ACCATTONI NON GENUINI

Il mondo è pieno di accattoni. Ci sono gli accattoni genuini, cioè quelli col barattolo e il cane, e poi ci sono gli accattoni che si travestono da qualcos’altro: venditori porta a porta, assicuratori, guaritori, prestigiatori, promotori finanziari e in generale tutte quelle persone che non si presentano dicendo “mi servono i tuoi soldi”, ma dicendo “a te servono i miei servizi, quindi sarebbe carino che tu mi dessi qualcosa in cambio, non so, per esempio i tuoi soldi”. Anche questi accattoni sono accattoni come gli altri, solo che non sono genuini.
Il mondo è pieno di accattoni non genuini, ma non bisogna generalizzare. Per esempio, i venditori. Distinguere un accattone da un normale venditore è facilissimo: il venditore è quello che tu cerchi per comprare una cosa che ti serve, mentre l’accattone è quello che cerca te per venderti una cosa che non ti serve. La regola è molto semplice: chiunque ti suoni il campanello e/o ti telefoni per proporti un convenientissimo (per lui) affare è un accattone travestito da venditore, cioè uno che non merita né attenzione né ovviamente la compassione cui avrebbe potuto ambire se si fosse presentato col barattolo e il cane come tutti gli accattoni normali. L’unica cosa da fare in questi casi è sbattergli la porta e/o il telefono in faccia, magari aggiungendo “sparisci accattone”. Non per offenderlo, ci mancherebbe, non bisogna mai offendere nessuno, ma solo per ricordargli chi è, nel caso se lo fosse dimenticato. A questi accattoni non genuini non importa quanti soldi tu abbia, se tanti o pochi, loro li vogliono e basta, possibilmente tutti. Se non ci credi puoi fare una prova: la prossima volta che ti imbatti in una di queste persone, prova a dargli direttamente il bancomat, poi vediamo quanti soldi ti lascia sul conto.
La prima cosa che io farei se fossi l’uomo più ricco del mondo, sarebbe accontentare tutti gli accattoni non genuini che mi abbordano. Proprio così. Appena mi si avvicinasse un promotore finanziario, tirerei subito fuori la mia valigia piena di soldi e gli direi che può prenderne quanti ne vuole, anche tutti. A una condizione, però: che se li metta nel sedere.


Buon giorno, signore, ho per lei un investimento che assolutamente non deve lasciarsi sfuggire.

Grazie! Centomila euro possono bastare?

Certo!

Perfetto. Devi metterteli nel sedere.

Prego...?

È semplice, devi toglierti le mutande e metterti i soldi nel sedere.

Oh, ah... ma... 

Adesso, qui, davanti ai miei occhi. Puoi portarti via tutti i soldi che riesci a metterti nel sedere. È chiaro? Se centomila non bastano, ne ho altri.

Adesso?

Non li vuoi? Li do a qualcun altro.

No, no! Ok.

Ok?

Ok, va bene.

Naturalmente ho tutto in monete da un euro.

PARADISO TERRESTRE

SQUEK PINGUINASUT

Un tipo di fanatico molto sottovalutato è il musicista fissato con la filologia. Può sembrare una cosa da poco, in realtà costui dà il suo piccolo ma costante contributo a rovinare una delle poche cose piacevoli che esistono sulla Terra: la musica. E non sto parlando della “musica”, ma della musica. Per lui un brano musicale è solo l’insieme delle note di cui è composto, così come una pietanza non è altro che i suoi ingredienti, come dimostra il fatto che quando deve farsi una pasta col tonno, prende pasta e tonno e mischia tutto insieme in un secchio. O almeno questo è quello che faceva G., un celebre virtuoso del violino e studioso di musica antica.
Nel 1967, mentre era a Nuuk per una conferenza sugli abbellimenti nella musica Groenlandese del 1604 (dicembre escluso), G. entrò in possesso di un documento contenente un’antica melodia artica, da lui rinvenuto in maniera del tutto casuale durante una faticosa ricerca in una scatola di corn flakes. Si trattava del canto popolare “squek pinguinasut”, che in groenlandese significa “canto dell’angelo”. Osservando attentamente il modo musicale utilizzato e la grande libertà del ritmo, G. si rese conto di essere di fronte a una melodia databile fra il 1510 e il 1520, il che tornava perfettamente con la didascalia stampata sul foglio: 1515. La delicatezza di quella monodia non accompagnata e la sua fluida cantabilità colpirono a tal punto G. che svenne. Quando con molta fatica si riprese, svenne ancora. Poi si riprese di nuovo e si propose solennemente un progetto: sarebbe tornato in patria e avrebbe dato un concerto pubblico dedicato solo ed esclusivamente a quel meraviglioso canto. E poi svenne.
G. stesso si sarebbe incaricato di eseguirlo. Durava solo un paio di minuti, è vero, ma era così bello che da solo valeva il prezzo del biglietto, senza contare che gli applausi avrebbero ampiamente coperto l’ora e mezza standard di un concerto. Non c’era neanche bisogno di fare il bis. C’era solo un problema: come eseguirlo?
Era una melodia per strumento ad arco, ma G. non poteva certo suonarla col suo violino, uno strumento occidentale, moderno e per di più accordatissimo. Per questo motivo G. si fece costruire un apposito strumento con le corde di budello di pinguino, l’archetto con vibrisse di pinguino e la cassa di risonanza rivestita di pelle di pinguino essiccata al sole di pinguino. Non aveva idea di come si suonasse una cosa del genere, ma prendendo spunto da alcune incisioni Groenlandesi di fine Quattrocento capì che era indispensabile avere le dita congelate, cosa che avrebbe realizzato senza problemi mettendo semplicemente le mani nel ghiaccio per un paio d’ore prima del concerto, dopo di che, per meglio simulare i sintomi del congelamento, avrebbe pregato i suoi assistenti di prendergliele delicatamente a martellate, poco poco, quel tanto che bastava per staccargli un paio di falangi. Per l’autenticità dell’arte, questo e altro.
Ma questo non poteva bastare. Siccome i musicisti groenlandesi del Cinquecento non potevano sicuramente essere dei professionisti, G. smise anche di esercitarsi al violino per tutti gli otto anni precedenti il concerto, dedicandosi esclusivamente alla caccia al pinguino: mangiava solo pinguini, parlava solo di pinguini e, per mantenere la concentrazione, decise anche di cambiare il suo nome da G. a P.
Il concerto ebbe luogo il 6 dicembre 1975, nel palazzetto del ghiaccio della sua città natale. C’era un’atmosfera strana, potremmo quasi definirla groenlandese. A tutti gli spettatori furono distribuiti all’ingresso un eschimo rigorosamente non lavato, un rampone e dieci libbre di grasso di pinguino da spalmarsi su tutto il corpo.
Quando il sipario si aprì, P. si presentò sul palco in pelliccia, con la faccia gonfia, le dita blu (quelle rimaste) e una specie di violino a forma di pinguino. Gettò un rapido sguardo filologico al pubblico in sala e subito iniziò a suonare: sembrava di sentire un gatto col mal di pancia. Questo era disastroso, non ci sono gatti in Groenlandia.


Originariamente pubblicato qui 👉 Guida per alieni

LA MOGLIE DEL SUPEREROE

IL PROBLEMA DELLA MUSICA LEGGERA

La musica leggera è un fenomeno relativamente recente, soprattutto se la tua età inizia a essere confrontabile col secolo.
Un tempo non esisteva la musica leggera, esisteva la musica popolare. Carina, ma non ci vivevi. Se volevi vivere con la musica, dovevi dedicarti a quella che ora viene impropriamente chiamata "musica classica", mentre la musica popolare potevi cantarla nei campi o al compleanno del nonno. Nessuno faceva come lavoro il compositore di musica popolare, era assurdo solo pensarlo. Al massimo i compositori prendevano la musica popolare e la usavano come ispirazione. Ci sono tanti esempi a questo proposito, ma il mio preferito è la trentesima variazione Goldberg, dove Bach prende due canzoni contadine, qualcosa tipo "Rosalba ti amo" e "Verza e costine è la morte sua", e le combina insieme creando questo capolavoro


Meraviglioso, vero? Ascoltiamolo ancora


Certo sarebbe bello se Bach fosse ancora vivo e potesse fare la stessa cosa con Fausto Leali e i Nirvana. Pagherei.
Oggi c'è l'industria della musica leggera e quindi è più facile vivere con le canzoni che con qualsiasi altro tipo di musica. E fin qui tutto bene: se una cosa è semplice, mica deve essere per forza brutta. Meglio una birretta del supermercato che quei vini arancioni cosiddetti "naturali" che sanno di Vinavil. Non è la semplicità il problema della musica leggera (cfr. La musica classica non esiste). Il problema della musica leggera è che spesso suona falsa.
Molto spesso.
Prendiamo Beethoven. Quando Beethoven usava la forma sonata, era preoccupato che la  ripresa potesse suonare falsa. La ripresa è una riproposizione più o meno variata dell'esposizione, e Beethoven aveva paura che si sentisse lo sforzo compositivo di rendere interessante una cosa già sentita. Incredibile, no? Oggi le canzoni ti fanno sentire lo stesso ritornello trenta volte senza nessun problema e Beethoven si preoccupava della ripresa. Ecco perché nella sua musica la parte che precede la ripresa è un momento molto delicato, quasi ansiogeno. Non sono cose che ho scoperto io, eh. Me le ha dette Adorno.
Per Beethoven, tutto ciò che lasciava trapelare lo sforzo compositivo correva il rischio di suonare falso. Ma anche nascondere questo sforzo poteva suonare falso, visto che anche far sembrare spontaneo ciò che è costruito richiede uno sforzo compositivo. In fondo questo è il paradosso dell'arte: una finzione che aspira alla verità.
Prendiamo ora uno dei migliori esempi di musica leggera novecentesca: Creep. Non sono ironico, la considero veramente una bella canzone. Ciononostante suona falsa.
Già il fatto che ci sia questa maledetta batteria rende tutto abbastanza falso. Ora noi ci siamo abituati a sentire la batteria e ci sembra una cosa normale, ma ci rendiamo conto che mentre questi suonano la loro canzone, c'è uno che prende a bastonate delle scatole? E non le prende a bastonate a caso, che magari potrebbe essere interessante, ma a tempo! Cioè, voglio dire, c'è uno che sottolinea il tempo di una canzoncina in 4/4 con delle bastonate. È come se le sonate di Beethoven venissero suonate col metronomo acceso. Un metronomo a 160 decibel.
Ma lasciamo stare la batteria, ok? Ormai la batteria fa parte del folclore terrestre, posso accettarla, quello che più di tutto fa sembrare false le canzoni non è la batteria, i tamburelli o le nacchere, ma l'enfasi. Perché c'è tutta quell'enfasi? Enfasi nell'arrangiamento, enfasi nell'interpretazione, enfasi dappertutto. A cosa serve? È come se uno facesse gol nella partitella settimanale coi colleghi e esultasse come se fosse la finale dei mondiali. Voglio dire, fa ridere.
Per avere un'idea di tutta l'enfasi che c'è in Creep (bellissima canzone, seriamente), non serve neanche ascoltarla, basta un'immagine del video.


Cioè, ci manca solo il mascara che gli cola sulle guance.
È per questo motivo che la musica leggera andrebbe sempre accompagnata con un po' di ironia. Se non puoi raggiungere la verità, almeno punta alla sincerità.

PASSATO REMOTO, MANEGGIARE CON CAUTELA


Quando tanti anni fa, in un passato ormai lontano e compiuto, ho deciso di aprire questo blog, mi sono imposto di non usare mai il passato remoto, ed è un peccato, perché in realtà lo saprei usare benissimo. Segue esempio.

Ieri, verso le quattro, ebbi fame e mi cossi un uovo. Mi piacque a tal segno che mi strussi e piansi, così mi dissi: "un altro?", e un altro uovo fu: lo presi e lo bollii, ma quando stetti per mangiarlo, triste sorpresa, ciò che vidi mi incusse spavento: l'ebbi cotto oltremisura. Allora stramaledissi la mia imperizia, apersi o aprii la finestra e lo espulsi.
"Maledetto, fosti!", mi gridò un tizio dalla strada. A quanto pare lo colpetti.

Visto? C'è anche un trapassato remoto, e avrei potuto anche metterci un tratrapassato remoto: "ebbi avuto cotto". Bello, eh? Però qui si vede già un grosso problema di queste forme verbali: suonano pretenziose. Quando uno usa il passato remoto, sembra che voglia darsi delle arie da scrittore. È come andare in pizzeria col cilindro, il farfallino e il bastone da passeggio: certo, sei elegante, ma sei anche un po' ridicolo.
Stesso problema col punto e virgola. Le rare volte che mi permetto di usarlo, m'immagino sempre che uno possa dirmi “Punto e virgola!? Ma chi cazzo ti credi di essere? Cesare Pavese?".
Ma forse questi sono problemi che mi faccio io. Del resto ho lo stesso problema anche con i quartetti di Bartók: quando mi trovo in società, in particolare in quelle situazioni formali in cui devo interagire con gente con cui non ho particolare confidenza, evito accuratamente di dire che mi piacciono i quartetti di Bartók*. In queste occasioni, se per caso il discorso va sulla musica, io, per tranquillizzare tutti, dico che mi piace Fausto Leali. Funziona. Per esempio, quando viene il tecnico della caldaia a fare il controllo dei fumi, io gli dico subito che mi piace Fausto Leali, così, a bruciapelo, così lui si rilassa e mi guarda dall'alto in basso perfettamente a suo agio. A volte, mentre lui lavora e mi insudicia tutto il pavimento, io mi metto in un angolo e canticchio:

Ma dove va a finire il cielooo
E forse questo arcobalenooo
Ho bisogno del tuo amooor
Anima del mio cuooor
Oh, oh, oooh

Ovviamente devo inventare, mica lo ascolto davvero, Fausto Leali.
Ma il problema più grosso del passato remoto è un altro e non dipende dalla mia sensibilità. È un problema oggettivo che chiunque può tristemente constatare: il problema del passato remoto è che, se non stai attento, ti costringe a scrivere “feci”. E questo è grave. È molto grave. Uno fa la sua composizione di parole tutta elegante e carina, con tutti i punti e virgola al posto giusto, gli avverbi di dieci sillabe, le parole ottocentesche, le anafore, gli anacoluti studiati per bene, gli aggettivi come se piovesse e soprattutto gli andai, i dissi, i riflettei e poi all’improvviso: feci.
È terribile. Come ha potuto l'inventore della lingua italiana farci questo dispetto? È come se Michelangelo, dopo aver dipinto la Cappella Sistina, in un angolo del Giudizio Universale avesse inciso un piccolo cazzettino stilizzato. Così, tanto per rovinare tutto.
Allora come si fa? Se uno ha deciso di usare il passato remoto, come si comporta quando arriva il momento del verbo "fare"? Passa al passato prossimo? Andai, dissi, riflettei, ho fatto? No, dai, non si fa.
Ricorre a dei sinonimi? Tipo "compii", "effettuai", "produssi mediante una tecnica e/o un'azione"? Pure peggio. I sinonimi si usano per precisare il senso del discorso, non per confondere le acque. È una questione di onestà intellettuale. Se devo dire imbuto ottantasei volte, scrivo “imbuto” ottantasei volte, non scrivo "imbottavino", "pevera", "coso bucato che si restringe in fondo" e così via, non siamo mica alle medie.
Quindi?
Quindi niente, o si accetta eroicamente il rischio di mettersi in ridicolo e si scrive “feci” tutte le volte che è necessario, oppure si bandisce dalla propria vita il passato remoto.

*: Mai ascoltato Bartók in vita mia.

UN'ORA E MEZZA DI NULLA

Una persona saggia dovrebbe essere superiore a cose come i premi, i trofei e tutti i souvenir in generale. Una persona veramente saggia se ne dovrebbe fregare dell’opinione che gli altri hanno di lei, buona o cattiva che sia, perché l’opinione degli altri è niente, mentre vestirsi come un cameriere per andare a ritirare una statuetta kitsch è qualcosa.


La vera tragedia del genere umano non è questo o quest’altro, ma la sua brama di applausi. Tutto nasce da lì: le guerre non si fanno per motivi politici o economici, come si usa dire, ma per conquistare nuovi fan, e dietro a tutti i crimini dell’umanità (genocidi, inquisizioni, Sanremo) ci sono sempre e solo persone in cerca di applausi.
Per questo il mio sogno nel cassetto è vincere il Festival di Cannes e non andare a ritirare il premio. La seconda parte del piano l’ho già ampiamente realizzata, mi manca solo la prima. Non riesco a immaginare niente di più spaventosamente saggio del non presentarmi sul palco dopo aver vinto la Palma d'oro. Anzi, non presentarmi dopo aver vinto con questo film.

TELEFONINO

ALBERO E POETA

ODI ET ODI

Certe volte ho la sensazione che qualcuno mi odi.
Non qualcuno che frequento. Le persone che frequento sono un ristretto gruppo di individui scelti in base a due criteri sui quali non transigo: primo, devono essere persone che non mi odiano; secondo, non ricordo. Per qualche motivo io riesco a sentirmi a mio agio solo con gente che non ha l’hobby di infiorettare il mio nome con fantasiosi e irresistibili insulti. Cosa ci posso fare? Sono fatto così. Quindi è per forza qualcuno che non conosco, qualcuno che però conosce questo blog. Lo dico perché sento delle vibrazioni provenire dal portatile, e sono sicuro che non è la ventola. Quando lo avvio non fa più “SDEEENG!” come una volta, ma “sdeng”, così, senza entusiasmo.


Che c’è che non va, Pantocrator?

...

Forse non ti piace quando ti metto sulle ginocchia?

...

Mi spiace, ma è solo per comodità. Non c’è nessuna malizia.

...

Ora che lo sai potresti smettere di mandare la cpu a 110°?


Sento l’odio che preme su ogni angolo dell'involucro di alluminio, sgorga dalle porte usb e contamina tutte le periferiche: la stampante, la tavoletta grafica, il tostapane, tutto. Ogni volta che visito questo blog (non si sa mai che ci sia qualcosa di nuovo), avverto distintamente una presenza maligna, come se ci fosse qualcuno nascosto dietro al monitor. Poi c’è anche il fatto che mi arrivano email come questa.

TI ODIO!

Ora, posso capire che qualcuno non apprezzi quello che dico, ma come si fa a odiarmi? Io che non pesto i piedi a nessuno, che vivo e lascio vivere, che non spammo, non trollo, non lurko e in generale non faccio niente che non possa essere detto in italiano. Come tutti gli esseri umani voglio solo essere capito, tutto qui. Voglio essere capito e benvoluto da tutti, e magari avere una via col mio nome senza dover aspettare di essere assassinato dalle Brigate Rosse, chiedo forse troppo? Voglio vedere il mio nome sulle magliette, le bandiere, le schede elettorali, lo voglio tatuato sulla fronte di ogni neonato che si rispetti e voglio che le folle di tutto il mondo si radunino in massa per le strade e inneggino al mio nome.


Chiedo troppo? Voglio anche che chiunque mi odi sia trascinato in piazza e giustiziato. Troppo?