ERNST WILHELM VON SCHWERTFEGER

Bach aveva tre grandi desideri: diventare compositore di corte, dimagrire, conoscere di persona Ernst Wilhelm Von Schwertfeger. Spesso ci si immagina che i grandi geni del passato avessero chissà quali aspirazioni: l’assoluto, l’infinito, l’estasi e altre cose più o meno geniali, ma questa è solo la caricatura dei geni. In realtà, se si legge la biografia di una qualsiasi di queste persone, ci si rende conto che i geni hanno gli stessi obiettivi delle persone comuni: avere successo, accoppiarsi, non morire e così via.
Per esempio, i motivi per cui Bach voleva tanto lavorare per un sovrano erano la paga, il prestigio e la possibilità di avere a disposizione dei musicisti veri, non gli studenti che gli toccavano alla Thomasschule. Bravissimi ragazzi, per carità, ma pur sempre studenti. Se la sua carriera non riusciva a decollare era soprattutto colpa loro, pensava, che facevano a pezzi tutto quello che componeva. Per non parlare del suo pubblico: calzolai, salumieri, casalinghe e in generale popolani bigotti che di musica non capivano un’acca. Eseguire la sua musica in chiesa non era certo la stessa cosa che eseguirla di fronte a una platea di aristocratici cresciuti a champagne e contrappunto. Bach avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di andarsene da Lipsia. Per fare colpo sul Re di Polonia, era persino arrivato a comporre appositamente per lui una messa cattolica, e c’è da scommettere che avrebbe composto anche una messa satanica se solo qualcuno gliel’avesse pagata bene.
Riguardo al dimagrire, questo era più un pallino di sua moglie Anna. A lui sarebbe piaciuto accontentarla, ma purtroppo faceva molta fatica a trattenersi dai piaceri del corpo, come dimostra l’elevato numero di figli: sedici secondo l’anagrafe, trentacinque secondo gli organizzatori.
Ma il suo più grande sogno, quello di cui parlava in continuazione, anche nel sonno, era sicuramente incontrare almeno una volta nella vita il grande Ernst Wilhelm Von Schwertfeger, uno dei più celebri compositori dell’epoca, conteso da tutte le corti d’Europa. Oggi questo nome è caduto nell’oblio, ma a quel tempo bastava dire  solo “Schwertfeger” e tutti sapevano esattamente di chi si stava parlando, un po’ come adesso dire “Madonna”, mentre quando si diceva “Bach” bisognava sempre specificare “Johann Sebastian”, se si parlava con uno di Lipsia, altrimenti “Joahnn Sebastian Bach di Lipsia”, se si parlava con un musicista, altrimenti “Joahnn Sebastian Bach di Lipsia il musicista non il veterinario”.
Bach conosceva a memoria tutta la produzione di Ernst Wilhelm Von Schwertfeger: i novantaquattro concerti, le centocinquantasei Passioni e le oltre quattordicimila cantate. Anche lui avrebbe potuto comporre tutte queste cose, pensava, invece era costretto a dare ripetizioni di Latino per arrotondare e così aveva composto solo tre Passioni, neanche la media di una per evangelista.
Bach aveva imparato i primi rudimenti del basso numerato proprio trascrivendo per organo i concerti di Schwertfeger e da allora era diventato un suo grande estimatore. All’epoca non c’era la SIAE e uno come Bach poteva tranquillamente comporre musiche derivate da lavori altrui senza dover pagare diritti che non poteva permettersi. Non era come oggi che se citi tre parole di Faulkner dicendo esplicitamente che sono di Faulkner in un film che non usa neanche un’idea di Faulkner ti becchi la denuncia dei figli dei cognati dei cugini di secondo grado di Faulkner. È successo a un mio caro amico.
Un giorno Bach viene a sapere che di lì a qualche settimana la tournée di Schwertfeger avrebbe fatto tappa a Erfurt, a pochi passi da Lipsia. Per la precisione novantatremila passi. Forse era il caso di scrivergli.


E che gli scrivo?

Scrivigli che lo ammiri e che ti piacerebbe conoscerlo. Non c’è niente di male.

Su, Anna, siamo seri, perché un artista del calibro di Ernst Wilhelm Von Schwertfeger dovrebbe degnarsi di ricevere un semplice insegnante di canto?

Allegagli qualche tuo lavoro, così capisce che siete colleghi.

Mi vergogno.

Non dirlo neanche per scherzo! La tua musica non ha niente da invidiare a quella di Schwertfeger, Breitmeyer o Helgostifelland Jr.

E poi non ho tempo, devo fare la Cantata per l’inaugurazione della nuova pensilina dell’oratorio.

Puoi riciclare qualcosa che hai già composto. Lo sai che non se ne accorgono.

Quindi gli scrivo?

Sì, acciughino.


Così Bach, dopo cena, va nel suo studio, prende un vecchio foglio di pelle di vitello lasciatogli in eredità dal padre e ricopia in bella grafia la lettera che teneva pronta da anni.

A Sua illustrissima e pregevolissima squisitezza Maestro Cavalier Dottor Ernst Wilhelm Von Schwertfeger, le cui lodevolissime e sublimissime opere, fine risultato dell’inarrivabile genio musicale Suo, gareggiano in perfezione, purezza, splendore e struggevolezza con le stesse armonie delle divine sfere celesti e, oso dire, talvolta vincono, rivolgo col rispetto e l’umiltà che sempre si devono a creature di tal levatura spirituale da farci dubitare che possano condividere la prosaica origine terrena nonché l’annessa e inevitabile caducità che è prerogativa dello sfortunato mortale quale lei è – creatura di tal levatura, non sfortunato mortale – rivolgo, dicevo, il più rispettoso e devoto accenno ad invitarla a conoscere di persona l’indegno scrivente di questa missiva che da sempre, forse ancor prima che la terra fosse adeguatamente separata dal cielo, ammira e contempla sopraffatto dall’abbarbaglio l’accecante bellezza della Sua musica. Ah, musica! Che inadeguata parola è questa per designare l’inarrivabile concentrato di meraviglie che Lei, novello Orfeo, crea instancabilmente con la Sua preziosa arte e si degna di elargire a queste nostre indegne e mai abbastanza pulite orecchie.
Azzardandomi a sperare in una Sua risposta, prendo congedo da Lei prostrandomi con tutta la mia anima ai Suoi piedi e, senza nessuna pretesa di far paragone con la Sua arte, mi permetto di allegarle la mia umile opera omnia.

il Suo umilissimo servo
Johann Sebastian Bach
Cantor & Director Musices di Lipsia

La risposta di Schwertfeger arriva dopo pochi giorni, dopotutto era una persona alla mano.

Ciao Pach. Vediamoci prima del concerto.

Bach arriva a Erfurt con tre giorni di anticipo, si compra una parrucca nuova, si fa lustrare accuratamente le scarpe (più volte) e, il giorno del concerto, si presenta all’ingresso del Teatro col vestito del matrimonio fresco di tintoria. Si sarebbe eseguito l’Ormondo XXXIX di Barbanzia, uno dei seicentoventiseimila drammi per musica di Schwertfeger, genere musicale col quale Bach non aveva mai avuto tempo di misurarsi. Per sicurezza, avendo paura di non essere riconosciuto, decide di tenere in mano un cartello col suo nome: Pach.
A pochi minuti dall’inizio del concerto viene annunciato che, a causa di un impegno urgente, il Maestro non è potuto recarsi a Erfurt, pertanto l’orchestra sarà diretta dall’assistente. Si augura al gentile pubblico un buon ascolto.

LO SPAVENTO

UNA GRANDE RISORSA DI BOLOGNA: GLI STUDENTI

Ogni città italiana ha qualcosa di eccezionale che la rende unica. Per esempio Siena ha il palazzo Gotico più bello d’Italia, Firenze ha il secondo palazzo gotico più bello d’Italia, Piacenza ha il terzo palazzo gotico più bello d’Italia, e così via. Tutte le città italiane hanno qualcosa di eccezionale, tranne Bologna. Cioè, non è che Bologna non abbia almeno un palazzo gotico degno di nota, per esempio Palazzo d’Accursio è quasi certamente il dodicesimo palazzo gotico più bello d’Italia, ma il problema è che quando una cosa bella viene distrutta, il suo essere bella non è più un pregio ma un difetto. Più è bella, più soffri. Prendi una bellissima città d'arte, bombardala un po', imbratta tutti i muri, fai piovere merda di cane per circa una settimana ed ecco Bologna.


Questa è una foto della piazza del Teatro durante un venerdì sera qualsiasi, e chi l’ha scattata (Riccardo) dice che non rende neanche bene l’idea. Proprio grazie a questa foto, però, ho capito che anche Bologna ha qualcosa di eccezionale, una grande risorsa che poche città al mondo hanno: gli studenti.
Gli studenti a Bologna sono circa 80000. 80000 ventenni pieni di vita e entusiasmo che ogni sera si riversano in strada e dedicano tutte le loro energie a trasformare la birra in urina. A prima vista potrebbe sembrare un grande spreco umano: tutte queste persone nel pieno delle loro forze, gente che magari un tempo sarebbe stata impiegata per sconfiggere l’impero persiano o per costruire un paio di piramidi, ridotta a ripetere sera dopo sera una banale trasformazione chimica. Invece non è uno spreco, è solo la città che non ha ancora capito come sfruttare tutta la loro energia.
80000 persone che bevono ininterrottamente dalle 9 di sera fino alle 3 di mattina sono almeno 240000 litri di urina calda prodotta in una sera, se non di più, urina che potrebbe essere raccolta da appositi collettori ai bordi della strada, dove più o meno tutti hanno l’abitudine di svuotarsi, e convogliata in serbatoi sotterranei che, messi a contatto con le tubature dell’acquedotto, genererebbero senza nessuna spesa acqua a 37°. L’acqua sanitaria è di solito un po’ più calda, ma sarebbe comunque un bel risparmio energetico poter scaldare l’acqua della doccia partendo da 37° invece che da temperatura ambiente.
E non è tutto. Questa grande risorsa della Natura può anche essere sfruttata per produrre energia urinoelettrica. A questo scopo basta fornire ogni studente dell’attrezzatura illustrata in figura.


L’apparato A è un accumulatore di carica che lo studente può portare comodamente sulle spalle come un normale zaino, mentre B è una piccola turbina posta a circa un metro dall’ugello che emette il liquido (questa distanza può variare a seconda della statura del generatore di urina). La turbina è collegata a un alternatore (C) che converte l’energia cinetica dell’urina in energia elettrica, la quale viene immagazzinata nell’accumulatore. Questi accumulatori saranno raccolti a fine serata dal Comune e utilizzati come grandi pile elettriche.
Tutto questo può sembrare semplice e pratico, ma c’è un problema: 240000 kg di liquido in caduta libera per un metro producono un’energia di 2400000 J, che utilizzata nell’arco delle 24 ore corrisponde a una potenza di soli 28 W. Una lampadina. Cioè, 80000 persone lavorano tutta la notte e il risultato è la luce di una lampadina? Per fortuna c’è una soluzione.
È sufficiente che ogni studente introduca nel proprio corpo non 3 litri in una sera, come si è finora supposto, ma 10 milioni, in questo modo la potenza generata per un giorno sarà di circa 100 MW, come nelle grandi centrali idroelettriche. Per indurre il reattore umano a versare spontaneamente dentro di sé la necessaria quantità di liquido, basterà sfruttare il quarto principio della termodinamica: lo studente beve tutto ciò che è gratis. Basterà quindi promettere una birra gratis ogni quattordicimila birre.
L’uso di tutta questa birra non rischia di esaurire in breve tempo i giacimenti mondiali di luppolo? Forse, ma questo problema si può risolvere in un modo molto elegante: l’urina che è stata già usata per generare energia elettrica e per scaldare l’acqua può tornare indietro alla fonte e essere di nuovo servita come birra artigianale. Nessuno si accorgerà della differenza.

LA GUERRA, LA BELLEZZA

TUTTI GLI INTEGRALISTI SONO SCIOCCHI

Gli integralisti sono dappertutto: nella religione, nella politica, nella preparazione dei cocktail, in tutto. Sono quelli che prendono un testo che gli piace e decidono di seguirlo alla lettera, compresi gli errori di ortografia.


"Una parte di dry Vermut".

Ok.

"Sei parti di gin".

Ok.

"Quattordicimila olive".

Ok.


Così fanno quelli che usano Marx anche per sturare il lavandino, quelli che si nutrono di noccioli di ciliegia perché l'ha detto un famoso medico preistorico, quelli che prendono a martellate delle statue perché il loro testo sacro non contempla l'eventualità "cosa fare in caso di statue”. Queste persone sono sciocche e lo sono indipendentemente dal libro che integralizzano. È l'integralizzazione che è sciocca, non il libro. Un integralista è sciocco anche se integralizza la Critica della Ragion Pura, figuriamoci il Corano.
Il presupposto dell'integralismo è che prendere un testo alla lettera significa coglierne il suo senso autentico, mentre interpretarlo significa tradirlo. Bisogna quindi presumere che quando un integralista dice "torno fra cinque minuti" intende veramente dire che torna dopo cinque minuti precisi, e quando per esempio dice "facciamo quadrato" è perché sente il bisogno di disporsi con te sul pavimento in modo da formare un quadrato perfetto. Invece no. L'integralista prende alla lettera il suo libro, ma poi col resto dell'umanità interagisce normalmente: come tutti interpreta il senso di una frase  non solo in base al suo contenuto letterale, ma anche al contesto. Per esempio la frase "fermati pure a dormire da me" è una gentilezza se la dici a un vecchio amico, un'avance sessuale se la dici al tecnico della caldaia, una struggente espressione di malinconia esistenziale se la dici a una falena. Questo l'integralista lo sa, altrimenti non potrebbe vivere senza un insegnante di sostegno, ma se lo dimentica ogni volta che legge il suo amato testo, e dimenticarsi quello che si sa è sciocco.
Non è possibile leggere un testo senza interpretarlo. L'interpretazione non è una cosa aggiuntiva che si applica alla comprensione, come se prima si comprendesse e poi si interpretasse: comprendere e interpretare sono la stessa cosa. Anche il prendere alla lettera è in realtà un'interpretazione, una fra le tante, non sempre quella giusta. Quindi anche gli integralisti interpretano il loro amato testo, solo che invece di cercare di volta in volta un’interpretazione sensata, come si fa nella vita, applicano pedissequamente sempre la stessa, quella letterale, e questo li rende ancora più sciocchi del previsto, come è sciocco chi rinuncia a comprendere pur di seguire una regola.
Poi, oltre a essere sciocchi, gli integralisti hanno anche la tendenza a essere pericolosi. Per risolvere il problema basterebbe ristampare tutti i testi del mondo, sacri e non sacri, aggiungendo alla fine un semplice "in bocca al lupo!".

SCIENZA! SCIENZA! SCIENZA!

Gli affreschi della Cappella Sistina sono uno dei maggiori esempi del genio umano: scene dell’Antico e del Nuovo Testamento dipinte con ineguagliabile maestria a più di venti metri di altezza! Come ha fatto Michelangelo ad arrivare là in alto? Vecchio, malato, probabilmente omosessuale. Aveva pennelli lunghissimi? Come ha fatto a sollevarli? Si dice con pulegge azionate da migliaia di schiavi egizi, ma dove sono finiti questi favolosi pennelli? Distrutti, bruciati, sepolti? Da chi? Può una buca essere più profonda di un pennello di venti metri? Ecco un primo indizio:



Giorgio Vasari in “vite e opere di artisti in odore di essere extraterrestri” ci narra questo strano episodio della vita di Michelangelo: “nol conobbi né mai lo vidi”. Come può Vasari, il primo critico d’arte nel senso moderno del termine (cioè artista mediocre), non avere mai incontrato Michelangelo? Eppure, stando alla teoria del Big Bang, il mondo di allora era più piccolo di quello di oggi. È forse Vasari il vero autore degli affreschi della Cappella Sistina? E se sì, cosa ci faceva coi pennelli di Michelangelo?
Lo studioso John Shapiro avanza un’ipotesi giudicata dai più stravagante: “forse la Cappella Sistina è stata pensata per osservatori esterni”. Ma è un’idea poi così stravagante? Ecco gli affreschi visti dallo spazio.


Cosa significa veramente “Cappella Sistina”? Questa espressione appare per la prima volta nelle carte dei progetti della Cappella Sistina. È anche questa una coincidenza? C’è poi un interessante particolare che da secoli suscita la curiosità degli studiosi.


Cosa rappresenta questo misterioso simbolo? Un serpente? Dio? Pennelli lunghissimi? A prima vista sembrerebbe un sigaro sovrastante due propulsori ad antimateria, ma come faceva l’ignoto autore di questi affreschi a conoscere l’esistenza del sigaro? Com’è noto il tabacco è arrivato in Europa solo dopo la scoperta dell’America (1789) ed è da escludere che nel Cinquecento fosse già stata inventata la macchina del tempo. Oggetti molto simili compaiono in numerosi dipinti coevi e, cosa ancor più strana, l’attrice porno Janet Honey, ventitré anni e tutta una carriera davanti (e di dietro), sostiene di averne recentemente avvistato uno a poche miglia da Huston.


Stavo rientrando al ranch di zio Randy, ero molto stanca e disinibita.

Che ore erano?

Non saprei. A un certo punto vedo uno di questi cosi venirmi incontro.

Un oggetto volante non identificato?

Sì, a parte il fatto che non volava. Ero così spaventata che mi sono subito dovuta spogliare.

Veramente?

È una cosa che mi rilassa. Purtroppo però ne è arrivato subito un altro, poi un altro e un altro ancora... mio dio, erano enormi! Poi finalmente è arrivato zio Randy, ma ne aveva uno anche lui.


Forse non conosceremo mai la verità, forse il segreto dei pennelli di Janet Honey resterà custodito per sempre fra le rovine di Pompei, la città etrusca distrutta dal terribile asteroide che ha estinto i mammut, Dracula e la grande muraglia cinese.

ESSERE MATTEO SALVINI

Molta gente ha problemi con chi non la pensa come lei. Se a uno a cui piace Lars Von Trier, per dire, dici che i film di Lars Von Trier non ti piacciono, costui non prenderà il tuo giudizio come un giudizio sui film di Lars Von Trier o al massimo come un giudizio su Lars Von Trier, che ci può ancora stare, o sulla montatura degli occhiali di Lars Von Trier o sul commercialista della sorella del marito del cane di Lar Von Trier, no, lo prenderà come un giudizio su di lui, proprio sulla sua illustrissima e ingiudicabilissima persona: tu dici “i film di Lars Von Trier non mi piacciono” e lui capisce “imbecille”. Lo si può intuire dal fatto che da quel momento in poi, per tutta la durata della birra che ha in mano, l’unica cosa che farà sarà cercare di farti rimangiare quello che hai detto. Questo i più educati, i meno educati pareggeranno subito i conti.


I film di Lars Von Trier non mi piacciono.

Imbecille sarai tu, stronzo!


Per qualche motivo queste persone trovano offensivo il semplice fatto che uno si permetta di essere diverso da loro: essere diversi da loro, per loro, significa disprezzarli. Per questo io evito sempre di essere troppo diretto nell’esprimere giudizi.


I film di Lars Von Trier hanno la tendenza ad avere la caratteristica non necessariamente negativa di non essere perfettamente in sintonia con quello che presumibilmente sono i miei opinabilissimi gusti personali, secondo me.

Mi stai dando dell’imbecille?


Forse milioni di anni fa questo comportamento aveva un senso, dico quando l’uomo era ancora un pollo e doveva difendere i suoi geni dalla concorrenza, ma oggi? Oggi ci sono peni e vagine in abbondanza per tutti e anche l’ultimo dei disadattati può tranquillamente spargere per il pianeta il suo preziosissimo patrimonio genetico. Quindi che senso ha tutta questa rabbiosa ottusità? Io non lo so, mi limito solo a constatare che queste persone sono pericolose. Finché sono molto giovani non sono un problema, anzi si può dire che sia normale essere dei ciechi adoratori di se stessi fino a quattro o cinque anni, ma quando uno inizia ad avere l’età per maneggiare un Kalashnikov o, peggio, per fondare un movimento politico, allora possono diventare una minaccia.
Cercare di farli ragionare con argomentazioni razionali non serve a niente. Meglio ricorrere a dei piccoli shock: appena uno dà segni di insofferenza di fronte a qualcosa che non gli piace, gli si fa vedere questa cosa.


Come monito.
Ovviamente questo potrebbe non avere l’effetto desiderato con chi è fan di quest’uomo e quindi è già venuto a patti con la propria ottusità, ma agli altri potrebbe fare impressione: ti va il sangue alla testa se mangio specie viventi che ti stanno simpatiche? Sei Salvini. Mi disprezzi perché ascolto canzoncine diverse da quelle che ascolti tu? Sei Salvini. Vorresti bruciarmi vivo solo perché penso che i film di Lars Von Trier siano l’equivalente cinematografico di una zanzara nell’orecchio? Sei Salvini. Eccetera.
Ogni volta che provi il desiderio di far sparire chi non è d'accordo te, stai provando il desiderio di essere Salvini.

LA DONNA IDEALE

LUOGO COMUNE #387

Quello che distingue un luogo comune da un’opinione personale non è che il primo è falso e la seconda è vera, ma che il luogo comune è comune e l’opinione personale è personale. Poi esistono svariate centinaia di miliardi di opinioni personali false e alcuni luoghi comuni veri, anche se al momento non me ne viene in mente neanche uno.
Di certo non è il caso di questo:

L’ateismo è una fede come tutte le religioni.

È un luogo comune così comune che lo danno per scontato anche i festival di cinema.



Ma l’ateismo non è una fede. Non lo dico per me, io non sono ateo. Io credo in Àtrantor, oscura divinità del male che si nasconde negli anfratti quantistici dello spazio-tempo e che ha creato il mondo per puro sadismo, un po’ come gli afroamericani hanno creato il rap. Dico che l’ateismo non è una fede perché, semplicemente, non è una fede, così come una mela non è un campo da tennis. La cosa difficile non è dimostrarlo, ma dimostrarlo senza citare la teiera di Russell.
Per prima cosa gli atei non si radunano in appositi templi per rendere grazie alla non esistenza di Dio, non si appendono al collo una rappresentazione materiale del nulla e non si travestono in modi bizzarri per indicare ad altri la via per non credere in nessuna religione. Questa è già una grossa differenza, ma non è l’unica.
Siccome quelli che non credono all’esistenza delle divinità vengono tutti messi sotto la voce “atei”, si è portati a pensare che l’ateismo sia una concezione del mondo alternativa alle religioni, ma non è così. Un ateo è solo uno che per qualche motivo non ritiene plausibile l’esistenza delle divinità attualmente disponibili sul mercato.


Poi vai a sapere cosa pensa. Se uno è cristiano lo sai cosa pensa, per esempio pensa che l’universo sia gestito da un tizio invisibile che duemila anni fa è sceso sulla Terra vestito da hippy dicendo di essere il figlio di se stesso, ma, per qualche inspiegabile motivo, non tutti gli hanno creduto. Non mi sembra un’informazione da poco. Invece se sai che uno è ateo non sai niente di lui, perché non conosci nemmeno una cosa in cui crede. Un ateo non è uno che non crede in niente, come spesso si dice (luogo comune #59), così come chi non tifa per nessuna squadra non è uno che tifa per il nulla. Quelli si chiamano nichilisti e li riconosci perché guardano le partite sperando che finiscano tutte zero a zero. Come si fa a chiamare “fede” una cosa che non dice niente sul mondo, l’esistenza umana o il lavaggio delle strade?
E poi c’è questo. Tolti i casi particolari, di solito uno nasce con una religione già in dotazione. Non succede che uno nasca ateo, faccia una ricerca personale e poi, dopo aver valutato attentamente tutte le offerte religiose, scelga quella che ritiene più conveniente, come si fa con i piani tariffari degli abbonamenti telefonici. Di solito uno conosce solo una religione, quella in cui ha fede. Invece succede abbastanza spesso che uno, a un certo punto della vita, rifiuti la religione con cui è nato dopo aver stabilito, secondo me a torto, che Dio non esiste. Uno nasce religioso e poi, eventualmente, decide di diventare ateo, non il contrario. La religione è una fede, l’ateismo è una scelta.

AMICI A OTTO ZAMPE CERCANO CASA

Paffy è una tenerissima ragnetta, una piccola batuffolina gialla e nera che non peserà neanche un chilo, così dolce e cucciolosa che ti stringe il cuore.


Adora essere coccolata e ogni occasione è buona per saltarti in braccio. Vede poco a causa della cataratta, ma è una pacifica ciondolona e va d’accordo con tutti gli altri artropodi.
La vita di Paffy è stata molto dura. Ha vissuto per anni in strada, esposta al caldo dell’estate e al freddo dell’inverno, per non parlare del così così della primavera e dell’autunno. Ha passato tutto il periodo di gestazione sotto la pioggia e con poco cibo, finché un giorno non si è rifugiata in un giardino per mettere al mondo i suoi piccoli. Ma purtroppo per lei era il giardino di un mostro senza pietà chiamato “uomo”.
L’uomo l’ha catturata e rinchiusa in una gabbietta angusta e arrugginita, senz’altra giustificazione se non quella che gli ha mangiato il gatto. Povera piccola creaturina! Dico Paffy. Ha sette anni e potrebbe viverne altri, boh, mille? Ma questo non importa a certa gente malvagia e senza tessera dell’associazione animalisti italiani. È assurdo che in Italia non ci sia ancora una pensione per ragni, blatte e Yersinia Pestis, come accade ormai in tutti i paesi civili.
Paffy si sforza con una pena infinita di passare fra le strette maglie della gabbia, forse pensa che una volta fatto passare il musetto sarà fuori e potrà di nuovo saltellare liberamente per i prati, ma il musetto non esce e lei si graffia tutto il prosoma contro il metallo. Cercando invano di liberarsi si è anche amputata una zampetta, uno spettacolo orribile e straziante. Per fortuna le è ricresciuta. Non riesce a capire perché sia stata abbandonata da tutti, non si dà pace. Se Paffy passerà ancora molto tempo in gabbia sicuramente morirà, come probabilmente ha pensato l’uomo che ce l’ha messa. Povera scriccioletta indifesa! Quando ti guarda con i suoi occhietti composti vorresti solo stringerla a te e coccolarla.


Paffy va salvata. Non occuperà molto spazio nella nostra casa, grosso modo dodici centimetri (senza contare le zampe), ma per lei questo piccolo spazio sarà tutta la sua vita. Nonostante l’età è ancora una giocherellona e ama nascondersi nei posti più impensati.


Lasciarla morire in gabbia, sola, abbandonata e disprezzata da tutti è una cosa abominevole, neanche fosse un essere umano.
E poi che ne sarebbe dei suoi cuccioli?