LA TENDA

COMUNICAZIONE FASTIDIOSA

È con fastidio che comunico a tutti coloro che seguono questo blog via email, che Feedburner sospenderà  il servizio a partire da luglio 2021. Quindi quello "staremo sempre insieme" che avevo promesso è durato solo sette mesi. È come quando al supermercato scopro una cosa che mi piace, inizio a comprarla abitualmente e dopo un mese o due non esiste più. Pazienza.
Chi vuole continuare a ricevere una notifica per ogni nuovo post pubblicato qua sopra, può seguire il blog tramite feed RSS (non so cosa voglia dire quello che ho appena detto, ma so che per alcune persone le parole “feed RSS” hanno un significato).
In alternativa ci sono gli account Twitter mio e di Emanuelesi, dove twittiamo (si dice così, non è colpa mia, c'è anche sul dizionario) più o meno regolarmente i nuovi post e altre cose.
Un altro modo è seguire la pagina Facebook del blog. Non è una pagina gestita e creata da me, ma da un benefattore che chiameremo Jacopo (grazie Jacopo!) e viene regolarmente aggiornata ogni volta che su questo blog appare un nuovo post. Va detto che se questo blog è bene o male sopravvissuto alla famosa morte dei blog, gran parte del merito è di quella pagina. Un giorno o l’altro dovrò ricordarmi di spedire a Jacopo una cassa di spritz, cioè metà cassa di prosecco, un terzo di cassa di Aperol e un sesto di cassa di soda (e arance come imballaggio).

TEST PER CAPIRE SE SEI UNA MERDA


Nonostante le avversità (lockdown, capsulite adesiva, non voglia di disegnare, ancora più non voglia di disegnare) io e Guglielmo Favilla abbiamo fatto un altro video della serie Tutto quello che c’è da sapere su tutto quanto.
Io ho fatto le parole e i disegni (ho già detto che odio disegnare?*), Favilla ha fatto le voci e Gabriele Draghetti ha registrato le voci di Favilla nel pieno rispetto delle norme anti-Covid. Almeno spero.


* Odio talmente tanto disegnare che quando disegno penso “forse non è stato così male quando da bambino mi sono chiuso il mignolo nello sportello del frigo, prima o poi devo riprovare”.

FUMO

 

SCHOPENHAUER E I RAPPER ITALIANI

Oggi avrei voluto scrivere un post su quanto mi danno fastidio il chiasso e i rumori, ma siccome l'ha già scritto Arthur Schopenhauer sul suo blog Parerga e Paralipomena, io mi limito a trascrivere le sue parole.
Sostituirò solo "schioccare delle fruste" con "canzoncine dei rapper italiani" e poco altro ("carro di sabbia" con "telefono", "concime" con "stereo portatile", "far camminare gli animali da tiro" con "intrattenere il popolo", "un nodo in cima ogni frusta" con "l'uso degli auricolari", "proletari" con "borghesi", "cavalli di posta liberi" con "l'autoradio a palla", "montando un cavallo da tiro sciolto" con "in sella a una bicicletta con le casse", "a fianco degli animali" con "con uno di quegli zaini stereo", "carrettieri" con "truzzi", "facchini" con "punkabbestia", "gente oziosa" con "studenti fuoricorso di Lettere e Filosofia", "Germania" con "Bologna"). 

«Il chiasso è la più impertinente di tutte le interruzioni, poiché interrompe, anzi perfino spezza i nostri pensieri. Ma dove non vi è nulla da interrompere, il chiasso non sarà avvertito in modo particolare. [...]
Ora però, passando dal genus alla species, debbo denunciare come il rumore più imperdonabile e infame le canzoncine veramente infernali dei rapper italiani nelle vie rumorose della città. Queste improvvise e acute canzoncine, che paralizzano il cervello e spezzano e ammazzano i pensieri, dovrebbero essere sentite dolorosamente da ognuno che porti nella sua testa qualcosa che somiglia a un pensiero, e dovrebbero, dunque, disturbare centinaia di persone nella loro attività spirituale, per quanto di genere comune: al pensatore, però, questo rumore penetra nelle sue meditazioni con un dolore così micidiale, come quando la spada del boia stacca la testa dal tronco. Nessun suono ferisce il cervello in modo così tagliente, quanto queste maledette canzoncine dei rapper italiani; [...] non capisco perché un qualsiasi villano, che sta portando un telefono o uno stereo portatile, debba solo perciò avere il privilegio di soffocare in germe ogni pensiero che sgorga nel cervello di diecimila teste in successione (una mezz'ora di strada attraverso la città). Martellate, abbaiar di cani e strilli di bambini sono orribili; ma l'unico vero e proprio assassino dei pensieri sono le canzoncine dei rapper italiani. La loro destinazione è di distruggere ogni momento di raccoglimento, che ad uno sia dato ogni tanto di avere. Soltanto nel caso che non vi fossero altri mezzi per intrattenere il popolo, se non questo rumore più abominevole di tutti, ciò potrebbe essere scusato. Ma proprio al contrario, queste maledette canzoncine dei rapper italiani non soltanto non sono necessarie, ma perfino inutili. [...] Che una simile infamia venga tollerata nelle città è una grande barbarie e ingiustizia; tanto più che sarebbe facile eliminarla se la polizia prescrivesse l'uso degli auricolari. Non può essere cosa nociva attirare l'attenzione dei borghesi sul lavoro mentale delle classi superiori: essi, infatti, provano un timore enorme verso ogni lavoro cerebrale. Ma che un villano, il quale, attraversando le vie strette di una città molto popolata con l'autoradio a palla o in sella a una bicicletta con le casse, o addirittura camminando con uno di quegli zaini stereo, emetta senza tregua e con tutte le forze canzoncine di rapper italiani lunghissime, non meriti di essere obbligato a scendere immediatamente per ricevere cinque bastonate date con convinzione, non mi convinceranno tutti i filantropi del mondo. [...] Deve, dunque, mentre tutti hanno cura del corpo e delle sue soddisfazioni, lo spirito che pensa essere l'unico al quale mai viene concesso il minimo riguardo o protezione, per non parlare di rispetto? Truzzi, punkabbestia, studenti fuoricorso di Lettere e Filosofia che stanno agli angoli della strada e altri simili sono gli animali da soma della società umana; essi vanno senz'altro trattati umanamente, con giustizia, benevolenza, indulgenza e con le cure necessarie; ma non dovrebbe essere permesso loro di diventare un impedimento col chiasso petulante alle aspirazioni più alte del genere umano. Vorrei sapere quanti grandi e bei pensieri questi rapper italiani abbiano già cacciato via dal mondo con le loro  canzoncine. Se potessi comandare io, si dovrebbe creare nella mente dei truzzi un nexus idearum indiscutibile fra le canzoncine dei rapper italiani e il ricevere bastonate. [...] La tolleranza generale riguardo al chiasso inutile, ad esempio riguardo allo sbattere le porte, abitudine oltre modo maleducata e volgare, è addirittura un sintomo dell'ottusità generale e della povertà di idee. In Bologna le cose stanno come se si mirasse a far sì che per il chiasso nessuno riesca a riflettere; per esempio, battendo il tamburo senza scopo».
Arthur Schopenhauer

IL VIAGGIO

MINIMIZZATORI E NEGATORI

Una cosa interessante di questa pandemia è vedere come alcuni l'abbiano usata come pretesto per prendersela con le persone che odiavano già prima della pandemia. Alcuni esempi: i pigri hanno deciso che gli untori sono quelli che corrono (bei tempi quando le persone avevano la delicatezza di andare a correre in posti appartati, ora invece ti vengono a sgambettare sotto il naso vestiti nel modo più catarifrangente possibile, costringendoti inevitabilmente a pensare a tutti i Tegolini che non stai smaltendo); chi non sopporta il gioventume che tutte le notti fa baldoria sotto la sua finestra incolpa la (chiedo scusa per la parola) mo(scusa, davvero)vida; gli appassionati di Marx incolpano il capitalismo; gli xenofobi incolpano gli stranieri; chi odia la scuola incolpa le scuole; chi ama la scuola incolpa chi chiude le scuole; e, più in generale, chi ama un certo tipo di attività (cinema, palestra, discoteca, carcere) riterrà quelle attività magicamente protette da ogni possibilità di propagazione del contagio e crederà di individuare la fonte di ogni male nelle attività che invece odia. È  davvero strano e per certi versi affascinante come alcune persone siano riuscite a passare attraverso più di un anno di pandemia senza avere capito assolutamente niente.
Per un virus, soprattutto un virus che si trasmette attraverso le vie respiratorie e non attraverso, che so, l'ingestione dei peli delle ascelle, ogni contatto sociale è un'occasione di contagio, non importa se coloro che si contattano socialmente sono stranieri, proletari, discotecari, vigili urbani, fisici nucleari o Presidenti delle Repubbliche, il virus non guarda in faccia a nessuno, e ogni occasione di contagio è per lui una possibilità in più di replicarsi, propagarsi e evolversi. Certo, ci sono alcune attività sociali che sono più virus-friendly di altre (per esempio giocare a rugby nello sgabuzzino è sicuramente più a rischio che giocare a ping pong nel deserto), ma rimane il fatto che, ogni volta che si entra in contatto con un'altra persona senza adottare tutte le precauzioni che ormai dovremmo avere imparato a memoria, si sta giocando nella squadra del virus. Perché è così, è come se ci fosse una partita Umani - Virus, una specie di derby, visto che entrambe le squadre giocano in casa, e chi ignora le suddette precauzioni è uno che, per qualche motivo, ha deciso di giocare col virus. Chi dice cose tipo "se non mi metto la mascherina sono cazzi miei" è esattamente come un giocatore della Juventus, poniamo, che dice ai suoi compagni di squadra "se durante la partita Juventus – Torino provo a fare autogol sono cazzi miei". Cioè, se vuoi fare autogol fai pure autogol, hai il libero arbitrio, ma non è vero che sono “cazzi tuoi”; se fai autogol il punteggio diventa Juventus – Torino: 0–1, non Juventus – Torino – Giocatore della Juventus che ha fatto autogol: 1–1–0.
Quindi, visto che non ci sono untori, bisogna rassegnarsi all'idea di non dare la colpa a nessuno? Beh, non saltiamo subito alle conclusioni. Se oggi la situazione è molto più grave di quella che avrebbe potuto essere, se dovremo trascinarci dietro questo flagello per chissà quanto tempo ancora e se per un bel pezzo le nostre vite non sono state e non saranno più quelle di prima, i colpevoli ci sono. Sono i minimizzatori e i negatori, a cominciare dal Governo cinese.
In questo articolo (Covid-19: Five days that shaped the outbreak), Jane McMullen ricostruisce in modo chiaro e preciso il comportamento delle autorità cinesi nei primi giorni della non-ancora-pandemia. Il concetto è grosso modo questo: in una fase in cui per la prima volta il virus stava esplodendo in modo esponenziale (n.b. la parola "esponenziale" è qui usata nel senso di "esponenziale" e non nel senso di "pazzesco") e in cui, cito, "ogni giorno e ogni ora erano determinanti", la Cina ha deciso di minimizzare e negare l'esistenza del problema per più di due settimane, silenziando i suoi medici e i suoi scienziati. "That was the shot we had, and we lost it", dice l'articolo.
Dopo di che (qui sono io che parlo, non è più l'articolo) la torcia del minimizzare e del negare è passata al resto del mondo: ad altri Governi non democratici o aspiranti tali, a politici opportunisti, a giornalisti ignoranti, a sedicenti esperti a caccia di notorietà e, infine, ai semplici scemi (gli scemi sono sempre la base della piramide di ogni disastro). Tutti questi minimizzatori e negatori sono colpevoli, esattamente come sarebbe colpevole chi invitasse la gente a guidare ubriaca minimizzando o negando gli effetti dell'alcol sulla lucidità della mente umana, o come chi si mettesse lui stesso a guidare ubriaco, o perché ha deciso che non gli frega niente delle conseguenze o magari semplicemente perché è disperatamente scemo.
Sono troppo severo? Non mi pare. Se non fosse per quelli che "le mascherine sono inutili", "è solo un'influenza", "muoiono solo i vecchi", "la cura esiste ma non ce lo dicono", "i numeri sono gonfiati" eccetera, ora non saremmo nella situazione in cui siamo, e visto che non si può dare la colpa di tutto questo a un virus che sta semplicemente facendo il suo lavoro in modo egregio, a chi altri la si può dare se non a quelli che, pur non essendo nella squadra del virus, hanno deciso di giocare con lui?
Se hai un amico minimizzatore o negatore, per favore, fagli leggere questo post e digli da parte mia che è un criminale, ma senza la dignità di quei criminali che pianificano i loro crimini e li portano a termine, no, è più un criminale tipo Schettino. “Te lo ricordi Schettino?” digli, “ecco, tu sei così. Un criminale deficiente”.

FAKE NEWS

IL CAMPANILISTA – ERRATA CORRIGE

Devo segnalare un errore abbastanza serio che ho commesso nel post di lunedì (questo qui), resoconto della mia breve ma significativa interazione con un esemplare di campanilista adulto.
Una persona a conoscenza dei fatti, disposta a parlare solo a condizione di restare anonima, mi ha segnalato che il finale della storia non è esattamente come io lo ho riportato. Sì, lo so che avevo scritto frasi impegnative come "queste sono le esatte parole" e "lo ricordo bene", ma il fatto è che la mia memoria si premura sempre di rendere il passato meno squallido e un po' più accettabile, non possiamo biasimarla per questo.
Prima di esporre la versione dei fatti restaurata, invito il lettore a rileggere la versione precedente, da "finalmente arriva il momento di pagare" in poi. Io intanto aspetto qui.
Fatto?
Allora, le cose sono in realtà andate così: mentre la proprietaria stava ancora preparando il conto, Gianluigi, come se niente fosse, chiede se può assaggiare il rinomato Rosolio di Cetriolo di Fregazzano del Passero.

– Potrei avere un po' di Rosolio di Cetriolo?

ed è qui che tutti ci voltiamo increduli verso di lui, come se si fosse appena spogliato nudo in mezzo alla sala.
Invece la proprietaria non è per niente stupita e gli risponde come chi ha perfettamente capito con chi ha a che fare

– Vorrai dire “dell’altro Rosolio di Cetriolo”. L’hai già bevuto, no?

Il resto è più o meno uguale: Gianluigi dice “ma io non... cioè io…”; la proprietaria risponde “sì, e ti deve essere piaciuto molto, perché te lo sei bevuto quasi tutto”; Gianluigi non ribatte; la proprietaria non gli versa da bere un bel niente e inoltre, con un gesto nobile e umiliante allo stesso tempo, non gli fa pagare la bottiglia di Rosolio che aveva diligentemente prosciugato.
È molto meglio così, no? "Molto meglio" nel senso di molto peggio.

IL CAMPANILISTA

Io non ho mai capito il campanilismo. Già faccio fatica a capire il nazionalismo, figuriamoci il campanilismo. E di tutti i campanilismi quello che capisco meno è il campanilismo non per una regione, non per una città, non per un paese minimamente rinomato, ma per un minuscolo e insignificante paesello come ce ne sono milioni. Voglio dire, non c'è niente di male a essere affezionati al posto dove si è nati, l'affetto è sempre una bella cosa, e non c'è niente di male nemmeno a voler sempre informare tutti sul proprio luogo di origine, come fanno i prosciutti, ma quando uno inizia a dire che il pane del suo paesello è il più buono, che l'aria del suo paesello è la più sana, che la gente del suo paesello è la più gentile, questo non vuol più dire essere affezionati alle proprie origini, questo vuol dire avere una tara (un attimo che controllo che "tara" sia proprio la parola che cercavo.

Tara s.f. -  Malattia, anomalia o deformazione ereditaria, o altro difetto che comunque comprometta l’integrità fisica o psichica di un individuo.

perfetto) e infatti le tare sono il risultato di anni e anni passati a riprodursi fra parenti nello stesso paesello.
Il campanilismo è una limitazione abbastanza grave per chi ce l'ha, perché gli impedisce di apprezzare cose come il saté indonesiano o la cirimoia peruviana, e lo costringe ad accartocciare tutta la sua esistenza attorno alle usanze e alla mentalità di un frammento di pianeta dove la cosa più interessante è la sagra dell'oloturia mantecata. E fin qui problemi suoi, i problemi tuoi iniziano quando, una persona così, sei costretto a frequentarla, magari perché è un collega o un amico di un amico o il cugino di un'amica di tua sorella eccetera, e ogni volta che ci esci devi sorbirti tutto il suo repertorio di frasi tipo "questo lo sanno fare solo al mio paesello", "quest'altro non succederebbe mai al mio paesello", "il mio paesello qui", "il mio paesello là"... ma scópatelo il tuo paesello!
Chiedo scusa, mi è ascesa l'ira. Non succederà più.
La mia irritazione verso questo tipo di essere umano è dovuta al fatto che tempo fa me ne è toccato in sorte uno di nome Gianluigi, l'allora compagno di un'amica di Sandra (quella della capsulite adesiva). Sandra è ok, l'amica di Sandra è ok, per qualche motivo il compagno dell'amica di Sandra non era neanche lontanamente ok, anzi era decisamente non-ok, la personificazione stessa del Non-Essere-Ok, come direbbe Heidegger. Ogni tanto capitano questi abbinamenti male assortiti, soprattutto quando ci sono di mezzo i rapporti sessuali.
Gianluigi veniva da un paesello talmente "ello" che probabilmente non esisteva neanche sulle mappe, e come tutti i campanilisti che sono costretti a lasciare la loro amata terra non parlava d'altro. Letteralmente. Non ho mai visto una persona così monotematica, era esasperante; di qualsiasi cosa si stesse parlando, non importa quanto fosse lontana da ogni possibile collegamento con pane, salumi e olive, Gianluigi riusciva sempre (sempre) a riportare il discorso al suo paesello.

– C'è uno che mi deve 200 euro da due anni e nel frattempo si è comprato una Porsche, ti rendi conto?
– Al mio paesello ce l'hanno tutti, la Porsche.
– L'estate scorsa ho visto Andromeda col binocolo, fa quasi impressione.
– Il mio paesello fa molta più impressione.
– La diffrazione è un fenomeno che si manifesta quando un'onda incontra un ostacolo.
– Paesello.

Anche quando se ne stava in silenzio, mi sembrava che il suo respiro facesse un verso tipo: paaae... sello... paaae... sello...
Non era un cattivo ragazzo (almeno credo) e all'inizio i suoi racconti erano anche interessanti, come sempre è interessante sentire parlare di posti che non si conoscono, ma quanto si può resistere? Un conto è se uno ti parla delle isole Adamane, per dire, ma dopo il duecentottantaseiesimo aneddoto su Fregazzano del Passero, la serata inizia a prendere una brutta piega. Io credo che l'alcol sia stato inventato proprio per sopportare gente come Gianluigi.

– Leonardo cita per ben tre volte un manuale di agrotecnica scritto da un inventore nato nel mio paesello.
– Eh ehh.... pa.,eselo..x

Al tempo in cui frequentavo Gianluigi ero molto ingenuo. Per esempio pensavo che per spostare il discorso su qualcos'altro fosse sufficiente fargli tanti complimenti per l'incredibile fortuna di nascere in un posto così meravigliosamente meraviglioso e voltare pagina, e invece no. Regola numero 1 quando si frequenta un campanilista: il campanilista non vuole complimenti e non gli fa per niente piacere se anche tu ti metti a decantare le prodezze culinarie e paesaggistiche del suo paesello. Che ne puoi sapere tu del suo paesello? Solo perché una volta hai mangiato l'oloturia mantecata, adesso pensi di poter dire che è il tuo piatto preferito? Sicuramente ne avrai mangiata una versione imperfetta e corrotta da ingredienti spuri, di quelle che si fanno all'estero (i.e. nei comuni limitrofi), ma la vera e originale oloturia mantecata la si può apprezzare solo in un posto e, va da sé, la può apprezzare solo ed esclusivamente uno del posto.
Regola numero 2: quello che il campanilista vuole da te è che tu, straniero, ti metta a decantare il tuo, di paesello, e che insieme facciate la gara a chi ha il paesello più lungo.
E poi succede questo. Al tempo andavo in un ristorante che faceva piatti tradizionali della regione di Gianluigi, me lo aveva fatto conoscere Sandra e in poco tempo era diventato uno dei miei ristoranti preferiti. Un giorno, del tutto casualmente, scopro che i proprietari sono originari proprio del paesello di Gianluigi. Che coincidenza. Quando riferisco la cosa a Gianluigi (sì, lo so, errore mio), lui fa una faccia come se gli avessi appena detto che ho ritrovato i suoi genitori dispersi in antartide durante la prima guerra mondiale. Il tempo potrebbe avere corrotto i miei ricordi, ma a me sembra che abbia pianto.
Il risultato è scontato: Gianluigi prenota istantaneamente un tavolo per sei nel predetto ristorante per la sera del giorno dopo, e con "sei" intendo io, Gianluigi, Sandra e i rispettivi compagni, tutti insieme a cena in un mercoledì sera qualsiasi solo per accontentare Gianluigi.
Per l'occasione Gianluigi si veste come per un matrimonio, il suo, più precisamente il suo matrimonio con se stesso, e già questo mi faceva sentire abbastanza in imbarazzo, era come se stessimo portando a cena lo zio rincoglionito. Nemmeno la sua compagna mi sembrava molto a suo agio, a giudicare dagli sguardi che ogni tanto rivolgeva agli altri, sguardi che sembravano dire "eh eh... ehm, cioè... ah ah...". La chiameremo Gianluigia.
Gianluigia non era originaria del paesello di Gianluigi, il che ha perfettamente senso perché il campanilista, quando non è in patria, ha costantemente bisogno di orecchie straniere da ragguagliare sulle infinite e non numerabili meraviglie del suo paesello, e quali migliori orecchie di quelle della persona che si è incautamente voluta legare in un patto di frequentazione sistematica e prolungata? Una volta Gianluigia ha raccontato a Sandra che, quando lei e Gianluigi si sono conosciuti, lui le parlava come se si stesse rivolgendo a una tedesca.

– Tu è bellissima, Gianluigia. E quali occhi tu ha!
– Grazie, Gianluigi. Sei proprio carino, io però... ecco... io credo di essere lesbica.
– No problema, io piace lesbica.

Ok, dimentica questo dialogo, volevo solo citare questo film


Almeno credo che sia questo film.
Comunque, Gianluigi entra nel ristorante e si comporta come se fosse a casa sua, e non per modo di dire, fa letteralmente il padrone di casa nonostante fosse la prima volta che metteva piede in questo posto: saluta i proprietari come fossero suoi amici, ci accompagna di persona al tavolo che ritiene il migliore e inizia a descriverci il menù senza nemmeno bisogno di aprirlo. Io lo guardo sconcertato, questo sfoggio di confidenza e la reazione estremamente benevola dei proprietari mi stavano facendo ricredere sulla poca verosimiglianza dei racconti campanilistici di Gianluigi e per un attimo mi sono ritrovato a pensare che, forse, Gianluigi non era un patetico coglione, ma era davvero uno dei pochi eletti a essere nati in un meraviglioso paesello dove la gente è la più gentile, l'aria è la più sana e il pane è il più buono. Ma, come detto, quest'impressione dura poco, il tempo di arrivare agli antipasti. Quando ce li portano, Gianluigi prende su di sé il compito di descriverli e questo produce una chiara espressione di fastidio in chi ci stava servendo, espressione che non sono l'unico a notare, visto il modo imbarazzato in cui si guardano Sandra e il suo compagno (Sandro) e il calcetto che mi dà Maria Paola (la mia compagna), un calcetto impercettibile e affettuoso che significa più o meno "con chi cazzo mi fai uscire?".
I primi piatti ci vengono serviti dal proprietario in persona (brutto segno) e quando Gianluigi tenta di fare lo stesso giochino che aveva fatto poco prima col cameriere, il proprietario, senza farsi intimorire, lo contraddice. Lo contraddice con gentilezza, ci mancherebbe, ma non con la famosa gentilezza che dovrebbe essere tipica del paesello Gianluigiano, ma con la più prosaica gentilezza di un banale rapporto venditore - cliente.

– No, caro cliente, nell'oloturia mantecata non si mette la ricotta.
– Beh, ma nella ricetta originale si mette.
– Questa è proprio la ricetta originale.
– Sì, certo... ma ogni tanto, dico... ogni tanto si mette.
– Mai.
– Beh... ma...
– Niente ricotta.
– Comunque è buonissimo.
– Grazie.

Ma il bello arriva nella fase caffè/ammazzacaffè (bello nel senso di "bello"). Dopo che ognuno di noi ha diligentemente finito di bere i suoi caffé, i suoi gingseng in tazza grande, i suoi orzi non zuccherati con scorza di mandarino biologico non trattato, Gianluigi, con la massima disinvoltura e senza preannunciare a nessuno le sue intenzioni, si alza dal tavolo, apre la vetrina dei superalcolici (vetrina che in tutti i mesi in cui avevo frequentato questo ristorante avevo visto maneggiare solo dal personale di bordo) e, senza chiedere il permesso a nessuno, lì, da solo, in piedi in mezzo ai tavoli, si versa un bicchierino di Rosolio di Cetriolo, una delle "tante" "famose" "prelibatezze" del suo paesello.
Vista la sicurezza con cui conduce a termine questa operazione, reprimo la mia ansia e mi convinco che deve essere per forza una tipica usanza del suo paesello, del resto, mi dico, nel mondo ci sono quei posti dove è considerata buona educazione ruttare, magari al paesello di Gianluigi è considerata buona educazione svuotare le bottiglie dei ristoranti. Dico "svuotare" perché Gianluigi fa questa manovra più di una volta: si versa il suo coso, lo beve al tavolo con noi, poi si alza di nuovo, apre la vetrina, se ne versa un altro bicchierino, lo beve al tavolo e così via, per una mezz'ora buona, il tutto sotto gli occhi dei proprietari che lo osservano da un angolo della sala. Lo osservano piuttosto freddamente, bisogna dire, ma, mi dico, in che altro modo dovrebbero guardare un cliente che espleta una tipica usanza del loro comune paesello?

– Volete un po' di Rosolio di Cetriolo anche voi?
– No grazie, Gianluigi, io sono a posto.
– Gianluigia? Sandro? Sandra? Maria Paola? Nessuno?

No, Gianluigi, nessuno, anche perché è da un pezzo che siamo rimasti solo noi nel ristorante e chiunque non sia un egocentrico egotista egomaniaco si sarebbe facilmente reso conto che non siamo più graditi, ma questo non glielo dico.
Finalmente arriva il momento di pagare: conti separati, come si faceva da giovani, e quando arriva il turno dei Gianluigi, succede la seguente cosa: Gianluigi, che naturalmente si autoincarica di elencare tutto quello che hanno ordinato lui e Gianluigia, omette il Rosolio di Cetriolo. Se ne sarà dimenticato, penso, e infatti la proprietaria dice

– Ti sei dimenticato il Rosolio di Cetriolo, caro cliente.

Ok, penso, tutto risolto, ora Gianluigi si scuserà, dirà qualcosa come "sì, è vero, ah ah, come ho fatto a dimenticarmelo?" e tutti ce ne andremo a dormire e ci metteremo alle spalle questa sgradevole serata e invece no, Gianluigi risponde

– Quale Rosolio?

Proprio così, "quale Rosolio?". Ci voltiamo tutti all'unisono verso di lui, increduli, Gianluigia compresa, e lo guardiamo con una faccia che inequivocabilmente dice "perché lo stai facendo"?

– Il Rosolio di Cetriolo, caro cliente. Ti è piaciuto, vero?
– Ma io non... cioè io...
– Sì, e ti deve essere piaciuto molto, perché te lo sei bevuto quasi tutto.

Non sto inventando niente. Queste sono le esatte parole che la proprietaria ha pronunciato, le ricordo bene perché, essendo io lì nel ruolo ufficiale di "accompagnatore di Gianluigi", ho provato così tanta vergogna che, per la prima volta, ho capito perfettamente il senso della frase fatta "mi sarei sotterrato". Gianluigi non ribatte più, nemmeno con una banale scusa, giusto per salvare le apparenze, ma si limita a pagare il dovuto. Dopo di che ce ne andiamo.
Fuori dal ristorante facciamo tutti finta di niente, sorridiamo, diciamo due battute e ci salutiamo ripromettendoci di rivederci presto, come si fa sempre, ma non era vero, non solo non ci siamo più rivisti tutti e sei insieme, ma nessuno di noi ha più rimesso piede in quel ristorante.
Da quella sera non ho più rivisto Gianluigi, non so che fine abbia fatto. Invece so che ora Gianluigia sta con un tedesco e vive felicemente con lui e i loro due figli a Valencia.