niente del genere, è qualcosa di veramente strano, molto più strano di Sandro.


Sentivo di essere vicino alla risposta. Il luogo recondito e misterioso dove si nasconde il valore della vita era finalmente a portata di mano. Studio giorno e notte tutto quello che ho in casa: i vecchi libri di scuola guida, le enciclopedie faticosamente raccolte in tanti anni di contrattazioni al citofono, persino le istruzioni della lavastoviglie, forse la cosa più difficile che abbia mai letto dopo il menù del ristorante indiano, e alla fine capisco.
C’è una piccola ghiandola a metà strada fra il coccige e la scapola sinistra, denominata ghiandola B o, secondo altri studiosi, ghiandola della seconda lettera dell’alfabeto. Ogni sera detta ghiandola secerne una sostanza che si diffonde in tutto il sistema linfatico e fa vibrare impercettibilmente i traghi dei padiglioni auricolari. Questo serve come richiamo sessuale per le zanzare, che, di notte, mentre dormiamo, si riproducono indisturbate nelle nostre orecchie.
La ghiandola che ci interessa è però la ghiandola A, detta volgarmente “naso”. Questa ghiandola non è proprio una ghiandola, ma più un piccolo acceleratore di particelle, e non parlo solo di particelle appiccicose. Forse non tutti sanno che il naso di ogni uomo è percorso da un continuo flusso di particelle elementari (elettroni, protoni, cose così) che escono da una narice e entrano nell’altra, continuamente, a velocità prossime a quella della luce. Quando la narice d'ingresso viene ostruita, il flusso si interrompe e le particelle vengono sparate fuori in linea retta dalla cavità rimasta libera. Nella maggior parte dei casi questo non produce alcun effetto macroscopico rilevante, a parte la formazione di piccole strutture chiamate “gatti di polvere”. Se però il soggetto in quel momento preme un tasto, la pressione esercitata sul dito attiva il campo magnetico del corpo umano, come predetto già nell’Ottocento dal misconosciuto astrologo tedesco Franz Anton Mesmer, e questo convoglia tutte le particelle nasali in direzione est-ovest. O ovest-est, non mi ricordo mai, comunque è questo che fa ruotare la Terra.


Gli esseri umani si mettono le dita nel naso e premono tasti in continuazione. Miliardi di persone che si frugano nel naso e premono tasti, frugano e premono, premono e frugano, continuamente, fin dalla preistoria. Cosa succederebbe se non ci fossero più gli esseri umani? L’attrito con l’etere fermerebbe la rotazione terrestre e le calotte polari si scioglierebbero, l’atmosfera evaporerebbe e tutta la flora terrestre sparirebbe per sempre, fra cui la genziana asclepiadea. Ecco perché uccidere è sbagliato.
Ora resta da capire perché sia sbagliato far sparire la genziana asclepiadea.

SPOST

Un gruppo di ricercatori italiani diretto dal professor Tano Tronzi e dalla professoressa Palma Megma ha recentemente scoperto l’esistenza delle Parole Potenzialmente Buffe a meno di una “S”, le cosiddette parole PPB-S. Si tratta di parole di uso comune e apparentemente innocue che hanno la caratteristica di diventare inopportunamente buffe se fatte precedere da una semplice “S”. Per esempio “porcellana” diventa “sporcellana”, una parola senza senso che può gettare una luce inquietante su tutto un servizio da tè.
La scoperta è stata compiuta nei laboratori del Gran Sasso, a una profondità di un milione e quattrocentomila millimetri, una cifra da capogiro, ed è stata possibile grazie all’impegno e alla dedizione di oltre un ricercatore.
Ancora poco si sa delle proprietà delle parole PPB-S e dei loro possibili rischi per la salute umana, anche se l’equipe del Gran Sasso si sente di escludere che si tratti di parole radioattive. «La pericolosità di queste parole», spiega il professor Tano Tronzi, «non sta tanto nel loro lato buffo. La lingua italiana è piena di parole buffe assolutamente inoffensive. Parole come “lapislazzulo”, “nasiera” e “succhiello” vengono usate tutti i giorni senza che questo costituisca una minaccia per la nostra salute. Il problema delle parole PPB-S è semmai che non sono per niente buffe e allo stesso tempo nascondono un lato insospettabilmente buffo che le rende destabilizzanti. Per esempio “patologia” e “parallasse”».
Contrariamente a quanto si crede, l’importanza delle parole non sta nella loro utilità comunicativa. Naturalmente le parole servono anche per comunicare, ma se fosse solo per questo se ne potrebbe fare tranquillamente a meno visto che ci sono molti altri modi di comunicare, molto più efficaci e diretti delle parole. Una cravatta, per esempio, dice più di mille parole, dice che chi la porta è una persona seria, uno con una vita seria, un lavoro serio e probabilmente tantissime altre cose serie, come le basette a punta o la suoneria della Merrie Melodies. Certo, anche un uomo con la cravatta parla di gol annullati e prestazioni sessuali a pagamento, ma la sua cravatta sta lì proprio a dire che ne parla con una certa competenza, non come un ragazzino con la felpa della Juventus.
Le parole sono prima di tutto rassicuranti. Uno torna a casa la sera e ha voglia di trovare le sue parole pronte che lo aspettano, non vuole sorprese. Se le parole diventano ambigue e traditrici allora è la fine, se basta una “S” a trasformare una parola comune in qualcosa di strambo o fuori luogo, di che cosa ci si potrà più fidare? Come si potrà regalare un’”orchidea”? O bere da una “borraccia”? Chi mai potrà ammettere di essere “permaloso” o peggio ancora “egocentrico”?
«Erano molti anni che sospettavo l’esistenza di queste parole PPB-S», racconta visibilmente turbata la dottoressa Palma Megma, «fin da bambina ho sempre avvertito qualcosa che non andava in alcune parole senza capire precisamente cosa fosse, sentivo che qualcosa di sconvenientemente buffo si nascondeva dietro le parole più maneggevoli. Magari mi capitava di dire che avevo tanta voglia di “cacao” e subito mi sentivo come se avessi detto qualcosa di cretino. È orribile quando succede».
Secondo una prima stima le parole PPB-S sarebbero circa tremila, un numero che desta non poca preoccupazione. Ciononostante i ricercatori del Gran Sasso si dicono ottimisti e sostengono di poter arrivare in tempi brevi a una lista completa di tutte queste parole, in modo da poterle prontamente rimuovere dalla lingua italiana. «Le parole mancanti saranno sostituite con “beep”», spiega il professor Tronzi, «una parola semplice e di facile pronuncia che non ha mai dato problemi. Un metodo più rapido sarebbe stato quello di eliminare direttamente la lettera “S” dall’alfabeto, ma le autorità ecclesiastiche si sono opposte sostenendo che “Geù” sarebbe un nome troppo stupido».
Si può quindi dire che la situazione è perfettamente sotto controllo e che presto la popolazione potrà tornare a usare le parole in tutta tranquillità, come ha sempre fatto, senza preoccuparsi di quello che dice. Anche se, per completezza, bisogna purtroppo riferire una notizia che circola ormai da qualche settimana. Pare che il professor Evo Rododicane abbia scoperto una nuova pericolosissima classe di parole, le parole PPB-B.

L’ANTITERRA

I pitagorici tenevano in grande considerazione l’astronomia, ma sfortunatamente il loro sistema planetario era troppo complicato per avere successo. Tanto per fare un esempio sostenevano che il Sole orbitasse intorno al Sole, concetto abbastanza difficile da capire se non si ha confidenza col misticismo. Erano arrivati a questa conclusione grazie al loro particolarissimo metodo d’indagine, il cosiddetto “tirare a indovinare” (τιραρε α ινδοϖιναρε), metodo in base al quale Filolao aveva stabilito con certezza che in orbita intorno al Sole dovesse esserci un pianeta gemello della Terra, la cosiddetta Antiterra, non visibile dalla Terra per tutta una serie di ragioni sbagliate (le famose ragioni σβαγλιατε tanto care ai greci e di cui Aristotele diventerà maestro).
L’Antiterra è rimasta una leggenda per secoli, finché pochi anni fa non si è scoperto che esiste veramente. Si tratta di un pianeta che segue esattamente la stessa orbita della Terra, ma sfasata di sei mesi, in modo da trovarsi sempre dietro al Sole e dunque in una posizione non osservabile. L’Antiterra è in tutto e per tutto identica alla Terra (massa, dimensioni, atmosfera, eccetera), solo che ogni cosa è al contrario. Per esempio il Nord e il Sud sono invertiti, come si può vedere da questa immagine.


Sull’Antiterra i religiosi credono nel modello ΛCDM e tutte le domeniche si radunano negli osservatori astronomici per rendere grazie al Big Bang. Invece gli scienziati studiano Dio in laboratorio


Se esiste, al tre dica “ciao”. Uno, due, tre.

...

Cerchi di dirlo sopra la soglia udibile, per favore. Uno, due, tre.

...

Uno, due, tre.

...

Ultimo tentativo.


Nei gran premi di Formula Uno vince chi arriva ultimo, i figli educano i genitori e tutti sono gay. Quest’ultima cosa fa sì che alcune cose siano abbastanza diverse, per esempio le bandiere.


Gli eterosessuali sono una minoranza e vengono visti come individui un po’ troppo stravaganti nell’ostentazione della loro monotonia. Loro stessi si definiscono flat: c’è la comunità flat, i locali flat e ovviamente il flat pride, una sfilata di uomini in ciabatte e donne coi bigodini che spingono passeggini stracarichi di prole. Ovviamente non tutti gli eterosessuali sono così, ma si sa che le minoranze vogliono colpire l’opinione pubblica con gesti eclatanti, anche perché, sembra incredibile, c’è ancora chi considera l’eterosessualità un disturbo psichico.


Credo che mio figlio sia flat, dottore.

Stia tranquillo, signor Capezzoli, il fatto che si addormenti al cinema non significa niente.

L’ho sorpreso mentre guardava sul computer una di quelle cose disgustose che emettono suoni striduli, tutte piene di rigonfiamenti e buchi superflui.

Una donna?

Sì, sembra che ne sia attratto.

Probabilmente è solo “invidia della vagina”.


Ovviamente i religiosi sono organizzati in un’Antichiesa e ovviamente l’Antichiesa condanna l’eterosessualità in quanto pratica contro natura. «Il simile deve andare col simile» dice tutte le domeniche l’Antipapa alla folla radunata in piazza San Hubble, «pensate cosa succederebbe se un protone si accoppiasse con un antiprotone. Si annichilirebbero all’istante e l’universo non esisterebbe». Ma in realtà sono tutte stupidaggini. Purtroppo sull’Antiterra la gente ha l’abitudine di abbandonarsi ai luoghi comuni e consegnare il proprio cervello al sentito dire. Non come qui da noi.

LA BUCA DELL’AMORE (0, 1 E 2)

Ciao.
Non so da quanto tempo sei su questo pianeta, ma sono sicuro che nemmeno a te è sfuggita una cosa straordinaria, anzi, senza voler esagerare, una cosa molto più che straordinaria. Una cosa straordinaria è tale sempre in rapporto a qualcosa di ordinario da cui si distingue, per esempio una mano con sei dita, una cane che miagola o un critico cinematografico competente, quindi la sua straordinarietà ha sempre in sé qualcosa dell’ordinario cui rimanda, così, in fin dei conti, lo straordinario è solo l’ordinario con qualche dettaglio diverso. Invece la cosa che dico io non ha niente di ordinario, anche se succede tutti i giorni, dappertutto, miliardi di volte. In pratica è la cosa più comune del mondo, solo che ogni volta che succede per me è come se fosse sempre la prima volta. Di più, è come se fosse la volta prima della prima volta, molto prima. Io non sono uno difficile, mi abituo praticamente a tutto: mi sono abituato allo spam telefonico, ai “pò” sui giornali, alle suonerie al cinema, mi sono persino abituato a quelli che si leccano vicendevolmente la lingua in mezzo alla strada, però a questa cosa non mi sono mai abituato, ed è un peccato. Non è piacevole vivere perennemente stupiti: non si può pensare ad altro, non si può chiacchierare senza gocce, non si può nemmeno smettere di sgranare gli occhi, problema non da poco, soprattutto in bicicletta, ed è molto probabile che tutto questo stupore non mi passerà mai, nemmeno adesso che questa cosa penso di averla capita.
Le poche parole che seguono (per la precisione 20000 parole, 29 figure e 176 formule), sono le parole con cui ora provo a dirti quello che ho capito. 20000 parole possono sembrare tante, ma ti assicuro che non è così. Sono tante se si vuole spiegare qualcosa di comunemente straordinario, ma sono ancora poche per qualcosa di così straordinariamente comune.


1. LA COSA

Gli esseri umani, le creature più intelligenti del mondo a detta di tutti, o almeno a detta di tutti gli esseri umani, si comportano spesso in modo stupido, e non è raro vedere persone molto intelligenti comportarsi in modo così stupido da far vergognare anche una bestia.
Ecco, questa è “la cosa”, cioè quella cosa che tutti vedono ma, per qualche motivo, nessuno sembra notare, come dimostra il fatto che non esiste nemmeno una parola per esprimerla. Io se fossi un dizionario la chiamerei “sapiente amnesia”: “sapiente” perché appartiene alla specie sedicente sapiens, “amnesia” perché è quella predisposizione così tipicamente umana che consente a un essere umano di dimenticarsi di essere umano. Ogni esempio a questo proposito è superfluo, ma non sarà certo il superfluo a fermarmi.


2. PER ESEMPIO

Un tipico caso di sapiente amnesia è quel genere di tifoso calcistico chiamato “ultrà”.


Qui sopra se ne può vedere uno come tanti nell’atto di sventolare la bandiera della sua squadra del cuore (per comodità, d’ora in avanti: Luigi). Può sembrare ridicolo, è vero, ma questo sventolio non è di per sé in contrasto con l’avere un cervello di classe sapiens sapiens correttamente installato nell’opportuna sede cranica. È solo un modo di condividere con gli altri la propria fede, forse un modo goffo, ma di certo non stupido. E nemmeno l’essere agghindati coi simboli identificativi della propria squadra, come il berretto a scodella o la barba cotonata, può essere additato come un segno di quella sapiente amnesia che fa rotolare in due secondi un essere umano in fondo alla scala evolutiva, ben al di sotto del pianerottolo dei procarioti, perché uno si veste come si veste non perché è intelligente o stupido, ma per dire agli altri chi è senza dover fare la fatica di parlare. Quello che fa dubitare dell’intelligenza di Luigi non è nella foto, ma fuori.
Come si può intuire dalla sua espressione corrucciata, l’umore di Luigi non è dei migliori, così, giusto per tirarsi un po’ su di morale, ha deciso di andare con gli amici a bruciare una caserma dei carabinieri. Una a caso. Chissà perché dare fuoco ai carabinieri mette sempre tutti di buon umore. In questo caso il pretesto è vendicarsi della lentezza delle forze dell’ordine nel rimuovere uno striscione apparso durante il derby della domenica prima, uno striscione gravemente infamante della memoria di un mitico giocatore del passato tanto caro a Luigi, uno dei protagonisti dello storico scudetto del 610. Insomma le solite cose da tifosi. Quello che c’è di stupido in questo comportamento e in tutti i comportamenti simili non è tanto il voler vendicare un’offesa, quanto il vendicarsi con chi non c’entra. Vendicare un’offesa ha una sua logica: tu mi offendi, io ti ammazzo. Logico. Magari è ingiusto, odioso, sproporzionato, avventato, imprudente o altro, ma è logico. Invece vendicarsi con uno a caso di un’offesa ricevuta da un altro è stupido: tu mi offendi, io lo ammazzo? È stupido. E non stupido e basta, ma stupido come mettersi il collirio per il mal di denti, mangiare prosciutto per evitare le code in posta o riempire d’acqua il gatto per imparare il cinese. È una cosa talmente stupida da far dubitare dell’umanità di chi la compie. Fa impressione se ci si pensa: milioni di anni per salire una scala, due secondi per scenderla.
A questo punto si potrebbe dire “cosa c’è di strano? Si vede che Luigi è stupido. Mistero risolto”. Già, ma allora com’è possibile che una persona così stupida da buttare via tutta la serata per dare fuoco alle persone sbagliate sia in grado di pettinarsi la barba in quel modo? Una barba così soffice e vaporosa non è una cosa semplice. Prima di tutto bisogna passare una crema lisciante sui peli ancora bagnati, poi, dopo averli asciugati col fon, bisogna dividerli a piccole ciocche e passarli due o tre volte con la piastra, quindi si devono prendere le ciocche una per una e, con un movimento della spazzola dall’alto verso il basso, alzare tutti i peli, facendo su e giù fino a quando non diventano crespi alla base, infine si dà una sapiente spruzzata di lacca e voilà: al posto di un’anonima barba qualsiasi si ha la testa di Micheal Jackson al contrario. Certo non è una cosa da Nobel, ma di sicuro è molto, ma veramente molto più impegnativa del rendersi conto che ammazzare persone a caso non serve ai propri scopi. Anche perché, tanto per dirne una, può succedere di ammazzare tifosi della propria squadra. Quindi il mistero rimane e può essere così espresso: cosa può annebbiare così tanto l’intelligenza di Luigi da non fargli più vedere quello che invece vede benissimo quando si pettina la barba, e cioè il suo stesso interesse personale?

(Parte successiva)

QI, QI2, EG E CC

QI
Che cos’è l’intelligenza? Si dice la capacità di risolvere problemi. Bene. Ed è molto importante essere intelligenti? A giudicare da quanto la gente ci tiene si direbbe proprio di sì. Chi ha la sfortuna di fare l’insegnante su questo pianeta sa bene che non si può mai dire a un genitore che suo figlio è poco intelligente, nemmeno quando il suddetto figlio non riconosce la propria immagine allo specchio. I pedagogisti vietano persino di pensare che un bambino possa essere poco intelligente e spiegano che tutti, a loro modo, sono intelligenti, sta all’insegnante capire come facciano a fingere così bene di non esserlo. Come dice Isaac in Manhattan, l’intelligenza è molto sopravvalutata, ed è vero. Se solo la gente se ne rendesse conto potrebbe finalmente rilassarsi un po’ e smettere di fare tutte quelle cose stupide per sembrare intelligente. Io, per esempio, non ho difficoltà ad ammettere che non so fare le operazioni a mente. E non sto parlando di prodotti tensoriali o integrazioni in n dimensioni, sto parlando di addizioni e sottrazioni. Quando ci provo mi compaiono subito le rotelline colorate di OSX negli occhi e devo aiutarmi con le dita, cosa che mi limita molto con i numeri maggiori di dieci.
Se l’intelligenza consiste nel saper risolvere i problemi meglio e più velocemente degli altri, allora uno che riesce a realizzare il suo sogno di fare il Ministro della Repubblica è sicuramente una persona molto intelligente, e se l’intelligenza è la qualità intellettuale più importante di un essere umano, allora un qualsiasi Ministro a caso deve essere per forza una persona straordinaria, ma questo è in disaccordo con i dati sperimentali. È evidente che le capacità intellettuali di una persona non possono essere giudicate solo dalla sua capacità di risolvere i problemi, ma anche dal tipo di problemi che si pone. Che cosa bisogna pensare di uno il cui problema è diventare Ministro? Se un mio amico mi dicesse che vuole diventare Ministro, io penserei che è uno stupido, e se poi un giorno diventasse veramente ministro, non è che per questo mi sembrerebbe meno stupido. Uno stupido che risolve i suoi problemi da stupido resta sempre uno stupido. La verità è che esistono stupidi molto intelligenti. Per questo dico che, per valutare le capacità intellettuali complessive di una persona, bisogna considerare oltre all’intelligenza anche la comprensione, dove “comprendere” non è sinonimo di “capire”, checché ne dica la lingua italiana.
Ma che cos’è esattamente la comprensione? Non è per caso solo un espediente per dimostrare che, anche se non so fare le addizioni, sono comunque straordinariamente sveglio?
Non solo.

QI2
Ogni persona (pi) vive in un suo mondo (Mi) dove si rappresenta come Ioi e in cui ci sono varie cose tutte più o meno collegate fra loro.


L’intelligenza è la capacità di cogliere i nessi fra le cose. Per esempio, una persona intelligente sa che le verze possono produrre fastidiosi spifferi e che mettersi un arbre magique nelle mutande non risolve il problema.
Ci sono cose che appartengono ai mondi di tutti e cose che appartengono solo al mondo di qualcuno. L’intersezione di tutti i mondi (∩Mi) è il mondo comune, quello con il quale tutti hanno più o meno a che fare.


Se la figura qui sopra sembra volgare, non è colpa della figura, è il mondo comune che è volgare. Ovviamente ognuno progetta la propria vita nell’ambito più o meno ristretto del suo mondo personale e le cose che stanno fuori è come se non esistessero. Per p1 le rose canine non esistono, esistono i fiori, ma non le rose canine, mentre per p2 non esiste il macropodus opercularis, al massimo esiste la frittura di pesce. Così quando p1 e p2 vogliono scambiare due chiacchiere si limiteranno a parlare di qualcosa che appartenga a ∩Mi.


Che caldo!

Non si respira!

Un caldo così non l’ho mai sentito.

È che non si respira.

Dicono che sia l’estate più calda degli ultimi seimila anni.

Se qui non si fa qualcosa...

Domani sarà anche peggio.

Ormai non sbagliano più, quando dicono che piove...

Piove.

Quando dicono che fa caldo...

Che caldo!

Piovesse almeno!

Che poi non è nemmeno il caldo.

È l’umidità.

Che umidità!

Scusa...

Dimmi.

Non mi ricordo più chi sono io e chi sei tu.


Se l’intelligenza è la capacità di connettere le cose fra loro, la comprensione è la capacità di includerle nel proprio mondo. Comprendere una cosa non significa capirla, ma piuttosto avere la possibilità di capirla. Ognuno esercita la propria intelligenza entro i confini di ciò che ha compreso, quindi si può dire che per capire una cosa bisogna prima averla compresa. Se uno è intelligentissimo, ma nel suo mondo ci sono solo verze, mutande e arbre magique, il margine che ha per destreggiarsi con la sua smisurata intelligenza è abbastanza limitato. È come avere una Porsche e abitare ad Alicudi.
La comprensione di una persona parte sempre dalle cose che le sono più vicine, cioè da se stessa, dai suoi bisogni immediati e dal suo benessere materiale, poi passa a quelle che la riguardano sempre meno direttamente e via via si allarga fino a includere cose anche molto distanti dal proprio entusiasmante ego. Le persone che comprendono poco vivono in mondi piccoli, il cui raggio è stimabile intorno ai due o tre palmi dal naso, e quando nel mondo di una persona ci sono poche cose, queste sono perlopiù quelle che appartengono a ∩Mi. Ciò fa sì che la gente col mondo piccolo abbia desideri comuni, apprezzi le cose che vanno di moda, parli per sentito dire, abbia opinioni banali e racconti un sacco di barzellette. Sono quelli che vanno nei posti dove vanno tutti, a fare quello che fanno tutti e, quando tornano, raccontano le cose che raccontano tutti, parola per parola. Queste persone sono una la fotocopia dell’altra, parlano tutte insieme con la stessa voce e si ammassano sgomitando e calpestandosi. Fra loro ci sono anche persone molto intelligenti, sono quelle che sgomitano e calpestano meglio degli altri. Inoltre più Mi è piccolo, più Ioi sembra grande. Per chi vive in un mondo piccolo tutto quello che c’è è noto e tutto quello che è noto è in relazione diretta con lui, così le persone che comprendono poco tendono inevitabilmente a parlare sempre di sé e sono incapaci di ascoltare. Primo perché sono storditi dalle smisurate dimensioni del proprio Io (dimensioni smisurate solo in relazione alla piccolezza del mondo in cui vivono), secondo perché nel loro mondo ci sono così poche cose che chiunque si rivolga a loro parlerà quasi sempre di qualcosa che non comprendono.
Quindi, per avere una valutazione più veritiera delle capacità intellettuali di una persona (QI2), il QI deve essere pesato con un coefficiente di comprensione (CC), cioè un numero compreso fra 0 e 1 che stimi le dimensioni del mondo della persona in questione (0 se inesistente, 1 se infinito).

QI2 = CC × QI

In questo modo si può avere il caso limite di una persona che capisce tutto (QI=miliardi) ma che non ha niente da capire (CC=0), e che è quindi indistinguibile da uno che non capisce niente (QI=0).

EG
Per esempio, una cosa che mi sono sempre chiesto è questa: come fa una persona intelligente a credere in Dio? Un ente metafisico, atemporale, onnipotente, onnisciente, creatore di tutto e di tutti, che si arrabbia se uno si mette sul pene una guaina di gomma? La risposta che mi sono sempre dato è che non può, chi crede in un Dio così intelligente che fa cose così stupide non è intelligente. Certamente è una risposta che viene spontanea, ma è sbagliata, perché se fosse un problema di intelligenza, allora uno che non si accorge di incongruenze così evidenti dovrebbe essere talmente stupido da radersi con l’affettatrice, entrare e uscire di casa passando per lo scarico del water, guidare la moto col casco alla rovescia e pretendere di far colpo sulla gente dandosi fuoco ai peli del naso. Invece non è così. Tolta la religione, i religiosi sono intelligenti tanto quanto gli altri. Allora si potrebbe pensare che è colpa dell’ignoranza: se uno non sa che sulla Terra esistono migliaia di religioni, alcune persino più assurde della sua e ciononostante seguite altrettanto ciecamente da milioni e milioni di fedeli, è più facile che continui a coltivare la sua spiritualità locale. Certo l’ignoranza aiuta, ma non basta, perché tutti sono più o meno al corrente dell'esistenza del Buddismo, dell’Induismo, dell’Islam, dei tarocchi, eccetera, ma non è che questo faccia loro una grande impressione.


Che cos’hai detto?

Quando?

Luddismo? Bullismo? Lollismo?

Buddismo.

E che cos’è?

È una religione.

Davvero!?

Sì.

Non sapevo che esistessero due religioni!

Dice che tutto è sofferenza, ogni cosa decade e si estingue, e l’Io non esiste.

Mm... mi torna.


Invece non va mai così. I riti degli altri sono sempre superstizioni senza senso, mentre stringersi la mano in chiesa è scambiarsi un segno di pace, mangiare una sottile sfoglia di frumento è ricevere il corpo di Cristo e raccontare le proprie perversioni sessuali a un vecchio chiuso in una cabina di legno è confessarsi. Questo perché la religiosità di una persona non è tanto una questione di intelligenza né di istruzione, quanto di comprensione. Non è che le incongruenze della propria religione non siano capite, non sono proprio nemmeno comprese. Un religioso ha nei confronti di queste incongruenze perlopiù lo stesso atteggiamento che ha nei confronti delle mosche: cerca di scacciarle.
Per chi nasce in Italia, Dio, l’immortalità dell’anima e la verginità della Madonna appartengono a ∩Mi.


Sono cose a cui uno dà importanza di default, non perché le abbia scelte. Si crede in Dio perché ci credono gli altri, senza averlo mai deciso, quasi senza saperlo, e questo non è di per sé stupido. Avere delle convinzioni basate sul sentito dire è normale. Se uno mettesse in discussione ogni volta tutto quanto, impiegherebbe due settimane solo per farsi una pasta coi broccoli. Anche nel Giappone molte persone credono solo per sentito dire: qualcun altro ci è stato e ne parla, Google Maps sostiene che quell’arcipelago a forma di banana si chiami Giappone, il sushi viene spacciato per cibo giapponese, eccetera, e finché nel loro mondo non entra qualcosa di incongruente col Giappone, queste persone non ne metteranno mai in discussione l’esistenza. La stessa cosa vale anche per le religioni, solo che per smettere di credere in Dio o nel Giappone non è sufficiente che un’incongruenza si presenti sulla porta del mondo e suoni il citofono, bisogna anche aprirle. Certo è una scocciatura, è troppo bello starsene chiusi in casa e non rispondere a nessuno, meno che mai a un’incongruenza, una che magari entra in casa con le scarpe sporche e butta all’aria tutto. Purtroppo però è l’unico modo per capire se un’incongruenza è veramente un’incongruenza o solo pubblicità in buca. In poche parole, per darsi una risposta bisogna prima essere disposti a farsi la domanda.
Come fa una persona intelligente a credere in Dio? Non se l’è mai chiesto.

CC
Il QI da solo non serve a niente, è solo un numero da giocare al lotto. Come si è detto, il QI diventa una valutazione attendibile delle capacità intellettuali solo se viene moltiplicato per CC, il coefficiente di comprensione. Quindi se si vogliono quantificare le capacità intellettuali di una persona, è necessario avere un test che stimi anche CC. Naturalmente preparare un test di questo genere va al di là degli scopi di questo blog, tuttavia è possibile farsene un’idea per mezzo di alcune domande qualitative. Per cercare di capire come potrebbero essere queste domande, partiamo dal seguente dato di fatto: le persone tracotanti hanno poca comprensione e più sono tracotanti meno comprensione hanno. Per convincersene è sufficiente tenere presente che la comprensione di un essere umano è fondamentalmente la sua apertura alla possibilità di essere stupido. “Stupido” non in senso clinico, ma in senso esistenziale. Gli stupidi clinici, cioè quelli col cervello difettoso, sono rari e sono persone da compatire. Non c’entrano niente con questo discorso. Generalmente, quando si dice che uno è stupido, si dà sempre per scontato che lo sia nello stesso senso di uno stupido clinico, ma non è così. La stupidità delle persone col cervello che funziona è un modo di essere, non una condizione fisica del cervello. Lo stupido è solo una persona che fa o dice cose stupide ed è stupido solo ed esclusivamente nel momento in cui dice o fa quelle cose. Per esempio, essere convinti di non dire e non fare mai cose stupide è una cosa stupida. È sbagliato pensare, come di solito fanno tutti, che esistano gli stupidi e i non stupidi, perché la stupidità è la condizione originaria e congenita di ogni essere umano, è il suo modo di essere più prossimo, quello che gli viene più spontaneo. Tutti siamo stati, siamo e saremo stupidi, almeno un po’, e l’unica cosa che si può fare è solo cercare di essere il meno stupidi possibile. Che cos’è la vita se non un graduale e continuo liberarsi della propria stupidità? Si nasce che si è dei perfetti stupidi e si dovrebbe sperare di morire un po’ meno stupidi di quando si è nati. Rendersi conto di essere stupidi è una cosa positiva, perché solo chi di tanto in tanto si sente stupido può provare a esserlo di meno.
Ecco quindi alcune domande attraverso cui chiunque può farsi un’idea del proprio CC, basta rispondere con sincerità. Purtroppo c’è l’inconveniente che chi ha una scarsa comprensione è di solito anche poco sincero con se stesso, il che renderebbe il test che segue completamente inutile se non fosse che ho una gran voglia di scriverlo.
Prima domanda: mi è mai capitato di avere torto?
Rispondere al volo “sì, un sacco di volte” non basta. Questo test non si fa fregare così facilmente. Per rispondere bisogna prendere carta e penna e menzionare nel dettaglio tutte le volte in cui si ha avuto torto (quando, dove, come e perché). La quantità di spazio bianco che resterà sul foglio sarà inversamente proporzionale al proprio CC. Importante: il foglio deve essere un A4, non un post-it.
Seconda domanda: conosco qualcuno più intelligente di me?
Rispondere “Einstein” non va bene. Anche rispondere “Einstein, Mozart, Socrate, Shakespeare e tutta la scuola di Francoforte” non va bene. Bisogna dire nomi di persone che si conoscono, gente con cui si ha a che fare più o meno tutti i giorni: amici, parenti, colleghi, vicini di casa, eccetera, meglio se antipatici. Troppo comodo ammettere la superiorità intellettuale di morti illustri, gente che se ne sta al sicuro sottoterra e non dà fastidio a nessuno. Se uno si sente più intelligente di tutti quelli che conosce, i casi sono due: o è effettivamente più intelligente di tutti o è stupido, non ci sono vie di mezzo. Beethoven pensava di essere il musicista migliore del suo tempo e aveva ragione, sarebbe stato stupido da parte sua non pensarlo, ma siccome l’apparizione di un Beethoven sulla Terra si verifica grosso modo due o tre volte al secolo, se uno si crede Beethoven ha ottime probabilità di essere semplicemente uno stupido. Sia chiaro, stupido sempre nel senso eccetera.
Terza domanda: mi sono mai sentito stupido?
Siccome sentire la propria stupidità è fondamentale per poterla superare e progredire verso forme di stupidità sempre meno grossolane, uno che non si è mai sentito stupido è uno che è rimasto esattamente com’era al momento della nascita, cioè un rompicoglioni egocentrico che detta ordini frignando. Rendersi conto di aver detto o fatto qualcosa di stupido dovrebbe essere un momento di festa e bisognerebbe essere per sempre grati a chi ce l'ha fatto notare, invece, cosa assurda, le persone si offendono. Anche far notare un semplice errore di grammatica, cosa che non mette minimamente in discussione l’intelligenza di una persona, è una cosa che fa imbestialire, e inevitabilmente succede che uno lotta con tutte le sue forze per difendere il suo errore. Così inizia la guerra dei dizionari, le discussioni sull’Accademia della Crusca e alla fine, quando proprio deve cedere di fronte all’evidenza che “vai a dritto” è solo un’espressione regionale, se la prende con l’irrazionalità della lingua italiana: “vai a sinistra, vai a destra, vai a dritto. Ovvio, no?”.
Quarta domanda: perché tutto quello che mi riguarda è così interessante?
Questa è una domanda trabocchetto.

L’UOMO È UNA PASSIONE INUTILE

Nasco con una certa dose x di autostima. x varia nel tempo, può aumentare o può diminuire. Per esempio, se mi scoppia una vena nel cervello, diventa +∞. y è invece la stima del mondo nei miei confronti così come io la percepisco (stima del mondo percepita)

y = ∑ƒiyi

dove yi è la stima che effettivamente ha per me la persona i-esima e ƒi è quanto m’importa di questa persona.
Sono soddisfatto di me stesso se e solo se

y ≥ x

cioè se e solo se la stima del mondo è pari o superiore alla mia autostima. Se questo non accade allora sarò frustrato, tanto più frustrato quanto più grande è la differenza fra x e y, e la mia infelicità sarà

I = µ (x-y)

dove µ è una costante di proporzionalità che dipende solo dalle unità di misura.

ESEMPIO 1
Sandro si stima in maniera pazzesca

x = pazzesca

ed è stimato da sua madre (m), che Sandro usa come sua personale badante e scendiletto mobile (ƒm=0), e dal suo gatto Rasputin (r), che per quanto sia di razza è pur sempre un gatto (ƒr=0). A sua volta Sandro stima moltissimo Giorgio, Federico e Paolo (gfp), che però sono tre soldatini di legno e a quanto pare i soldatini di legno non hanno l’anima (ygfp=0), cosa che non dipende tanto dal materiale quanto dal fatto che sono soldatini. Quindi l’infelicità di Sandro è

I = µ (x - ymƒm - yrƒr - ygfpƒgfp)

che svolgendo i calcoli diventa

I = pazzesca

Più in generale si può concludere che una persona sola (y=0) non solo è necessariamente infelice

I = µx

ma la sua infelicità è tanto più grande quanto più alta è l’opinione che ha di sé. Chi non fosse soddisfatto da questa situazione (molte persone non vedono il lato divertente dell’essere infelici) ha due possibili strade: può cercare di ridimensionare x, per esempio rendendosi conto che non sa nemmeno cucinare due uova al tegamino, oppure può cercare di aumentare y, cioè può dedicare la vita a guadagnarsi la stima degli altri. Quest’ultima strada è nettamente la più faticosa e lunga, ma sorprendentemente è anche la più seguita. C’è però un problema: ogni nuova persona che mi stima fa aumentare non solo y ma anche x, infatti x è composta da due termini

x = x0 + ∑yi

dove x0 è la stima che ho di me quando nessuno mi stima (autostima a riposo), mentre ∑yi è la stima che tutti gli altri hanno di me (stima del mondo effettiva). È un fenomeno abbastanza intuitivo, più persone mi stimano più a mia volta io mi stimo e mi stimo tanto più quanto più esse mi stimano. Inoltre si noti che, mentre il contributo della stima altrui alla percezione che ho della stima del mondo nei miei confronti (y) è pesato in base a quanto m’importa delle persone che mi stimano, quando invece si tratta di autostimarmi (x) la stima altrui va bene così com’è, fosse anche quella del mio gatto. In altre parole c’è sempre un buon motivo per stimarsi. Per capire se questo meccanismo fa diminuire o aumentare la mia infelicità basta scrivere esplicitamente x e y nell’espressione dell’infelicità

I = µ (x0 + ∑yi - ∑ƒiyi)

cioè

I = µ [x0 + ∑ yi(1-ƒi)]

Ora, se chiamo xi la stima che ho della persona i-esima, ƒi può essere scritto come segue

ƒi = xi/x0

cioè m’importa poco delle persone che stimo poco e, in generale, più io mi stimo meno m’importa di tutti gli altri. Dunque sostituendo ƒi si ha

I = µ [x0 + ∑yi(x0-xi)/x0]

da cui si vede che se conquisto la stima di una persona che stimo meno di quanto io di base mi stimi, cioè se x0-xi>0, otterrò come risultato quello di aumentare la mia infelicità, non di diminuirla.

ESEMPIO 2
Sandro decide di guadagnarsi la stima del maggior numero di persone possibile e si iscrive a Facebook. Dopo alcuni mesi ha più di quattromila amici, alcuni dei quali stima moltissimo, come un premio Nobel, cinque pittori rinascimentali e l’inventore della vagina, ma sfortunatamente Sandro è convinto di essere la persona più intelligente del mondo

x0>xi per ogni i appartenente al mondo

dunque ogni suo nuovo amico, per quanto sia stimabile, non farà altro che sprofondarlo ancora di più nell’infelicità.
Si può così ritenere dimostrato il seguente risultato fondamentale: chi pensa di essere la persona migliore del mondo è tanto più infelice quanto maggiore è il numero dei suoi adulatori.

RIPRODUZIONE IN SERIE

Il cervello umano non è programmato per studiare l’universo o farsi domande sul senso dell’esistenza, è programmato per adattarsi in fretta all’ambiente circostante e mettere al mondo il maggior numero possibile di figli in quei pochi anni che ha a disposizione. Cose come la Critica della Ragion Pura o la Teoria della Relatività sono incidenti di percorso, non il normale punto di arrivo di un cervello. Chi cita Einstein come esempio della grandezza del genere umano (e quindi, indirettamente, della propria) sbaglia, perché un esempio per essere buono deve essere tipico, non eccezionale, e un tipico esempio della grandezza del genere umano è Gasparri, non Einstein.
Quando un cervello viene al mondo, per prima cosa si guarda intorno attraverso il suo sofisticato sistema audiovisivo, poi passa subito a copiare tutto quello che vede e sente. Tutto. Non importa che senso abbia o non abbia, lui guarda e riproduce tutto tale e quale, come una fotocopiatrice. Prima lo riproduce con la voce e i gesti, poi con i comportamenti e alla fine anche materialmente, mettendo al mondo tanti altri cervelli identici a lui. Copia e incolla, ecco come funziona il cervello. Per questo motivo la religione giusta è sempre quella dove sono nato, la gente civile è quella del mio paese e nessuno fa il pane buono come qui da noi. L’obiettivo del cervello non è la scoperta di cose nuove, ma la riproduzione di quelle vecchie. Ovviamente questo non significa che il cervello sia stupido, anzi è un organo molto intelligente, solo che la sua intelligenza è finalizzata al copia e incolla, non alla conoscenza. Quando uno scopre qualcosa di nuovo (ogni tanto succede), riesce a scoprirlo non grazie al suo cervello, ma nonostante il suo cervello. Scoprire una cosa nuova significa sconfiggere il proprio cervello, quindi non bisognerebbe gridare “eureka!” ma “t’ho fregato, bastardo!”.
Se il cervello umano fosse fatto per la cosmologia, la filosofia e la conoscenza in generale, il suo algoritmo sarebbe questo


Ma purtroppo non funziona così. Il punto di partenza dell’algoritmo non è mai una domanda, ma una risposta: i maiali volano. Una risposta copiata da genitori, preti e insegnanti e subito diligentemente incollata nei neuroni. Il cervello non va in giro per il mondo con una domanda in cerca della risposta, come di solito si dice, ma va in giro per il mondo con una risposta in cerca della possibilità di riprodurla, e se disgraziatamente un dato oggettivo transita nel suo campo audiovisivo, il cervello cerca di scacciarlo. Il vero algoritmo del cervello è questo

TEOREMA

ENUNCIATO
Chi ama gli animali li ammazza e se li mangia.

DIMOSTRAZIONE
Partiamo dal fatto autoevidente che

1) il male e il bene assoluti non esistono.

Chi dice il contrario è pregato di dirmi dove sono, dieci secondi di tempo: in Antartide? su Plutone? Nel cuore di Gesù? Tempo scaduto. Il male e il bene assoluti non esistono.
Invece

2) esistono il male per qualcuno e il bene per qualcuno.

Ha senso solo parlare di “male per” e “bene per”, mai di “male e basta” e “bene e basta”. Per esempio la morte del cane di Mario è un male per Mario, ma un bene per Luigi che ogni mattina si trovava sullo zerbino alcuni odorosi resti del cane di Mario. E per il cane di Mario? Per il cane di Mario la sua morte non è né un bene né un male, visto che

3) per stare bene o male bisogna come minimo essere vivi.

Quindi

4) la morte di qualcuno non è un male per quel qualcuno.

Invece prendere a calci il cane di Mario è un male per il cane di Mario (ma un grande piacere per Luigi), visto che per sentire il dolore non serve essere intellettualmente superiori ma è sufficiente avere un corpo, e i cani, i gatti e le giraffe hanno tutti un corpo esattamente come gli esseri umani.
Le proposizioni 1, 2, 3 e 4 possono quindi essere generalizzate come segue:

5) fare male a X è male per X, mentre uccidere X non è male per X ma è male per i parenti di X, dove X è un qualsiasi essere vivente non masochista dotato della capacità di sentire male e con un conto in banca inferiore ai centomila euro.

Gli animali hanno solitamente conti in banca irrisori, ma poiché i loro parenti sono persone abbastanza insensibili, si può senz’altro affermare che

6) fare male a un animale è male per l’animale, ucciderlo non è male per nessuno.

Introduciamo ora, per mere esigenze di brevità, le seguenti definizioni:

7) non è male = non è male per nessuno,

8) è male = è male per almeno uno,

dunque la 6) si semplifica in

6.2) fare male a un animale è male, ucciderlo no.

Questa proposizione diventa naturalmente falsa per un animale domestico, essendo in questo caso l’animale dotato di un padrone in grado di piangerne la morte, ma torna a essere vera se si uccide sia l’animale che il padrone (e tutti i suoi parenti).
Per polli, maiali, conigli e tutti gli altri animali da tavola la 6.2 è sempre vera, e da essa segue che

9) allevare industrialmente un animale è male, tirargli una genuina schioppettata nella schiena no.

Ovviamente la schioppettata non è indispensabile, va bene anche una martellata in testa, l’importante è che l’animale, in tutto il periodo che trascorre su questo pianeta, possa vivere pienamente e serenamente la propria vita di animale, cioè ingozzarsi fino a scoppiare, rotolarsi nel fango e ascoltare Radio Deejay. Dalla 9 segue quindi che

10) non c’è nessuna controindicazione etica nell’uccidere animali che siano:
a) selvatici,
b) allevati all’aperto e in condizioni gradevoli,
c) appositamente creati senza cervello e fatti crescere in laboratorio.

Il paradiso terrestre è un mondo dove si allevano i filetti senza bisogno di allevare anche il resto della mucca. Mi sembra quasi di vederli: grossi lumaconi sanguinolenti coltivati come se fossero barbabietole, alberi da würstel, piantagioni di costolette. Mi fermo perché ho l’acquolina.
Fatta sempre per esigenze di brevità la seguente definizione:

11) è bene = è bene per almeno uno e non è male per nessuno,

si può affermare che

12) mangiare un animale che appartenga alle categorie 10.a), 10.b) e 10.c) è bene, soprattutto se cucinato come si deve.

È bene per tutti coloro che non mangiano per nutrirsi ma per essere felici, cioè per chi considera il cibo non una dose di sostanze nutritive da assumere per mantenersi in vita, ma un’occasione per festeggiare la vita e socializzare con gli altri, mangianti e mangiati. E siccome

13) quando si festeggia è bello festeggiare con chi si ama,

14) chi ama gli animali li ammazza e se li mangia.

C.v.d.

COROLLARIO
Amare veramente una persona significa spararle nella nuca mentre dorme e mangiarla finché è calda.

INVIDIA: LA TEORIA DEFINITIVA

SOMMARIO
Stabilito che la parola “invidia” ha senso solo se usata per riferirsi al comportamento e non alle convinzioni dell’invidioso, ho qui descritto tutte le manifestazioni dell’invidia per mezzo della Matrice della Simpatia, nell’approssimazione che le persone siano in buona fede. Questo mi ha permesso di riconoscere come causa fondamentale dell’invidia un preciso stato d’animo che ho chiamato Superba Insicurezza. Quindi ho elaborato un modello per calcolare l’intensità dell’invidia in base a tre grandezze: la superbia dell’invidioso, l’insicurezza dell’invidioso e la distanza dell’invidiato. Ho chiamato questo modello Legge dell’Invidia Universale.

1. CHE COS’È L’INVIDIA?
Invidioso è chi si comporta da invidioso. Non importa che motivazioni abbia e come giustifichi il suo comportamento: se uno si comporta da invidioso è invidioso, così come è pazzo chi va in giro senza mutande a leccare le rotelle dei cassonetti, sia che lo faccia perché convinto di essere un barboncino sia che lo faccia per semplice provocazione. Ciò che definisce una persona è il suo comportamento, non le sue motivazioni, e il comportamento dell’invidioso consiste nel:
1) Parlare sempre volentieri dei propri successi.
2) Ascoltare malvolentieri i successi altrui.
3) Non parlare mai dei propri insuccessi (non esistono).
4) Ascoltare molto volentieri gli insuccessi altrui facendo tante domande e fregandosi continuamente le mani.
5) Accanirsi nel criticare gli altri con rabbia e gioia allo stesso tempo (come un cane che si gratta).
6) Non sopportare le critiche.
7) Cedere facilmente alle lusinghe.
8) Ostentare indifferenza verso i successi altrui, che non è la stessa cosa che essere indifferenti ai successi altrui. Questa è l’indifferenza:


Mario si è preso la Porsche.

Oddio, spero sia curabile.

È una macchina.

Ah, okay.


Questa invece è l’ostentazione dell’indifferenza:


Mario si è preso la Porsche.

Perché lo dici come se me ne dovesse fregare qualcosa?


In sintesi gli invidiosi sono quelle persone che quando hanno a che fare con ciò che ritengono, a torto o a ragione, un successo o un insuccesso proprio o altrui reagiscono secondo la seguente tabella, detta Matrice della Simpatia (Si,j)


Chiedersi perché una persona si comporti secondo la Matrice della Simpatia può essere importante per capire cosa la induca a essere invidiosa, ma non per stabilire se è invidiosa o no, perché l’invidioso è proprio chi si comporta secondo la Matrice della Simpatia.

2. PERCHÉ UNA PERSONA SI COMPORTA SECONDO LA MATRICE DELLA SIMPATIA?
Di sicuro non perché lo ha deciso, altrimenti ogni invidioso sarebbe consapevole di essere invidioso e potrebbe sforzarsi di non darlo a vedere, invece gli invidiosi sono sempre così plateali che fanno quasi tenerezza (quasi). Quando l’invidioso dice che la Porsche di Mario fa schifo perché è un modello vecchio, il bianco si sporca subito e dietro si sta stretti, è sincero, non sta mentendo per nascondere il fatto che in realtà venderebbe tutte le madri a sua disposizione pur di avere un tergicristallo della macchina di Mario, quella macchina gli fa veramente schifo e i difetti che dice sono reali, almeno per lui, cioè sono tali da trasformare un potenziale successo altrui in un effettivo insuccesso, ma ciò non toglie che sia invidioso, e la dimostrazione è che nell’elencare quei difetti prova un grande piacere:

S2,2 = >:)

Se poi arriva Luigi e fa presente che Mario si è appena schiantato a duecento all’ora contro un panzer dei carabinieri, l’invidioso si lascerà scappare un gridolino di piacere e il suo interesse per la carcassa della Porsche di Mario aumenterà improvvisamente:

S4,2 = :D

Dopodiché inizierà a dire che con la sua 500 Abarth una cosa del genere non sarebbe mai successa

S1,1 = :)

E così via.
L’invidioso si comporta come si comporta non per un subdolo stratagemma, ma per la sua convinzione di essere il migliore unita alla paura di non esserlo. Solo la nefasta unione di questi due sentimenti opposti (superbia e insicurezza) permette di capire perché l’invidioso si comporti in un modo così straordinariamente simpatico. Per rendersene conto basta prendere uno per uno gli elementi Si,j e vedere come tutti si spieghino facilmente in termini di una Superba Insicurezza. Per esempio S1,2:
- X si sente superiore a Y.
- Y ottiene un successo personale.
- X ritiene di avere ottenuto successi molto più importanti, ma ha paura che Y possa montarsi la testa e magari addirittura pensare di non essere inferiore a X (le persone insicure sono sempre molto preoccupate dell’opinione altrui).
- X deve far capire a Y nel modo più chiaro possibile che a lui quel successo non interessa.
- :|

3. PERCHÉ L’INVIDIA È INCONSAPEVOLE?
Le persone che dicono apertamente di essere invidiose in realtà non lo sono, stanno solo facendo un complimento al supposto invidiato. Un invidioso non direbbe mai di essere invidioso, e non perché non voglia ammetterlo, ma perché non sa di esserlo. Questa inconsapevolezza è dovuta al fatto che la Superba Insicurezza è uno stato d’animo, non un ragionamento, e come tutti gli stati d’animo non è mai una scelta ma una cosa che capita, e soprattutto è selettiva: quando un invidioso giudica un’altra persona lo fa sinceramente, ma sempre con la speranza di trovare dei difetti e la paura di trovare dei pregi (cioè il contrario di quando giudica se stesso), quindi è inevitabile che nel giudicare gli altri troverà sempre molti più difetti che pregi, per il semplice fatto che è molto più facile trovare quello che ci rende felici che quello che ci rende tristi. In sintesi l’invidioso non si sente invidioso per due motivi: primo, non ha mai deciso di esserlo, secondo, non desidera ciò che invidia, ma sinceramente lo disprezza o lo ignora.

4. LEGGE DELL’INVIDIA UNIVERSALE
La forza (F) con cui l’invidioso invidia una persona a distanza r può essere espressa dalla legge


Ciò significa non solo che una persona è tanto più invidiosa quanto più è superba e insicura, ma anche che l’invidia può essere forte tanto in una persona molto superba e poco insicura quanto in una persona poco superba e molto insicura, solo che saranno due tipi di invidia diversi: nel primo caso (superbia>insicurezza) spiccherà l’indifferenza, nel secondo (superbia<insicurezza) spiccherà il disprezzo.
Il fatto che F dipenda dall’inverso del quadrato di r significa che l’invidia, a parità di superbia e insicurezza, è tanto più forte quanto più la persona invidiata è vicina (amici, colleghi di lavoro, vicini di casa, eccetera) e tende rapidamente a zero man mano che il potenziale invidiato è meno presente nella vita dell’invidioso, cioè meno minaccioso per la sua autostima.


L’invidia si rivolge verso le persone che si vedono tutti i giorni in ascensore o con cui ci si accapiglia alla macchinetta del caffè, non verso i Presidenti del Consiglio. Un Presidente del Consiglio può essere invidiato solo da chi ambisce alla Presidenza del Consiglio, non dalle persone che lo insultano per strada. Queste, può star tranquillo, lo disprezzano genuinamente.
Si noti incidentalmente che per r = 0 si ha l’apparente paradosso di una persona che prova un’invidia infinita per se stessa. In realtà non si tratta di un paradosso, ma della migliore definizione esistente di egolatria (a parte ovviamente quella del dizionario).
Infine osserviamo che, sempre in base alla Legge dell’Invidia Universale, esistono tre tipi di persone che non provano invidia per nessuno (F = 0):
1) Gli sbruffoni (superbia ≠ 0, insicurezza = 0).
2) I complessati (superbia = 0, insicurezza ≠ 0).
3) I saggi (superbia = 0, insicurezza = 0).

5. CONCLUSIONI
Questa teoria è importante non solo perché chiarisce finalmente come mai sia più facile essere apprezzati dagli sconosciuti che dagli amici, ma soprattutto perché, grazie alla Matrice della Simpatia, permette a chiunque di rendersi facilmente conto se sia invidioso oppure no. Per farlo basta porsi alcune semplici domande: sgocciolo di rabbia a ogni minima critica? Vado in letargo appena qualcuno viene elogiato in mia presenza? Godo nel parlar male degli insuccessi altrui? Eccetera. In questo modo ognuno potrà evitare spiacevoli figuracce a sé e inutili supplizi agli altri, contribuendo così attivamente a far diventare il mondo un posto dove tutti possano finalmente rendersi conto, serenamente e senza traumi, di non essere niente di speciale.

MECCANICA IRRAZIONALE

Un fenomeno che non è stato ancora studiato con la dovuta attenzione è l’aggrovigliamento dei cavi. Si tratta di un fenomeno ben noto, in particolare a chi per professione o per diletto conduce una vita a stretto contatto con cavi, fili o cordicelle di vario genere, e può essere descritto come segue: presi due o più cavi in quiete e posti a piccola distanza fra loro, cioè a una distanza molto minore della loro lunghezza, essi si aggroviglieranno saldamente l’uno intorno all’altro come annodati da esperte mani di marinaio in un tempo molto inferiore a quello necessario per sbrogliarli e, soprattutto, senza l’intervento di nessun marinaio.
Se per esempio prendiamo due cavi A e B e li adagiamo su una superficie piana come in figura


essi assumeranno rapidamente una delle seguenti configurazioni:




Ma anche molte altre. È stato calcolato che il numero di modi in cui due cavi possono aggrovigliarsi è il più grande numero con cui il genere umano abbia mai avuto a che fare, esso è infatti pari a nc+1, dove nc è il numero di modi in cui due cavi possono aggrovigliarsi.
Qual è la causa di questo fenomeno? Pare che esista una forza di attrazione che si esercita fra le cose lunghe e sottili. Questa forza è detta “forza gordiana” e va ad aggiungersi alle altre forze fondamentali già note: gravitazionale, elettromagnetica, forte, debole e così così. Questa forza ha un raggio d’azione che è proporzionale alla lunghezza dei cavi, ma la sua intensità non dipende dalla distanza fra essi, bensì dalla loro utilità. Più i cavi sono utili, più si aggrovigliano. Se per esempio mettiamo due cavi di cui non ci frega assolutamente niente sul pavimento dello sgabuzzino e chiudiamo la porta per una settimana o due, quando torneremo a controllare li troveremo esattamente nella stessa posizione in cui li avevamo lasciati. Nei casi come questo la forza gordiana è nulla. Ciò è stato ampiamente verificato dal seguente esperimento condotto negli anni Novanta nei laboratori del Gran Sasso: si sono presi un centinaio di lacci da scarpe, li si è disposti a casaccio in una scatola di cartone e si è abbandonato il tutto in un sottoscala. La scatola non è stata ancora aperta, ma osservazioni in banda X confermano che i lacci sono ancora tutti come li si era lasciati, cosa che ha suscitato non poco scalpore nel mondo scientifico, tanto da far passare in secondo piano il fatto che i lacci da scarpe emettano raggi X.
Se invece uno si corica sul divano ad ascoltare la musica con gli auricolari collegati al computer, magari dando a vedere di sentirsi perfettamente comodo, il cavo dell’alimentazione e quello degli auricolari formeranno immediatamente un’unica grande matassa informe, impedendo qualunque tipo di movimento e avvolgendosi più e più volte intorno a tutto ciò che ha la forma di un collo umano.
Si può dunque concludere che la forza gordiana (F) è proporzionale all’utilità dei cavi (µ) e alla fretta di chi li usa (ƒ).

F = a × µb × ƒc

Dove a, b e c sono le prime tre lettere dell’alfabeto.
Se i cavi sono indispensabili e la fretta è smodata, la forza gordiana sarà così grande che nessuna bestemmia potrà controbilanciarla. In questo caso si avrà un collasso gordiano e la formazione dell’omonimo nodo. Questo spiega perché quando ci si allaccia le scarpe per andare in stazione a prendere il treno, i lacci formano un nodo di tale densità da far ripiegare su se stesse le dimensioni dello spazio-tempo. È la famosa teoria delle stringhe.
In futuro, quando si conoscerà un po’ meglio il meccanismo alla base dell’aggrovigliamento dei cavi, questa forza potrà forse essere sfruttata per produrre energia elettrica in apposite centrali a cavi. Basterà prendere degli uomini scalzi che devono perdere il treno, un treno e in mezzo un mucchio di scarpe.