L'UOMO PIÙ DI SINISTRA DEL MONDO

FELICITÀ

REFERENDUM

In questi giorni si parla molto di referendum, ogni tanto succede. Tralasciando il caso particolare attualmente dibattuto in tutti i più autorevoli social network, la cosa che mi ha stupito è che tantissime persone danno per scontata l'uguaglianza

referendum = strumento democratico

che è falsa. È talmente falsa che non starei neanche a dirlo, se non fosse che fra queste persone ci sono anche giornalisti e addirittura leader di partito. Com'è possibile? Questo vuol forse dire che i leader di partito non sanno cose che so io che non sono leader di niente? Oppure vuol dire che fanno solo finta di non saperle per ottenere così il consenso di chi non le sa veramente? Questo sarebbe ancora peggio, perché vorrebbe dire che i leader di partito, invece di spiegare ai loro cittadini le cose che questi ultimi non sanno (uno mica può sapere tutto), sfruttano proprio le cose che i cittadini non sanno per raggiungere i loro fini, buoni o cattivi che siano. Per dimostrare che l'uguaglianza detta sopra è falsa, basta citare un caso in cui non è verificata, uno solo. Io ne citerò ben due.
Immaginiamo per esempio un referendum in cui la gente sia chiamata a decidere se consentire o no ai rom di rimanere sul territorio nazionale, non importa che cittadinanza abbiano. Credo non sia necessario spiegare perché un referendum del genere non sarebbe democratico, mi limito solo a ricordare che esiste una certa differenza fra democrazia e oclocrazia. Mi rendo conto che si tratta di un caso estremo, ma il caso estremo serve a isolare un concetto, poi si può discutere su quanto il concetto aiuti a capire un certo caso particolare. 
Ma a parte questo, un referendum può essere considerato democratico solo se viene indetto secondo le regole previste dalla Costituzione (ovviamente assumendo che la Costituzione sia ispirata a principi democratici), in modo tale che quando si determinano certe condizioni più o meno oggettive che non dipendono dalla volontà di un singolo individuo (per esempio la raccolta di N firme e l’approvazione di una Corte Costituzionale), il referendum deve essere fatto, anche se è inutile, anche se alla maggioranza della popolazione non interessa, anche se chi in quel momento è al potere ritiene che sia dannoso. Una cosa che distingue la democrazia da altri sistemi politici è che le regole sono più forti della volontà di chi governa, e anche più forti della volontà della maggioranza. Per esempio sono le regole che tutelano le minoranze, non la volontà del popolo. Se fosse per il popolo, le minoranze verrebbero spazzate via in un secondo.
Appurato questo, consideriamo il caso di uno al potere che proclami un referendum in modo del tutto arbitrario, magari perché gli torna comodo, allora in questo caso il referendum non è uno strumento democratico, ma uno strumento di manipolazione delle masse. Sia chiaro, può anche essere un referendum giusto, ciò non toglie che non sia democratico. Purtroppo “giusto” e “democratico” non sono due concetti totalmente sovrapponibili, per questo esistono due parole diverse per indicarli.

KUSWHHFER:GFDQ

RODOBERTO, DRAMMA STORICO IN VENTISETTE PICCOLI ATTI

ATTO I
Campo di battaglia dopo la battaglia.
Un soldato ferito si aggira fra i cadaveri.

SOLDATO – Sono i tempi dell’ultimo sventurato regno di Ormondo XXXIX di Northumberland, quando l’umanità, dopo centocinquant’anni di guerre, miseria e pestilenze, dovette sopportare anche la crudeltà delle orrende schiere dei Sarpédoni.

ATTO II
Campo di battaglia durante la battaglia.
Sferragliare di spade, grida di guerra, scalpitii equini.

ATTO III
Reggia di Northumberland.
Ormondo XXXIX sul trono, i figli in ginocchio. Edgardo, ministro del Re, pettina i favoriti del suo sovrano.

ORMONDO XXXIX – Ho vissuto tanto a lungo per assistere a una così disonorevole disfatta? Rodoberto! Lepidauro! Barbanzio! Luigi! Figli tanto amati quanto indegni del nome che portate, fuggite via dai miei occhi! Se si ritroverà in alcuno dei nostri territori codeste vostre carcasse di banditi, per voi sarà la morte. Via, per Giove! E non ci sarà revoca per questo!

I figli si guardano sconcertati.

EDGARDO – Mio Signore, in verità abbiamo vinto.
ORMONDO XXXIX – Sul serio?
EDGARDO – Sì, mio Signore.
ORMONDO XXXIX – Allora festeggiamo! Edgardo, ti nomino Maestro degli Uffici.
EDGARDO – Mi ritengo altamente onorato, mio Signore, ma già godo di questo prestigioso titolo.

ATTO IV
Reggia di Northumberland, notte.
Coriandoli, piatti e bicchieri ovunque. Rodoberto e i fratelli si dividono le ultime pizzette.

RODOBERTO – In fede mia, oggi il vecchio mi ha fatto paura.
BARBANZIO – L’età si fa sentire.
LEPIDAURO – Forse qualcuno dovrebbe metterlo a dormire per sempre.

Rodoberto sfodera la spada.

RODOBERTO – Lepidauro! A tal segno osi dar voce al latrato maligno della tua lingua?
LUIGI – Cioè?

Lepidauro sfodera la spada.

LEPIDAURO – L’ho detto e lo ripeto: il vecchio va accoppato!
RODOBERTO – In guardia!
LEPIDAURO – Prendi questo!
RODOBERTO – A-ah!
LEPIDAURO – Tieni!
RODOBERTO – Oh! Ah!
LEPIDAURO – Oplà.

ATTO V
Fortezza di Antiochia.
Satràn Rudànta sul trono. Entra Enobarbo e si inginocchia.

ENOBARBO – Mio nobile Signore, Rodoberto ha assassinato il fratello Lepidauro.
SATRÀN RUDÀNTA – Raduna gli uomini, presto! All’alba marceremo contro i Mirmidoni!

ATTO VI
Palazzo reale di Ninive.
Sapore III sul trono, Tantalio in ginocchio.

SAPORE III – Raduna gli uomini! È arrivato il giorno di prendere Antiochia!

ATTO VII
Roccaforte di Abbiategrasso.
Massimiano il Numismatico sul trono, Boemio in ginocchio.

MASSIMIANO – Richiama subito le legioni sul Po. Al momento buono ci uniremo ai vincitori.

ATTO VIII
Reggia di Northumberland.
Ormondo XXXIX sul trono, Edgardo in ginocchio.

ORMONDO XXXIX – Senza zucchero, grazie.

ATTO IX
Foresta nera.
Rodoberto a cavallo.

RODOBERTO – Che vedono i miei occhi? È fumo quello! Chi si azzarda a vivere negli oscuri antri della Foresta Nera, dimora di orribili fiere e pestilenze atroci? Chi o cosa siete, esecrabili ombre della notte? Parlate! È Rodoberto che ve lo comanda!

ATTO X
Avignone, Palazzo dei Papi.
L’Antipapa sul trono, Luigi e Barbanzio in ginocchio.

ANTIPAPA – Le vostre lotte intestine non mi riguardano.
BARBANZIO – Ha ucciso il fratello e vilipeso il venerando padre!
LUIGI – Il venerando padre!
BARBANZIO – Va tratto in ceppi di fronte alla Suprema Inquisizione e processato con giustizia.
LUIGI – Con giustizia!
ANTIPAPA – A una condizione.
BARBANZIO – Parla, ti ascoltiamo.
LUIGI – Ti amo!
ANTIPAPA – Liberate Padre Urwick. Da venticinque anni langue in vile e mefitica prigione, tratto colà dall’immonda mano di vostro padre.

ATTO XI
Una piana erbosa. Scrosciare di acqua sorgiva.
Satràn Rudànta e Enobarbo a cavallo.

ENOBARBO – Northumberland è ancora lontana, mio Signore. Gli uomini hanno bisogno di riposo. Accampiamoci lungo le rive di questo placido torrente, la quiete e i profumi di queste campagne ristoreranno lo spirito e le membra dei soldati.
SATRÀN RUDÀNTA – Ben detto.

Continua a cavalcare come se niente fosse.

ATTO XII
Una tetra spelonca. Nel mezzo, un calderone che bolle.
I tuoni proiettano le ombre di tre donne decrepite.
Rodoberto sorseggia del brodo.

RODOBERTO – Quindi, se ho inteso bene, succederò a mio padre Ormondo XXXIX di Northumberland, Signore dei Mirmidoni, Re di Norvegia, reggente di Francia e Bielorussia, nonché sindaco di Varese.
OMBRE – Eh eh eh!
RODOBERTO – Ma quanto durerà il mio regno? Avrò eredi? Sconfiggerò Satràn Rudànta? Che ore sono?

ATTO XIII
Reggia di Northumberland.
Edgardo lucida la corona di Ormondo XXXIX. Barbanzio e Luigi in ginocchio.

BARBANZIO – Vedete bene, mio Signore, com’è fatto e impastato costituzionalmente di tradimento, e dopo questa infamia è fuggito.
ORMONDO XXXIX – D’accordo, fate di Rodoberto quel che volete, e intanto che ci siete sterminate tutti quelli che vanno per strada in canottiera e ciabatte. Non li sopporto. A me foglio, penna e sigillo!
EDGARDO – Subito, mio Signore.
BARBANZIO – C’è un’altra soluzione, padre.
ORMONDO XXXIX – Ti ascolto.
BARBANZIO – Ci serve Padre Urwick.
ORMONDO XXXIX – Giusto, che fine ha fatto?
EDGARDO – Mio signore, lo avete venduto ai Persiani per un secchio di burro fuso.
ORMONDO XXXIX - Ah, sì?
BARBANZIO – Questo è il disegno che ho in mente, udite bene: col mezzo di argomenti persuasivi ben mescolati a mielate parole, convinceremo Sapore III a renderci Padre Urwick.
ORMONDO XXXIX – Burro fuso, hai detto?

ATTO XIV
Carceri persiane.
Padre Urwick in catene e un arbusto ardente.

ARBUSTO – Ti ho detto di no.
PADRE URWICK – Non ne posso più!
ARBUSTO – No.
PADRE URWICK – A che serve la religione se non può nemmeno spezzare queste catene?
ARBUSTO - Devi imparare a cavartela da solo.

ATTO XV
Deserto di Bramanzia.
Sapore III e Tantalio a cavallo.

SAPORE III – Ma quelli non sono Barbanzio e Luigi? Là, su quelle rocce.
TANTALIO – Che vogliano assediare Ninive approfittando della nostra assenza?
SAPORE III – Non temere, ho affidato la città a mio figlio. Comunica ai soldati che proseguiremo per quel viale laggiù, quello ricoperto di ombrose betulle e costeggiato da un torrente di birra.
TANTALIO – Mio signore, è solo un miraggio.
SAPORE III – Obbedisci!

ATTO XVI
Palazzo reale di Ninive.
Un neonato sul trono.

ATTO XVII
Accampamento dei Mirmidoni.
Barbanzio e Luigi dormono. Entra Rodoberto e versa una fiala nell’orecchio di Barbanzio.

ATTO XVIII
Reggia di Northumberland.
Ormondo XXXIX e Edgardo.

EDGARDO – Mio Signore, i Sarpédoni hanno invaso la Turingia meridionale e marciano rapidamente su Northumberland.
ORMONDO XXXIX – Che è dove siamo noi, giusto?
EDGARDO – Sì.
ORMONDO XXXIX – Richiama Barbanzio e Luigi.
EDGARDO – Barbanzio, vostro figlio, è morto.
ORMONDO XXXIX – Allora lascia perdere. Invia subito un messaggero alla roccaforte di Abbiategrasso. Massimiano il Numismatico non tarderà a venire in nostro aiuto.
EDGARDO – Sì, Signore.
ORMONDO XXXIX – Edgardo.
EDGARDO – Sì?
ORMONDO XXXIX – Ti nomino Maestro degli Uffici.

ATTO XIX
Carceri persiane.
Padre Urwick e l’arbusto ardente.

PADRE URWICK – Ascolta, facciamo così. Tu fammi uscire di qui e io ti giuro che non t’importunerò mai più.
ARBUSTO - Nemmeno quando giochi a dadi?
PADRE URWICK  – Lo giuro.

ATTO XX
Avignone, Palazzo dei Papi.

ANTIPAPA – Ho un brutto presentimento.

ATTO XXI
Campagne della Turingia.
Satràn Rudànta coi suoi uomini.

SATRÀN RUDÀNTA – Avanti, valorosi soldati! Non dubitate della vittoria e, ottenuta quella, non dubitate di una generosa ricompensa! Siate arditi e spavaldi giacché il giorno del Grande Ripostiglio è vicino!

I soldati prorompono in un orrendo grido di guerra.

ATTO XXII
Mura di Antiochia.
Sferragliare di spade, grida di guerra, scalpitii equini.

SAPORE III – E questo lo chiamate un assedio? Forza, soldati, mostrate di che crudeltà siete capaci! Antiochia sarà nostra prima di cena!

ATTO XXIII
Roccaforte di Abbiategrasso.

MASSIMIANO – Ah ah ah!

ATTO XXIV
Reggia di Northumberland.
Ormondo XXXIX e Edgardo.

EDGARDO – Mio Signore, la lettera di Massimiano dice solo “Ah ah ah!”.
ORMONDO XXXIX – E così sia. Faremo quello che avremmo dovuto fare già da molto tempo: portami le armi, Edgardo, l’alabarda d’oro e l’elmo dal ricco cimiero. Abbatteremo noi stessi le orrende schiere dei Sarpédoni! Noi due soli, Edgardo, come ai bei tempi.
EDGARDO – Sì, mio Signore.

Edgardo è in tenuta da viaggio, con trolley, berretto e occhiali da sole. Esce di corsa. Il rombo di un aereo che decolla.
Entra Rodoberto.

ORMONDO XXXIX – Tu!

Rodoberto trafigge il padre con la spada.

ORMONDO XXXIX – Ti rubi la mia vecchiaia! Ma non m’è tanto doloroso perdere questa fragile vita quanto perdere i titoli di gloria che mi strappi vincendomi così. Mi ferisce i pensieri, questa perdita, non meno che le carni la tua spada. Ma i miei pensieri, schiavi della vita, e la vita, giocattolo del tempo, ed il tempo, che abbraccia col suo occhio l’intero mondo, devono aver fine.

Muore.

ORMONDO XXXIX – Muoio.

ATTO XXV
Campo di battaglia dopo la battaglia.
Un cadavere fra tanti.

CADAVERE – Per otto anni la terra ha bevuto il sangue dei suoi figli. Ora Rodoberto ha ricacciato i Sarpédoni di Satràn Rudànta nella desolata terra di Bramanzia, Sapore III ha preso Antiochia ma ha perso Ninive, Massimiano il Numismatico ha preso Ninive ma ha perso Abbiategrasso, l’Antipapa si è trasferito da Avignone a Saint Tropez senza un motivo preciso.

ATTO XXVI
Deserto di Bramanzia.
Luigi e Padre Urwick strisciano sotto il sole.

LUIGI – Si faccia forza, signor Padre Urwick. Solo altri ventidue giorni di viaggio e ci siamo.
PADRE URWICK – Usiamo i cammelli, ti prego!
LUIGI – I cammelli? A lei piacerebbe se dei cammelli le salissero in groppa?
PADRE URWICK – Beh... sì.
LUIGI – D’accordo. Al Hakim! Selim! Venite!

Due cammelli salgono in groppa a Padre Urwick.
Entra Rodoberto.

LUIGI – Ciao Rodoberto.
RODOBERTO – Ho un regalo per te, Luigi.
LUIGI – Per me?

Rodoberto trafigge il fratello con la spada.

LUIGI – Ma io non ti ho regalato niente!

Muore.

ATTO XXVII
Reggia di Northumberland.
Rodoberto sul trono, Edgardo gli pettina la barba.

EDGARDO – Ormai non v’è più spada di ribelle snudata, e ovunque sopra il vostro regno la pace innalza il suo ramo d’ulivo.
RODOBERTO – Un regno durevole.
EDGARDO – È la speranza di tutti i Mirmidoni.
RODOBERTO – È molto più di una speranza, Edgardo. Me l’hanno profetato le ombre della Foresta Nera: “Non devi temere fintanto che non vedrai una fioriera vuota a cavallo di un cinghiale albino dare lezioni di ricamo a tutto l’esercito di Cornovaglia”.  

Ridono sfrenatamente.

EDGARDO – Brindiamo!
RODOBERTO – All’inizio di un lungo e prosperoso regno!
EDGARDO – Che Dio vi conservi, mio Signore!

Bevono.
Entra una staffetta.

STAFFETTA – Mio grazioso Signore, dovrei dirti di qualcosa che giuro d’aver visto, ma non so come dirlo.
RODOBERTO - Fammi indovinare, si tratta di una fioriera, vero?

J, K

j) Un’altra cosa che andrebbe scritta nel manuale di accompagnamento del neonato è questa: non prendere mai sul serio quello che fai, ma fallo sempre seriamente. Invece la gente tende a fare il contrario.
Prendersi sul serio è una cosa molto sciocca, perché se ti prendi sul serio vuol dire che non hai ben presente la situazione e la situazione è, voglio ricordarlo:

1) L’universo è infinito.
2) Tu stai morendo.

Uno che enumera in pubblico i suoi successi personali col tono di chi ti sta annunciando al mondo le Tavole della Legge, è come un topo di laboratorio che si vanta con gli altri topi di laboratorio di essere riuscito ad aprire il rubinetto dell’acqua zuccherata.


Bravissimo! Eccezionale!

Piano, un complimento per volta.

Come ci sei riuscito?

Semplice, bisognava girarlo due volte a sinistra, una a destra, altre tre a sinistra e poi succhiare la tettarella.

Sei decisamente il più grande genio di tutta la storia della gabbietta!


Chiunque non sia un topo di laboratorio dovrebbe avere tutti i requisiti per rendersi conto, o perlomeno per far finta di rendersi conto, che tutto quello che ha fatto, fa o farà può essere importante solo da un certo punto di vista, non in assoluto, perché si dà il caso che, per quanto possa sembrare incredibile, niente è importante in assoluto. Nemmeno vincere lo scudetto. Tutto dipende dal contesto: se prendi un vecchio rincoglionito e lo metti su un seggiolone d’oro, tutti lo venerano, se lo metti in un ospizio, tutti lo compatiscono. Eppure il vecchio è sempre lo stesso, cambia solo il contesto. Il problema è che quando si tratta di se stessi è difficile vedere il contesto, e così si finisce per prendere incredibilmente sul serio tutto quello che si è o si ha, anche la marca del telefono. Il modo migliore per vedere il contesto è sempre guardare le cose da lontano. Più ci si allontana, meglio è. Dire “sono il Presidente degli Stati Uniti” fa sicuramente un certo effetto, invece dire “sono il Presidente degli Stai Uniti” è tutta un’altra cosa.


Ciao, io faccio il commesso nel reparto sanitari e sciacquoni da Leroy Merlin, e tu?

Sono il Presidente degli Stai Uniti.

E ti pagano bene?

Circa quattrocentomila dollari all’anno.

Ma i buoni pasto ce li hai?


Se guardi le cose da lontano non puoi prendere sul serio niente di quello che fai, perché qualsiasi cosa tu faccia è in fin dei conti niente.
Questo però non significa che niente abbia importanza: dire che niente è importante in assoluto, non significa dire che tutto non è importante. In assoluto una cosa non è né importante né non importante, è solo una cosa, ma se è importante per qualcuno, e si presume che lo sia almeno per chi la fa, allora questo è qualcosa, non un niente. Quindi, caro neonato, niente di quello che farai nella vita sarà così importante da giustificare un brindisi, fosse anche succhiare la più grossa tettarella dell’universo, ma se nemmeno tu che lo fai lo ritieni abbastanza importante da farlo seriamente, allora perché farlo?

k) Bevi di più e brinda di meno.

CONSIGLI AL REGISTA DI CORTOMETRAGGI

Ciao, fai cortometraggi? Se sì, ho dei consigli per te. Te li do un po’ per magnanimità, un po’ per migliorare le mie serate ai festival. È un do ut des: io ti do dei consigli e tu mi fai dei cortometraggi guardabili. Ci guadagniamo tutti e due.

1. Primo consiglio, fondamentale: un cortometraggio non è un lungometraggio corto, così come i cento metri piani non sono i diecimila metri brevi. 
La durata di un film non influisce solo sulla quantità di cose che puoi far vedere, ma anche sul modo di farle vedere. Chi guarda un lungometraggio ha il tempo di entrare nel racconto, farsi delle aspettative, affezionarsi ai personaggi e così via, in un cortometraggio no. Un personaggio che cammina in silenzio per dieci minuti in un lungometraggio può essere emozionante, perché l’emozione non deriva dal camminare in sé, ma da quello che c’è stato prima e da quello che ci potrebbe essere dopo, invece uno che cammina in un cortometraggio è solo uno che cammina, e di solito basta farlo camminare per dieci secondi per far scoppiettare i testicoli della gente come tanti piccoli popcorn. Nei cortometraggi il tempo scorre più lentamente.
Se però quello che vuoi fare non è un bel cortometraggio ma un mozzicone di lungometraggio da mettere nel tuo showreel, allora okay, fa’ pure camminare i personaggi per dieci minuti. Ti chiedo solo un favore personale: non spedirlo ai festival.

2. Racconta cose tue.
Molti ti avranno detto che un film deve sempre affrontare un “tema”, non so: l’immigrato, l’anziano, la donna, l’handicappato, eccetera. Beh, non è vero. Se hai vissuto tre anni in un campo profughi palestinese allora racconta pure, altrimenti astieniti, perché finiresti per dire quello che hanno già detto tutti nel modo in cui lo hanno detto tutti. Forse vincerai dei premi, ma a te non devono interessare i premi, a te devono interessare solo due cose: a) fare un film che sia tuo, b) non annoiarmi. Non avere paura di parlare di te. Non ti piace l’insalata ma ti sforzi di mangiarla perché fa andare di corpo? Ascolti di nascosto Vasco Rossi e ti vergogni a dirlo in giro? Ti dà fastidio ungerti le mani quando apri le scatolette di tonno? Perfetto, parla di queste cose. Meglio parlare di tonno in modo sincero che di palestinesi in modo banale.

3. Un cortometraggio non è una pubblicità progresso.
Il tuo scopo non è cambiare il mondo con una didascalia, ma far vedere il mondo come lo vedi tu. Non devi insegnare niente a nessuno e, cosa ancora più importante, nessuno guarda i film per essere istruito. Come certamente saprai, il pubblico dei festival sa a menadito quanti bambini vengono sfruttati nelle miniere di nickel, quante donne vengono violentate ogni giorno, quante triglie vengono pescate con le reti a strascico, eccetera. Il tuo insegnamento, oltre che non richiesto, è anche superfluo.

4. Non innamorarti delle inquadrature.
Un errore comune di molti aspiranti registi è costruire un film intorno alle loro meravigliose inquadrature. Ascoltami bene, l’inquadratura bella non è quella che incorniceresti e appenderesti al Louvre, ma quella che funziona. Ogni scena del tuo film ha il senso che tu hai deciso di darle (hai dato un senso alle scene, vero?), le inquadrature belle sono quelle che rendono meglio il senso della scena. È come per i musicisti: il bravo musicista non è il virtuoso, ma quello che riesce a dare un senso a quello che suona.

5. Non stirare le idee.
Non ascoltare quelli che dicono che i cortometraggi sono solo una palestra per i lungometraggi, il cinema non è una gara a chi ce l’ha più lungo. Il valore di un film, di una musica o di un quadro non dipende dalle sue dimensioni. La brevità non è un limite ma un modo di dire le cose, se la usi bene ha i suoi vantaggi, se invece la rinneghi il tuo film di cinque minuti sembrerà più lungo di Ben Hur.
Un cortometraggio non è mai abbastanza breve. Questo scrivitelo sull’agenda.

6. Comprati un’agenda.

7. Sfrutta la brevità.
Questo non è tassativo ma è bene che tu sappia che ci sono cose che con la brevità ci guadagnano e altre che ci perdono. Le cose che ci guadagnano sono la comicità, l’assurdità, il grottesco, l’irrealistico, l’imprevedibilità, l’eccesso, la libertà espressiva. Quelle che invece ci perdono sono il lirismo, la tensione, l’enfasi, la drammaticità, l’approfondimento psicologico e i lunghi viaggi in macchina in mezzo alle campagne. Visto che hai deciso di fare un cortometraggio, è meglio se punti sulle cose che ci guadagnano.

8. Questo invece è tassativo: il corto barzelletta non deve durare più di un minuto e mezzo.
I corti barzelletta sono quelli dove non succede niente per tutto il tempo, finché un colpo di scena finale non ribalta quel niente in uno spassosissimo qualcosa. Bene, questi cortometraggi hanno sempre due difetti: a) capisco tutto dopo un minuto e mezzo, b) durano molto più di un minuto e mezzo.

9. Lascia perdere le leggende metropolitane. Ci sono di sicuro altri venti cortometraggi che raccontano la stessa cosa e ti assicuro che li ho visti tutti.

10. Non far ansimare gli attori in quel modo.

LA RICERCA DI DIO

ER FESTIVAL

Lucià, famo n festival.

N festival de che?

De corti.

Mo ciò sonno, Riccà.

Sempre addormì stai tu. La vita te passa sotto r naso e tu stai addormì, manco a vedi passà.

Che vita, Riccà?

Checciai sempre daddormì, Lucià? Chettedormi!?

So le due de notte, Riccà, eh!

Per te sossempre le due. Sempre! Te riposi quanno stai n pensione, no? Coi pupi, r caminetto e tutta quella roba allà.

Semo già vecchi, Riccà.

Fa quello che te pare, io me arzo e vo a scrive er banno.

Er banno?

Er banno der festival, no?

E ndo lo famo sto festival?

Lo famo... lo famo n casa.

N casa?

Eh! O schermo ce l’avemo, ciavemo le sedie, checcevò? Lucià, Lucià, Lucià... è tutta vita! Bevemo, se vedemo du firmetti a sbafo e magari ce scappa pure na trombata, eh?

Vabbè famo sto festival. 

Scrivi, Lucià: festival anternazionale de corti “me so scordato er corto”.

Me piace.

Possono partecipà i firm de tutto r monno, de tutti i tipi e de tutte le religgioni.

Me piace.

Ar massimo dieci minuti.

Eh, so pure troppi.

Cinque minuti.

Famo due, va, che poi ce fumano li coioni. Continua.

Èffinito.

Èffinito?

Aò, sette dico chèffinito...

E la cosa... la cosa der coso, là?

La cosa de che?

La cosa, Riccà, là...

Er tema?

Er tema, sì.

Nun ce sta er tema.

E allora o devo scrive, no?

E scrivi che nun ce sta er tema.

Ecche ce scrivo?

Scrivi che nun ce sta er tema, che voi scrive? Che te sei ngroppato tu nonna?

Così: “nun ce sta er tema”?

Eh!

Guarda che mo o scrivo.

Fa na cosa, va, scrivice pure checce devono mannà na copia daa carta d’identità, na libberatoria firmata dee musiche e de tutti iattori, na poesia sur senso de fa cinema ar giorno d’oggi e du divuddì.

Du divuddì?

Eh.

Ma mo se possono mannà i file co internette.

No, nun me piace.

Ma che ce famo con du divuddì?

Semo in due, no? Uno moo guardo io e uno too guardi tu.

Me sembra loggico.

Tre divuddì.

Eh?

Ce sta pure r gatto.

ERNST WILHELM VON SCHWERTFEGER

Bach aveva tre grandi desideri: diventare compositore di corte, dimagrire, conoscere di persona Ernst Wilhelm Von Schwertfeger. Spesso ci si immagina che i grandi geni del passato avessero chissà quali aspirazioni: l’assoluto, l’infinito, l’estasi e altre cose più o meno geniali, ma questa è solo la caricatura dei geni. In realtà, se si legge la biografia di una qualsiasi di queste persone, ci si rende conto che i geni hanno gli stessi obiettivi delle persone comuni: avere successo, accoppiarsi, non morire e così via.
Per esempio, i motivi per cui Bach voleva tanto lavorare per un sovrano erano la paga, il prestigio e la possibilità di avere a disposizione dei musicisti veri, non gli studenti che gli toccavano alla Thomasschule. Bravissimi ragazzi, per carità, ma pur sempre studenti. Se la sua carriera non riusciva a decollare era soprattutto colpa loro, pensava, che facevano a pezzi tutto quello che componeva. Per non parlare del suo pubblico: calzolai, salumieri, casalinghe e in generale popolani bigotti che di musica non capivano un’acca. Eseguire la sua musica in chiesa non era certo la stessa cosa che eseguirla di fronte a una platea di aristocratici cresciuti a champagne e contrappunto. Bach avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di andarsene da Lipsia. Per fare colpo sul Re di Polonia, era persino arrivato a comporre appositamente per lui una messa cattolica, e c’è da scommettere che avrebbe composto anche una messa satanica se solo qualcuno gliel’avesse pagata bene.
Riguardo al dimagrire, questo era più un pallino di sua moglie Anna. A lui sarebbe piaciuto accontentarla, ma purtroppo faceva molta fatica a trattenersi dai piaceri del corpo, come dimostra l’elevato numero di figli: sedici secondo l’anagrafe, trentacinque secondo gli organizzatori.
Ma il suo più grande sogno, quello di cui parlava in continuazione, anche nel sonno, era sicuramente incontrare almeno una volta nella vita il grande Ernst Wilhelm Von Schwertfeger, uno dei più celebri compositori dell’epoca, conteso da tutte le corti d’Europa. Oggi questo nome è caduto nell’oblio, ma a quel tempo bastava dire  solo “Schwertfeger” e tutti sapevano esattamente di chi si stava parlando, un po’ come adesso dire “Madonna”, mentre quando si diceva “Bach” bisognava sempre specificare “Johann Sebastian”, se si parlava con uno di Lipsia, altrimenti “Joahnn Sebastian Bach di Lipsia”, se si parlava con un musicista, altrimenti “Joahnn Sebastian Bach di Lipsia il musicista non il veterinario”.
Bach conosceva a memoria tutta la produzione di Ernst Wilhelm Von Schwertfeger: i novantaquattro concerti, le centocinquantasei Passioni e le oltre quattordicimila cantate. Anche lui avrebbe potuto comporre tutte queste cose, pensava, invece era costretto a dare ripetizioni di Latino per arrotondare e così aveva composto solo tre Passioni, neanche la media di una per evangelista.
Bach aveva imparato i primi rudimenti del basso numerato proprio trascrivendo per organo i concerti di Schwertfeger e da allora era diventato un suo grande estimatore. All’epoca non c’era la SIAE e uno come Bach poteva tranquillamente comporre musiche derivate da lavori altrui senza dover pagare diritti che non poteva permettersi. Non era come oggi che se citi tre parole di Faulkner dicendo esplicitamente che sono di Faulkner in un film che non usa neanche un’idea di Faulkner ti becchi la denuncia dei figli dei cognati dei cugini di secondo grado di Faulkner. È successo a un mio caro amico.
Un giorno Bach viene a sapere che di lì a qualche settimana la tournée di Schwertfeger avrebbe fatto tappa a Erfurt, a pochi passi da Lipsia. Per la precisione novantatremila passi. Forse era il caso di scrivergli.


E che gli scrivo?

Scrivigli che lo ammiri e che ti piacerebbe conoscerlo. Non c’è niente di male.

Su, Anna, siamo seri, perché un artista del calibro di Ernst Wilhelm Von Schwertfeger dovrebbe degnarsi di ricevere un semplice insegnante di canto?

Allegagli qualche tuo lavoro, così capisce che siete colleghi.

Mi vergogno.

Non dirlo neanche per scherzo! La tua musica non ha niente da invidiare a quella di Schwertfeger, Breitmeyer o Helgostifelland Jr.

E poi non ho tempo, devo fare la Cantata per l’inaugurazione della nuova pensilina dell’oratorio.

Puoi riciclare qualcosa che hai già composto. Lo sai che non se ne accorgono.

Quindi gli scrivo?

Sì, acciughino.


Così Bach, dopo cena, va nel suo studio, prende un vecchio foglio di pelle di vitello lasciatogli in eredità dal padre e ricopia in bella grafia la lettera che teneva pronta da anni.

A Sua illustrissima e pregevolissima squisitezza Maestro Cavalier Dottor Ernst Wilhelm Von Schwertfeger, le cui lodevolissime e sublimissime opere, fine risultato dell’inarrivabile genio musicale Suo, gareggiano in perfezione, purezza, splendore e struggevolezza con le stesse armonie delle divine sfere celesti e, oso dire, talvolta vincono, rivolgo col rispetto e l’umiltà che sempre si devono a creature di tal levatura spirituale da farci dubitare che possano condividere la prosaica origine terrena nonché l’annessa e inevitabile caducità che è prerogativa dello sfortunato mortale quale lei è – creatura di tal levatura, non sfortunato mortale – rivolgo, dicevo, il più rispettoso e devoto accenno ad invitarla a conoscere di persona l’indegno scrivente di questa missiva che da sempre, forse ancor prima che la terra fosse adeguatamente separata dal cielo, ammira e contempla sopraffatto dall’abbarbaglio l’accecante bellezza della Sua musica. Ah, musica! Che inadeguata parola è questa per designare l’inarrivabile concentrato di meraviglie che Lei, novello Orfeo, crea instancabilmente con la Sua preziosa arte e si degna di elargire a queste nostre indegne e mai abbastanza pulite orecchie.
Azzardandomi a sperare in una Sua risposta, prendo congedo da Lei prostrandomi con tutta la mia anima ai Suoi piedi e, senza nessuna pretesa di far paragone con la Sua arte, mi permetto di allegarle la mia umile opera omnia.

il Suo umilissimo servo
Johann Sebastian Bach
Cantor & Director Musices di Lipsia

La risposta di Schwertfeger arriva dopo pochi giorni, dopotutto era una persona alla mano.

Ciao Pach. Vediamoci prima del concerto.

Bach arriva a Erfurt con tre giorni di anticipo, si compra una parrucca nuova, si fa lustrare accuratamente le scarpe (più volte) e, il giorno del concerto, si presenta all’ingresso del Teatro col vestito del matrimonio fresco di tintoria. Si sarebbe eseguito l’Ormondo XXXIX di Barbanzia, uno dei seicentoventiseimila drammi per musica di Schwertfeger, genere musicale col quale Bach non aveva mai avuto tempo di misurarsi. Per sicurezza, avendo paura di non essere riconosciuto, decide di tenere in mano un cartello col suo nome: Pach.
A pochi minuti dall’inizio del concerto viene annunciato che, a causa di un impegno urgente, il Maestro non è potuto recarsi a Erfurt, pertanto l’orchestra sarà diretta dall’assistente. Si augura al gentile pubblico un buon ascolto.