HO CAPITO

Ci ho messo un po’ di tempo, è vero, circa duecentomila anni secondo gli studiosi, ma alla fine ho capito: ci sono tante persone, ma un solo essere.
“Essere” non nel senso di dio, spirito, universo o altri oggetti fisici o metafisici, ma nel senso di essere umani: tutti siamo felici e infelici nello stesso modo anche se per motivi diversi, tutti vogliamo le stesse cose che chiamiamo in modo diverso e tutti viviamo la stessa esperienza che ci raccontiamo in tantissimi modi diversi, per la precisione sette miliardi di modi, al momento. Siamo tutti lo stesso essere umani che si manifesta in tante vite umane diverse, un essere che ogni volta nasce piangendo, si sforza per tutto il tempo in cui ha in uso due occhi di conoscersi e quando muore dimentica tutto, come se non fosse mai stato Carlo, Sandra o Francesco Giuseppe I.
Tutti vogliamo sentirci uniti a qualcun altro, a molti altri o addirittura a tutti, come fanno gli eremiti (anche se la prendono un po’ alla larga) e usiamo enormi energie nel tentativo di collezionare segni tangibili di queste unioni, segni che siano prontamente consultabili ogni volta che ci sentiamo soli: il regalo di una persona amata, le foto dei figli, il numero di follower, la statuetta di un condannato a morte per un errore giudiziario duemila anni fa e così via, ma in realtà, anche se non lo sappiamo, tutti siamo già uniti, solo che la grande varietà di pettinature e numeri di scarpe ci frega. Guardo me stesso manovrare i corpi degli altri e non mi riconosco.
Quando mi vedo al ristorante da solo, seduto in disparte un po’ a disagio, che magari fingo di giocare col telefono per non dare a vedere di sentirmi tanto solo quanto mi sento, potrei avvicinarmi a me stesso e propormi di mangiare insieme e conoscermi, capirmi, magari sorridermi e poi non so, se è il caso, abbracciarmi e dirmi: niente paura, ci sono qua io. Invece no, mi ignoro. A volte mi tratto male. Spesso mi faccio del male, come si vede in questo dipinto che ho fatto circa un secolo e mezzo fa.


Non dico tutto questo per consolarmi della morte, anzi, da questo punto di vista è pure peggio visto che ora so che morirò infinite volte. Lo dico solo perché, non so come, mi è tornata la memoria.
I ricordi personali mi danno l’impressione che io sia isolato, diverso e ben distinto da tutti gli altri. Non dico che questa sia un’illusione, figuriamoci. Se per caso perdo gli occhiali, il dolore lo si sente in questa vita, non nelle altre. Questo è un ricordo. Però è lo stesso dolore che si sente in tutte le vite ogni volta che succede la stessa cosa, anche se combinato in modi diversi a tanti altri diversi dolori e quindi vissuto in modo diverso. Anche quando vivevo nel neolitico e andavo a caccia di cinghiali, non mi faceva per niente piacere perdere gli occhiali. Questa è memoria.
I ricordi ce li hanno anche le bestie, invece la memoria è solo dell’essere umani. Senza memoria, ogni volta da ritrovare e sempre in pericolo di essere persa, non so nemmeno cosa significhi essere umani e quindi non posso comportarmi umanamente. È come se non fossi umano. In un certo senso non basta avere un corpo umano per essere umani.
Ho anche capito che alcuni libri possono effettivamente essere considerati sacri, perché, raccontandomi la Storia o anche solo una storia, possono farmi tornare la memoria su tutto quello che non ricordo. Se questo non è sacro allora non so veramente cos’altro possa esserlo, in confronto i presunti miracoli sono trucchetti da prestigiatori. Più un libro è in grado di farmi tornare la memoria, più è sacro: “Moby Dick” è sacro, “Re Lear” è sacro, “Storia del declino e della caduta dell’Impero romano” è sacro, persino la Bibbia può essere considerata sacra, anche se non per i dogmi che contiene ma per le storie che racconta, perché queste storie mi fanno vedere in quanti modi io, fin da quando esisto, continuamente tenda a dimenticarmi chi sono.
Non so se sapere queste cose mi renda più felice o più infelice, devo ancora fare i conti, di certo, finché avrò memoria, non mi farò più del male.