TUTTO QUELLO CHE C’È DA SAPERE SULLE SCIE CHIMICHE

Le scie chimiche sono una bufala, e questo è tutto.
Ciò detto, vorrei fare qualche considerazione sulle persone che ci credono. Qualcuno potrebbe dire: è vero, le scie degli aerei sono solo scie di condensazione, ma siccome il processo fisico che porta alla loro formazione non è così semplice, allora chi crede che siano veleni spruzzati in cielo per soggiogare l’umanità è tutto sommato perdonabile. E invece no, chi crede alle scie chimiche è solo un insuperabile boccalone, scie di condensazione o non scie di condensazione, perché per capire che è un bufala non serve la fisica, basta solo ascoltare chi propaganda questa teoria: in confronto i Testimoni di Geova sembrano dei sottili studiosi di logica matematica.
Prendiamo per esempio questo video che mi ha gentilmente segnalato un mio collega di cazzeggio. Uno degli argomenti principali di questa specie di documentario è che prima degli anni Novanta gli aerei non lasciavano scie. Proprio così: negli anni Ottanta i cieli erano puliti, l’aria sana, il clima migliore e gli aerei sfrecciavano in cielo senza lasciare nessuna traccia del loro passaggio, niente, neanche “ciao”. Ora, per capire che si tratta di una stupidaggine non è certo necessario avere studiato termodinamica, servono solo tre cose:

1. essere nati prima degli anni Novanta,
2. avere almeno un occhio funzionante fin dalla nascita,
3. non essere degli insuperabili boccaloni.

Io ricordo bene che gli aerei lasciavano scie anche negli anni Ottanta e me lo ricordo proprio perché da bambino pensavo “guarda quanti veleni spruzzano in cielo gli aerei”, cosa che ho continuato più o meno a pensare finché un giorno non ho sentito parlare uno che crede alle scie chimiche. Se non fosse per chi crede alle scie chimiche, io oggi crederei alle scie chimiche.
Un altro indizio della boccalonaggine di queste persone è la smaccata illogicità di un video come questo. Per esempio, a un certo punto si dimostra (“dimostra”) che è impossibile che le scie degli aerei siano scie di condensazione, quindi sono scie di [elenco di tutta la tavola periodica] spruzzate in cielo secondo un piano segretissimo ordito da [tutto il mondo eccetto chi crede alle scie chimiche]. Che è come dire: oggi non è venerdì, quindi è domenica 2 dicembre 1804 e tra poco diventerò imperatore dei francesi. Certo, sarebbe bello, se non fosse che dimostrare la falsità di una proposizione non implica che sia vera una proposizione a caso che piace a me. Purtroppo la logica non è molto rispettosa della libertà di espressione.
E poi naturalmente ci sono gli esperti. Ogni documentario che si rispetti ha sempre degli esperti che garantiscono a tutti gli inesperti in ascolto che le cose stanno veramente come dice il documentario. Siccome nessuno può sapere tutto, bisogna affidarsi al giudizio autorevole di chi sa, e in questo caso i giudizi autorevoli sono quelli di un biologo


e di un fisico.


Certo è curioso che prima mi si dica di non fidarmi della “scienza ufficiale” e poi, per convincermi dell’autorevolezza di due persone, queste mi siano presentate come “biologo” e “fisico” invece che, non so,  come “biologo non ufficiale” e “fisico non ufficiale”, ma lasciamo stare. Chiediamo a Google quanto esperti sono questi esperti, una cosa che si può fare anche senza dottorato in fisica teorica. Dunque, il “biologo” è laureato in scienze biologiche e di mestiere fa gli esami del sangue in ospedale. Fine. Nessun lavoro di ricerca e nessuna pubblicazione, se si escludono i suoi articoli pubblicati su “Notiziario ufo”, “Dossier alieni” e “Ufo”, riviste sicuramente interessanti ma scientificamente attendibili quanto l’Uomo Ragno. Il “fisico”, invece, insegna fisica in un liceo. Anche lui niente ricerca e niente pubblicazioni. Lui stesso scrive nel suo sito: “dopo aver collaborato a varie fanzine e pubblicazioni underground a carattere musicale, letterario e politico, affida ora alla rete i suoi scritti”, che è una cosa bellissima ma non molto autorevole. Si possono anche scaricare le sue canzoni.


Quindi il “biologo” non è un biologo e il “fisico” non è un fisico, così come un laureato in filosofia non è un filosofo, un diplomato in pianoforte non è un pianista e uno che ha preso la patente B non è un pilota di Formula 1. Questo dovrebbe non solo far capire che questi esperti non sono poi così esperti, ma anche far dubitare della buona fede di chi ha fatto il video. E gli stessi dubbi dovrebbero venire ogni volta che si sentono citare formule matematiche da chi ne ignora completamente il significato. Formule tipo questa.


Il video la mostra senza preoccuparsi minimamente di dire cosa significhi, proprio come chi, volendosi fingere dotto, cita massime in latino maccheronico al solo scopo di impressionare l’ascoltatore. Per di più viene letta così: “e, ics, pi meno erre a”, come se “exp” fosse il prodotto di tre variabili invece che la funzione esponenziale.
Il comportamento normale, quando si sente una cosa che non si capisce, sarebbe di provare a capirla oppure di ignorarla, invece il boccalone si lascia convincere anche da quello che non capisce, purché confermi ciò che gli piacerebbe tanto che fosse vero.
Con le teorie che ci piacciono dovremmo essere molto più diffidenti che con quelle che non ci piacciono, perché mentre da queste ultime ci protegge il naturale scetticismo dell’amor proprio, dalle prime non ci protegge nessuno. Invece i boccaloni fanno l’esatto contrario: diffidano solo di ciò che non conferma le loro convinzioni. Non c’è nemmeno bisogno di raggirarli, ci pensano loro stessi a offrirsi già opportunamente raggirati al primo che passa.

LA TRAPPOLA

PILOTI PRECARI

Quando si pensa alla Formula 1 vengono di solito in mente Montecarlo e le docce di champagne, nessuno pensa mai alla drammatica situazione dei piloti, giovani lavoratori che vengono assunti con contratti a tempo determinato con la promessa di un onesto lavoro da pilota e che invece poi, di punto in bianco, vengono lasciati in mezzo alla griglia di partenza senza un lavoro, senza prospettive e con moglie, figli e yacht a carico. Dove potrà mai trovare lavoro un trentenne abituato a guidare su strade private, più o meno circolari e rigorosamente chiuse al traffico? Un impiego nei trasporti pubblici se lo può sognare.
I piloti di Formula 1 sono in assoluto la categoria di lavoratori più trascurata. Si è mai sentito qualcuno denunciare le condizioni lavorative in Formula 1? No, eppure i piloti non hanno ammortizzatori sociali, lavorano anche la domenica e non possono nemmeno fermarsi ai box per una pausa caffè. Per non parlare di tutti i giovani che ogni anno si laureano in patente B con la speranza di trovare un posto in Formula 1 e poi sono costretti a fare il panettiere o l’idraulico, rinunciando così alla passione di una vita: girare in tondo.
Guidare in Formula 1 è un diritto inalienabile del pilota sancito dalla carta dei diritti dei piloti inalienabili. Non è accettabile che un pilota venga licenziato solo perché è più prudente degli altri. Ognuno ha il suo stile di guida e il tempo sul giro non è l’unico criterio per giudicare la guida di una persona. Un pilota può essere lento ma disegnare bellissime traiettorie, farsi doppiare con eleganza o fare ottimi barbecue sul cofano motore. E poi non l’ha detto anche Gesù? “Beati gli ultimi perché saranno i primi”, invece in Formula 1 è tutto il contrario: gli ultimi sono gli ultimi e i primi sono i primi. Assurdo. E se uno non si piega a questa logica perversa viene sbattuto fuori senza troppi complimenti, come se fosse l’ultimo set di gomme del carro.
Perché il governo sta a guardare e non fa niente? Perché i media non ne parlano? Perché i sindacati se ne lavano le mani invece di fare come fanno di solito: indire uno sciopero generale e poi lavarsene le mani? Eppure le cose da fare sono semplici e le conoscono tutti:
1) Stabilizzare i piloti con contratti a tempo indeterminato (dopo i settant’anni potranno comodamente guidare carrozzine motorizzate).
2) Assumere tutti i giovani neopatentati in modo che possano mettere a frutto le conoscenze acquisite nei duri studi sui test a risposta chiusa.
3) Abolire quelle inutili e discriminanti graduatorie dette “classifiche”. Siamo tutti uguali, non ci sono persone più veloci e persone più lente, e anche se ci fossero io non voglio saperlo.
Quindi, riassumendo: gran premi infrasettimanali con trentaduemila partecipanti, macchine elettriche per non inquinare, limite dei 50 all’ora, corsie riservate agli autobus e, naturalmente, champagne per tutti.

9 MODI PER DIVENTARE FICHISSIMI E FARSI TANTI AMICI

Ora che ci sono gli esperti di social media, anche le persone chiuse e senza amici possono finalmente aumentare le visualizzazioni di se stesse e piacere agli altri, intendo proprio di persona. È sufficiente prendere i consigli dei suddetti esperti e applicarli alla vita fuori da internet. Se funzionano in rete funzioneranno anche fuori, no? In questo modo anche il più sfigato degli sfigati potrà diventare in pochi giorni un irresistibile compagnone. Perché, va ricordato, non esistono gli sfigati, esistono solo persone che non sanno fingere di essere fichissime.

1.
Prima cosa, forse la più importante di tutte, è questa: se vuoi essere qualcuno, regista, astronauta, cowboy, qualsiasi cosa, di’ che lo sei e basta. Con la gente sei quello che dici di essere, non servono patenti. Se nemmeno tu credi in te stesso come puoi sperare che lo facciano gli altri? Vuoi essere fichissimo? Bene, dillo! “Piacere, sono fichissimo”.

2.
Usa tutti i mezzi di locomozione che la modernità ci ha messo a disposizione per essere ovunque: auto, bicicletta, cavallo, tutto, mostra la tua presenza in ogni angolo del pianeta. Solo un consiglio: nel caso usassi la moto, mi raccomando, non mettere mai il casco o qualsiasi altra cosa che ti renda irriconoscibile. L’unico avatar che funziona è la tua faccia, non devi avere paura di mostrarla, anche se sei Picasso. Ricorda: sei fichissimo.

3.
Intrufolati nelle conversazioni altrui ogni volta che puoi, sull’autobus, nei bar o suonando citofoni a caso, e fai un paio di commenti. La gente deve sapere che esisti. L’importante è attenersi a poche semplici regole: scandisci bene la parola “fichissimo”, evita di essere polemico (lo scopo è piacere a tutti), mantieniti sempre sul vago (così nessuno può controbattere), inserisci qua e là qualche battuta che hai sentito in giro (nessuna dote è più apprezzata dell’umorismo, quando si è vestiti) e se per caso qualcuno continua a guardarti con diffidenza, niente paura, scoreggia. Le scoregge funzionano sempre.

4.
Quando esci di casa mettiti sempre un berretto col tuo numero di telefono. Pensa a quante persone incroci per strada tutti i giorni, bene, ora pensa che ognuna di loro è una potenziale telefonata. Ricorda: ogni persona è una possibilità di fare soldi, sesso o, male che vada, una bevuta a scrocco. Non lasciartela sfuggire.
Ancora meglio, tatuati il numero sulla fronte così non devi nemmeno ricordarti il berretto.

5.
Mostra il pollice in su a tutte le persone che fanno qualcosa che ti piace, non so, al cassiere che ti dà il resto, alla donna che allatta il bambino o all’energumeno che inciampa e casca per terra sbattendo il naso. Questo migliorerà la percezione che gli altri hanno di te e ti farà ben volere da tutti. Fidati.
Mostra il pollice in su anche quando una cosa non ti piace, tanto chi se ne frega.

6.
Ogni volta che qualcuno ti fa un complimento, anche per sbaglio, tu corri subito in strada e urlalo a tutti “PAOLO SBERTUCCI HA DETTO CHE SONO FICHISSIMO!!!”. Se gli altri sanno che sei una persona degna di complimenti, anche a loro verrà più naturale farteli. È quello che gli esperti di social media chiamano “essere senza vergogna”. No, forse non lo chiamano così, comunque ci siamo capiti.

7.
Ferma la gente per strada e interpellala su qualsiasi argomento. Alle persone piace tantissimo dire la loro opinione su qualsiasi cosa, molto più che ascoltare l’opinione altrui, e tu devi solo fingere di ascoltarli. Basterà annuire e dire di tanto in tanto cose come “certo”, “ma dai” o “sono completamente d’accordo con te qualsiasi cosa tu stia dicendo”. Ti adoreranno.

8.
Se per caso dovesse mai capitarti di pubblicare un libro, stampare un opuscolo o fare un paio di fotocopie, abbi cura di dirlo a tutti, tutti i giorni, ogni cinque secondi per almeno centomila anni, il tempo minimo indispensabile per permettere alla notizia di propagarsi nella Galassia.


Ciao, ho scritto un libro.

Ah, bene!

Compralo.

Lo farò senz’altro.

Ho scritto un libro, compralo.

Sì.

Ho scritto un libro.

Me l’hai appena detto.

L’hai comprato?

Senti --

Compra il mio libro.

...

Un libro, ho scritto.

...

Compra il libro che ho scritto.

...

Compra il mio libro. Compra il mio libro. Compra il mio libro. Compra il mio libro. Compra il mio libro. Compra il mio libro. Compra il mio libro. Compra il mio libro. Compra...

9.
Infine, cosa importantissima, bisogna sempre far precedere ogni cosa che si dice dalla locuzione “n modi per”. È una cosa che attira l’attenzione su quello che stai per dire, forse perché risveglia lo scolaretto che c’è in ognuno di noi e predispone l’ascoltatore a bersi tutto quello che gli verrà detto. Per esempio, non dire “una birra, per favore”, ma “nove modi per una birra, per favore”. La serata sarà tutta in discesa.

È tutto.
Ci sarebbe in realtà un ultimo trucco, ma è solo per i più esperti, pertanto lo consiglio solo a chi ha già una certa dimestichezza con le strategie di comunicazione: andare ai giardinetti con addosso solo un impermeabile e mostrare i genitali alle ragazzine.
Vedrai quante persone ti seguiranno.

SCIENZA VS FILOSOFIA

PREMESSA
Sarò breve.

SCIENZIATI
Alcuni scienziati odiano la filosofia. Le parole “scienziati”, “odiano” e “filosofia” andrebbero approfondite, ma lasciamo stare (cfr. Premessa). Per esempio Feynman ha detto “questi filosofi sono sempre con noi, si affannano per cercare di dirci qualcosa, ma non comprendono mai realmente le sottigliezze e la profondità del problema”, e l’ha detto nelle sue famose Lectures on Physics, non in pizzeria con gli amici dopo la terza birra. Non tutti gli scienziati sottoscriverebbero le sue parole, ma non sono pochi quelli che considerano la filosofia una disciplina fumosa. Perlomeno oggi, visto che Galileo e Newton non erano ancora stati informati di essere scienziati e non filosofi.
Quindi, trascurando tutte le distinzioni, le eccezioni, le sfumature e ogni altro dettaglio molto importante ma sicuramente poco breve, è possibile riassumere la posizione standard di questi scienziati come segue: la filosofia, come qualsiasi altra disciplina che si ponga al di fuori del metodo sperimentale, non dà nessun contributo significativo alla conoscenza della realtà. Al massimo può avere un valore letterario.

FILOSOFI
Alcuni filosofi odiano la scienza. Non è facile trovare un filosofo che vada giù piatto come Feynman, ma con un po’ di sforzo ce la si può fare. Per esempio Michelstaedter ha detto “la vera funzione organica della società è l’officina dei valori assoluti: la scienza. [...] Negli scienziati vivono i sensi degli altri uomini e gli stomaci preoccupati dell’avvenire”. Michelstaedter è un caso estremo, ma non sono pochi i filosofi che considerano la scienza una disciplina limitata. Molti di loro mi stanno guardando proprio in questo momento dalla mensola sopra il divano. Tolti i positivisti, i neopositivisti, i postpositivisti logici e i neoveteropositivisti postillogici, la posizione standard di questi filosofi può essere così riassunta: la scienza, essendo conoscenza dell’oggettivo, può spiegare i fenomeni naturali ma non può dire niente di significativo sull’essere umano. Al massimo è utile per il benessere materiale.

VERITÀ E REALTÀ
In realtà la filosofia non parla del nulla e la scienza non mira al progresso tecnologico. Entrambe parlano della realtà e hanno di mira la verità. Tutto sta nell’intendersi sul senso delle parole “verità” e “realtà”.

REALTÀ
“Realtà” è una parola molto usata e come tutte le parole molto usate si dà per scontato che sia chiara e ben definita, come se si dicesse “cavatappi”, ma non è così. A essere chiaro e ben definito è solo il suono della parola, non il senso.
Realtà può essere l’insieme (O) delle proprietà oggettive del mondo, ma anche l’insieme (S) delle proprietà soggettive del mondo (N.B. con “soggettivo” non intendo “a seconda di come mi gira” ma “fondato nel soggetto”). Entrambe le realtà O e S sono reali. Per esempio la temperatura appartiene a O, il caldo e il freddo appartengono a S, ma il fatto che ci siano 40 gradi non rende il freddo che sento meno reale. La scienza studia O, il mondo delle cose con temperatura, massa e dimensione. La filosofia studia S, il mondo delle cose con interesse, significato e valore.
Distinguere la realtà in “oggettiva” e “soggettiva” è una cosa da selvaggi, ma eccetera.

OSSERVAZIONE
Mi sto dilungando.

VERITÀ
“Verità” è ciò che è in accordo con O. Questa è l’accezione di verità della scienza. “La gravità diminuisce col quadrato della distanza”: vero. “La gravità aumenta col cubo della temperatura di Abbiategrasso”: falso.
Però non si chiama “vero” solo un enunciato in accordo coi dati sperimentali, ma anche una certa interpretazione che permette di comprendere il senso di un comportamento umano. “Verità” è dunque anche ciò che rende comprensibile S. Questa è l’accezione di verità della filosofia. “L’essenza dell’essere umano è la Volontà”: vero. “L’essenza dell’essere umano è la Cura”: vero.

SCIENZA ♥ FILOSOFIA
La scienza ha bisogno della filosofia, perché se è vero che può spiegare S come effetto di O (se ho freddo con 40 gradi è perché ho la polmonite), è anche vero che O è sempre fondato su S (il concetto di temperatura deriva dalle nozioni di caldo e freddo, non viceversa). L’oggettività della scienza si fonda sulla soggettività dell’essere umano. Se si dimentica questo si rischia di pretendere che la scienza cerchi in O cose che sono in S. Cose come, per esempio, me stesso. Se uno vuole sapere cosa produce in me le sensazioni di caldo e freddo ha bisogno della scienza, ma se vuole sapere cosa significa per me avere caldo o freddo la scienza non basta, perché io, qualsiasi cosa sia, sono in S, non in O.
Ma anche la filosofia ha bisogno della scienza, perché anche se la scienza non può dirmi chi sono, può però dirmi con grande precisione chi di certo non sono: non sono il mio cervello, non sono le cellule del cervello, non sono gli atomi delle cellule e non sono nemmeno la Terra, il sistema Solare o tutto l’universo: da qui fino a dove i più potenti strumenti possono vedere non c’è nessuna traccia di me. La scienza non può dirmi chi sono, è vero, ma senza la scienza è veramente difficile che io mi renda conto fino in fondo di chi veramente non sono.

È TUTTO
Resterebbe da spiegare come sia possibile che una persona intelligente come Feynman (ha vinto un Nobel) abbia definito la filosofia “sciocchezze di basso livello”, e come sia possibile che una persona saggia come Michelstaedter (si è suicidato) abbia definito la scienza “ornamento dell’oscurità”, ma questo è un problema di cui ho già parlato in modo molto poco breve tempo fa e la cui soluzione può essere così riassunta: tracotanza.

HOMO HOMINI BISONTE

Il curioso comportamento di quei grossi animali abituati a vivere in branchi e a correre avanti e indietro per tutta la vita senza nessuno scopo apparente: gli esseri umani.



In concorso al 31° Torino Film Festival.

Disegni e animazioni: Emanuele Simonelli
Sceneggiatura e montaggio: Astutillo Smeriglia
Voce narrante: Guglielmo Favilla
Voci maschili: Fabrizio Odetto
Voce femminile: Simona De Vitis
Musiche: Musopen

Tutte le altre animazioni qui.

GENITORI

BATTUTE A CASO

Siccome è strano che uno che pretende di chiamarsi “Astutillo Smeriglia” si metta a dire cose deprimenti, le poche righe che seguono saranno opportunamente inframmezzate da battute a caso.
"Ognuno deve portare la sua croce", disse Simone di Cirene.
Nel film “Manhattan” c’è quella famosa scena in cui Woody Allen elenca le dieci cose per cui vale la pena vivere. Non ricordo esattamente quali fossero queste dieci cose e non ho voglia di cercarle, ma erano cose tipo la sinfonia  Jupiter di Mozart, un certo giocatore di non so più che sport e il viso di Tracy. Chiunque può trovare dieci cose del genere nella sua vita, cose per le quali poter dire a se stesso che per quanto imperfetto, fastidioso e deprimente sia il soggiorno su questo pianeta, ne è valsa comunque la pena. Io per esempio potrei dire la nona sinfonia di Schubert, il podio di Schumacher con la Mercedes al Gran Premio di Valencia del 2012 e il viso di Tracy. Obiettivamente il viso di Tracy batte qualsiasi cosa.


In città la macchina è indispensabile, serve per cambiare parcheggio quando lavano le strade.
Così uno può raccontarsi che queste dieci bellissime cose rendano sopportabili le altre infinite cose un po’ meno bellissime, perché ogni volta che hai bisogno della nona sinfonia di Schubert, lei è lì, sempre uguale nella tua esecuzione preferita, sempre perfetta, piacevole e rassicurante, e quando finisce puoi riascoltarla ancora, tutte le volte che vuoi, eternamente. Senti che bella parola: “eternamente”. La nona sinfonia di Schubert ha sempre voglia di stare con te, fin dal 1828.
Sono un filantropo, quando vedo qualcuno in difficoltà gli auguro sempre buona fortuna.
Peccato però che, se ci si pensa bene, c’è un problema. È sempre così: quando pensi bene a una cosa salta sempre fuori un problema, credo sia per questo che chi non pensa è mediamente più felice di chi pensa. Il problema in questo caso è che la nona sinfonia di Schubert può essere apprezzata proprio perché la vita non è come lei, e neanche come la nona sinfonia di Bruckner, che sarebbe già qualcosa.
I miei nonni erano così poveri che non potevano permettersi neanche i campioni omaggio.
Se le persone fossero come la nona sinfonia di Schubert, se fossero delicate e eleganti come lei, se si esprimessero con quelle bellissime melodie e soprattutto senza mai dire neanche una parola, sarebbe molto più difficile rendersi conto di quanto è bella la nona sinfonia di Schubert e forse non sarebbe più una cosa per cui vale la pena vivere, visto che la vita stessa sarebbe una cosa per cui vale la pena vivere. Invece la vita è esattamente l’opposto: non solo non è neanche lontanamente bella come la nona sinfonia di Schubert, ma nella vita niente rimane com’è, l’eternamente non esiste. Anzi, se c’è un motivo per cui si può arrivare a dire che ci sono dieci cose per cui vale la pena vivere è proprio che queste cose sono la negazione stessa della vita e quindi, in quanto tali, non fanno altro che sottolineare quanto la vita sia imperfetta, fastidiosa e deprimente. Non sono dieci cose per apprezzare la vita, sono dieci cose per dimenticarla.
Stephen Hawking non è malato, è solo molto pigro.
La verità è che la vita non ha bisogno di motivi per essere vissuta, lei va tranquillamente avanti per conto suo senza aspettare che a te venga voglia di viverla: la vita  inizia, fa le cose che deve fare, più o meno sempre le solite, e poi un giorno finisce, così, come se niente fosse, nella più totale indifferenza dell’universo.
Se mai un giorno aprirò una gelateria, la chiamerò “leccami”.

NOTE A PIÈ DI PAGINA

INNO ALLA CARITÀ

Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla. E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi gioverebbe.
La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell'ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine.
Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà.
Quand'ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l'ho abbandonato. Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch'io sono conosciuto.
Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità.