IL NUOVO LAVORO

ANCORA PRETI - COMPLETO

Ecco qua Ancora preti completo.
Ben 27 minuti. Che uniti ai 21 di Preti fanno 48 minuti!
Niente, volevo solo far vedere che so fare le addizioni.

IL PERSONAGGIO

COSA REGALARE A SAN VALENTINO

Mancano solo cinque mesi a San Valentino e io non so ancora cosa regalarle. È difficile fare regali a chi conosci da tanto tempo: il libro gliel’ho già regalato, idem il dvd, il pensiero ben due volte e non è stato molto gradito, checché se ne dica. Una volta le ho regalato dei giochi di parole e la reazione è stata più o meno la seguente: fine della reazione. A volte penso che potrei regalarle dei fiori, ma sinceramente non ho mai capito a cosa servono. Che senso ha regalare un mazzo di fiori? Boh. E poi non vorrei ritrovarmeli per cena. C'è anche chi dice che la cosa più bella sia regalare dei soldi, così poi uno si compra quello che vuole, e secondo me è vero. Regalare degli oggetti precisi è rischioso, magari pensi di fare un piacere e invece stai solo dando un fastidio, come quelli che ti regalano un “bellissimo” portacandele artigianale e poi, quando vengono a trovarti, devi sempre ricordarti di andarlo a prendere in garage e metterlo sulla credenza. È molto fastidioso. Con i soldi invece non puoi sbagliare, così mi ero quasi convinto a farle trovare una busta con dentro un biglietto da 50 euro, magari accompagnato da una bella frase romantica tipo “50 euro per te, amore!”, ma poi ho notato che anche di questi biglietti ne ha già tanti, per cui niente, cosa le regalo? Perché deve sempre essere tutto così difficile? Ma San Valentino non aveva nient’altro da fare che fare regali alle fidanzate? Non poteva farglieli in silenzio?
Esco a fare un giro, forse un po’ di particolato ultrafine può aiutarmi a riflettere. Mentre cammino per strada, noto tutte queste persone immerse nelle loro faccende quotidiane e completamente ignare dell’imminenza di San Valentino. Pazzi.
Vado in palestra. Ho letto da qualche parte che fare ginnastica aumenta la circolazione dei neuroni nel sangue e questo è proprio quello di cui ho bisogno. Così entro in questo “covo di narcisisti senza dignità” (così si chiama la mia palestra) e subito mi metto agli attrezzi. Mentre sto facendo i tricipiti, noto che alla pectoral machine c’è Gino Strada.
“Ciao Luigi”, gli dico “ti spiace se ci alterniamo?”. Lui non sembra molto felice dell’idea, ma acconsente. È proprio vero che è una brava persona.
“Senti, Luigi”, gli dico “cosa potrei regalare a mia moglie per San Valentino?”.
“Sei sposato?”, mi dice lui.
“No”, gli dico io.
“Ah”, mi dice lui senza riuscire a nascondere un fremito di impalpabile perplessità che gli corse giù per la schiena come tante piccole briciole di ghiaccio pungente sotto il plumbeo cielo d’ottobre. Punto. Fine paragrafo. A capo.
Inizialmente mi parve perplesso, ma poi prese a cuore il mio dilemma e mi propose di danzare a casa sua. Timidamente, feci cenno di sì. “Feci”! Cazzo, lo sapevo! Cazzo! Ecco perché non uso mai il passato remoto. Ma come fanno gli scrittori a sentirsi a loro agio con tutti questi passati remoti? “Passati remoti”, giusto? O “passati remoto”? “Punti chiave”, “parole d’ordine”, “passati remoto”. Comunque, dico a Gino Strada di sì.
“Sì”, e aggiungo “danzerò per te”.
Lui alza i baffi in segno di pace e mi accompagna a casa sua a Borgo Panigale, dove ha un piccolo appartamento con vista sullo stabilimento della Ducati. Spettacolo. Mi fa salire in casa sua e in tinello trovo sua moglie Anna, una donna un po’ avanti con gli anni, diciamo 2065, molto gentile e ospitale, la quale mi spiega che loro bevono solo acqua del rubinetto perché è batteriologicamente più controllata dell’acqua in bottiglia. L’acqua in bottiglia, loro la usano solo per lavarsi le mani. In casa c’è anche la figlia Manila e un gatto di razza ariana di nome Osvaldo, molto cordiale e generoso. Subito mi offre un caffè (la moglie, non il gatto). Io le chiedo se per caso non ha una birra e lei mi accontenta senza problemi, peccato che me la porti calda, nera e dentro una tazzina da caffè.
“Zucchero?”, mi chiede.
Io guardo Gino Strada, perplesso, poi guardo di nuovo lei, poi guardo Gianfranco, poi Manila, poi fisso con attenzione Osvaldo che da quando sono entrato non mi ha mai tolto gli occhi di dosso. Lo sguardo di tutti sembra volermi dire una cosa sola: “chi cazzo è Gianfranco?”.
“Non metto lo zucchero” rispondo io, “ce l’avete un po’ di aspartame?”. Apriti cielo! Non l’avessi mai detto!
“Lo sai che l’aspartame è veleno?”, mi dice Anna (Anna, giusto?).
“No, signora”, dico io.
“Pensi di essere migliore di noi solo perché non metti lo zucchero nella birra?”, mi dice Gino Strada mentre addenta una prugna secca biologica del Commercio Equo e Solidale “lo sai quante vite ho salvato io, mercoledì?”.
“Non lo so” dico io.
“Spara”, dice lui.
“Boh? Mille?” dico io.
“Esagerato!” mi disse lui con la voce segnata da anni ed anni di avversità ed intemperie nei luoghi più infausti di questo sventurato eppur bellissimo pianeta che siamo soliti chiamare Terra sotto un cielo plumbeo di ottobre. Punto. Fine paragrafo. Musica malinconica nella testa del lettore. A capo.
E fu in quel momento che feci CAZZO NO! Basta! Feci qui, feci là… non se ne può più! Le regalo dei fiori. Ho deciso! In fondo è verdura.

RETTE PARALLELE

DITO CHE INDICA LA LUNA

EINSTEIN SU TWITTER

LA FONTE DELL'ETERNO RAZZISMO

Dove con la parola “razzismo” non si intende la teoria pseudoscientifica secondo cui gli esseri umani sarebbero suddivisibili in razze come i cani, ma più genericamente ciò che è riportato in questo antico testo intitolato  “Vocabolario”:


Per esempio, chiamare i neri “oranghi” è razzismo; votare per un partito che chiama i neri “oranghi” è razzismo; essere felici che il proprio partito sia alleato col partito che chiama i neri “oranghi” è razzismo, e così via.
Circola questo luogo comune secondo cui gli esseri umani sarebbero fondamentalmente buoni, ma, poverini, sono razzisti per colpa della propaganda di qualche populista cattivo, come se il razzismo arrivasse dalla nube di Oort e piombasse sulla Terra come un meteorite, in mezzo a creature per natura buone, pacifiche e dedite alla raccolta differenziata. “Per natura”, certo... dev’essere per questo che le cosiddette popolazioni incontattate, se per sbaglio provi a contattarle, ti piantano una freccia in mezzo agli occhi.


Il razzismo non viene inventato da pochi e poi inculcato alle moltitudini, ma nasce spontaneamente dalle moltitudini e poi viene sfruttato da pochi. Anzi, a giudicare dall’irresistibile voglia di pulizia etnica che da sempre accompagna la storia umana, si direbbe che non ha nemmeno bisogno di nascere, esiste da sempre. Normalmente non lo si nota perché è timido e silenzioso, ma prima o poi arriva qualcuno che gli insegna le parole giuste. Come i pesci non vengono creati da chi li pesca, così i razzisti non vengono creati dalla propaganda, aspettano solo di abboccare. Se fosse la propaganda razzista a generare il razzismo, come mai riesce così facilmente? Tre anni di flauto obbligatorio alle medie non sono sufficienti per trasmettere alla gente l’amore per il flauto, ma basterebbe qualche comizio facoltativo per farla diventare razzista? A me pare che sia un talento innato.
Alla base del razzismo c'è un errore di giudizio e un errore logico. L’errore di giudizio è l’equazione diverso = pericoloso. Chissà, magari in passato questa equazione è stata utile per la sopravvivenza: “se vedi uno strano, nel dubbio ammazzalo, male non fa”. Oggi però il mondo è abbastanza cambiato rispetto al neolitico ed è molto raro morire nell’imboscata di una tribù di Pieve Porto Morone mentre si attraversa il Po su una zattera di aghi di pino e saliva rappresa. Certo, il sospetto nei confronti di chi è diverso viene sempre spontaneo, ma cose come la scuola dell’obbligo, i collegamenti via satellite e Piero Angela dovrebbero aiutare a farlo svanire, a meno che uno non sia stupido.
E qui veniamo all’errore logico. Può essere riassunto così: “se un tizio con una certa caratteristica accessoria ma ben riconoscibile, per esempio il colore della pelle, commette un'azione spregevole, allora tutti i suoi simili sono moralmente responsabili”. Questo è un errore che nessuna puntata di Superquark potrà mai sistemare, perché è proprio segno che il cervello non funziona. Tra parentesi si noti che lo stesso errore logico non viene commesso con le azioni pregevoli. Strano.
Se una persona che ha avuto la fortuna di ricevere un'educazione è razzista, non lo è per colpa della propaganda e nemmeno per colpa della frustrazione, del risentimento, della noia o, che so, dell'insopprimibile desiderio di emulare i polli, queste cose possono solo rafforzare il razzismo, non generarlo; la fonte pura e primigenia dell’eterno razzismo è la stupidità. Il razzismo è semplicemente il modo in cui gli stupidi si rapportano con chi è diverso da loro, così come parlare al cinema è il modo in cui gli stupidi si rapportano con i film.
Purtroppo gli stupidi esistono, bisogna farsene una ragione. Esistono quelli che ci vedono poco, esistono quelli con le orecchie a sventola, esistono quelli con il pene piccolo e esistono quelli col cervello che non funziona. È normale. Gli stupidi esistono e sono una minaccia per la convivenza civile, come dimostra la seguente immagine.


So cosa viene spontaneo pensare: “sterminiamoli tutti”. E invece no, mi spiace, su questo blog non si stermina nessuno. E poi anche gli stupidi possono avere un ruolo importante nella società, per esempio permettono a tante persone brillanti ma con poco talento di mantenersi con le loro trasmissioni di merda. Gli stupidi possono essere una miniera d’oro, basta saperli sfruttare. Non bisogna discriminarli né criminalizzarli, vanno solo messi in condizione di non nuocere. Far finta che siano vittime del populismo, quando invece sono proprio loro a crearlo, non è per niente saggio. Quindi che fare?
Una soluzione economica e non violenta potrebbe essere questa: mettere le elezioni in prima serata, solo per un paio d’ore o poco più, e farle coincidere con “C’è posta per te”. Dovrebbe funzionare.
E per favore nessuno obietti che anche questo è razzismo. Dire che gli stupidi sono stupidi non è razzismo, è solo una constatazione. Lo dice anche il vocabolario.

I TUOI DATI

LA RIVOLUZIONE PIGRA


Per chi ancora non lo sapesse, Bologna è meta di pellegrinaggio di migliaia di italiani devoti al grande ideale della Rivoluzione Proletaria. Si tratta di un viaggio iniziatico che si intraprende dopo le scuole superiori e che può prolungarsi per un periodo di tempo che va dai tre anni (laurea breve) ai settantadue (laurea asintotica), sulle orme del profeta Marx. Ogni novizio arriva in città pieno di entusiasmo, convinto di fare qualcosa di unico e irripetibile per il progresso dell’umanità, senza però sapere che la gente del posto assiste alla stessa identica messa in scena da circa mezzo secolo. È come con il raffreddore: ogni anno sai che te ne prenderai uno, ma ogni raffreddore si impegna a darti fastidio come se fosse il primo.
Le pratiche rivoluzionarie sono sempre le stesse: finanziare i birrifici Moretti, bivaccare in piazza Verdi, sfilare in corteo, sillabare proposizioni in coro, bisticciare con persone vestite da poliziotto, fingere di essere poveri, suonare male, cantare peggio e scrivere sui muri. Scrivere sui muri è da sempre una delle pratiche più in voga, non c’è niente di straordinario in questo, ciò che invece è degno di nota è che i rivoluzionari bolognesi scrivono solo sui muri della loro zona. Questo non è molto rivoluzionario. Se su una mappa di Bologna mettessimo un puntino in corrispondenza di ogni scritta su un muro, otterremmo qualcosa del genere


con il picco di densità in corrispondenza della Facoltà di Lettere e Filosofia.
Che senso ha? Scritte come LIBBERI TUTTI o PARTIGGIANO A TUTTO SPIANO dovrebbero servire a risvegliare le coscienze sopite del popolo o, se non altro, a dargli fastidio, a cosa servono se le puoi vedere solo tu e i tuoi amici? È come mettere i poster nella propria cameretta. Vuoi sovvertire l’ordine economico mondiale e non hai nemmeno voglia di andare a scrivere le tue frasi rivoluzionarie un po’ più in là? Non so, tipo a Borgo Panigale, dove magari c’è davvero qualche esemplare del famoso e leggendario popolo. Un rivoluzionario non dovrebbe essere così pigro, se no sembra che non ci tenga.
Per esempio, guarda che bei muri ci sono a Treviso


sembra che aspettino solo qualcuno che li faccia parlare. Quale posto migliore per scrivere un bel LEGA MERDA? A Treviso c’è tutto l’occorrente per fare la rivoluzione: tanti muri puliti su cui scrivere e una folla di leghisti che ci resterebbe malissimo. Secondo me, fra una manifestazione contro i costi della mensa studentesca (4,50 €) e l’occupazione di una biblioteca pubblica da adibire a sala giochi privata, ogni rivoluzionario che si rispetti dovrebbe trovare il tempo di andare a Treviso e ricoprire tutta la città di scritte.
Invece no, questi scrivono solo sui muri di Bologna, la città più accogliente e tollerante d'Italia. Muri vecchi di secoli che saprebbero benissimo parlare da soli.