LA SERA IN CUI SONO ANDATO A MANGIARE LA PIZZA CON THOMAS BERNHARD

Thomas Bernhard è esattamente come uno se l’aspetta dopo non aver letto nemmeno un suo libro: affabile, spiritoso, estroverso, uno con cui ci si sente subito a proprio agio. L’ho conosciuto nel 1985, al tempo faceva il babysitter. Nella vita aveva fatto un po’ di tutto: il commesso, il parrucchiere, il cuoco cinese e ora faceva il babysitter. Mi ha raccontato che quando aveva bisogno di arrotondare preferiva i lavori cosiddetti umili. Gli piaceva molto l’aggettivo “cosiddetto”. Preferiva i lavori cosiddetti umili ai lavori cosiddetti borghesi, perché con i lavori cosiddetti borghesi si deve venire a patti con i cosiddetti valori della cosiddetta classe cosiddetta borghese. Era un miracolo che riuscissi a capirlo.
In quel periodo io ero fidanzato con Morena, una ragazza straordinaria ma sempre a corto di soldi e che, non so per quale motivo, si ostinava a chiamarmi “abbello”. Una sera che dovevamo uscire a cena, passo a prenderla al solito posto sotto il viadotto, ma lei non c’è. Aspetto un po’, niente, non si fa vedere. Impegni di lavoro, mi dirà poi. Siccome però io avevo già prenotato in pizzeria e non mi andava di mandare tutto a monte, decido di chiamare una babysitter per farmi compagnia, tanto, penso, che problema c’è? I soldi glieli do e non deve neanche cambiarmi il pannolino. Solo che come babysitter chi mi arriva? Esatto.
Al tempo non sapevo chi fosse, appena mi rivela che è uno scrittore, cerco di capire meglio.   


Quindi lei è uno scrittore?

Cosiddetto.

Bello.

Ho pubblicato alcuni romanzi, racconti e altre cose.

Sembra divertente.

Lo è, finché uno ne ha la forza.

In che senso? Lei non scrive seduto?

Scriverei sdraiato se la macchina da scrivere sulle costole non mi togliesse il respiro. Ho provato, sa? Ma sono andato in coma. Mi hanno dovuto ricoverare d’urgenza al centro medico Grillparzer. Una vera scocciatura. Io non sopporto Grillparzer.

E com’è il coma?

Meglio.


In effetti non sembrava molto in forma. Stava tutto curvo, col berretto di lana, la coperta sulle ginocchia e due infermieri che gli praticavano una toracocentesi. Il rumore del liquido intercostale che sgocciolava nella bacinella sotto il tavolo era abbastanza fastidioso.


Beh, dopotutto si è tolto le sue soddisfazioni, no? Non è obbligato a continuare a scrivere. Perché non si gode la pensione e basta?

Ho cinquantaquattro anni.

Terrestri?

A me interessa solo pubblicare. Scrivo le mie cose su carta economica e poi mi ritrovo dei libri così carini da mettere in ordine sulla mensola. È per questo che ho diviso la mia autobiografia in cinque parti, per massimizzare i volumi.

Quindi non le interessa diventare famoso?

Ogni cosa è ridicola se paragonata alla morte.

Ah, non me ne parli.


Com’è semplice a volte avere a che fare con le persone. Uno pensa che uno stimato scrittore austriaco e un ragazzino brufoloso non abbiano niente da dirsi, e invece eccoli lì in pizzeria a parlare della stupidità della razza umana, dell’ipocrisia e della volgarità di ogni religione, di quanto sarebbe utile tagliare le orecchie a chi fa un figlio (parole sue) e del suicidio. Ah, il suicidio! La nostra grande passione comune.


Davvero non hai mai provato con le borse di plastica?

No!

Dovresti. Basta una borsa della spesa e un laccio emostatico, è veramente facile.

Sembra divertente.

Molto meglio dei barbiturici. L’ultima volta sono stato a letto quattro giorni.

No, sei pazzo? Se vuoi ti do i miei. Mi sono salvato solo perché erano scaduti.


Una persona davvero piacevole. Dopo la pizza gli ho proposto una grappa a casa mia, davanti a una puntata di Magnum P.I., ma Thomas era molto provato e preferiva tornare a casa a sistemare i suoi libri sullo scaffale. Poi, nei mesi successivi, ne ho letti alcuni e devo dire che non sono niente male. “Il respiro” è uno dei miei preferiti. Lo consiglio assolutamente a tutti quelli che quando sentono l’annuncio “allontanarsi dal binario due, treno in transito”, oltrepassano anelanti la linea gialla e poi si fermano incerti sull’orlo della banchina. È un libro eccezionale, fa l’effetto di una spintarella.

PRUDEMONTE

Tratto da “William Shakespeare – Frammenti ritrovati”
pp. 315-318 (Einaudi, 2001)


TESEO – Riponi l’arma!

PRUDEMONTE – Sono uomo onesto e di cuore aperto. Non vedo armi se non questa lama affilata.

ENOBARBO – Tregua signori, per pietà! Arriva il Re!

PRUDEMONTE – Venga pure. Ucciderò lui, la regina sua moglie, i suoi figli e i figli dei suoi figli, massacrerò i cortigiani e la servitù, i palafrenieri e tutti i cavalli delle scuderie, farò a pezzi anche il nobile nonno che con occhio amareggiato ci guarda da quella pittura a olio sul caminetto. Farò tutto questo, se necessario, e anche peggio finché la mia ira non sarà placata.

TESEO – Parole più odiose non avrebbe potuto pronunciare il diavolo in persona.

PRUDEMONTE – Tieni a freno la lingua, o te la stacco con un fendente.

ENOBARBO – Riponete le armi, signori! Vi scongiuro!

PRUDEMONTE – Difenditi, Teseo.

TESEO – In guardia!

PRUDEMONTE – Assaggia la mia spada!

TESEO – E tu prendi questo!

PRUDEMONTE – Ah! Para questo se ti riesce.

TESEO – Oplà.

PRUDEMONTE – Prendi, vigliacco.

TESEO – Ah!

PRUDEMONTE – Oh, ah!

TESEO – Ah! Prendi.

PRUDEMONTE – Ah!

TESEO – Tutto qua quello che sai fare? Ia-ha!

PRUDEMONTE – Ah, tieni questo!

RE – Che sta succedendo nella mia sala d’udienza?

ENOBARBO – Altissimo sire, il nobile Prudemonte, vostro pupillo, ha perso il senno! Straparla e sparge sangue innocente! Ha persino minacciato la vostra incommensurabile persona!

PRUDEMONTE – Taci per sempre, vile sicofante.

ENOBARBO – Ah, muoio!

RE – Deponete le armi nobili signori e risolvete la questione secondo il vostro rango.

PRUDEMONTE – Non prima di aver reso il dovuto a questa infame canaglia.

RE – Guardie, all’armi!

TESEO – Mi ha colpito! Son morto.

RE – Che hai fatto, sciagurato?

PRUDEMONTE – Giustizia, sire. Né più, né meno.

RE – Ma quale giustizia! Teseo era tuo fratello!

PRUDEMONTE – Voi mentite!

RE – Lo giuro sulla tomba della tua amatissima cagnetta, e questi sono i tuoi figli: Big Tits e Free Porn Movies.

BIG TITS – Ciao Papà.

FREE PORN MOVIES – Babbo.

RE – Per lunghi anni li ho tenuti nascosti nella cisterna dei salatini, insieme al conte di Gloucester e Giancarlo Pomata, rispettivamente tuo cugino in seconda e il compagno di banco del fratello di latte di Mardiano, che ancora non conosci.

PRUDEMONTE – Ah sì? Lodate la mia riconoscenza, Sire!

BIG TITS – Ah, son morto!

FREE PORN MOVIES – Son morto anch’io!

CONTE DI GLOUCESTER – Anch’io!

GIANCARLO POMATA – E anch’io!

RE – Che hai fatto?

PRUDEMONTE – E ora tocca a voi.

RE – Guardie! Presto! Soccorrete la mia regale persona!

GUARDIE – Che accade? Avete chiamato, Sire? Dove sono i francesi?

PRUDEMONTE – Questo per le vostre menzogne!

RE – Troppo tardi arrivate, miei valorosi soldati. Sono ferito a morte.

GUARDIE – Ma i francesi dove sono?

PRUDEMONTE – Ce n’è anche per voi, sapete?

GUARDIE – Ah! Siam morti! Addio.

RE – Crudele Prudemonte. A tutti i miei figli, eredi di questo vasto regno, ti ho sempre preferito. Al mio fianco ti ho sempre fatto sfilare, a testa alta, fra il tripudio delle folle, col destriero riccamente bardato e le vesti degne del più ricco dei sovrani di Persia (che, fra parentesi, è il tuo allenatore di sumo delle elementari). Sfrontato e altezzoso eri già allora, quando ti trovai in fasce sotto una frasca del mio giardino incantato. Ahimè, ho io dunque trascurato la gloria della mia stessa stirpe per essere tradito in questo modo indegno?

PRUDEMONTE – Ancora parli? Prendi questo!

RE – Muoio!

PRUDEMONTE – Vittoria!

VITTORIA – Eccomi, mio carissimo nipote. Santo cielo, che è questa carneficina?

PRUDEMONTE – Ho vendicato il tuo onore violato.

VITTORIA – Ma che dici? Io e Teseo eravamo sposati. Regolarmente sposati in chiesa, capisci? Volevamo farti una sorpresa.

RE – Stavo per dirtelo, ma tu... tu...

PRUDEMONTE – Stai zitto!

RE – Son morto.

PRUDEMONTE – Dimmi che non è vero, zia! Dimmelo!

VITTORIA – No, Prudy, è tutto vero.

PRUDEMONTE – Oh, quale beffa! Volevo vendicare la mia amata zia e invece cos’ho fatto? Ho ucciso un sacco di persone innocenti e per di più sangue del mio sangue, almeno stando a sentire quello lì.

RE – È Così.

PRUDEMONTE – La vendetta non porta da nessuna parte, è proprio vero, e la violenza chiama solo altra violenza, come un circolo vizioso, come un cane che si morde la coda. La mia cagnetta lo faceva sempre, mordersi la coda, dico, e infatti non è che abbia mai risolto niente, però era simpatica, mi faceva compagnia. Se gli uomini fossero come la mia cagnetta non ci sarebbero le guerre e i terremoti e tutte le altre cose brutte. Lei sì che mi capiva, e adesso dov’è? Dov’è? Sottoterra, morta, e non tornerà più! Mai più! Non torneranno più quei bei momenti! Dove sei Batuffolo? Dove sei? Perché non hai attraversato sulle strisce come ti avevamo insegnato io ed Enrico V? Perché? Perché? Perché? Basta. Mi uccido. Ah. Son morto.

VITTORIA – Tutto questo mi avvilisce. Ora mi applico al seno questo aspide crudele e la faccio finita. Ah, muoio.

RE – Lo stesso vale per me.


COSA REGALARE A SAN VALENTINO

Mancano solo cinque mesi a San Valentino e io non so ancora cosa regalarle. È difficile fare regali a chi conosci da tanto tempo: il libro gliel’ho già regalato, idem il dvd, il pensiero ben due volte e non è stato molto gradito, checché se ne dica. Una volta le ho regalato dei giochi di parole e la reazione è stata più o meno la seguente: fine della reazione. A volte penso che potrei regalarle dei fiori, ma sinceramente non ho mai capito a cosa servono. Che senso ha regalare un mazzo di fiori? Boh. E poi non vorrei ritrovarmeli per cena. C'è anche chi dice che la cosa più bella sia regalare dei soldi, così poi uno si compra quello che vuole, e secondo me è vero. Regalare degli oggetti precisi è rischioso, magari pensi di fare un piacere e invece stai solo dando un fastidio, come quelli che ti regalano un “bellissimo” portacandele artigianale e poi, quando vengono a trovarti, devi sempre ricordarti di andarlo a prendere in garage e metterlo sulla credenza. È molto fastidioso. Con i soldi invece non puoi sbagliare, così mi ero quasi convinto a farle trovare una busta con dentro un biglietto da 50 euro, magari accompagnato da una bella frase romantica tipo “50 euro per te, amore!”, ma poi ho notato che anche di questi biglietti ne ha già tanti, per cui niente, cosa le regalo? Perché deve sempre essere tutto così difficile? Ma San Valentino non aveva nient’altro da fare che fare regali alle fidanzate? Non poteva farglieli in silenzio?
Esco a fare un giro, forse un po’ di particolato ultrafine può aiutarmi a riflettere. Mentre cammino per strada, noto tutte queste persone immerse nelle loro faccende quotidiane e completamente ignare dell’imminenza di San Valentino. Pazzi.
Vado in palestra. Ho letto da qualche parte che fare ginnastica aumenta la circolazione dei neuroni nel sangue e questo è proprio quello di cui ho bisogno. Così entro in questo “covo di narcisisti senza dignità” (così si chiama la mia palestra) e subito mi metto agli attrezzi. Mentre sto facendo i tricipiti, noto che alla pectoral machine c’è Gino Strada.
“Ciao Luigi”, gli dico “ti spiace se ci alterniamo?”. Lui non sembra molto felice dell’idea, ma acconsente. È proprio vero che è una brava persona.
“Senti, Luigi”, gli dico “cosa potrei regalare a mia moglie per San Valentino?”.
“Sei sposato?”, mi dice lui.
“No”, gli dico io.
“Ah”, mi dice lui senza riuscire a nascondere un fremito di impalpabile perplessità che gli corse giù per la schiena come tante piccole briciole di ghiaccio pungente sotto il plumbeo cielo d’ottobre. Punto. Fine paragrafo. A capo.
Inizialmente mi parve perplesso, ma poi prese a cuore il mio dilemma e mi propose di danzare a casa sua. Timidamente, feci cenno di sì. “Feci”! Cazzo, lo sapevo! Cazzo! Ecco perché non uso mai il passato remoto. Ma come fanno gli scrittori a sentirsi a loro agio con tutti questi passati remoti? “Passati remoti”, giusto? O “passati remoto”? “Punti chiave”, “parole d’ordine”, “passati remoto”. Comunque, dico a Gino Strada di sì.
“Sì”, e aggiungo “danzerò per te”.
Lui alza i baffi in segno di pace e mi accompagna a casa sua a Borgo Panigale, dove ha un piccolo appartamento con vista sullo stabilimento della Ducati. Spettacolo. Mi fa salire in casa sua e in tinello trovo sua moglie Anna, una donna un po’ avanti con gli anni, diciamo 2065, molto gentile e ospitale, la quale mi spiega che loro bevono solo acqua del rubinetto perché è batteriologicamente più controllata dell’acqua in bottiglia. L’acqua in bottiglia, loro la usano solo per lavarsi le mani. In casa c’è anche la figlia Manila e un gatto di razza ariana di nome Osvaldo, molto cordiale e generoso. Subito mi offre un caffè (la moglie, non il gatto). Io le chiedo se per caso non ha una birra e lei mi accontenta senza problemi, peccato che me la porti calda, nera e dentro una tazzina da caffè.
“Zucchero?”, mi chiede.
Io guardo Gino Strada, perplesso, poi guardo di nuovo lei, poi guardo Gianfranco, poi Manila, poi fisso con attenzione Osvaldo che da quando sono entrato non mi ha mai tolto gli occhi di dosso. Lo sguardo di tutti sembra volermi dire una cosa sola: “chi cazzo è Gianfranco?”.
“Non metto lo zucchero” rispondo io, “ce l’avete un po’ di aspartame?”. Apriti cielo! Non l’avessi mai detto!
“Lo sai che l’aspartame è veleno?”, mi dice Anna (Anna, giusto?).
“No, signora”, dico io.
“Pensi di essere migliore di noi solo perché non metti lo zucchero nella birra?”, mi dice Gino Strada mentre addenta una prugna secca biologica del Commercio Equo e Solidale “lo sai quante vite ho salvato io, mercoledì?”.
“Non lo so” dico io.
“Spara”, dice lui.
“Boh? Mille?” dico io.
“Esagerato!” mi disse lui con la voce segnata da anni ed anni di avversità ed intemperie nei luoghi più infausti di questo sventurato eppur bellissimo pianeta che siamo soliti chiamare Terra sotto un cielo plumbeo di ottobre. Punto. Fine paragrafo. Musica malinconica nella testa del lettore. A capo.
E fu in quel momento che feci CAZZO NO! Basta! Feci qui, feci là… non se ne può più! Le regalo dei fiori. Ho deciso! In fondo è verdura.

ACCUDIRE, SBACIUCCHIARE E ISTRUIRE

Carla aveva un sogno. Non si trattava di un piccolo sogno qualsiasi come i sogni degli uomini qualsiasi, che hanno grandi ambizioni ma sogni così piccoli che possono stare comodamente in un cassetto. No. Carla aveva un grande sogno, un sogno mai concepito da nessun altro essere vivente in nessuna parte dell’universo, o almeno così lei credeva: fare un figlio. E non un figlio qualsiasi, ma un figlio di Carla in persona.
Carla aveva questo sogno e, cosa che la faceva sentire ancora più speciale, ce l’aveva fin da quando era bambina. A differenza di tutte le sue amiche che perdevano tempo a giocare con le bambole, lei faceva pratica con piccoli figli di plastica: minuscole figure umanoidi che Carla accudiva, sbaciucchiava e istruiva con apposite voci buffe. Carla si sentiva una bambina prodigio.


Vanessa.

Sì, signora maestra.

Cosa farai da grande?

La dottoressa.

Brava. E tu, Paola?

L’ingegnere.

Giorgia?

L’astronauta.

E tu, Carla? Tu cosa farai?

Un figlio.

Cosa?

Un figlio di Carla.


Ma come tutte le bambine prodigio, Carla non veniva capita. Tutti la deridevano e la trattavano come se fosse stata pazza, ma era solo perché non comprendevano la grandezza del suo sogno:



fare un figlio


Così tutti i giorni, appena aveva un po’ di tempo libero, Carla si dedicava scrupolosamente alla realizzazione del suo sogno, con la sistematicità e la meticolosità che sono indispensabili ogni volta che si vuole fare qualcosa di veramente grande, ardito e, mi sia consentito dirlo, cuccioloso. Che fosse Natale o un 3 marzo qualsiasi, Carla si chiudeva nel suo laboratorio segreto detto “cameretta” e, per ore e ore, sperimentava su se stessa tutte le tecniche di fecondazione che riusciva a immaginare: rannicchiarsi sotto il letto aspettando in silenzio; accarezzarsi i capezzoli con la spugnetta bagnata; mettersi tante piccole uova di salmone nelle orecchie invocando l’aiuto di Priapo. Purtroppo nessuno di questi esperimenti produceva il risultato sperato, vale a dire una minuscola figura umanoide, possibilmente non di plastica.
Tutto andò avanti così per molto tempo finché un giorno, all’età di circa ventidue anni, Carla non entrò in bagno e, del tutto casualmente, trovò suo cugino Sandro che si stava facendo la doccia. Per Carla fu una rivelazione. Senza apparire esagerati, si può dire che Sandro è stato per Carla quello che per Newton è stata la mela, l’unica differenza è il punto in cui mela e Sandro sono, diciamo, caduti. Così, dopo nove mesi di paziente attesa, qualcosa di rumoroso e dall’aspetto decisamente figliesco uscì finalmente dal corpo di Carla, sotto gli occhi partecipi della comunità scientifica: medici e infermiere tutti lì riuniti ad ammirare il faticoso risultato delle ricerche di Carla. Ora nessuno osava più ridere di lei. 
Quando Carla tornò a casa, venne accolta da tutti come colei che aveva strappato alla Natura uno dei suoi più rari segreti: l’origine della vita. Persino zia Irma, che sempre si mostrava fredda e tagliente nei suoi confronti, quel giorno si rivolse a lei con rispetto e, almeno così sembrava a Carla, una punta di invidia.


È meraviglioso. Veramente un amore.

È un figlio.

Brava Carla. Sei stata bravissima.

Non è difficile, zia Irma. Basta entrare in bagno quando Sandro fa la doccia. Il resto viene da sé.


Dopo alcuni giorni passati a riprendersi dallo sforzo, Carla pensò che fosse finalmente venuto il momento di mostrare anche all’opinione pubblica la sua eccezionale scoperta, così prese il figlio di Carla, lo mise in una specie di carrello da passeggio e lo trasportò fuori casa per esibirlo a tutto il mondo. Ma fu a questo punto che Carla ebbe una terribile sorpresa: appena fu in strada, notò che in giro c’erano tantissime altre persone, centinaia di persone, forse addirittura miliardi, che esibivano orgogliosamente un figlio del tutto analogo al suo. Evidentemente qualcuno le aveva rubato l’idea.

(Estratto da qui)

IL TAM TAM DELLA RETE

Nel corso della storia il pensiero umano ha prodotto una grandissima quantità di supereroi: Capitan Stati Uniti, l'Inconfondibile Hulk, i Fantastici Quattro o Cinque, più un’interminabile scarrettata di Qualcosaman. Con i supereroi la fantasia di fumettisti e sceneggiatori si è davvero sbizzarrita, quasi quanto quella dei preti. I loro superpoteri sono praticamente infinti: volare, sollevare cose pesantissime, respingere proiettili, volare, piegare cose durissime (e spesso anche pesantissime), volare, volare, volare e tante altre cose ancora, ma soprattutto punire i criminali. Punire i criminali è il sogno di tutti. Dà effettivamente una certa soddisfazione immaginarsi un tizio invincibile che punisce i cattivi e premia i buoni, e non nell’aldilà, dove sono capaci tutti, ma nell’aldiquà. Il fatto che sia vestito come un pagliaccio passa quasi in secondo piano. L'unica cosa che mi dà fastidio è che non ci sia nemmeno un supereroe che punisce i babbei. Com’è possibile? Ci saranno ottocentododicimila supereroi di ogni ordine e grado, e nemmeno uno che punisca i babbei? Perché i babbei devono farla franca sia nel mondo reale che in tutti quelli immaginari?
Per questo motivo ho deciso di inventare un supereroe come piace a me, un supereroe al servizio della razionalità, in perenne lotta contro i trasgressori della logica e contro tutti coloro che si ribellano all’evidenza fattuale, insomma uno che sistemi una volta per tutte i babbei.


La “S” sta per Sistemaibabbeiman.
Sistemaibabbeiman non vola, non solleva niente di particolarmente pesante e se gli spari muore, ma riesce a fare una cosa molto più inaudita e incredibile di tutti gli altri supereroi: far capire a un babbeo che è un babbeo. Il suo superpotere è la forza della persuasione. Anzi, potremmo chiamarlo “supersuperpotere”, visto che è molto più difficile persuadere un babbeo che superare la velocità della luce.


PERCHÉ METTONO IN PRIGIONE CHI NON FA UNA FATTURA E LASCIANO LIBERI GLI ASSASSINI!?

Mah... non mi risulta che in Italia ci sia molta gente in carcere per evasione fiscale.

PARLAVO IN GENERALE!


Ed è a questo punto, quando non sai cosa ribattere e ogni nesso logico sembra ormai perduto, che arriva Sistemaibabbeiman a bordo della sua sistemaibabbeimobile e affronta il babbeo senza nessuna paura di scendere al suo livello:


SARÀ PERCHÉ SEI UN BABBEO!


Boom! Il babbeo si rende istantaneamente conto che è vero, è proprio un babbeo, perché non se ne era mai accorto? Per tutta la vita aveva creduto che i babbei fossero gli altri, quelli che cambiano idea, e ora invece salta fuori che è lui. Questa rivelazione gli procura un profondissimo senso di vergogna che piano piano, giorno dopo giorno, lo consuma e lo fa diventare una persona insicura e restia a esprimersi in pubblico. Nemmeno ha più il coraggio di suonare il clacson.


CHISSÀ PERCHÉ L’AMERICA CHE HA LA BOMBA ATOMICA NON RIESCE A SCONFIGGERE L’ISIS!?

SARÀ PERCHÉ SEI UN BABBEO!

SE L’OMEOPATIA NON FUNZIONA PERCHÉ MIO ZIO È GUARITO DALLA FORFORA!?

PERCHÉ SEI UN BABBEO!

GUARDA CASO FANNO ANCORA LE MACCHINE A BENZINA ANCHE SE CI SONO GIÀ LE PALE EOLICHE!

BABBEO!


Bang! Pow! Diazepam!
Ma Sistemaibabbeiman ha un nemico giurato, un babbeo molto più potente di tutti i babbei del mondo: il Populista.


Benché il Populista sia a capo di tumultuose torme di babbei che manipola a suo piacere, non è lui stesso un babbeo, ma fa solo finta di esserlo. Infatti i babbei non sarebbero mai in grado di essere a capo di un bel niente, nemmeno di se stessi, per il semplice motivo che sono babbei. Così, per sconfiggere il Populista, Sistemaibabbeiman non può usare il suo supersuperpotere direttamente contro di lui, non funzionerebbe, ma deve agire sui suoi seguaci, persuaderli uno per uno facendo loro passare la voglia di avere delle opinioni. In questo modo il Populista, perso il consenso dei babbei, si trasformerà in una persona normale come tutte le altre e sarà costretto a cercarsi un lavoro. Sia chiaro, io un lavoro non lo auguro a nessuno, ma il Populista secondo me se lo merita.
Tutto sarebbe semplice e senza problemi, se non fosse che Sistemaibabbeiman ha un punto debole, una cosa che gli toglie tutte le forze e può distruggerlo per sempre: il tam tam della rete.

PERCHÉ UCCIDERE È SBAGLIATO?

Un giorno, mentre stavo affogando Giuseppe nel bidé, mi viene un dubbio: e se uccidere fosse sbagliato?


Giuseppe, secondo te sto sbagliando?

Gurglegurglegurgle!

È un “no”, vero?


Ma ormai il dubbio mi era venuto e uccidere la gente non era più divertente come prima. Non ci mettevo più l’impegno di una volta e alla fine mi ero ridotto a sparare a caso fuori dalla finestra guardando “Affari tuoi”. Lo so, è una cosa vergognosa, ma non è che ci sia molto altro in TV.
Mi annoiavo, dormivo male, litigavo con tutti. Persino fra me e Roberta c’era tensione.


Che cazzo vuoi? 

...

No, adesso tu mi dici che cazzo vuoi?

...

DIMMI CHE CAZZO VUOI!?


Roberta è la mia pianta grassa, in tre anni di convivenza non avevamo mai litigato. Non poteva andare avanti così, dovevo assolutamente sapere la verità. Chiedo aiuto a Google.

“uccidere è sbagliato”: 2750000 risultati.

“uccidere è giusto”: 18 risultati.

È così che ho scoperto che internet non serve solo per le donne nude.
È strano, ogni giorno ammazziamo migliaia di mucche, milioni di mosche, miliardi di batteri. No, dico, i batteri. Ogni volta che uno si lava le mani, per i batteri è l’olocausto, è terribile se ci si pensa. Per fortuna i batteri non si vedono e le bistecche non si lamentano. Cosa direbbe una bistecca se potesse parlare?


Ti puego, non mangiaumi.

Ma io ho fame.

Lasciami andaue.

Dai, solo un pezzettino piccolo piccolo e poi vai dove vuoi.


Perché le mucche sì, le mosche sì, i batteri sì e gli esseri umani no? Perché proprio gli esseri umani, i più divertenti? Dopotutto un uomo è solo un aggregato di atomi disposti in modo da essere un po’ più rumorosi del solito, se ammazzi uno gli dai solo una rimescolatina. Cosa c'è di male? Per esempio, magari adesso mia nonna è un succo di frutta.
Quando andavo a scuola mi hanno insegnato un sacco di cose, tutte vere e sacrosante, per carità, se no che senso avrebbe insegnarle? Sarebbe veramente crudele insegnare a un bambino delle cose non dico false, ma anche solamente dubbie.


Chi mi sa dire il quinto comandamento?

...

Su, è facile.

...

Vuoi dirmelo tu?

Il quinto?

Sì.

Non mettersi le dita nel naso?

Non uccidere.

Perché?

Mi spiace, non sono programmato per rispondere a questa domanda.


Ma a me questa domanda è sempre rimasta in testa. Nemmeno l’insegnante di religione mi ha mai saputo rispondere. Tutto quello che è riuscito a farfugliare mentre lo strozzavo con un laccio da scarpe è stato “oddio che dolore!”, tutto qui, nessun riferimento ai dieci comandamenti. Perché?



Che cos’è?





Un attimo.


Sì, ma perché?


Certo, l’anima... non sarebbe male. Scusa, anima, intanto che ci sei potresti farmi due uova con la pancetta, delle olive ascolane e un paio di bruschette?

Ti puego, lasciami andaue.

Perché parli come una bistecca?


La filosofia non è la cosa più adatta se si vogliono delle risposte, così sono passato al metodo empirico. Mi sono infilato in macchina e sono partito in cerca di uno da investire, uno rigorosamente qualsiasi perché se a queste cose ci si pensa troppo si rischia di uccidere qualcuno che se lo merita. Il primo che mi è capitato a tiro l’ho messo sotto. Niente di spettacolare, è stato come prendere un dosso artificiale, a parte i pezzetti di cervello sul parabrezza. Sono sceso dalla macchina, ho acceso una sigaretta e mi sono messo ad aspettare. Niente. Non succedeva niente. Avrò aspettato cinque minuti, dieci. Le frattaglie sparse sul cofano iniziavano ad attirare un certo numero di uccelli, ma a parte questo niente, non è successo assolutamente niente. Ovviamente non ci si può fermare al primo tentativo (un pensionato, un paraplegico, un bambino con le lentiggini), con la scienza ci vuole pazienza (un mendicante, una donna incinta, il Dalai Lama), molta pazienza (tutti quelli di ritorno da Lourdes e che nemmeno la Madonna se li è filati), troppa. Non so se uccidere sia giusto o sbagliato, di sicuro è molto faticoso.
Qualche giorno dopo me ne stavo in soggiorno cercando di farmi il nodo al cappio, ma siccome coi nodi non ci ho mai saputo fare, dopo un po’ lascio perdere e decido di suicidarmi con la TV. È una morte lenta ma indolore, si perde conoscenza a poco a poco e la morte cerebrale sopraggiunge mentre il corpo continua a fare zapping. Un sacco di gente muore così, e il giorno dopo va regolarmente al lavoro. Intanto che scorro i canali a un certo punto mi metto un dito nel naso, è una cosa che faccio sempre quando cerco di suicidarmi, mi rilassa, ma stavolta succede una cosa veramente strana: vedo il posacenere che si sposta di un centimetro. Com’è possibile? Così, da solo, come mosso da una forza invisibile. Sì, è vero, tutte le forze sono invisibili, sarebbe davvero fastidioso se la forza di gravità fosse rossa fosforescente. Premo di nuovo il tasto e intanto mi frugo piano piano nel naso. Il posacenere si muove di nuovo: destra, sinistra, destra, sinistra. Mai visto niente del genere, è qualcosa di veramente strano, molto più strano di Sandro.


Sentivo di essere vicino alla risposta. Il luogo recondito e misterioso dove si nasconde il valore della vita era finalmente a portata di mano. Studio giorno e notte tutto quello che ho in casa: i vecchi libri di scuola guida, le enciclopedie faticosamente raccolte in tanti anni di contrattazioni al citofono, persino le istruzioni della lavastoviglie, forse la cosa più difficile che abbia mai letto dopo il menù del ristorante indiano, e alla fine capisco.
C’è una piccola ghiandola a metà strada fra il coccige e la scapola sinistra, denominata ghiandola B o, secondo altri studiosi, ghiandola della seconda lettera dell’alfabeto. Ogni sera detta ghiandola secerne una sostanza che si diffonde in tutto il sistema linfatico e fa vibrare impercettibilmente i traghi dei padiglioni auricolari. Questo serve come richiamo sessuale per le zanzare, che, di notte, mentre dormiamo, si riproducono indisturbate nelle nostre orecchie.
La ghiandola che ci interessa è però la ghiandola A, detta volgarmente “naso”. Questa ghiandola non è proprio una ghiandola, ma più un piccolo acceleratore di particelle, e non parlo solo di particelle appiccicose. Forse non tutti sanno che il naso di ogni uomo è percorso da un continuo flusso di particelle elementari (elettroni, protoni, cose così) che escono da una narice e entrano nell’altra, continuamente, a velocità prossime a quella della luce. Quando la narice d'ingresso viene ostruita, il flusso si interrompe e le particelle vengono sparate fuori in linea retta dalla cavità rimasta libera. Nella maggior parte dei casi questo non produce alcun effetto macroscopico rilevante, a parte la formazione di piccole strutture chiamate “gatti di polvere”. Se però il soggetto in quel momento preme un tasto, la pressione esercitata sul dito attiva il campo magnetico del corpo umano, come predetto già nell’Ottocento dal misconosciuto astrologo tedesco Franz Anton Mesmer, e questo convoglia tutte le particelle nasali in direzione est-ovest. O ovest-est, non mi ricordo mai, comunque è questo che fa ruotare la Terra.


Gli esseri umani si mettono le dita nel naso e premono tasti in continuazione. Miliardi di persone che si frugano nel naso e premono tasti, frugano e premono, premono e frugano, continuamente, fin dalla preistoria. Cosa succederebbe se non ci fossero più gli esseri umani? L’attrito con l’etere fermerebbe la rotazione terrestre e le calotte polari si scioglierebbero, l’atmosfera evaporerebbe e tutta la flora terrestre sparirebbe per sempre, fra cui la genziana asclepiadea. Ecco perché uccidere è sbagliato.
Ora resta da capire perché sia sbagliato far sparire la genziana asclepiadea.

L’AMORE RENDE OTTUSI

Tanto tempo fa mi sono precipitosamente innamorato di una donna: Cristina Gnafaccio. Non che di solito io mi innamori degli uomini, non precipitosamente almeno, anzi non mi innamoro praticamente mai di nessuno, e non perché io sia insensibile, anzi sono una persona sensibilissima (lo dice sempre il mio dentista), ma perché non mi piace innamorarmi. Non mi piace sudare, non mi piace il mal di pancia e non mi piace innamorarmi. Trovo che sia un imbroglio della Natura, la quale, dietro all’apparenza degli “oh amore mio”, “oh mio amore amato” e “oh amato amore mio amoroso amante”, vuole solo servirsi del mio, diciamo, corpo per perpetuarsi. Alla Natura non importa niente del mio innamoramento, se sia per me fonte di benessere o di malessere, a lei interessa solo colonizzare il pianeta, colonizzarlo a più non posso, preferibilmente fino a farlo scoppiare. Quale sia il suo scopo io non lo so, verosimilmente nemmeno ce l’ha uno scopo, tutto quello che so è che appena uno si aperte virgolette innamora chiuse virgolette, la Natura lo trasforma istantaneamente in un grosso spray umano a emissione il più precoce possibile di spore colonizzatrici. E questo senza contare che “innamorarsi” è una parola orribile. Quasi peggio di “intrigante”, “sfizioso” e “bebè”. Un giorno mi piacerebbe parlare con quelli che inventano le parole e dirgliene quattro: “ti”, “spezzo”, “le” e “dita”. Alla fine ho detto “donna” solo per dare una rapida descrizione corporea di Cristina Gnafaccio, anche se, a voler essere proprio pignoli, io mica lo so se è davvero una donna. Non sono entrato a tal punto in confidenza con lei da poterle guardare nelle mutande. È una persona molto riservata, Cristina, e io sono rispettoso della privacy altrui. Se il mondo in cui viviamo ci tenesse veramente alla riservatezza delle persone, l’uso dei generi grammaticali sarebbe proibito. Per correttezza bisognerebbe usare il maschile con tutti. O il femminile. O ancora meglio bisognerebbe omettere la vocale alla fine di tutti i sostantivi, di tutti gli aggettivi e di tutti gli articoli. “Sei stanc? Hai un stran cer. Vuoi un t cald con biscott?”, così nessuno ci resterebbe male e la lingua diventerebbe finalmente abbastanza neutra da non urtare più la sensibilità di nessuno. Io ho detto “donna” solo per dire che esteriormente Cristina ha l’aspetto di una donna: mascella squadrata, naso grande e piatto, sopracciglia folte e una leggera peluria sul mento. Non era mia intenzione offendere. Inoltre il suo nome è femminile, per cui mi sono sentito autorizzato a chiamarla “donna”, sempre che il nome sia “Cristina” e non “Gnafaccio”, altrimenti cambia tutto. Purtroppo non sono mai entrato così in confidenza con lei da chiederle come si chiama.
Un giorno, mentre era in vacanza in un posto che non ha voluto riferirmi, le ho dichiarato il mio amore in ginocchio e con l’anello in mano, come prevedono le usanze delle persone per bene. Le ho anche citato a memoria tutto il testo di “All You Need is Love”, sia in avanti e che all’indietro, e sull’anello ho fatto incidere una bellissima frase che non ricordo. Faceva più o meno così: “amore” eccetera. Il giorno dopo ci siamo sposati, anche se lei non era presente per motivi di riservatezza. Il sindaco, però, mi ha assicurato che il matrimonio è comunque valido. Forse non tutti lo sanno, ma affinché un matrimonio sia valido non è necessaria la presenza della sposa, è sufficiente una delega firmata da lei stessa o da un parente stretto, e quale parente più stretto del futuro marito in persona? Lei è stata così gentile da mandarmi un messaggio di congratulazioni, trovando fra l’altro delle bellissime parole: “prugnole”, “frantoio” e “sorbetto”.
Col tempo ho imparato a conoscere meglio Cristina e ad apprezzarla per quello che è veramente. Non so che fine abbia fatto.

RODOBERTO, DRAMMA STORICO IN VENTISETTE PICCOLI ATTI

ATTO I
Campo di battaglia dopo la battaglia.
Un soldato ferito si aggira fra i cadaveri.

SOLDATO – Sono i tempi dell’ultimo sventurato regno di Ormondo XXXIX di Northumberland, quando l’umanità, dopo centocinquant’anni di guerre, miseria e pestilenze, dovette sopportare anche la crudeltà delle orrende schiere dei Sarpédoni.

ATTO II
Campo di battaglia durante la battaglia.
Sferragliare di spade, grida di guerra, scalpitii equini.

ATTO III
Reggia di Northumberland.
Ormondo XXXIX sul trono, i figli in ginocchio. Edgardo, ministro del Re, pettina i favoriti del suo sovrano.

ORMONDO XXXIX – Ho vissuto tanto a lungo per assistere a una così disonorevole disfatta? Rodoberto! Lepidauro! Barbanzio! Luigi! Figli tanto amati quanto indegni del nome che portate, fuggite via dai miei occhi! Se si ritroverà in alcuno dei nostri territori codeste vostre carcasse di banditi, per voi sarà la morte. Via, per Giove! E non ci sarà revoca per questo!

I figli si guardano sconcertati.

EDGARDO – Mio Signore, in verità abbiamo vinto.
ORMONDO XXXIX – Sul serio?
EDGARDO – Sì, mio Signore.
ORMONDO XXXIX – Allora festeggiamo! Edgardo, ti nomino Maestro degli Uffici.
EDGARDO – Mi ritengo altamente onorato, mio Signore, ma già godo di questo prestigioso titolo.

ATTO IV
Reggia di Northumberland, notte.
Coriandoli, piatti e bicchieri ovunque. Rodoberto e i fratelli si dividono le ultime pizzette.

RODOBERTO – In fede mia, oggi il vecchio mi ha fatto paura.
BARBANZIO – L’età si fa sentire.
LEPIDAURO – Forse qualcuno dovrebbe metterlo a dormire per sempre.

Rodoberto sfodera la spada.

RODOBERTO – Lepidauro! A tal segno osi dar voce al latrato maligno della tua lingua?
LUIGI – Cioè?

Lepidauro sfodera la spada.

LEPIDAURO – L’ho detto e lo ripeto: il vecchio va accoppato!
RODOBERTO – In guardia!
LEPIDAURO – Prendi questo!
RODOBERTO – A-ah!
LEPIDAURO – Tieni!
RODOBERTO – Oh! Ah!
LEPIDAURO – Oplà.

ATTO V
Fortezza di Antiochia.
Satràn Rudànta sul trono. Entra Enobarbo e si inginocchia.

ENOBARBO – Mio nobile Signore, Rodoberto ha assassinato il fratello Lepidauro.
SATRÀN RUDÀNTA – Raduna gli uomini, presto! All’alba marceremo contro i Mirmidoni!

ATTO VI
Palazzo reale di Ninive.
Sapore III sul trono, Tantalio in ginocchio.

SAPORE III – Raduna gli uomini! È arrivato il giorno di prendere Antiochia!

ATTO VII
Roccaforte di Abbiategrasso.
Massimiano il Numismatico sul trono, Boemio in ginocchio.

MASSIMIANO – Richiama subito le legioni sul Po. Al momento buono ci uniremo ai vincitori.

ATTO VIII
Reggia di Northumberland.
Ormondo XXXIX sul trono, Edgardo in ginocchio.

ORMONDO XXXIX – Senza zucchero, grazie.

ATTO IX
Foresta nera.
Rodoberto a cavallo.

RODOBERTO – Che vedono i miei occhi? È fumo quello! Chi si azzarda a vivere negli oscuri antri della Foresta Nera, dimora di orribili fiere e pestilenze atroci? Chi o cosa siete, esecrabili ombre della notte? Parlate! È Rodoberto che ve lo comanda!

ATTO X
Avignone, Palazzo dei Papi.
L’Antipapa sul trono, Luigi e Barbanzio in ginocchio.

ANTIPAPA – Le vostre lotte intestine non mi riguardano.
BARBANZIO – Ha ucciso il fratello e vilipeso il venerando padre!
LUIGI – Il venerando padre!
BARBANZIO – Va tratto in ceppi di fronte alla Suprema Inquisizione e processato con giustizia.
LUIGI – Con giustizia!
ANTIPAPA – A una condizione.
BARBANZIO – Parla, ti ascoltiamo.
LUIGI – Ti amo!
ANTIPAPA – Liberate Padre Urwick. Da venticinque anni langue in vile e mefitica prigione, tratto colà dall’immonda mano di vostro padre.

ATTO XI
Una piana erbosa. Scrosciare di acqua sorgiva.
Satràn Rudànta e Enobarbo a cavallo.

ENOBARBO – Northumberland è ancora lontana, mio Signore. Gli uomini hanno bisogno di riposo. Accampiamoci lungo le rive di questo placido torrente, la quiete e i profumi di queste campagne ristoreranno lo spirito e le membra dei soldati.
SATRÀN RUDÀNTA – Ben detto.

Continua a cavalcare come se niente fosse.

ATTO XII
Una tetra spelonca. Nel mezzo, un calderone che bolle.
I tuoni proiettano le ombre di tre donne decrepite.
Rodoberto sorseggia del brodo.

RODOBERTO – Quindi, se ho inteso bene, succederò a mio padre Ormondo XXXIX di Northumberland, Signore dei Mirmidoni, Re di Norvegia, reggente di Francia e Bielorussia, nonché sindaco di Varese.
OMBRE – Eh eh eh!
RODOBERTO – Ma quanto durerà il mio regno? Avrò eredi? Sconfiggerò Satràn Rudànta? Che ore sono?

ATTO XIII
Reggia di Northumberland.
Edgardo lucida la corona di Ormondo XXXIX. Barbanzio e Luigi in ginocchio.

BARBANZIO – Vedete bene, mio Signore, com’è fatto e impastato costituzionalmente di tradimento, e dopo questa infamia è fuggito.
ORMONDO XXXIX – D’accordo, fate di Rodoberto quel che volete, e intanto che ci siete sterminate tutti quelli che vanno per strada in canottiera e ciabatte. Non li sopporto. A me foglio, penna e sigillo!
EDGARDO – Subito, mio Signore.
BARBANZIO – C’è un’altra soluzione, padre.
ORMONDO XXXIX – Ti ascolto.
BARBANZIO – Ci serve Padre Urwick.
ORMONDO XXXIX – Giusto, che fine ha fatto?
EDGARDO – Mio signore, lo avete venduto ai Persiani per un secchio di burro fuso.
ORMONDO XXXIX - Ah, sì?
BARBANZIO – Questo è il disegno che ho in mente, udite bene: col mezzo di argomenti persuasivi ben mescolati a mielate parole, convinceremo Sapore III a renderci Padre Urwick.
ORMONDO XXXIX – Burro fuso, hai detto?

ATTO XIV
Carceri persiane.
Padre Urwick in catene e un arbusto ardente.

ARBUSTO – Ti ho detto di no.
PADRE URWICK – Non ne posso più!
ARBUSTO – No.
PADRE URWICK – A che serve la religione se non può nemmeno spezzare queste catene?
ARBUSTO - Devi imparare a cavartela da solo.

ATTO XV
Deserto di Bramanzia.
Sapore III e Tantalio a cavallo.

SAPORE III – Ma quelli non sono Barbanzio e Luigi? Là, su quelle rocce.
TANTALIO – Che vogliano assediare Ninive approfittando della nostra assenza?
SAPORE III – Non temere, ho affidato la città a mio figlio. Comunica ai soldati che proseguiremo per quel viale laggiù, quello ricoperto di ombrose betulle e costeggiato da un torrente di birra.
TANTALIO – Mio signore, è solo un miraggio.
SAPORE III – Obbedisci!

ATTO XVI
Palazzo reale di Ninive.
Un neonato sul trono.

ATTO XVII
Accampamento dei Mirmidoni.
Barbanzio e Luigi dormono. Entra Rodoberto e versa una fiala nell’orecchio di Barbanzio.

ATTO XVIII
Reggia di Northumberland.
Ormondo XXXIX e Edgardo.

EDGARDO – Mio Signore, i Sarpédoni hanno invaso la Turingia meridionale e marciano rapidamente su Northumberland.
ORMONDO XXXIX – Che è dove siamo noi, giusto?
EDGARDO – Sì.
ORMONDO XXXIX – Richiama Barbanzio e Luigi.
EDGARDO – Barbanzio, vostro figlio, è morto.
ORMONDO XXXIX – Allora lascia perdere. Invia subito un messaggero alla roccaforte di Abbiategrasso. Massimiano il Numismatico non tarderà a venire in nostro aiuto.
EDGARDO – Sì, Signore.
ORMONDO XXXIX – Edgardo.
EDGARDO – Sì?
ORMONDO XXXIX – Ti nomino Maestro degli Uffici.

ATTO XIX
Carceri persiane.
Padre Urwick e l’arbusto ardente.

PADRE URWICK – Ascolta, facciamo così. Tu fammi uscire di qui e io ti giuro che non t’importunerò mai più.
ARBUSTO - Nemmeno quando giochi a dadi?
PADRE URWICK  – Lo giuro.

ATTO XX
Avignone, Palazzo dei Papi.

ANTIPAPA – Ho un brutto presentimento.

ATTO XXI
Campagne della Turingia.
Satràn Rudànta coi suoi uomini.

SATRÀN RUDÀNTA – Avanti, valorosi soldati! Non dubitate della vittoria e, ottenuta quella, non dubitate di una generosa ricompensa! Siate arditi e spavaldi giacché il giorno del Grande Ripostiglio è vicino!

I soldati prorompono in un orrendo grido di guerra.

ATTO XXII
Mura di Antiochia.
Sferragliare di spade, grida di guerra, scalpitii equini.

SAPORE III – E questo lo chiamate un assedio? Forza, soldati, mostrate di che crudeltà siete capaci! Antiochia sarà nostra prima di cena!

ATTO XXIII
Roccaforte di Abbiategrasso.

MASSIMIANO – Ah ah ah!

ATTO XXIV
Reggia di Northumberland.
Ormondo XXXIX e Edgardo.

EDGARDO – Mio Signore, la lettera di Massimiano dice solo “Ah ah ah!”.
ORMONDO XXXIX – E così sia. Faremo quello che avremmo dovuto fare già da molto tempo: portami le armi, Edgardo, l’alabarda d’oro e l’elmo dal ricco cimiero. Abbatteremo noi stessi le orrende schiere dei Sarpédoni! Noi due soli, Edgardo, come ai bei tempi.
EDGARDO – Sì, mio Signore.

Edgardo è in tenuta da viaggio, con trolley, berretto e occhiali da sole. Esce di corsa. Il rombo di un aereo che decolla.
Entra Rodoberto.

ORMONDO XXXIX – Tu!

Rodoberto trafigge il padre con la spada.

ORMONDO XXXIX – Ti rubi la mia vecchiaia! Ma non m’è tanto doloroso perdere questa fragile vita quanto perdere i titoli di gloria che mi strappi vincendomi così. Mi ferisce i pensieri, questa perdita, non meno che le carni la tua spada. Ma i miei pensieri, schiavi della vita, e la vita, giocattolo del tempo, ed il tempo, che abbraccia col suo occhio l’intero mondo, devono aver fine.

Muore.

ORMONDO XXXIX – Muoio.

ATTO XXV
Campo di battaglia dopo la battaglia.
Un cadavere fra tanti.

CADAVERE – Per otto anni la terra ha bevuto il sangue dei suoi figli. Ora Rodoberto ha ricacciato i Sarpédoni di Satràn Rudànta nella desolata terra di Bramanzia, Sapore III ha preso Antiochia ma ha perso Ninive, Massimiano il Numismatico ha preso Ninive ma ha perso Abbiategrasso, l’Antipapa si è trasferito da Avignone a Saint Tropez senza un motivo preciso.

ATTO XXVI
Deserto di Bramanzia.
Luigi e Padre Urwick strisciano sotto il sole.

LUIGI – Si faccia forza, signor Padre Urwick. Solo altri ventidue giorni di viaggio e ci siamo.
PADRE URWICK – Usiamo i cammelli, ti prego!
LUIGI – I cammelli? A lei piacerebbe se dei cammelli le salissero in groppa?
PADRE URWICK – Beh... sì.
LUIGI – D’accordo. Al Hakim! Selim! Venite!

Due cammelli salgono in groppa a Padre Urwick.
Entra Rodoberto.

LUIGI – Ciao Rodoberto.
RODOBERTO – Ho un regalo per te, Luigi.
LUIGI – Per me?

Rodoberto trafigge il fratello con la spada.

LUIGI – Ma io non ti ho regalato niente!

Muore.

ATTO XXVII
Reggia di Northumberland.
Rodoberto sul trono, Edgardo gli pettina la barba.

EDGARDO – Ormai non v’è più spada di ribelle snudata, e ovunque sopra il vostro regno la pace innalza il suo ramo d’ulivo.
RODOBERTO – Un regno durevole.
EDGARDO – È la speranza di tutti i Mirmidoni.
RODOBERTO – È molto più di una speranza, Edgardo. Me l’hanno profetato le ombre della Foresta Nera: “Non devi temere fintanto che non vedrai una fioriera vuota a cavallo di un cinghiale albino dare lezioni di ricamo a tutto l’esercito di Cornovaglia”.  

Ridono sfrenatamente.

EDGARDO – Brindiamo!
RODOBERTO – All’inizio di un lungo e prosperoso regno!
EDGARDO – Che Dio vi conservi, mio Signore!

Bevono.
Entra una staffetta.

STAFFETTA – Mio grazioso Signore, dovrei dirti di qualcosa che giuro d’aver visto, ma non so come dirlo.
RODOBERTO - Fammi indovinare, si tratta di una fioriera, vero?

IL SIGNORE DI GIANCARLO

Quella mattina Giancarlo si svegliò tardi, colpito in testa da un riccio di castagna.


Promemoria per il futuro: mai dormire sotto i castagni.
Di solito lo svegliava il suo signore, l’illustrissimo Morcimone di Braganzio, signore di Braganzio e dintorni, comandante di Braganzio e console ad interim di Braganzio, il più blasonato cavaliere di tutta la Braganzia inferiore (e anche in quella superiore non è che fosse considerato poi tanto male), ma quella mattina il suddetto signore non c’era.


Forse si era allontanato per dar seguito a qualche bisogno corporeo, pensò Giancarlo, dopotutto anche i signori devono fare pipì. Stranamente, però, oltre all’illustrissimo signore non c’era più nemmeno la sua illustrissima roba: lo scudo, l’elmo, la bandiera coi disegnini e tutte le altre cose tipiche dei signori. Che fosse andato a fare pipì armato come in battaglia? E se sì, perché andarci a cavallo? Giancarlo si grattava con circospezione l’orecchio e intanto guardava le orme lasciate da Crinodonte, l’illustrissimo cavallo del suo illustrissimo signore, che si addentravano nel bosco. Di corsa.
A Giancarlo non piacevano i boschi. C’erano tante cose che non gli piacevano: il pane inzuppato nell’acqua, il freddo, il vento nelle orecchie, ma meno di tutto gli piaceva entrare nei boschi, soprattutto quando c’era freddo e vento come adesso. Meno male che almeno non stava mangiando pane inzuppato nell’acqua, pensò entrando nel bosco.
All’inizio sembrava notte, poi, man mano che gli occhi si abituavano al buio, continuava a sembrare notte. Mai visto un posto così buio.


Giancarlo cercò il suo signore dappertutto: dietro i cespugli, sugli alberi, sotto le foglie e dentro i ricci di castagna, non si sa mai, ma di lui non c’era traccia e anche se ci fosse stata di sicuro non l’avrebbe potuta vedere col buio che c’era. Lo cercò rispettosamente senza chiamarlo per nome per non disturbarlo, senza mangiare perché non ne aveva il permesso, in lungo e in largo per tutto il bosco senza mai perdersi d’animo, perché, va detto, non si può perdere quello che non si ha.
Quanto gli mancava. Porta la legna! Sì, signore! Svuota il secchio! Sì, signore! Pettina il cimiero! Sì, signore! Era così semplice obbedire e Giancarlo ringraziava il cielo tutti i giorni di essere nato Giancarlo e non signore.


Intanto che pensava a queste cose, sentì dei passi sulle foglie. Tutte le sue vertebre si misero a scodinzolare: fra gli alberi si muoveva una figura svelta, col petto in fuori e un’aria decisamente illustrissima. Giancarlo notò che era senza cavallo e senza armatura e che muoveva la testa in modo curioso, come a scatti. Forse il suo signore non stava bene? Aveva un aspetto terribile, tutto arruffato, con le gambe sottili da far paura e camminava in tondo come se stesse cercando qualcosa per terra. Era anche diventato stranamente piccolo, poco più grande di un animale da cortile, ma soprattutto Giancarlo non ricordava che avesse il becco e le penne. Infatti era un barbagallo.


Si avvicinò a quell’animale decisamente meno illustre del previsto e gli chiese se sapeva dove fosse il suo signore, ma il barbagallo disse di no, o almeno così gli sembrò di capire, visto che Giancarlo non conosceva la lingua del barbagallo e, va detto, nemmeno aveva mai visto in vita sua quella strana gallina che lì per lì aveva deciso di chiamare barbagallo. Chiese la stessa cosa a tutti gli animali del bosco, al rinocefalo, al bue bisonte, al cormoragno, al tritacervo, al rombotauro, all’ippostorno, al corvo irsuto e persino alla scontrosa oca perenne, ma la risposta era sempre la stessa: incomprensibile.
Erano ore che camminava, forse anni, e ancora non aveva trovato niente: un capello, un torsolo di mela, un panino col prosciutto... che fame, pensò, e si fermò a mangiare qualcosa: pane inzuppato nell’acqua.


Che fai? Gli domanda una voce.
Giancarlo alza la testa dalla scodella e si inginocchia all’istante. L’abitudine.


Mangio.

Sì, questo lo vedo. Chiedevo che fai qui, è pericoloso.

Davvero?

Non hai letto i cartelli?

Non si vede niente.

Esatto. È quello che c’è scritto.

Ah.

Seguimi!


A parlargli era una specie di cimice o forse uno strano uccello notturno a forma di cimice, fatto sta che si trattava chiaramente dello spirito del bosco. Capire quello che diceva richiedeva una certa immaginazione, ma era sempre meglio di niente.
Lo spirito, cosa molto gentile da parte sua, lo portò in una piccola radura senza alberi e lì Giancarlo vide una cosa incredibile che non avrebbe mai creduto possibile: il cielo era ancora al suo posto, esattamente dove lo aveva lasciato l’ultima volta. Era notte, ma in confronto a prima sembravano le due del pomeriggio. Sto cercando il mio signore, disse Giancarlo. Lo spirito del bosco gli si posò sul naso.


L’illustrissimo Morcimone di Braganzio.

Mai sentito nominare.

È qui da qualche parte.

Impossibile.

Ma ho visto le impronte entrare nel bosco.

Quelle erano le impronte dell’orsopardo.

Dell’orsopardo?

Sì. Il tuo signore è un orsopardo?

Non credo.

Allora qui non c’è.


Giancarlo fece di sì con la testa, ma solo per cortesia. Era una cosa troppo brutta per essere vera.


E sai per caso dirmi dove posso trovare questo “orsopardo”? Lo chiese con tutta la gentilezza che riuscì a simulare, ma lo spirito del bosco era già volato via senza nemmeno salutare. Tipico degli spiriti.
Giancarlo si sdraiò sull’erba bagnata. Solo cinque minuti, si disse. Il cielo era così limpido che si potevano vedere tutte le stelle conosciute e un po’ anche quelle sconosciute: il Melograno, il Ghiro Polare, la grande Nube Piumosa, il Copriletto... che sonno, pensò. Giancarlo diceva sempre quello che pensava.


La mattina dopo si svegliò tardi, colpito in testa da un riccio di castagna.

IL CURIOSO CASO DEL CANE DELL’AVVOCATO GIORGIO DIVERTICOLI

Ci sono tanti motivi per prendere un cane: fare felici i bambini, spaventare i ladri, cucinare qualcosa di diverso. All’avvocato Giorgio Diverticoli non interessava niente di tutto questo, lui voleva solo qualcosa di peloso da portare a spasso, qualcosa da redarguire e a cui far fare i bisogni in strada. In teoria non doveva essere per forza un cane, qualsiasi altra cosa pelosa sarebbe andata benissimo, un cane però avrebbe sicuramente dato meno nell’occhio, primo perché i cani sono facilmente trasportabili sulle loro pratiche quattro zampe e poi perché non sono triangolari. In poche parole un cane era esattamente quello che l’avvocato Giorgio Diverticoli aveva sempre sognato.


Ha sognato di nuovo un cane?

Sì, dottore.

Cosa faceva stavolta?

Niente di speciale: abbaiava, scodinzolava, giocava a backgammon.

Con chi?

Con un altro cane.

Capisco. Senta, ora le mostrerò un’immagine e lei mi dovrà dire la prima cosa che le viene in mente.


Una macchia di Rorschach.


Purtroppo l’avvocato Giorgio Diverticoli non si poteva permettere un cane. Non dico un cane di razza come sarebbe stato consono col suo lignaggio (i suoi nonni da parte di madre erano tutti setter inglesi), ma nemmeno un cane usato, uno di quelli con più di centomila chilometri e i rivestimenti con le bruciature di sigaretta. L’avvocato Giorgio Diverticoli non si poteva permettere proprio un bel niente. L’ultimo suo cliente risaliva ai tempi del praticantato, un pilota di Formula 1 accusato di eccesso di velocità.


Pertanto, vostro onore, il mio assistito non poteva essere a Monza quel giorno, essendo impegnato in un omicidio plurimo aggravato da futili motivi.

Un omicidio?

In Texas, vostro onore.


Non che l’avvocato Giorgio Diverticoli fosse un amante dei cani, anzi li odiava, solo che abitava a Bologna, e se a Bologna non hai almeno un cane non sei nessuno.
A Bologna tutti hanno un cane, è una specie di status symbol. Nel resto del mondo la gente sfoggia macchine, neonati e interventi di chirurgia estetica, invece a Bologna sfoggia i cani: viaggia a bordo di cani, partorisce cani e si fa le orecchie da cocker o le guance da bull dog. È una città a misura di cane, piena di odori, palline colorate e irresistibili zufoli, dove non c’è mai il problema di non sapere dove farla. Ci sono locali per cani, concerti per cani, ristoranti con dell’ottimo cibo per cani e università per cani. La gente sfila per strada col proprio cane lustrato e pettinato, pavoneggiandosi col sacchettino in mano, smaniosa di mostrare a tutti come si maneggi la merda. Nessuno esce di casa senza un cane. Le coppie di innamorati vagano assenti per chilometri trascinate dal guinzaglio finché non trovano un posticino tranquillo dove limonare tutti e tre in pace, le signore impellicciate vanno a teatro col cane e poi lo aspettano fuori, l’aperitivo si prende col cane in braccio o direttamente nel bicchiere, e la sera i punkabbestia e i poliziotti passano tutto il tempo ammassati in piazza Verdi a guardarsi in cagnesco mentre i loro cani conversano amichevolmente del più e del meno. A Bologna tutti, ma proprio tutti, hanno un cane, tutti tranne l’avvocato Giorgio Diverticoli.
Esasperato da questa condizione umiliante, un giorno l’avvocato Giorgio Diverticoli prende il ferro da stiro, lo ricopre con una vecchia parrucca e sotto ci mette le rotelle del carrello dei bolliti.


Amore, dove vai col ferro da stiro travestito da cane?

Si chiama Jambo.

Dove vai con Jambo?

È venuto nel mio studio col guinzaglio in bocca, non vorrai che gliela lasci fare sul tappeto?

Quello che chiami guinzaglio è la sciarpa che mi ha regalato mia madre?

Sul serio?

Sì.

Non pensavo fosse tua madre.

Avvocato Giorgio Diverticoli!

Dimmi, amore.

Non credo proprio che a Jambo scappi.

Come no? L’ho riempito con le mie mani.


Che sensazione meravigliosa! Camminare per via Indipendenza a testa alta, senza incrociare sguardi sprezzanti, occhi maligni, indici puntati, risa di scherno, pubblico ludibrio, schiaffi morali, battute pungenti e roast beef (l’avvocato Giorgio Diverticoli odiava il roast beef). È meraviglioso stare fra la gente sentendosi accettati, riconosciuti in un ruolo sociale preciso e apprezzato da tutti: badante di un cane. L’avvocato Giorgio Diverticoli aveva ormai dimenticato tutto questo, così prende il suo taccuino e annota questa sensazione meravigliosa:

“Sensazione meravigliosa.”

D’ora in poi annoterà tutto. In fondo aveva sempre avuto il pallino della scrittura, fin da quando scriveva le parolacce sui banchi di scuola o “ti amo Lorenza” davanti alla porta di una sua vecchia fiamma, una certa Tiziana.


Scusi, che sta facendo?

Oh, buongiorno, sto facendo fare pipì a Jambo, il mio cane. Jambo è il nome del mio cane. Sa, i cani ogni tanto vanno portati in strada a fare i bisogni e Jambo non è certamente da meno. Jambo è il mio cane, così l’ho portato fuori a fare pipì, oggi, Jambo, questo qui, il mio cane.

Mi stai spruzzando tutta l’acqua sullo zerbino!

Non è acqua! È pipì di cane!

Piantala!

Da bravo, Jambo, spostiamoci che il signore è un po’ sulle sue.

Ti avverto, fatti rivedere con quel coso e te lo spacco in testa!


A che serve avere un cane se quando pigi il tasto della pipì tutti si accorgono che è solo un ferro da stiro? A questo punto l’avvocato Giorgio Diverticoli aveva solo due possibilità: aspettare che a Bologna passasse la moda dei cani e arrivasse quella dei ferri da stiro, oppure annotare sul suo taccuino la terribile sensazione di quel momento.

“Terribile sensazione.”