LA BUCA DELL’AMORE (18 E 19)
18. TRE BREVI OSSERVAZIONI SUL MODELLO
La prima osservazione è che questo modello non ha ancora un nome. Ero indeciso fra Nicolas e Kevin, che adesso vanno tanto di moda, ma alla fine penso che lo chiamerò semplicemente “Buca dell’Amor Proprio”. Un nome dovrebbe sempre essere la sintesi più breve e precisa di quello che nomina, per questo sarebbe bene che tutti chiamassero i propri figli “Prurito”.
La seconda osservazione è che in base al suddetto modello sembrerebbe che l’intelligenza e l’amor proprio di una persona siano fissati per sempre. Così, per esempio, se uno nasce con un’intelligenza inferiore alla media e/o un amor proprio superiore a quello di Alessandro Magno è destinato a essere poco saggio per tutta la vita, e per quanti sforzi faccia non farà altro che cose poco sagge, dirà solo cose poco sagge, si pettinerà in modo poco saggio e in generale ogni suo comportamento, fin nei più piccoli dettagli, sarà assolutamente e inevitabilmente poco saggio. Ovviamente tutti sanno che non è così. Nella realtà l’intelligenza e l’amor proprio non sono parametri fissi ma variano continuamente al variare della situazione e dello stato d’animo in cui ci si trova, in modo tale che può succedere che la mattina uno sbrighi le sue pratiche d’ufficio con inappuntabile saggezza e poi la sera faccia a pezzi moglie e figli con un trinciapollo. Questa mancanza di flessibilità del modello non è però un difetto, ma solo un aspetto della realtà che il modello non pretende di spiegare. Un modello, per quanto possa funzionare bene, è sempre e solo un modello, cioè una descrizione della realtà semplificata e che ha senso solo sotto precise condizioni. Un modello non va mai applicato oltre i limiti entro cui pretende di essere valido, altrimenti si fa lo stesso errore di chi prende la teoria politica di un filosofo del XIX secolo e la usa per spiegare tutto, anche le strategie ai box della Formula Uno.
La terza osservazione, importantissima, non me la ricordo.
19. UN’ALTRA COSA
Perché la gente dice che la gente è stupida? Penso infatti sia evidente a tutti che questa frase viene detta davvero molto spesso, forse addirittura più spesso di “è per il futuro dei nostri figli”. Ma chi è che l’ha inventata? Cosa significa esattamente? Ma soprattutto è vera? E se non è vera, da dove arriva quest’impressione così forte che sia vera?
La prima domanda è facile: come tutte le frasi fatte è stata inventata circa cinque milioni di anni fa da un ardipiteco molto pigro, un certo Luigi.
Senti.
Cosa c’è?
E se scendessimo?
Spiegati meglio.
Perché non scendiamo un attimo?
Sei impazzito?
Per cambiare un po’.
È pericoloso.
Ma non sei stufo di stare tutto il giorno su quest’albero?
Quest’albero, per tua informazione, è l’albero dove mio padre ha cresciuto me e tutti i suoi figli, e dove il padre di mio padre ha cresciuto il padre che diceva a suo figlio, il padre dei miei figli, che il padre di suo padre ha cresciuto tutti i padri dei figli che hanno cresciuto i padri dei padri dei padri e così via.
Quindi non scendi.
No.
Facciamo quattro passi, ci sgranchiamo un po’ le zampe e poi magari, chissà, ci evolviamo in qualcosa di meglio.
Cos’ha quest’albero che non va?
Niente.
Eppure deve avere qualcosa che non va, non trovi?
Non prenderla così, Luigi.
No, adesso tu mi dici cos’ha quest’albero che non va!
Beh, ammetterai che non è molto elegante farla da quassù.
È per il futuro dei nostri figli.
Sì, lo so.
Ma se tu ci tieni tanto, scendi.
Giusto cinque minuti.
Poi però non venirti a lamentare con me.
Ormai scendono tutti.
Per forza, la gente è stupida.
Bene, ma cosa significa? Cominciamo con l’osservare che “la gente è stupida” non può significare letteralmente “tutta la gente è stupida”, visto che chi pronuncia questa frase è sempre disposto ad ammettere l’esistenza di almeno una persona non stupida, cioè lui stesso. Chi dice “la gente è stupida” intende in realtà dire “la stragrande maggioranza della gente è stupida”, e questo possiamo dire che è sicuramente falso, almeno se con “stupidità” intendiamo “intelligenza inferiore alla media” (parte 11). Sicuramente esistono definizioni di stupidità migliori di questa, non lo metto in dubbio, ciò non toglie che ha senso parlare di stupidità umana solo se si prende come riferimento un livello di intelligenza caratteristico dell’umanità, non un’intelligenza astratta opportunamente grande per dire che tutti sono stupidi o opportunamente piccola per dire che tutti sono intelligenti ma non si applicano. L’intelligenza media è lo spartiacque più naturale per distinguere chi è stupido da chi è intelligente. Dunque la frase “la gente è stupida” è falsa per il semplice fatto che le persone con un’intelligenza inferiore alla media sono presumibilmente tante quante le persone con un’intelligenza superiore alla media, almeno in prima approssimazione. Si potrebbe allora arrivare alla conclusione che chi dice “la gente è stupida” faccia in realtà parte della metà di gente stupida, la quale, non essendo in grado di valutare la stupidità altrui, pensa giustamente che tutti siano stupidi tranne lei. Questo chiuderebbe elegantemente il cerchio della stupidità e permetterebbe di distinguere a colpo sicuro chi è stupido da chi non lo è, con enorme risparmio di tempo, soldi e vite.
Ho organizzato un viaggio a Urumqui, vuoi venire?
Bellissimo.
Facciamo la traversata del deserto di Taklamakan in bicicletta.
E, senti, secondo te la gente è stupida?
Certo.
Magari un’altra volta.
Ma purtroppo non è così. Come chiunque può constatare, gli estimatori della frase “la gente è stupida” sono la stragrande maggioranza della gente, cioè sono significativamente più di quanti è lecito presumere siano gli stupidi, senza contare che esiste la più che fondata possibilità che la gente stupida non solo non sia la stragrande maggioranza, ma sia addirittura la minoranza. Tutto dipende da come la gente è distribuita rispetto all’intelligenza (i). Se è distribuita simmetricamente intorno alla media (im), allora metà della gente è stupida (i<im) e metà no (i≥im), cioè la media della distribuzione coincide con la mediana (iM)
La prima osservazione è che questo modello non ha ancora un nome. Ero indeciso fra Nicolas e Kevin, che adesso vanno tanto di moda, ma alla fine penso che lo chiamerò semplicemente “Buca dell’Amor Proprio”. Un nome dovrebbe sempre essere la sintesi più breve e precisa di quello che nomina, per questo sarebbe bene che tutti chiamassero i propri figli “Prurito”.
La seconda osservazione è che in base al suddetto modello sembrerebbe che l’intelligenza e l’amor proprio di una persona siano fissati per sempre. Così, per esempio, se uno nasce con un’intelligenza inferiore alla media e/o un amor proprio superiore a quello di Alessandro Magno è destinato a essere poco saggio per tutta la vita, e per quanti sforzi faccia non farà altro che cose poco sagge, dirà solo cose poco sagge, si pettinerà in modo poco saggio e in generale ogni suo comportamento, fin nei più piccoli dettagli, sarà assolutamente e inevitabilmente poco saggio. Ovviamente tutti sanno che non è così. Nella realtà l’intelligenza e l’amor proprio non sono parametri fissi ma variano continuamente al variare della situazione e dello stato d’animo in cui ci si trova, in modo tale che può succedere che la mattina uno sbrighi le sue pratiche d’ufficio con inappuntabile saggezza e poi la sera faccia a pezzi moglie e figli con un trinciapollo. Questa mancanza di flessibilità del modello non è però un difetto, ma solo un aspetto della realtà che il modello non pretende di spiegare. Un modello, per quanto possa funzionare bene, è sempre e solo un modello, cioè una descrizione della realtà semplificata e che ha senso solo sotto precise condizioni. Un modello non va mai applicato oltre i limiti entro cui pretende di essere valido, altrimenti si fa lo stesso errore di chi prende la teoria politica di un filosofo del XIX secolo e la usa per spiegare tutto, anche le strategie ai box della Formula Uno.
La terza osservazione, importantissima, non me la ricordo.
19. UN’ALTRA COSA
Perché la gente dice che la gente è stupida? Penso infatti sia evidente a tutti che questa frase viene detta davvero molto spesso, forse addirittura più spesso di “è per il futuro dei nostri figli”. Ma chi è che l’ha inventata? Cosa significa esattamente? Ma soprattutto è vera? E se non è vera, da dove arriva quest’impressione così forte che sia vera?
La prima domanda è facile: come tutte le frasi fatte è stata inventata circa cinque milioni di anni fa da un ardipiteco molto pigro, un certo Luigi.
Senti.
Cosa c’è?
E se scendessimo?
Spiegati meglio.
Perché non scendiamo un attimo?
Sei impazzito?
Per cambiare un po’.
È pericoloso.
Ma non sei stufo di stare tutto il giorno su quest’albero?
Quest’albero, per tua informazione, è l’albero dove mio padre ha cresciuto me e tutti i suoi figli, e dove il padre di mio padre ha cresciuto il padre che diceva a suo figlio, il padre dei miei figli, che il padre di suo padre ha cresciuto tutti i padri dei figli che hanno cresciuto i padri dei padri dei padri e così via.
Quindi non scendi.
No.
Facciamo quattro passi, ci sgranchiamo un po’ le zampe e poi magari, chissà, ci evolviamo in qualcosa di meglio.
Cos’ha quest’albero che non va?
Niente.
Eppure deve avere qualcosa che non va, non trovi?
Non prenderla così, Luigi.
No, adesso tu mi dici cos’ha quest’albero che non va!
Beh, ammetterai che non è molto elegante farla da quassù.
È per il futuro dei nostri figli.
Sì, lo so.
Ma se tu ci tieni tanto, scendi.
Giusto cinque minuti.
Poi però non venirti a lamentare con me.
Ormai scendono tutti.
Per forza, la gente è stupida.
Bene, ma cosa significa? Cominciamo con l’osservare che “la gente è stupida” non può significare letteralmente “tutta la gente è stupida”, visto che chi pronuncia questa frase è sempre disposto ad ammettere l’esistenza di almeno una persona non stupida, cioè lui stesso. Chi dice “la gente è stupida” intende in realtà dire “la stragrande maggioranza della gente è stupida”, e questo possiamo dire che è sicuramente falso, almeno se con “stupidità” intendiamo “intelligenza inferiore alla media” (parte 11). Sicuramente esistono definizioni di stupidità migliori di questa, non lo metto in dubbio, ciò non toglie che ha senso parlare di stupidità umana solo se si prende come riferimento un livello di intelligenza caratteristico dell’umanità, non un’intelligenza astratta opportunamente grande per dire che tutti sono stupidi o opportunamente piccola per dire che tutti sono intelligenti ma non si applicano. L’intelligenza media è lo spartiacque più naturale per distinguere chi è stupido da chi è intelligente. Dunque la frase “la gente è stupida” è falsa per il semplice fatto che le persone con un’intelligenza inferiore alla media sono presumibilmente tante quante le persone con un’intelligenza superiore alla media, almeno in prima approssimazione. Si potrebbe allora arrivare alla conclusione che chi dice “la gente è stupida” faccia in realtà parte della metà di gente stupida, la quale, non essendo in grado di valutare la stupidità altrui, pensa giustamente che tutti siano stupidi tranne lei. Questo chiuderebbe elegantemente il cerchio della stupidità e permetterebbe di distinguere a colpo sicuro chi è stupido da chi non lo è, con enorme risparmio di tempo, soldi e vite.
Ho organizzato un viaggio a Urumqui, vuoi venire?
Bellissimo.
Facciamo la traversata del deserto di Taklamakan in bicicletta.
E, senti, secondo te la gente è stupida?
Certo.
Magari un’altra volta.
Ma purtroppo non è così. Come chiunque può constatare, gli estimatori della frase “la gente è stupida” sono la stragrande maggioranza della gente, cioè sono significativamente più di quanti è lecito presumere siano gli stupidi, senza contare che esiste la più che fondata possibilità che la gente stupida non solo non sia la stragrande maggioranza, ma sia addirittura la minoranza. Tutto dipende da come la gente è distribuita rispetto all’intelligenza (i). Se è distribuita simmetricamente intorno alla media (im), allora metà della gente è stupida (i<im) e metà no (i≥im), cioè la media della distribuzione coincide con la mediana (iM)
im = iM
Ma se la distribuzione non è simmetrica questo non è più vero. Se per esempio la distribuzione è fatta così,
allora la gente è ancora equamente suddivisa fra chi sta sotto e chi sta sopra 0.5, ma mentre fra quelli che stanno sotto ci sono molte persone molto stupide, fra quelli che stanno sopra ci sono poche persone molto intelligenti, e questo fa abbassare la media
im < iM
In tutti i casi come questo le persone stupide sono la minoranza, dal momento che le persone non stupide sono la metà più tutte le persone con intelligenza compresa fra im e iM. Viceversa, quando
im > iM
le persone stupide sono la maggioranza. Ora, siccome è evidente che le persone molto intelligenti (quelle che scrivono Moby Dick) sono molte meno di quelle molto stupide (quelle che scrivono sui muri), la distribuzione reale della gente rispetto all’intelligenza sarà più alta verso i=0 che verso i=1, da cui segue che la gente stupida è la minoranza. Piaccia o non piaccia, bisogna imparare a convivere col fatto che la maggior parte dell’umanità è fatta di persone intelligenti.
E se “la gente è stupida” fosse in realtà solo un modo sbrigativo di dire “la gente è poco saggia”? Molte volte non si fa caso alle parole che si usano e magari in certe occasioni si preferisce ricorrere a espressioni più colorite di “poco saggio”, come per esempio quando si vuole gentilmente invitare un vicino di casa a traslocare in una tomba. Effettivamente è probabile che la maggior parte della gente sia poco saggia, dal momento che le persone stupide sono un piccolo sottoinsieme delle persone poco sagge (parte 15), ma ciò non implica che queste ultime siano la stragrande maggioranza, anzi, siccome chiunque si ami meno di Alessandro Magno può riuscire a essere saggio, guardando la lista degli amori storico-emblematici (parte 4) si vede che persino un calciatore professionista ha qualche possibilità di finire in zona saggezza (sopra la curva rossa in figura), e che una delle categorie al mondo con la più alta percentuale di saggi è sicuramente quella delle casalinghe. Peccato non abbiano tempo di scrivere trattati filosofici.
È quindi molto probabile che le persone sagge siano una numerosa minoranza e che dunque i poco saggi, per quanto numerosi siano, non possano essere la stragrande maggioranza. E non è nemmeno possibile che la gente che dice che la gente è stupida sia così poco saggia da essere convinta che la gente sia poco saggia, altrimenti la gente poco saggia, cioè la stessa gente che fa affermazioni poco lusinghiere sulla saggezza altrui, dovrebbe essere la stragrande maggioranza, cosa che abbiamo appena visto non essere vera. Bisogna allora prendere atto del fatto che esistono anche persone sagge che dicono che la gente è stupida, qualsiasi cosa intendano dire.
Per capire perché la gente dice che la gente è stupida e per sapere cosa intende veramente dire è allora necessario introdurre un terzo tipo di stupidità, una stupidità che non è proprio stupidità e nemmeno mancanza di saggezza, ma piuttosto uno sfortunato caso di ottundimento amoroso. Sfortunato per il giudicante, non per il giudicato.
(Inizio)
LA BUCA DELL’AMORE (17)
17. IL PRURITO OSCURO
L’amor proprio è come un prurito che non passa mai. Per quanto abilmente una persona si gratti, anche spingendosi nei più remoti e dimenticati interstizi del proprio ego, ne rimane sempre un po’, quel tanto che basta per tenerla in movimento tutto il giorno, alla ricerca di sempre nuovi e più sofisticati metodi di grattamento, finché alla fine, grosso modo dopo cena, non si addormenta, a volte definitivamente. Questo prurito residuo è l’insoddisfazione. In piccole quantità è una cosa sopportabile, sgradevole ma sopportabile, ma se il prurito che rimane supera il prurito che ci si è tolti allora si cade in quello stato d’animo chiamato “frustrazione”. Le persone frustrate sono infelici, questo non stupisce, quello che invece stupisce è che molte di loro siano frustrate nonostante abbiano ottenuto più o meno tutto quello che volevano. Anzi, a volte sembra che più uno è stato abile nell’ottenere quello che voleva, più è frustrato. È il millenario paradosso del tiranno infelice: perché chi ha tutto, compresa l’intelligenza, spesso sembra più infelice di chi non ha niente?
L’insoddisfazione è la quantità di amor proprio che l’orgoglio personale non riesce a soddisfare (parte 13), cioè il dislivello che resta ancora da fare per uscire dalla buca dell’amor proprio una volta usata tutta l’intelligenza a disposizione per salire il più in alto possibile (parte 4). Per coprire questo dislivello bisognerebbe raggiungere obiettivi che non sono raggiungibili, e questo fa soffrire. Ma non tutti gli obiettivi irraggiungibili fanno soffrire allo stesso modo: ci sono obiettivi irraggiungibili che fanno soffrire molto e obiettivi irraggiungibili che fanno soffrire ancora di più. Per esempio ci sono obiettivi così lontani che uno nemmeno riesce a concepire che siano obiettivi, e quindi per lui è come se non ci fossero (parte 8), però ci sono e prudono tanto quanto i comuni obiettivi irraggiungibili, ma in modo oscuro. Il prurito oscuro è molto peggio del prurito comune, perché mentre quest’ultimo ha una causa precisa e un irraggiungibile rimedio (grattarsi dove prude), il prurito oscuro non ha causa né rimedio, prude senza che ci sia niente che prude, fa soffrire senza che si abbia almeno la consolazione di poter dare alla sofferenza il nome di sofferenza. È facile intuire che una cosa del genere può rovinare la vita a chiunque, anche a tiranni, condottieri e rock star.
Scomponiamo l’insoddisfazione (n) in una componente oscura (nO) e una componente comune (nC), la prima relativa agli obiettivi irraggiungibili inconcepibili, la seconda agli obiettivi irraggiungibili concepibili
L’amor proprio è come un prurito che non passa mai. Per quanto abilmente una persona si gratti, anche spingendosi nei più remoti e dimenticati interstizi del proprio ego, ne rimane sempre un po’, quel tanto che basta per tenerla in movimento tutto il giorno, alla ricerca di sempre nuovi e più sofisticati metodi di grattamento, finché alla fine, grosso modo dopo cena, non si addormenta, a volte definitivamente. Questo prurito residuo è l’insoddisfazione. In piccole quantità è una cosa sopportabile, sgradevole ma sopportabile, ma se il prurito che rimane supera il prurito che ci si è tolti allora si cade in quello stato d’animo chiamato “frustrazione”. Le persone frustrate sono infelici, questo non stupisce, quello che invece stupisce è che molte di loro siano frustrate nonostante abbiano ottenuto più o meno tutto quello che volevano. Anzi, a volte sembra che più uno è stato abile nell’ottenere quello che voleva, più è frustrato. È il millenario paradosso del tiranno infelice: perché chi ha tutto, compresa l’intelligenza, spesso sembra più infelice di chi non ha niente?
L’insoddisfazione è la quantità di amor proprio che l’orgoglio personale non riesce a soddisfare (parte 13), cioè il dislivello che resta ancora da fare per uscire dalla buca dell’amor proprio una volta usata tutta l’intelligenza a disposizione per salire il più in alto possibile (parte 4). Per coprire questo dislivello bisognerebbe raggiungere obiettivi che non sono raggiungibili, e questo fa soffrire. Ma non tutti gli obiettivi irraggiungibili fanno soffrire allo stesso modo: ci sono obiettivi irraggiungibili che fanno soffrire molto e obiettivi irraggiungibili che fanno soffrire ancora di più. Per esempio ci sono obiettivi così lontani che uno nemmeno riesce a concepire che siano obiettivi, e quindi per lui è come se non ci fossero (parte 8), però ci sono e prudono tanto quanto i comuni obiettivi irraggiungibili, ma in modo oscuro. Il prurito oscuro è molto peggio del prurito comune, perché mentre quest’ultimo ha una causa precisa e un irraggiungibile rimedio (grattarsi dove prude), il prurito oscuro non ha causa né rimedio, prude senza che ci sia niente che prude, fa soffrire senza che si abbia almeno la consolazione di poter dare alla sofferenza il nome di sofferenza. È facile intuire che una cosa del genere può rovinare la vita a chiunque, anche a tiranni, condottieri e rock star.
Scomponiamo l’insoddisfazione (n) in una componente oscura (nO) e una componente comune (nC), la prima relativa agli obiettivi irraggiungibili inconcepibili, la seconda agli obiettivi irraggiungibili concepibili
n = nO + nC
La componente comune è il dislivello che c’è fra il momento della vita più alto che uno riesce a raggiungere (R) e il momento di un’ipotetica realizzazione dell’obiettivo concepibile più lontano (C), mentre la componente oscura è il dislivello rimanente fra C e l’impossibile uscita dalla buca dell’amor proprio (I).
Dall’equazione della buca sul piano della saggezza e dell’amor proprio (parte 4) si possono ricavare le coordinate x e y di questi momenti
R: s, a(s-1)
C: sC, a(sC-1)
I: 1, 0
C: sC, a(sC-1)
I: 1, 0
dove a è l’amor proprio, s la saggezza e sC la saggezza associata all’obiettivo concepibile più lontano. Poiché per definizione
nC = yC - yR
nO = yI - yC
nO = yI - yC
si ha
nC = a(sC-s)
nO = a(1-sC)
nO = a(1-sC)
da cui, sostituendo le espressioni di s e sC precedentemente ricavate (parti 12 e 8), si ricava l’espressione delle due componenti dell’insoddisfazione in funzione dell’intelligenza (i) e dell’amor proprio
nC = a[(1-i)/√(a2+1)]
nO = a[1 - 1/√(a2+1)]
nO = a[1 - 1/√(a2+1)]
Le persone frustrate possono allora essere suddivise in due tipi: le persone frustrate in modo comune e le persone frustrate in modo oscuro, cioè le persone che soffrono perché non riescono a raggiungere gli obiettivi che vorrebbero e le persone che soffrono e basta. Queste ultime sono quelle la cui insoddisfazione oscura sovrasta l’insoddisfazione per le cose comuni di tutti i giorni
nO > nC
cioè
1 - 1/√(a2+1) > (1-i)/√(a2+1)
da cui si ricava
i > 2 - √(a2+1)
Questa è la condizione intellettuale-autoamorosa che distingue le persone oscuramente frustrate da quelle comunemente frustrate. Per capire meglio in cosa consista questa condizione, consideriamo il piano dell’amor proprio e dell’intelligenza.
Come sappiamo (parte 15) la curva rossa è il confine che separa le persone sagge (S) da quelle poco sagge. Siccome le persone poco sagge coincidono con quelle frustrate (parte 16), queste ultime stanno tutte sotto la curva rossa. La curva nera è invece il confine individuato dalla disequazione scritta sopra e separa le persone oscuramente frustrate (OF) da quelle comunemente frustrate (CF).
La prima cosa che si nota è che tutte le persone che si amano troppo, cioè più di aO, sono frustrate in modo oscuro, mentre tutte le persone che si amano poco, meno di aC, se sono frustrate lo sono in modo comune. Per trovare i valori di aO e aC basta mettere a sistema la curva nera con l’asse dell’amor proprio e con la curva della saggezza, rispettivamente
i = 2 - √(a2+1)
i = 0
i = 2 - √(a2+1)
i = 0.5 √(a2+1)
i = 0
i = 2 - √(a2+1)
i = 0.5 √(a2+1)
cioè bisogna risolvere le equazioni
2 - √(aO2+1) = 0
2 - √(aC2+1) = 0.5 √(aC2+1)
2 - √(aC2+1) = 0.5 √(aC2+1)
da cui si trova
aO = √3
aC = √7/3
aC = √7/3
Cioè aO non è altro che il limite di Alessandro Magno (parte 15) e aC è l’amor proprio di Giuliano l’Apostata (parte 4). Questo significa che tutti quelli che si amano più di Alessandro Magno non solo sono poco saggi, frustrati e infelici, ma sono anche oscuramente frustrati, cioè sono i più infelici fra gli infelici, mentre quelli che si amano meno di Giuliano l’Apostata possono essere frustrati o non frustrati, tutto dipende da quanto sono intelligenti, ma se sono frustrati lo sono in modo comune. Le persone che invece provano per sé un amore intermedio, cioè compreso fra aC e aO, hanno a disposizione tutto lo spettro di possibilità della frustrazione, e, nel caso in cui siano poco sagge, hanno più probabilità di essere frustrate in modo oscuro quanto più sono intelligenti. Questo può sembrare strano: come può una persona più intelligente di un’altra, e dunque anche più orgogliosa di sé e meno insoddisfatta, essere più frustrata? In realtà è semplice: persone che si amano allo stesso modo concepiscono lo stesso tipo di obiettivi, vivono (o vorrebbero vivere) gli stessi momenti e condividono lo stesso obiettivo concepibile più lontano. A questo obiettivo si avvicina di più chi fra loro è più intelligente. Questo potrebbe sembrare un vantaggio, invece è uno svantaggio, perché, quando non si è saggi, proprio il sentirsi più vicini alla meta è ciò che rende così difficile accettare la propria insoddisfazione e rende ancora più fastidioso quell’oscuro prurito all’ego. Più una persona frustrata è intelligente meno è insoddisfatta, ma molto più le pesa la sua insoddisfazione.
Il fatto che una persona sia frustrata in modo oscuro non significa però che se ne stia tranquilla in disparte a disperarsi silenziosamente per i fatti suoi. Anzi, chi si sente frustrato nonostante tutti i suoi più o meno riconosciuti successi personali tende a ricercare le cause della sua frustrazione fuori da sé: c’è chi incolpa gli altri, chi incolpa il cosiddetto sistema, chi incolpa la sfortuna e chi, la maggior parte, incolpa tutte e tre le cose insieme. Lo spiacevole risultato di tutto questo è che queste persone, purtroppo, si lamentano. Mentre chi è frustrato perché si rende conto dei propri limiti tende a non farne parola con nessuno, per lo stesso motivo per cui nessuno parla volentieri dei propri insuccessi, chi si sente frustrato senza vederne il motivo si lamenta in continuazione, si lamenta di tutto e con tutti, è un professionista del lamentarsi. Per cui si ha l’apparente paradosso che mentre i frustrati comuni soffrono oscuramente, i frustrati oscuri soffrono apertamente, ripetutamente e per tutto il santo giorno. Non c’è sorriso di circostanza che possa fermarli.
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LA BUCA DELL’AMORE (16)
16. CHE COSA NON È LA FELICITÀ
“Felicità” è un’altra di quelle parole che tutti usano, ovunque e con chiunque, ma che ognuno usa a modo suo, senza minimamente preoccuparsi che gli altri intendano quello che lui intende e, in molti casi, senza sapere bene nemmeno lui che cosa davvero intende. C’è chi intende “euforia”, come quelli che ostentano gioia di vivere quando sono in pubblico e poi magari in privato si rannicchiano in un angolo buio del sottoscala, c’è chi intende “allegria”, chi “spensieratezza”, “tranquillità”, “gratificazione personale”, “appagamento intellettuale”, “piacere fisico”, “scarpe comode” e così via, tanto che non mi stupirei se qualcuno intendesse “cavallo”.
Tu non sei felice.
Cosa dici? Certo che sono felice.
Non con me.
Ti giuro che sono felice.
Eppure...
Non sono mai stato così felice come adesso.
Dimostramelo.
Non ho niente di cui lamentarmi, vorrei che tutto rimanesse così com’è e quando penso a te provo una sensazione piacevole.
E questa la chiami felicità?
Beh, sì.
Tu non sai cos’è la felicità.
Cos’ho fatto per meritarmi questa frase fatta?
La vera felicità è veloce, resistente e docile. Molto precoce, può essere messa al lavoro già a tre anni.
Non ti seguo.
E poi nitrisce.
Eppure, tolti i pronomi, le congiunzioni e i sinonimi di pene, sono proprio le parole come “felicità” le più usate, parole-prezzemolo che servono più a insaporire i discorsi che a comunicare dei concetti. Sono parole che non vengono usate per il loro significato ma per il suono che hanno, in pratica sono onomatopee. Può sembrare incredibile che la gente riesca comunque a capirsi, e infatti non si capisce per niente. Nella maggior parte dei casi la gente non parla per capirsi ma per stare insieme, e tutto quello che serve per stare insieme è qualche salsiccia, della birra fresca e un po’ di parole dal suono comune che tengano tutti spensieratamente uniti: non “apoftegma”, “teleologia” o “ciniglia”, ma “amore”, “verità” e “felicità”.
Tuttavia, anche se è vero che ognuno parla di felicità a suo unico e insindacabile arbitrio, è anche vero che almeno su una cosa tutti sembrano essere d’accordo: ciò che la felicità non è. Per esempio non è la frustrazione. Partendo da questo dato si può allora affermare che condizione necessaria per essere felici, qualsiasi cosa questo significhi, è il non essere frustrati. È quindi possibile individuare almeno un insieme di persone sicuramente infelici: le persone poco sagge.
Ricordando quanto detto nella parte 13, l’insoddisfazione (n) di una persona è la quantità di amor proprio (a) che il suo orgoglio (o) non riesce a soddisfare
n = a - o
e si trasforma in frustrazione in tutti quei casi in cui supera l’orgoglio
a - o > o
cioè quando
a > 2o
Essendo l’orgoglio il prodotto dell’amor proprio per la saggezza (s), si ha allora che sono frustrate tutte e sole le persone per le quali vale la condizione
a > 2as
cioè
s < 0.5
che non è altro che la definizione di persona poco saggia (parte 14). Possiamo quindi affermare che tutte le persone poco sagge sono frustrate (e viceversa) e quindi infelici (ma non viceversa), indipendentemente da quanto siano intelligenti. Anche un genio, se poco saggio, sarà infelice, figurarsi gli altri.
Questo risultato potrebbe sembrare in aperta contraddizione con i dati empirici, visto tutto l’entusiasmo che spesso contraddistingue ultrà, tronisti, punkabbestia e tutte le altre specie di stolti che gioiosamente affollano questo pianeta, ma è solo perché bisogna ancora distinguere fra insoddisfazione e insoddisfazione, le due componenti dell’insoddisfazione. Come ormai dovrebbe essere chiaro, uno dei punti forti di questo modello è la scelta dei nomi.
LA BUCA DELL’AMORE (14 E 15)
14. STUPIDITÀ DEL SECONDO TIPO
La saggezza (s) di una persona è la distanza massima che questa riesce a prendere da se stessa (parte 12), cioè dall’asse che passa per il centro oscuro ma rassicurante della sua buca dell’amor proprio, ed è espressa in funzione della sua intelligenza (i) e del suo amor proprio (a) dall’equazione fondamentale della persona
La saggezza (s) di una persona è la distanza massima che questa riesce a prendere da se stessa (parte 12), cioè dall’asse che passa per il centro oscuro ma rassicurante della sua buca dell’amor proprio, ed è espressa in funzione della sua intelligenza (i) e del suo amor proprio (a) dall’equazione fondamentale della persona
s = i / √(a2+1)
A far sembrare stupida una persona che raggiunge obiettivi poco saggi non sono tanto gli obiettivi quanto il fatto che questa persona usi tutta la sua intelligenza per raggiungerli, cosa che non dipende da quanto è intelligente ma da quanto si ama, cioè dal suo carattere. È solo in base al carattere che uno decide quanta parte della sua intelligenza dedicare al compiacersi della sua intelligenza. In sé l’autocompiacersi non è stupido, nel senso di poco intelligente (parte 11), visto che certe forme di autocompiacimento possono richiedere più intelligenza di quella necessaria per raggiungere obiettivi saggi, quindi il modo più appropriato di chiamare chi si dedica ciecamente all’autocompiacimento non è “stupido”, ma “poco saggio”. Definiamo quindi poco saggio, o stolto, chi con tutta la sua intelligenza raggiunge solo obiettivi poco saggi (parte 4), cioè chi ha un amor proprio così grande da essere trattenuto sempre più vicino a se stesso che a tutto il resto
s < 0.5
Il comportamento di una persona poco saggia ha tutte le caratteristiche della stupidità del secondo tipo (parte 10), cioè è riconoscibile non dagli obiettivi che uno non riesce a raggiungere ma da quelli che raggiunge, e in particolare dalla grande perizia e scrupolosità con cui li raggiunge.
15. LA SAGGEZZA SUL PIANO DELL’AMOR PROPRIO E DELL’INTELLIGENZA
Consideriamo ora il piano dell’amor proprio e dell’intelligenza, da non confondere col piano della saggezza e dell’amor proprio (parte 4). Ogni punto su questo piano rappresenta una persona con la sua intelligenza (in ordinata) e il suo amor proprio (in ascissa). Grazie all’equazione fondamentale della persona (parte 12) si può ricavare l’equazione delle curve a saggezza costante su questo piano
i = s √(a2+1)
dove i è compresa fra 0 e 1 e a è sempre maggiore di 0. Ognuna di queste curve rappresenta un insieme di persone accomunate dalla stessa saggezza.
Andando dal basso verso l’alto si incontra la curva delle persone con saggezza s=0.1, poi la curva delle persone con saggezza s=0.2 e così via, fino ad arrivare alla curva delle persone con saggezza s=0.9, al di sopra della quale vivono i saggi più saggi del mondo. Non per niente è la regione di piano più piccola e silenziosa di tutte (il silenzio non è rappresentato in figura, ma può essere facilmente immaginato). Le persone poco sagge occupano la regione di piano al di sotto della curva rossa. Ora, poiché dalla figura si vede che le persone poco intelligenti, cioè con i<0.5 (parte 11), stanno tutte sotto la curva s=0.5, ciò significa che tutti gli stupidi sono stolti, anche se non tutti gli stolti sono anche stupidi.
Un’altra cosa che si vede è che per essere saggi non sono necessari né una grande intelligenza né uno scarso amor proprio. Infatti anche una persona con intelligenza i=0.6, cioè poco sopra la media, può tranquillamente essere saggia, purché il suo amor proprio sia inferiore a circa 0.7, cioè più piccolo dell’amor proprio di Giovanni l’Apostata ma pur sempre più grande di quello di una casalinga media (parte 4). Invece un discreto estimatore di se stesso come Mario (a=1) ha bisogno di un’intelligenza di almeno 0.7 per essere saggio, e Luigi, una di quelle persone che appena hanno cinque minuti liberi si mettono dietro all’inviato del tg a salutare in camera (a=2), ha bisogno di un’intelligenza così grande (i>1) che non esiste un cervello umano abbastanza capiente da contenerla, per quanto sapiens sapiens possa essere. Così succede che Luigi, nonostante le sue meravigliose esibizioni televisive e la sua non comune costanza, non sia altro che un perfetto stolto. L’amor proprio a volte fa brutti scherzi e può facilmente capitare di trovare persone intelligentissime che non sanno nemmeno farsi un toast.
La figura mostra chiaramente che esiste una soglia di amor proprio oltre la quale una persona non ha nessuna possibilità di essere saggia. Per determinare il valore di questa soglia basta prendere l’equazione fondamentale della persona e imporre la condizione di stoltezza (s<0.5) nel caso di una persona con intelligenza disumana (i=1)
1 / √(a2+1) < 0.5
da cui segue
a > √3
cioè tutte le persone che si amano più di Alessandro Magno, tanto o poco intelligenti che siano, sono necessariamente poco sagge. Questo è dunque il limite che separa le persone inevitabilmente stolte da quelle possibilmente stolte.
Avvisa gli uomini, Efestione. Domani all’alba invaderemo l’India.
È sicuro che sia una buona idea?
Perché? Non ti va più?
Non è questo.
È tutto pronto, ho anche fatto lavare il mantello delle grandi occasioni. Sai quello rosso di flanella col bordino a coste, hai presente?
Posso parlare apertamente, signore?
Sì, ma senza esagerare.
Non mi sembra saggio.
Non ti sembra saggio...
No, signore.
Ah.
Non so, arrivare qui all’improvviso, ammazzare tutti... dopotutto non sappiamo neanche chi sono.
Guarda che non ammazziamo la gente per niente. Esportiamo l’aristocrazia. Così è saggio, no?
Non saprei, signore.
Ma, scusa, non eri curioso anche tu di vedere com’è l’oceano dall’altra parte del mondo?
Potremmo andarci in vacanza.
Certo, fra selvaggi che non sanno neanche cos’è il ciceone.
Signore...
Diffondiamo nel mondo la cultura greca: l’Iliade, il teatro, Fidia e Policleto, Talete, la filosofia di coso, là, come si chiama?
Aristotele.
Lascia stare Aristotele, l’altro.
Platone?
Diffondiamo in tutto il mondo la filosofia di Platone, non ti sembra saggio nemmeno questo?
Siamo giusto al limite.
Essere saggi è solo una questione di equilibrio fra intelligenza e amor proprio: più uno si ama più deve essere intelligente, ma se non si ama troppo gli basta poco per essere saggio.
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LA BUCA DELL’AMORE (13)
13. ORGOGLIO E FRUSTRAZIONE
Quando una persona dotata di amor proprio a raggiunge un obiettivo distante so dal suo egocentro, prova per sé un orgoglio aso pari all’altezza di cui è salita rispetto al fondo della buca in cui vive.
Chiamiamo orgoglio di una persona (o) l’orgoglio massimo cui questa può innalzarsi nel corso di tutta la sua vita, cioè l’orgoglio corrispondente alla sua saggezza (s)
Quando una persona dotata di amor proprio a raggiunge un obiettivo distante so dal suo egocentro, prova per sé un orgoglio aso pari all’altezza di cui è salita rispetto al fondo della buca in cui vive.
Chiamiamo orgoglio di una persona (o) l’orgoglio massimo cui questa può innalzarsi nel corso di tutta la sua vita, cioè l’orgoglio corrispondente alla sua saggezza (s)
o = as
Questo orgoglio, grazie all’equazione fondamentale della persona (parte 12), può essere espresso in funzione dell’amor proprio e dell’intelligenza (i)
o = ai / √(a2+1)
La figura qui sotto mostra l’andamento dell’orgoglio al variare dell’amor proprio per un valore fissato dell’intelligenza (in questo caso 0.7).
Come era facile prevedere, una persona è tanto più orgogliosa quanto più si ama, e questa semplice constatazione è già sufficiente per spiegare come mai gli uomini vadano così meglio delle donne in tutti gli sport, briscola compresa. Non è solo una questione di superiorità fisica, come si tende a dare per scontato, ma anche di orgoglio: gli uomini ci tengono di più. Per rendersene conto basta fare caso a come uomini e donne si comportano quando perdono. Naturalmente sia gli uni che le altre si complimentano con chi ha vinto, un po’ è la prassi, un po’ serve a far vedere che dopotutto non ce la si è presa, che tanto è solo un gioco e che nella vita ci sono obiettivi ben più importanti, obiettivi come “vincere la prossima volta”. Uomini e donne, però, non si complimentano allo stesso modo: le donne sembrano complimentarsi sul serio. A volte può persino capitare che una perdente abbracci la vincitrice, la baci, le mostri alcuni pollici in su e arrivi a pronunciare frasi come “sei la migliore”, “mi dichiaro sconfitta” o addirittura “ti offro da bere”, cioè frasi che per un uomo mediamente innamorato di sé sono assolutamente inconcepibili. Di solito un uomo si avvicina al vincitore con la faccia deformata dal disprezzo, gli dà la mano cercando di spezzargli più falangi che può e tutto quello che riesce a dirgli è una via di mezzo fra “complimenti” e “crepa”. Se si fa bene attenzione si può anche notare che in prossimità del coccige gli sta spuntando una piccola coda pelosa. Quando un uomo dispone i suoi carri armati sul tabellone di Risiko o fa le acrobazie vestito da pagliaccio, non sta semplicemente “giocando”, sta facendo qualcosa per cui ne va del suo orgoglio. Certo non è un comportamento saggio, ma è proprio questa mancanza di saggezza che lo aiuta a vincere. La voglia di autocompiacersi è una motivazione indispensabile per prevalere negli sport, nelle conversazioni con gli amici e in autostrada. Tutto questo naturalmente nell’ipotesi in cui gli uomini si amino molto di più delle donne, cosa ancora tutta da dimostrare.
L’orgoglio, però, non cresce indefinitamente al crescere dell’amor proprio, ma tende asintoticamente a un valore massimo che è numericamente uguale all’intelligenza
lima→∞ ai / √(a2+1) = i
Cioè più l’amor proprio di una persona è grande, più questa tenderà a usare tutta la sua intelligenza per inorgoglirsi invece che per prendere le distanze da sé. Al contrario, più l’amor proprio è piccolo, più l’orgoglio tende ad annullarsi
lima→0 ai / √(a2+1) = 0
Quindi, ricordando come varia la saggezza al variare di a (sempre parte 12), i due casi limite cui una persona può tendere sono:
a→0: saggezza massima, orgoglio nullo
a→∞: saggezza nulla, orgoglio massimo
a→∞: saggezza nulla, orgoglio massimo
Vedendo queste due possibilità ideali una vicino all’altra, non è così semplice dire quale sia preferibile. Da un lato verrebbe da scegliere la prima. Chi non vorrebbe essere la persona più saggia del mondo? Sarebbe meraviglioso andare nei talk show della domenica pomeriggio a sfoggiare tutta la propria incomparabile saggezza con criminologi, preti e soubrette. Ma purtroppo c’è un problema: l’orgoglio nullo annesso a questa possibilità porterebbe inevitabilmente chi la scegliesse a stare tutto il giorno in una baita di montagna a riflettere sul significato della parola “essere”, il che vuol dire niente tv, niente interviste, niente tunica alla Socrate, niente di niente, neanche un piccolo adesivo sulla macchina con scritto “saggio a bordo”. La seconda possibilità diventa improvvisamente più allettante. Essere la persona meno saggia del mondo non è il massimo, è vero, però è anche vero che essere orgogliosi di se stessi è una sensazione piacevole, indipendentemente dal fatto che se ne abbia o no motivo. In fondo a tutti piacerebbe essere orgogliosi di sé e crogiolarsi tutto il giorno nel ricordo dei propri obiettivi raggiunti, e che importa se gli altri considerano questi obiettivi futili? Quello che conta è come ci si sente, non come gli altri pensano che ci si debba sentire. Meglio ubriachi e felici che sobri e tristi, e anche se non è ben chiaro cosa si debba intendere con la parola “felicità”, certamente non può essere una cosa spiacevole. Giusto, ora passiamo a descrivere la frustrazione.
L’insoddisfazione di una persona può essere definita come la quantità di amor proprio che l’orgoglio non riesce a soddisfare. In pratica è il dislivello che resta ancora da fare per uscire dalla buca quando non si ha più la forza di salire. Ecco l’orgoglio e l’insoddisfazione (n) visualizzate sul piano della saggezza e dell’amor proprio.
Essere orgogliosi di sé è piacevole, ma non è altrettanto piacevole sentire che questo orgoglio è comunque insufficiente e che una parte dell’amore che si prova per sé è ancora lì che aspetta di essere soddisfatta. È come quando uno ama un’altra ma sente che l’altra non lo ama quanto lui vorrebbe, l’unica differenza è che in questo caso l’uno e l’altra coincidono. Uno si ama a, l’orgoglio soddisfa una parte o del suo amore, quello che rimane è l’insoddisfazione
n = a - o
cioè
n = a[1 - i/√(a2+1)]
Da questa equazione si vede che tutte le persone sono insoddisfatte, almeno un po’. Infatti, essendo l’amor proprio e l’intelligenza sempre maggiori di 0, si ha
i/√(a2+1) < i
ed essendo inoltre l’intelligenza sempre minore di 1 (parte 6), si ha anche
i/√(a2+1) < 1
quindi
n > 0
Questa è la legge dell’insoddisfazione eterna ed è quella legge che fa alzare la gente dal letto tutte le mattine, anche quando il corpo non ne avrebbe voglia e se ne starebbe volentieri a rotolarsi tutto il giorno fra le coperte, perché quello che spinge le persone a vivere non è chissà quale grande progetto per sé o addirittura per l’umanità, ma sempre e solo la voglia di colmare questa insoddisfazione incolmabile.
Come l’orgoglio, anche l’insoddisfazione cresce al crescere dell’amor proprio, ma, mentre l’orgoglio non può crescere più di tanto, l’insoddisfazione non ha limiti
lima→∞ a[1 - i/√(a2+1)] = ∞
tanto che quando l’amor proprio oltrepassa una certa soglia (af), l’insoddisfazione è così grande che supera anche l’orgoglio
n > o
Quando questo si verifica si cade in quel caratteristico stato d’animo chiamato “frustrazione”. Il grafico qui sotto mette a confronto l’andamento dell’orgoglio (linea continua) con quello dell’insoddisfazione (linea tratteggiata), sempre fissato un valore di riferimento dell’intelligenza pari a 0.7. La zona ombreggiata è quella della frustrazione.
Tutte le persone sono insoddisfatte, è inevitabile, ma solo le persone la cui insoddisfazione supera l’orgoglio sono anche frustrate, e queste persone sono quelle che si amano così tanto che qualsiasi obiettivo riescano a raggiungere non varrà mai neanche la metà del loro amore.
Quindi, ricapitolando:
a→∞:
saggezza nulla, orgoglio massimo, insoddisfazione infinita
saggezza nulla, orgoglio massimo, insoddisfazione infinita

























