ERNST WILHELM VON SCHWERTFEGER

Bach aveva tre grandi desideri: diventare compositore di corte, dimagrire, conoscere di persona Ernst Wilhelm Von Schwertfeger. Spesso ci si immagina che i grandi geni del passato avessero chissà quali aspirazioni: l’assoluto, l’infinito, l’estasi e altre cose più o meno geniali, ma questa è solo la caricatura dei geni. In realtà, se si legge la biografia di una qualsiasi di queste persone, ci si rende conto che i geni hanno gli stessi obiettivi delle persone comuni: avere successo, accoppiarsi, non morire e così via.
Per esempio, i motivi per cui Bach voleva tanto lavorare per un sovrano erano la paga, il prestigio e la possibilità di avere a disposizione dei musicisti veri, non gli studenti che gli toccavano alla Thomasschule. Bravissimi ragazzi, per carità, ma pur sempre studenti. Se la sua carriera non riusciva a decollare era soprattutto colpa loro, pensava, che facevano a pezzi tutto quello che componeva. Per non parlare del suo pubblico: calzolai, salumieri, casalinghe e in generale popolani bigotti che di musica non capivano un’acca. Eseguire la sua musica in chiesa non era certo la stessa cosa che eseguirla di fronte a una platea di aristocratici cresciuti a champagne e contrappunto. Bach avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di andarsene da Lipsia. Per fare colpo sul Re di Polonia, era persino arrivato a comporre appositamente per lui una messa cattolica, e c’è da scommettere che avrebbe composto anche una messa satanica se solo qualcuno gliel’avesse pagata bene.
Riguardo al dimagrire, questo era più un pallino di sua moglie Anna. A lui sarebbe piaciuto accontentarla, ma purtroppo faceva molta fatica a trattenersi dai piaceri del corpo, come dimostra l’elevato numero di figli: sedici secondo l’anagrafe, trentacinque secondo gli organizzatori.
Ma il suo più grande sogno, quello di cui parlava in continuazione, anche nel sonno, era sicuramente incontrare almeno una volta nella vita il grande Ernst Wilhelm Von Schwertfeger, uno dei più celebri compositori dell’epoca, conteso da tutte le corti d’Europa. Oggi questo nome è caduto nell’oblio, ma a quel tempo bastava dire  solo “Schwertfeger” e tutti sapevano esattamente di chi si stava parlando, un po’ come adesso dire “Madonna”, mentre quando si diceva “Bach” bisognava sempre specificare “Johann Sebastian”, se si parlava con uno di Lipsia, altrimenti “Joahnn Sebastian Bach di Lipsia”, se si parlava con un musicista, altrimenti “Joahnn Sebastian Bach di Lipsia il musicista non il veterinario”.
Bach conosceva a memoria tutta la produzione di Ernst Wilhelm Von Schwertfeger: i novantaquattro concerti, le centocinquantasei Passioni e le oltre quattordicimila cantate. Anche lui avrebbe potuto comporre tutte queste cose, pensava, invece era costretto a dare ripetizioni di Latino per arrotondare e così aveva composto solo tre Passioni, neanche la media di una per evangelista.
Bach aveva imparato i primi rudimenti del basso numerato proprio trascrivendo per organo i concerti di Schwertfeger e da allora era diventato un suo grande estimatore. All’epoca non c’era la SIAE e uno come Bach poteva tranquillamente comporre musiche derivate da lavori altrui senza dover pagare diritti che non poteva permettersi. Non era come oggi che se citi tre parole di Faulkner dicendo esplicitamente che sono di Faulkner in un film che non usa neanche un’idea di Faulkner ti becchi la denuncia dei figli dei cognati dei cugini di secondo grado di Faulkner. È successo a un mio caro amico.
Un giorno Bach viene a sapere che di lì a qualche settimana la tournée di Schwertfeger avrebbe fatto tappa a Erfurt, a pochi passi da Lipsia. Per la precisione novantatremila passi. Forse era il caso di scrivergli.


E che gli scrivo?

Scrivigli che lo ammiri e che ti piacerebbe conoscerlo. Non c’è niente di male.

Su, Anna, siamo seri, perché un artista del calibro di Ernst Wilhelm Von Schwertfeger dovrebbe degnarsi di ricevere un semplice insegnante di canto?

Allegagli qualche tuo lavoro, così capisce che siete colleghi.

Mi vergogno.

Non dirlo neanche per scherzo! La tua musica non ha niente da invidiare a quella di Schwertfeger, Breitmeyer o Helgostifelland Jr.

E poi non ho tempo, devo fare la Cantata per l’inaugurazione della nuova pensilina dell’oratorio.

Puoi riciclare qualcosa che hai già composto. Lo sai che non se ne accorgono.

Quindi gli scrivo?

Sì, acciughino.


Così Bach, dopo cena, va nel suo studio, prende un vecchio foglio di pelle di vitello lasciatogli in eredità dal padre e ricopia in bella grafia la lettera che teneva pronta da anni.

A Sua illustrissima e pregevolissima squisitezza Maestro Cavalier Dottor Ernst Wilhelm Von Schwertfeger, le cui lodevolissime e sublimissime opere, fine risultato dell’inarrivabile genio musicale Suo, gareggiano in perfezione, purezza, splendore e struggevolezza con le stesse armonie delle divine sfere celesti e, oso dire, talvolta vincono, rivolgo col rispetto e l’umiltà che sempre si devono a creature di tal levatura spirituale da farci dubitare che possano condividere la prosaica origine terrena nonché l’annessa e inevitabile caducità che è prerogativa dello sfortunato mortale quale lei è – creatura di tal levatura, non sfortunato mortale – rivolgo, dicevo, il più rispettoso e devoto accenno ad invitarla a conoscere di persona l’indegno scrivente di questa missiva che da sempre, forse ancor prima che la terra fosse adeguatamente separata dal cielo, ammira e contempla sopraffatto dall’abbarbaglio l’accecante bellezza della Sua musica. Ah, musica! Che inadeguata parola è questa per designare l’inarrivabile concentrato di meraviglie che Lei, novello Orfeo, crea instancabilmente con la Sua preziosa arte e si degna di elargire a queste nostre indegne e mai abbastanza pulite orecchie.
Azzardandomi a sperare in una Sua risposta, prendo congedo da Lei prostrandomi con tutta la mia anima ai Suoi piedi e, senza nessuna pretesa di far paragone con la Sua arte, mi permetto di allegarle la mia umile opera omnia.

il Suo umilissimo servo
Johann Sebastian Bach
Cantor & Director Musices di Lipsia

La risposta di Schwertfeger arriva dopo pochi giorni, dopotutto era una persona alla mano.

Ciao Pach. Vediamoci prima del concerto.

Bach arriva a Erfurt con tre giorni di anticipo, si compra una parrucca nuova, si fa lustrare accuratamente le scarpe (più volte) e, il giorno del concerto, si presenta all’ingresso del Teatro col vestito del matrimonio fresco di tintoria. Si sarebbe eseguito l’Ormondo XXXIX di Barbanzia, uno dei seicentoventiseimila drammi per musica di Schwertfeger, genere musicale col quale Bach non aveva mai avuto tempo di misurarsi. Per sicurezza, avendo paura di non essere riconosciuto, decide di tenere in mano un cartello col suo nome: Pach.
A pochi minuti dall’inizio del concerto viene annunciato che, a causa di un impegno urgente, il Maestro non è potuto recarsi a Erfurt, pertanto l’orchestra sarà diretta dall’assistente. Si augura al gentile pubblico un buon ascolto.

IL PIANISTA COL MIGNOLO

Gianni Strimpelli (1816 - 1901) era un pianista polacco. Anche se magari dal nome non si direbbe, era al cento percento pianista.
Oggi è difficile trovare informazioni sul suo conto, ma a suo tempo era davvero molto famoso, anche se non per il suo talento ma per la mancanza di un mignolo. Il destro, per la precisione.
Nella sua autobiografia racconta di averlo perso a dodici anni in un incidente pianistico: stava suonando una non meglio precisata bagatella in la minore di Beethoven, quando, del tutto inavvertitamente, il suo maestro di pianoforte gli chiude il coperchio sulle dita e, sempre inavvertitamente, ci sale sopra coi piedi e balla la mazurka. Sono dovuti intervenire i pompieri per farlo smettere. Le dita del povero ragazzo sembravano würstel bolliti, anche se non così buoni.
Gianni Strimpelli era sicuro che non sarebbe mai più riuscito a suonare nessuno strumento e già si vedeva costretto a fare il direttore d’orchestra, ma per sua fortuna i medici ebbero il coraggio di fare una cosa inaudita: ascoltare il paziente. Così, toccati dalla sua grande passione per la musica, decisero di trapiantargli le dita dei piedi. L’unico inconveniente era che lui non aveva tutte le dita dei piedi, ma gli mancava proprio il mignolo destro, perso qualche anno prima in un incidente organistico. Uno dei medici chiese allora se per caso non c’era qualche altra propaggine corporea che si poteva trapiantare al posto del mignolo, ma Gianni Strimpelli disse che nove dita andavano benissimo.
L’operazione fu un successo e Gianni Strimpelli divenne famoso in tutto il mondo. I suoi concerti erano richiesti nei più importanti teatri e la gente faceva la fila per poter assistere alle sue incredibili esecuzioni. Alcuni lo hanno persino paragonato a Chopin, non tanto per il modo di suonare ma per l’aspetto fisico.


Anche se, a ben vedere, era l’opposto di Chopin.


In realtà le sue esecuzioni pianistiche non erano niente di speciale. Certo erano corrette, precise e persino corredate da tutti i caratteristici ondeggiamenti della testa tipici dei grandi pianisti, ma lui non era un grande pianista. Purtroppo suonare non significa fare una performance sportiva, dove vince chi schiaccia più tasti nel più breve tempo possibile, ma significa interpretare. È come per gli attori: così come un bravo attore ti fa dimenticare che sta recitando, un bravo pianista ti fa dimenticare che sta suonando.
Ciononostante le masse affollavano i teatri per sentire questo incredibile pianista senza mignolo che suonava esattamente come un qualsiasi pianista col mignolo. Il suo grande successo dava molto fastidio ai musicisti dell’epoca, e non perché fossero invidiosi, o almeno non solo per quello, ma perché quest’uomo stava trasformando la musica in un fenomeno da circo. Il passo successivo quale sarebbe stato? Un pianista bendato? Una foca? Giovanni Allevi?
Nel 1852 a Liszt venne un’idea: comporre un concerto per pianoforte e orchestra dedicato a Gianni Strimpelli, un concerto per solo mignolo della mano destra. Il piano era quello di umiliarlo davanti a tutto il mondo e cancellare per sempre questo handicappato dalla storia della musica. Così, in soli tre giorni, Liszt compone il concerto e invita Gianni Strimpelli a Vienna per suonarlo di fronte ai più grandi intenditori del mondo. All’inizio Strimpelli è scettico, ma alla fine, attirato dalle false lusinghe di Liszt (“vieni”, “dài vieni”, “e vieni!”), si presenta a Vienna per “la grande umiliazione” (era il titolo del concerto). Strimpelli, che non era uno sprovveduto, per prima cosa chiede se per caso poteva suonare con la mano sinistra, ma, avuto il rifiuto sdegnato di Liszt, si giustifica dicendo che era solo una gag. Poi cerca di spiegare che il suo anulare è in realtà il mignolo, visto che per definizione il mignolo è il dito più esterno di una mano, ma Liszt non vuole sentire scuse e gli dice che per un grande pianista come lui non sarà certo un problema suonare quello che non può suonare. Gianni Strimpelli ha le spalle al muro.
Sale sul palco accolto da sonore pernacchie con le ascelle (al tempo si usava così). Tutto è pronto per la prima esecuzione mondiale del Concerto in Do# maggiore per orchestra e pianoforte per il solo mignolo della mano destra. “Mi raccomando la diteggiatura”, gli dice sottovoce Liszt. Gianni Strimpelli annuisce, sistema il sedile, si aggiusta con calma i polsini dello smoking e piange.

REDUCTIO AD ESSEREM UMANUM

Quando si parla di cose brutte, Hitler è senza dubbio il termine di paragone più usato in tutta la storia dei termini di paragone. Un tempo, quando sterminare la gente rientrava nelle normali mansioni di un sovrano, c’era molta più scelta: Pisistrato, Artaserse III, Nerone, eccetera, in pratica bastava dire un nome a caso e nove volte su dieci il paragone era calzante, oggi invece sembra che ci sia solo Hitler: “razzista come Hitler”, “dispotico come Hitler”, “senza navigatore di serie come Hitler” e così via, tanto che quando una persona adulta e non ragionevolmente sbronza nomina Hitler viene subito bollata come sempliciotta. Sempliciotta come Hitler, ovviamente. Nessuno può negare che il paragone sia abusato, eppure ha una sua logica: Hitler è un ottimo esempio di essere umano.
È un caso estremo, è vero, ma solo riguardo a tutto quello che è riuscito a fare, non riguardo a quello che sognava di fare. Se si considera solo quello che sognava di fare, Hitler è un caso perfettamente comune. Anche l’uomo comune vorrebbe tanto prendere a sberle chi lo contraddice, dare fuoco a chi non ha le sue stesse abitudini alimentari e, soprattutto, avere tutto il mondo ai suoi piedi, miliardi e miliardi di persone che lo applaudono e gli dicono quanto è fuori del comune. In pratica l’unica differenza fra Hitler e l’uomo comune è che Hitler ha realizzato i suoi sogni.
Hitler non è nato già dittatore, con l’uniforme, la svastica e tutto quanto, non è andato a scuola da dittatore e non ha giocato al Piccolo Dittatore, ma è stato un bambino come tutti gli altri. A volte è veramente difficile rendersi conto che certi soggetti sono stati anche loro bambini.


Eppure è così. Anche Hitler aveva le guance paffute, rideva come un matto quando lo zio gli faceva le pernacchie e voleva tanto bene alla mamma. Crescendo ha fatto il chierichetto come tutti, ha fumato le sigarette di nascosto come tutti e come tutti ha sbirciato nei bagni delle ragazze. Poi, da grande, è diventato un comico. Anche questo come tutti, solo che mentre tutti diventano comici involontari, lui è diventato un comico professionista. Questa è una cosa che le biografie non dicono, ma del resto non dicono nemmeno che era un grande tifoso del Milan, cosa che spiega i colori sociali del nazismo.
Per anni Hitler si è esibito nei piccoli locali di Linz e dintorni, spesso davanti a poche decine di persone e dividendo il palco con gruppi folk o spogliarelliste, ma riscuotendo sempre un certo successo fra i presenti. Il suo umorismo caustico e politicamente scorretto era molto apprezzato, soprattutto negli ambienti colti della borghesia. Certo non era una celebrità, ma il lavoro non gli mancava mai «e questa è la cosa importante» gli diceva sempre sua madre. Come tutti Hitler aveva bisogno di qualcuno che gli facesse coraggio.
I suoi pezzi forti erano le imitazioni di Chaplin e Mussolini, fuse insieme in un nuovo irresistibile personaggio, nonché le arzigogolate teorie del complotto con cui riusciva a spiegare tutto, dalla sconfitta nella prima guerra mondiale agli alluci non opponibili. Per esempio, la grande depressione era dovuta al complotto delle banche controllate dai poteri forti controllati dalla massoneria controllata dai bolscevichi controllati dai tassisti controllati dagli alieni controllati dagli ebrei. Ogni complotto finiva immancabilmente con gli ebrei, erano il suo tormentone. Hitler diceva cose terribili sugli ebrei, ma questo non disturbava nessuno. Dopotutto era un comico. Tutti si divertivano da morire quando faceva la gag del rabbino al forno o si accendeva la pipa coi libri di Voltaire e Hobbes. Il pubblico aumentava di sera in sera e i giornali locali iniziavano a notarlo, così un giorno Hitler decide di fare il salto di qualità e presentarsi davanti a una grande platea: non studenti fuori corso o intellettuali più o meno di sinistra, ma gente normale. Allora si dà da fare e con l’aiuto di alcuni sponsor riesce a organizzare uno spettacolo in piazza a Norimberga, una cosa in grande stile, con scenografie, costumi e tutto.
Quando sale sul palco si trova davanti trentamila persone. Non cento o mille, ma trentamila: sessantamila occhi, seicentomila dita, chissà quanti peli del naso. Una persona normale sarebbe probabilmente svenuta, invece lui no, lui ha preso il Lexotan. Hitler inizia subito con uno dei suoi cavalli di battaglia: il monologo dei complotti. «Bisogna sempre partire col botto, dare la sveglia al pubblico» gli ha spiegato il suo consulente artistico (adesso aveva anche un consulente artistico). «E mi raccomando urla. Urla sempre». Il monologo riesce alla perfezione: i tempi sono giusti, la recitazione impeccabile, l’orchestra accompagna tutte le sue piroette e le sue smorfie come in un cartoon della Warner, eppure la gente non ride. Però applaude. Applaude così tanto che sembra voglia sbriciolarsi le mani. Hitler sulle prime è perplesso. Vorrebbe togliersi i baffetti adesivi e gridare «ehi, guardate che sto scherzando!» invece si presenta alle elezioni e prende il 37%.

AUTONIENTE

Inauguro un nuovo genere letterario: l’autobiografia di chi ha tanta auto, ma poca biografia.

GIANDOMENICA PAPPALAZZI
Scrittrice, artista, pedone e molto altro, è nata a Budrio nell’anno 1 d.G.P., dove si è laureata con una tesi su se stessa dal titolo “110 e lode”. Dopo gli studi ha insegnato italiano al gatto e ha svolto con profitto l’attività di imitatrice di scrittori famosi. Si è occupata anche di legalità e galateo, ed è una dei più attivi membri dell’associazione “Giandomenica Pappalazzi for president”, fondata da sua madre e dall’imitazione di Umberto Eco. Scrive romanzi, racconti, poesie e molte altre combinazioni di parole. I suoi testi, dopo un’attenta e accurata selezione, hanno avuto l’onore di essere pubblicati integralmente sul prestigioso sito www.giandomenicapappalazzi.org. Nel tempo libero si dedica a varie attività corporee senza scopo di lucro, quali: alzarsi dal letto, camminare in tondo, rotolarsi sul tappeto.
Vincerà il Nobel.

PROSERPINA BURCHIONE
Nata a Trogolo Sbudella, città d’arte, ha frequentato un master quinquennale presso le scuole elementari di Chiappano. Qui, sotto la guida del maestro Carlo, si è subito distinta per l’ortografia e la sorprendente pulizia delle unghie. Grande esperta di Molise, una delle regioni d’Italia meno esplorate, è dotata di occhiali molto costosi e di uno spiccato senso dell’orientamento. Segue principalmente due ambiti espressivi: la letteratura gestuale e la musica del corpo, ed è proprio in quest’ultima disciplina che ha raggiunto i maggiori risultati: sulle orme dell’enciclopedismo bachiano ha sistematicamente esplorato tutte le possibili sonorità ottenibili da combinazioni di legumi, latticini e antibiotici, ottenendo svariati riconoscimenti anche da parte di persone diverse da se stessa. Ha inoltre tenuto numerose conferenze telepatiche dal loggione del Teatro Regio di Parma.

GIUSEPPE SPIPPOLI
Ha frequentato il Liceo Scientifico “Michelangelo”, uno dei più grandi artisti di tutti i tempi, dove ha fatto scalpore con il suo rifiuto di conseguire la maturità per protesta contro la sua non ammissione alla maturità. Personalità eclettica e poco incline al conformismo, ha collaborato per diversi anni con il Mart di Rovereto, per il quale ha realizzato memorabili performance artistiche come la pulizia dei vetri, il passaggio dello straccio e la rincorsa del topo. Una delle sue opere più controverse e provocatorie gli è costata l’estromissione dal museo: la pennichella nel ripostiglio. Attualmente la sua attività artistica si divide fra la pittura delle unghie della madre, la realizzazione di sculture in mollica molto apprezzate dai commensali e la progettazione di numerosi castelli in aria.

MARIO SMANAZZONI
Si forma come mangiatore di cozze presso il ristorante “Nuova Lipari” di Montefiascone, ma è nel campo dell’audiovisivo che riesce a esprimere appieno la sua creatività. Ha studiato Teoria del Cinema presso le più importanti tv italiane (Rai 1, Rai 2 e così via), apprendendo rapidamente l’arte del montaggio col telecomando. Ha scritto, diretto e interpretato vari film per il popolare network Youtube. Così scrivono di lui:

polly9000: uhauahuahauha

glaubritius: noooo mii!!!!1!!!11 grande

fede98: <3

Nel 2008 ha partecipato alla Mostra del Cinema di Venezia in qualità di spettatore, e ha avuto l’onore di conoscere personalmente uno dei più grandi attori della storia del cinema: Lando Buzzanca, il quale, su un foglietto strettamente riservato, gli ha confidato: Lando Buzzanca.
Possiede una bicicletta da corsa.

FABIO GENIALE
Nome d’arte di Fabio Flipper. È sposato con una donna laureata in filosofia, gode di buona salute e ha un cane di nome Mendeleev. Scienziato e artista allo stesso tempo, ha compiuto numerose ricerche in ambito riproduttivo e ha realizzato opere in acqua e carbonio di pregevolissima fattura: Giuseppe Flipper, Laura Flipper e Elisabetta Flipper, quest’ultima dotata di piedi con sei dita. Sperimentale. Alcuni suoi spermatozoi sono usciti sulle più importanti riviste di moda e biancheria intima lasciando un segno indelebile.
Ha inventato il sesso nasale.

LORIS BUSATTO
Loris Busatto.

UN TEMA PIÙ DIFFICILE

Federico II di Prussia aveva tutto per essere felice: un bel castello, una moglie obbediente e tanto tempo libero. La mattina si alzava quando voleva, pranzava e cenava come al ristorante, giocava a Risiko con gli esseri umani e tutti lo chiamavano “Federico il Grande”, anche se era alto solo uno e sessantadue. Ciò nonostante Federico II era sempre di cattivo umore. Nessuno capiva perché, nemmeno il suo psicanalista.


Perché siete di cattivo umore, Maestà?

Non sono di cattivo umore, imbecille.

Giusto, Maestà. Perché siete di buon umore?

E a te che ti frega?

Sono il vostro psicanalista.

Tu?

Per servirvi, Maestà.

No, tu sei il mio cavallo.

Sì, Maestà.

Nitrisci.

Iii-ih, Maestà.


Federico II era un uomo con tante qualità. Per esempio suonava il flauto molto bene e sapeva comporre sonate, concerti e un po’ tutti i generi musicali dell’epoca. Certo niente di eccezionale, ma era comunque musica piacevole e scritta con una certa intelligenza. Il suo maestro Johann Joachim Quantz, il più grande flautista del Settecento, gli faceva sempre moltissimi complimenti, tutti alla modica cifra di duemila talleri l’uno. Chiunque sarebbe stato soddisfatto di sé, chiunque tranne Federico II.


Buonanotte, amore.

Buonanotte, Elisabetta Cristina di Braunschweig-Wolfenbüttel-Bevern.

Non vieni a dormire?

Suono ancora mezz’ora e poi arrivo.

È un po’ tardi.

Non vorrai lamentarti della bolletta delle candele? Posso permettermela, okay?

Veramente non ho detto niente.

Ma l’hai pensato.

Perché sei sempre di cattivo umore, Federico?

Primo: io non sono di cattivo umore, secondo: sei licenziata.


Suonare era l’unica cosa che lo faceva stare veramente bene. Quando suonava si dimenticava di tutto: mogli, diplomatici, eserciti, tutto quanto. Ogni pensiero spariva e lui non era più Federico II di Prussia, ma un flauto. Era così riposante essere un flauto: le note uscivano da sole senza nessuno sforzo e non c’era niente a cui pensare, bisognava solo ascoltarsi. L’unico problema era che quando smetteva di suonare il cattivo umore era ancora lì, seduto in poltrona con le gambe incrociate.


Allora, Maestà, andiamo a dormire?

No.

Le mie dita non rispondono più ai comandi.

Certo, le tue dita rispondono ai miei comandi.

Sì, Maestà.

Suonami ancora questo pezzo e poi vai dove ti pare.

È una nuova sonata?

L’ho finita ieri. Mi raccomando i ritornelli.

Sì, Maestà.

Tutti da ripetere quindici volte, come piace a me.


Un altro dei tanti privilegi di Federico II era che al suo servizio non aveva un clavicembalista qualsiasi, ma un figlio di Bach in persona, e non Gottfried Heinrich, quello ritardato, ma Carl Philipp Emanuel, per gli amici Cipié. Gli aristocratici erano così, sperperavano i loro beni in arte e sapere, invece i governanti democraticamente eletti li sperperano in calcio e puttane.


Allora, Cipié, ti è piaciuta?

Le vostre sonate migliorano a vista d’orecchio, Maestà.

Hai notato il tema dell’allegro? È ricavato dalla mia iniziale? F F F F F, pausa, F F F.

Bellissima sonata, davvero. Non al livello di quelle di mio padre, ma molto bella.

Oh, scusa. Mi si è accidentalmente spaccato il flauto sulla tua testa.


Non importa quanti soldi hai, quante guerre hai vinto, quanta gente ti aduli, basta che uno abbia un capello in più di te e subito esplode l’invidia, ma silenziosamente, senza che l’invidioso se ne accorga. L’invidioso non è come il Salieri di Milos Forman che si rotola per terra urlando “dio mio, quanto sono invidioso!”, l’invidioso non sa di essere invidioso, sa solo di essere di cattivo umore. Questo perché l’invidia non è la conclusione di un ragionamento ma uno stato d'animo, e come tutti gli stati d'animo arriva senza chiedere il permesso e si installa davanti agli occhi come un paio di occhiali arancioni. Per l’invidioso non è lui a essere invidioso, è il mondo che è arancione. L’invidia non si manifesta come desiderio della cosa invidiata, ma come astio verso chi la possiede, un astio completamente irrazionale a cui l’invidioso cerca di dare motivazioni posticce: “si dà un sacco di arie”, “ha una risata fastidiosa”, “le sue fughe sono tutte scopiazzate da Händel”, eccetera. Se Bach fosse stato un Regno, Federico II gli avrebbe dichiarato guerra, ma come si poteva dichiarare guerra a un povero vecchio? I libri di storia avrebbero fatto molta fatica a descrivere con la necessaria enfasi l’impresa eroica di Federico il Grande che con soli mille uomini espugna l’appartamento del povero vecchio: la gloriosa Guerra dei Sette Secondi. I posteri non avrebbero capito. Quindi che fare?
Se Federico II avesse ascoltato con attenzione la musica di Bach e si fosse detto “Bach è meglio di me”, allora non sarebbe stato invidioso, magari sarebbe stato triste, frustrato, avvilito o al contrario stupito, incuriosito, stimolato, ma di sicuro non invidioso. Quello che gli rovinava la vita non era il desiderare un talento che non poteva avere, ma l’avere paura di desiderarlo, quindi finché poteva cercava di non ascoltare Bach, e quando proprio non poteva non ascoltarlo cercava di convincersi che non valeva un gran che. Tutto questo preventivamente, cioè senza essersi mai esplicitamente chiesto se veramente volesse essere Bach. In un certo senso l’invidioso invidia tutto, sia le cose che vuole sia quelle che non vuole, perché la sua invidia lo annebbia prima che possa farsene un’idea.
La sera del 7 maggio 1742, Johann Sebastian Bach viene invitato a esibirsi in pubblico nel palazzo d’estate di Federico II a Potsdam. Federico II lo accoglie nel modo più cortese possibile e subito ordina che gli vengano portate le pattine migliori, ma siccome Bach fa molte riverenze e continua a inginocchiarsi, gli fa portare un paio di pattine anche per le mani, in modo che possa entrare nella sala da musica camminando comodamente a quattro zampe. Nella sala ci sono tutti: musicisti, ufficiali, nobildonne e tutta un’indistinta tappezzeria di intellettuali a caccia di uno stipendio (questi non mancano mai). Il piano di Federico II era semplice: dare a Bach un tema, chiedergli di improvvisare una fuga e far vedere a tutti che non era capace, ah ah ah (“ah ah ah” faceva parte del piano). Per sicurezza il tema doveva essere opportunamente lungo, incoerente, irregolare e pieno di cromatismi.


Bach lo ascolta senza fare commenti e subito si siede al clavicembalo.


No, non lì.


Federico II gli indica un altro strumento, una cosa mai vista: una specie di cassa da morto a rotelle, coi pedali come un organo ma meno numerosi di quelli di un organo, e una strana tastiera coi tasti tutti invertiti, quelli bianchi neri e quelli neri bianchi. Cioè un pianoforte. Bach interpreta tutto come un segno di grande considerazione nei suoi confronti, dopotutto solo al musicista migliore si possono chiedere certe cose. Si siede al piano e senza neanche prendere fiato attacca la fuga.
Non solo quel vecchio mezzo cieco e con le dita a forma di würstel riesce a improvvisare una fuga coerente, ma quella fuga era anche, particolare non trascurabile, meravigliosa. Non era tutta un plin plin come la musica che si sentiva in giro, piacevole quanto si vuole ma pur sempre un plin plin, quella musica era un discorso, un bellissimo dialogo a tre voci con le note al posto delle parole.


Non male, ma una fuga a tre voci sono capaci tutti.

Vostra illustrissima Grazia, tre voci è il numero adatto per un tema come quello che vi siete magnanimamente degnato di sottopormi, tema peraltro eccellente.

Basta coi convenevoli, vecchio. Suonami una fuga a quattro voci.

Ne sarò onoratissimo, Vostra Imperitura Sovranità.

Volevo dire cinque.

Cinque voci?

Troppo difficile?

Farò del mio meglio, Vostra Impareggiabile Simpatia.

Sei.


Scrivere una fuga a sei voci è come fare venti metri al salto con l’asta senz’asta, improvvisarla significa semplicemente violare le leggi della fisica. Bach, che era molto rispettoso delle leggi della fisica, chiede cortesemente il permesso di tornarsene a casa per poter degnamente soddisfare quella “interessantissima” richiesta. Federico II acconsente e, volgendosi verso i suoi ospiti, proferisce solennemente le seguenti parole “ah ah ah!”.
Ma l’euforia dura poco. Già il giorno dopo il morale di Federico II se ne era tornato diligentemente al suo posto. Era come se da qualche parte nel suo cervello, in un angolino buio e irraggiungibile sotto strati e strati di cavilli, mascheramenti e autoraggiri, si nascondesse la verità. E la verità era: Bach è meglio di me. Dopo una settimana stava peggio di prima: non dormiva, non mangiava, non impiccava, non faceva più niente, non riusciva nemmeno a suonare. Ogni volta che prendeva in mano il flauto si vedeva subito davanti la faccia di Bach e gli passava la voglia. Avrebbe dovuto dargli un tema più difficile. Per distrarsi un po’ non sapeva se andare quindici giorni al mare o dichiarare guerra alla Sassonia. Purtroppo quello che Federico II non sapeva era che l’unica cosa che poteva veramente tirarlo su di morale era scendere in quell’angolino buio e riesumare la verità, magari avrebbe scoperto che non era poi così desiderabile essere un vecchio cieco, obeso e un po’ bifolco. Magari avrebbe scoperto che alla fine è molto meglio ascoltare Bach che esserlo.
Il colpo di grazia arriva a metà luglio, quando il postino di corte gli consegna con la massima urgenza un manoscritto da Lipsia.


Lipsia, hai detto?

Sì, Maestà.

Non è per me.

Ma c’è scritto “a sua Maestà Re di Prussia Federico II”, guardi.

No, non c’è scritto “Federico II”, c’è scritto “Federicoii”.

Federicoii?

Sì.

E chi sarebbe?

Non ne ho idea, sei tu il postino.

Quindi voi non siete il Re di Prussia, Maestà?

No.

E chi è, allora?

Sei tu.

Io?

Sì, non sei contento?

Non saprei...

Vedrai come sarà felice tua moglie.

Io non sono sposato.

Bravo, ancora meglio. Ora fuori dalle palle, Maestà


La mattina dopo Federico II si ritrova il manoscritto a colazione, infilato sotto il vassoio dei krapfen. Siccome Bach era una persona molto scrupolosa, ne aveva data una copia anche a Cipié. In quel manoscritto non c’era solo la fuga a sei voci, ma anche una sonata per violino e flauto e una serie di canoni in cui il tema originale veniva trattato e combinato in tutti i modi possibili, e anche un po’ in quelli impossibili, come se si fosse trattato di un motivetto qualsiasi. In pratica Bach lo stava sbeffeggiando. Come aveva fatto a scrivere tutta quella roba in appena due mesi quando lui aveva impiegato tre settimane solo a scrivere il tema? Sicuramente non doveva essere un gran che come musica, peccato non avere il tempo di verificarlo. Federico II si alza da tavola coi baffi ancora sporchi di caffelatte e va a mettere quei preziosissimi fogli al sicuro nell’immondizia. Mentre sta per aprire il bidone nota però un piccolo canone a due voci, abbastanza breve da poter essere apprezzato con un solo colpo d’occhio, un piccolo e apparentemente innocuo canone in cui una voce viene sovrapposta alla versione retrograda di se stessa e, cosa strana, funziona.


Visto che roba, Maestà?

Buongiorno, Cipié.

Questo canone è uguale sia suonato da sinistra a destra che da destra a sinistra.

Non ha proprio un cazzo da fare tuo padre.

L’ha composto mentre faceva la doccia.

Il tema era troppo facile.

Mio padre dice che la musica non è una gara di bravura.

Oh, scusa. Mi si sono accidentalmente spiaccicati tutti i krapfen sulla tua faccia.


Bach non aveva neanche chiamato la fuga “fuga”, ma “ricercare”. Che vecchio pedante. Federico II aveva impiegato tutto il pomeriggio solo a scoprire cosa volesse dire (al tempo non c’erano Google e Wikipedia, altrimenti ci avrebbe messo molto di più). Anche se il manoscritto conteneva l’acrostico RICERCAR: Regis Iussu Cantio Et Reliqua Canonica Arte Resoluta, Federico II sapeva bene che in realtà Bach voleva dire: Re Incapace e musiCalmente poco dotato lascia pERdere la musiCA e datti a qualcosa più alla tua portata, tipo il paRrucchiere.
A questo punto non restava che una cosa da fare: un tema più difficile.


(Teoria)

COCCODRILLO PAPALE

Siccome non ho più voglia di aspettare, pubblico adesso il mio coccodrillo sul Papa. Tanto cosa cambia? Anche i giornalisti ce l’hanno già pronto, solo che non hanno il coraggio di pubblicarlo. I giornalisti hanno un coccodrillo pronto per chiunque, devono solo riempire il form con nome, cognome e professione: “è prematuramente [eufemismo di morto] il più grande [professione] di tutti i tempi”, “con il suo lavoro ha radicalmente cambiato il modo di concepire [una certa cosa inerente al suo lavoro] in tutto il mondo”, “lascia la moglie e [n] figli”, eccetera, eppure aspettano che uno muoia veramente, come se quello che c’è scritto su un giornale c’entrasse qualcosa con la realtà. Ma come? Scrivi che sono arrivati gli ufo e non scrivi che il Papa è morto? Che senso ha?

È prematuramente evaporato in mille bollicine iridescenti Joseph Alois Ratzinger, il più grande prete di tutti i tempi. Grande esperto di metafisica medievale e profondo conoscitore di travestimenti natalizi, con il suo lavoro ha radicalmente cambiato il modo di concepire il fetish in tutto il mondo.


Eletto Papa nel 2005 in seguito a democratiche elezioni divine, in pochi anni ha portato la Sacra Romana Chiesa al culmine del prestigio mondiale. Non si contano i capi di Stato e le importanti autorità religiose che hanno voluto rendergli omaggio.


Benché strenuo difensore della più pura dottrina cattolica, cioè prima che venisse macchiata dalle eccentriche idee della controriforma, Joseph Ratzinger è sempre stato aperto al dialogo con ogni tipo di eresia. Per esempio ha riconosciuto con grande umiltà che il rogo di Giordano Bruno è stato un atto barbaro e assolutamente sproporzionato. Un barbecue sarebbe stato più che sufficiente.
E come dimenticare la sua storica visita in Israele?


Il Rabbino capo ashkenazita così ricorda quel memorabile giorno: «Un uomo cordialissimo e di grande levatura morale, non mi ha nemmeno tirato la barba». Secondo fonti documentate e numerose testimonianze sembra persino che Joseph Ratzinger non abbia mai picchiato un ebreo, almeno non dopo il 1945. Tutta la sua vita è stata infatti improntata al non pestaggio degli ebrei, non importa quanto fossero infidi, bugiardi e deicidi, lui si è sempre magnanimamente trattenuto dal picchiarli, limitandosi al massimo a qualche occhiataccia. Non è quindi da escludere una sua prossima beatificazione, soprattutto se si tiene conto dei numerosi miracoli compiuti. Per esempio era in grado di guardare la tv senza tv.


Chi lo ha conosciuto personalmente lo descrive come un uomo di cuore, disponibile con tutti e grande amante degli animali: cani, gatti, neri e tutte le razze inferiori in generale. Eccolo mentre gioca con Satana, il suo affettuosissimo rospo gigante.


Ma quello che forse non tutti sanno è che Joseph Ratzinger era anche uno stimato uomo di scienza. Fra i suoi contributi in quest’ambito, tutti fondamentali, è sufficiente ricordare l’introduzione degli epicicli galattici per spiegare l’annosa questione della materia oscura, la fecondazione telepatica per le coppie sterili e le famose dieci domande a Dio, primo esempio nella storia di metodo empirico applicato alla metafisica.


Nome?

Dio.

Religione?

Cattolica.

Sesso?

Maschio.

Anni?

Infiniti, ma me ne sento la metà.

Film preferito?

L’inferno bianco del Piz Palu.

Pianeta preferito?

Terra.

Essere vivente preferito?

Uomo.

Uomo preferito?

Tu.

Quale parte?

Tutto.

Ma ti piace di più il mio profilo sinistro o il destro?

È un peccato avertene fatti solo due.


Lascia la moglie Padre Georg e una splendida collezione di berretti.

L’IRRAZIONALITÀ DEL REALE

Una sera di maggio, dopo cena, il vecchio Hegel passeggiava nel centro di Berlino con Romina, la sua fidanzata, una studentessa che vedeva regolarmente ormai da otto minuti. Era una bellissima serata senza luna e il cielo era così limpido che si potevano vedere tutte le stelle, anche quelle dell’emisfero sud. Hegel, però, aveva altro a cui pensare.


Senti, Romina...

Dimmi, Georg Wilhelm Friedrich.

Trombiamo.

Georg Wilhelm Friedrich!

Ovviamente da me, non qui in strada.

Come può una grande mente filosofica dire una cosa del genere?

A chi ti stai riferendo?

C’è modo e modo di dire le cose.

Senti, signorina mia, io coi giri di parole ci ho ho fatto la carriera, okay? Non ti ho mica chiesto una prestazione metafisica.

Hai mai sentito parlare di corteggiamento?

Non è una categoria dello spirito.

È come si comporta la gente normale.

La gente normale... se volevi la gente normale dovevi uscire col tabaccaio. Io sono Hegel, hai presente? Lo spirito assoluto, l’essere in sé e per sé, l’aufhebung... mica cazzi.

Come sei volgare.

D’accordo. Romina, amore mio, vuoi salire da me a fare un po’ di “dialettica”?


A quel tempo Hegel era un filosofo di gran moda, i suoi corsi erano i più seguiti d’Europa e tutte le persone che contavano facevano a gara per avere a cena quest’uomo col colletto di pelliccia che diceva cose tanto bizzarre. Eppure non era sempre stato così. Per esempio alle elementari Hegel andava malissimo.


Hegel Georg Wilhelm Friedrich.

Presente!

Parlami di Cartesio.

Sì, questa la so.

Vai.

Dicesi Cartesio: filosofo razionalista vissuto in Francia nel Seicento sotto il regno di Re Luigi, noto soprattutto per le sue posizioni filosofiche.

Cosa diceva?

...

Hegel, ascolta --

Cogito.

Cogito, e poi?

Ergo est.

Est?

Est.

Penso dunque esiste?

Sì.

È una stupidaggine.

Quello che penso esiste.

E quello che esiste?

Lo penso.

Senti, signorino mio, se non ti metti a studiare farai la fine di Fichte.


Finita la scuola dell’obbligo, Hegel trova lavoro come commesso in una tabaccheria. Da qui a filosofo di fama internazionale il passo è breve.

VITA DA CAVALLI

Si è spento all’età di ottantasei anni l’attore americano Buffetto, noto per avere interpretato il celebre ruolo di Furia Cavallo del West nell’omonima serie televisiva degli anni Settanta, ma soprattutto per aver condotto fortunati varietà televisivi per RAI e Mediaset sotto vari pseudonimi. Lascia la moglie Zolletta e i figli Nasello, Sgambetti, Ruzzolo, Fischietto, Trotta, Fregolo, Barbuzio, Frontino, Bianchetto, Gibollo, Saracca, Monello, Trastullo, Cincischio e Italo Bocchino, quest’ultimo nato da una relazione con la storica conduttrice del Tg5 Cesara Buonamici e così chiamato dai genitori in onore della loro grande passione comune, l’Italia.
Fin da piccolo Buffetto ha sempre desiderato diventare un essere umano, nonostante il nonno lo mettesse in guardia.


Non devi fidarti degli esseri umani.

Sono stufo di passare le giornate a nitrire, scacciare le mosche con la coda e imbizzarrirmi. Io voglio andare al cinema, prendere l’aperitivo in centro e leggere Marx.

Stai attento, Buffetto. Quando meno te l’aspetti quelli ti macellano, ti affumicano e ti vendono come speck di mulo in un discount cinese.

Sei troppo severo con questa specie, nonno, alcuni esemplari sono simpatici.

Simpatici? Ma se non portano nemmeno i paraocchi!

Loro non ne hanno bisogno.


Buffetto era un cavallo testardo. Nel 1932, a soli nove anni, si traveste da uomo e scappa di casa per partecipare alle olimpiadi di Los Angeles, dove sbriciola tutti i record velocistici: nei 100 metri, nei 200, nei 400 e nei 407, specialità oggi inspiegabilmente soppressa. Il pubblico impazzisce per questo sconosciuto atleta afroamericano e la sua particolarissima tecnica di corsa, finché un giorno, durante la finale dei 1012 a ostacoli invisibili, viene improvvisamente tradito dalla voglia irresistibile di lasciare un ricordo di sé sulla pista, un enorme e puzzolente ricordo di sé. I giudici di gara sono impietosi: Buffetto viene squalificato a vita da tutte le discipline olimpiche tranne il dressage, sport che comunque gli viene tassativamente vietato di praticare a cavallo di un fantino.
Da quel giorno l’esistenza di Buffetto diventa un incubo, qualsiasi cosa faccia, qualsiasi attività intraprenda (sommelier, direttore d’orchestra, istruttore di parapendio, eccetera) viene sempre tradito dallo stesso sgradevole inconveniente. A nulla serve rivolgersi ai medici, i migliori specialisti del mondo, la diagnosi è sempre la stessa: “lei è un cavallo”.
Negli anni Sessanta la sua vita sembra ormai arrivata al capolinea. Vive nei sobborghi di Pittsburgh in un piccolo monolocale senza greppia, solo, caffeinomane, barcamenandosi con lavoretti saltuari e tutt’altro che dignitosi, come il rapper o il consulente finanziario, e con gli abiti umani che gli procurano indicibili sofferenze. Quando qualcuno gli chiede come mai porti sempre gli zoccoli, Buffetto si limita a sorridere imbarazzato, masticando nervosamente qualche zolletta di zucchero.
Completamente disperato, decide di intraprendere la carriera di conduttore televisivo. Prima lavora in piccole tv locali, poi in produzioni sempre più importanti e impegnative dove finalmente si iniziano ad apprezzare le sue doti: il sorriso a quaranta denti, l’irresistibile nitrito e la predisposizione alla monta. Il resto è Storia, anzi storia, anzi storia.
Com’era sua volontà, la salma di Buffetto è stata macellata, affumicata e messa in vendita come speck di mulo in un discount cinese.

VITA DA BERLUSCONI

Cito testualmente da un manuale di storia del 2145.

Duilio Giambattista Carminati di Berlusconi, detto Silvio, nacque il 12 aprile 1945, giorno dello storico armistizio di Lubiana con cui Hitler e Ben Gurion posero fine alla Seconda Guerra Civile Mondiale. Un segno del destino? Sì.
Vide la luce ad Alessandria d’Egitto, a bordo della leggendaria Biblioteca galleggiante di Babylonia. La madre era una grande studiosa di testi antichi (per esempio fu lei a scoprire che “Corano” si scrive tutto attaccato), e un giorno, mentre era immersa nella lettura di un antichissimo numero di Gente, partorì senza accorgersene sul pavimento, sotto gli occhi faraonici del padre Vittorio Emanuele di Savonarola e delle tre Grazie: Cloto, Lachesi e Atropo.
Duilio Giambattista Carminati di Berlusconi venne al mondo a cavallo, ma senza procurare dolore, già dotato di parola e di una foltissima chioma bionda, che conserverà intatta fino alla fine dei suoi giorni, giovedì scorso. Appena sgusciato dall’ovulo guardò solennemente i genitori e disse “due sei undici venti trentotto cinquantasei!”. Era la combinazione vincente del Superenalotto. Ecco perché ancora oggi il 12 aprile si celebra la festa della Cornucopia, l’animale preistorico che simboleggia l’abbondanza.
A soli due mesi aveva già la patente, a sei sapeva leggere e cantare, a un anno era laureato in Lettere Antiche, Moderne e Future con il massimo dei voti: un miliardo.
Fin da ragazzo era tenuto in altissima considerazione da tutti per la sua sapienza e le non comuni capacità di giudizio (nonché per la folta chioma bionda). Tutta la popolazione si recava da lui per avere consiglio, persino i più dotti fra i conduttori televisivi. Per questa ragione era anche detto “il Presidente del Consiglio”.
Un giorno si presentò al suo cospetto una donna. Era di nobile stirpe, come testimoniava il notevole intervento di mastoplastica additiva, ma era caduta in disgrazia a causa del fisco, oggi come allora più corrosivo dell’acido citrico. Aveva otto figli da sfamare e due soli capezzoli (più di tanto la mastoplastica non riusciva ancora a fare), perciò chiese consiglio a Duilio Giambattista Carminati di Berlusconi: quale bocca sfamare? Egli ascoltò la terribile questua passandosi le mani fra gli innumerevoli capelli dorati e disse: “donna, io rimetterò la decisione al voto del popolo. Questo farò”. E così fece, e il popolo votò Berlusconi.
Fu così che nacque la democrazia.
Erano tempi ostici, non c’era l’acqua potabile né il digitale terrestre, e l’odio e l’invidia imperversavano per tutto il mondo, isole comprese. Era giusto tenere tutta quella sapienza solo per sé? No.
Duilio Giambattista Carminati di Berlusconi chiamò a sé gli uomini più coraggiosi e sapienti del tempo (“venite!”, disse) e con loro salpò verso l’ignoto, come già un tempo fecero i mitici Argonauti alla ricerca del Vitello d’Oro. Ma la sua missione era se possibile ancora più ripida, in una parola: libertà. In due parole: libertà, libertà. E così via. Gli egizi salutarono il glorioso vascello piangendo sul latte versato (vecchia usanza egizia) e il giorno seguente innalzarono in onore del Presidente del Consiglio e dei suoi Libertanauti le famose piramidi di Ghisa, monumenti che ancora oggi sventolano contro il cielo stellato (di notte) sfidando ogni logica.
Fu un viaggio lungo e disidratante, più e più volte il nobile e capelluto condottiero fu lì lì per perdersi d’animo, ma come Ulisse aveva il suo Actarus, così Duilio Giambattista Carminati di Berlusconi poteva sempre contare sul suo fido cane Sandro. Insieme affrontarono e sconfissero i ciclopi, i lupi mannari e i temibili comunisti, i barbari adoratori del salario che vivevano al di là delle mura di Berlino, beffati con il leggendario stratagemma del cavallo di Berlino.
Appena sbarcati alle froge del fiume Po, Duilio Giambattista Carminati di Berlusconi e i suoi videro venire loro incontro due uomini su un cocchio trainato da maiali. Erano Raus e Raptus, emissari del vecchio sovrano del luogo: il potente Ictus, metà uomo e metà niente. Chiesero a Duilio Giambattista Carminati di Berlusconi chi fosse e da dove venisse. Egli rispose semplicemente “Silvio”, per modestia, e aggiunse “sono venuto a liberarvi dall’ignoranza”. La sua chioma luminosa ondeggiava mossa dal vento. Raus e Raptus lo guardarono incomprensibili, allora Silvio ridisse “so gni fin chi a libràv da l’ignuransa” (oltre che un gentleman era anche un fine poliglottide). Queste parole piacquero molto a Ictus, il quale offrì a Silvio la mano di sua figlia Cenerentola.
Silvio prese la mano di Cenerentola e distribuì il resto ai suoi uomini (era molto generoso), quindi rese grazie a Dio (“grazie!”, disse) e diede finalmente il via (“via!”) alle Grandi Riforme Liberali che tutti conosciamo, per esempio: libertà, libertà e libertà. Ciò lo rese l’essere umano (e non) più amato in tutto il mondo civile (ma anche in quello incivile non è che fosse poi così disprezzato), e ancora oggi, qualsiasi giorno sia, nel punto esatto del campo in cui è sceso sorge un gigantesco monumento celebrativo della sua sbalorditiva vita: una sbalorditiva faccia di bronzo.
Riuscirà mai qualcuno a eguagliare i suoi memorabili gesti? No.

100% POLIETILENVINILACETATO

Ci sono cose di uso comune alle quali nessuno fa più caso. Sto parlando degli apribottiglie, dei lacci da scarpe o delle penne a sfera, tutte cose semplici ma di grande importanza senza le quali non potremmo aprire bottiglie, allacciare scarpe o scrivere a sfera. Per quanto un oggetto sia piccolo e apparentemente insignificante, dietro c’è sempre chi l’ha inventato, c’è qualcuno che l’ha progettato, l’ha registrato, ha venduto il brevetto per due soldi ed è morto poverissimo in Tunisia.
Prendiamo le tende da doccia. Chi ha inventato le tende da doccia? Perché le ha inventate? Quando? Di che sesso era? Faceva sesso? Sotto la doccia? Perché non ha inventato anche il canapè da doccia, la cassetta delle lettere da doccia o la doccia da doccia? È la stessa persona che ha scoperto l’acqua calda?
Se si cercano in rete le parole “invenzione”, “tenda” e “doccia”, facendo attenzione a far precedere ogni parola da un “+” e evitando di mettere tutto fra virgolette, non si troverà assolutamente niente, il che ci dice che non può essere un’invenzione degli ultimi anni. Questo è un indizio.
Ora, andiamo per esclusione: io non le ho inventate, mia madre non le ha inventate, mio padre nemmeno. Questo esclude una grande fetta delle persone che conosco.
Infine si può fare ricorso alla logica. Deve essere per forza un’invenzione successiva a quella della doccia, altrimenti le docce si chiamerebbero docce per tende, ed è più che plausibile che la doccia sia stata inventata dopo la scoperta dell’acqua, a sua volta resasi necessaria dopo la scoperta del fuoco, quindi questo taglia fuori tutti gli australopitechi anamensis e il cerchio si chiude sul conte Rideau de Douche.
Nato a Parigi nel 1896 e morto a Cartagine nel 277 a.C., Rideau de Douche fu tra l’altro anche l’inventore della macchina del tempo, oggi comunemente nota col nome di grappa cinese, e in vita fu molto stimato e rispettato dai suoi concittadini che lo sbeffeggiavano con molto riguardo.
L’idea della tenda da doccia gli venne quando abitava in subaffitto nel ripostiglio di suo cugino. Una sera, mentre sbirciava nella toppa della porta del bagno per assicurarsi che le sue nipoti non si ferissero col bidet, fu testimone di un episodio veramente curioso: vide suo cugino che montava una tenda da doccia.


Che cosa stai facendo, cugino?

Rideau! Non si bussa più?

Scusa, non pensavo avessero già inventato il bussare.

Appendo intorno alla doccia questo drappo in tessuto idrorepellente 100% polietilenvinilacetato con stampe variopinte e anelli di plastica. È una cosa che mi rilassa.

Okay, ma io come faccio a lavarmi?

Non preoccuparti, appena ho finito metto via tutto.


E proprio mentre faceva la doccia, Rideau de Douche ebbe l’idea geniale. Mentre osservava impotente i suoi vestiti appoggiati sullo sgabello che si inzuppavano d’acqua, sentì un moto di ribellione.


NO!

Hai detto qualcosa, Rideau?

No.

Mi sembrava di averti sentito.

Ho detto no.

Ho capito, ho capito.

Cugino.

Che c’è, Rideau?

Credo di avere avuto un’idea geniale.


Rideau mostrò immediatamente al cugino la sua grande invenzione: “lo sgabello un po’ più distante”. Perfezionando quest’idea, a poco a poco, venne fuori l’odierna tenda da doccia, anche se prima ci furono molti tentativi frustranti, come le tende di carta di riso, quelle a striscioline verticali con palline di vetro e le tende immaginarie, molto economiche e maneggevoli, ma abbastanza deludenti.
Rideau de Douche registrò l’invenzione, vendette il brevetto per due soldi e morì poverissimo in Tunisia.

LE SVARIATE VIRTÙ AGRICOLE DI FEDERICO SMANETTI

Benché poco conosciuto, Federico Smanetti è sicuramente uno dei più rappresentativi poeti italiani del Novecento. Di lui si ricordano soprattutto la raccolta di versi liberi “Briciole di Orzobimbo”, gli “Inni sacri alla nonna da parte di madre” e l’opera spiritualistica “Sporcellana”, scritta sul gesso ortopedico di Claudio, uno che dormiva in treno.
Nasce a Boara Polesine nel 1898, in pieno boom agricolo, e fin da bambino viene impiegato dal padre nel duro lavoro dei campi. È un’esperienza gravosa e sfiancante, ma durante la quale impara ad amare la natura, la semplicità della vita rurale e lo sterco. L’eleganza e la grazia con cui zappa la terra fanno subito intuire l’indole artistica di Federico Smanetti, e qualcuno (Federico Smanetti) inizia a parlare di braccia rubate alla poesia.
Alla morte del padre, nel 1942, decide di approfondire le proprie conoscenze della lingua italiana e si iscrive alle elementari. È a quel periodo che risale la sua prima raccolta: “Pensierini”. In essa si nota già la predilezione per i neologismi, la creatività sintattica e una certa spregiudicatezza con le doppie.
Il suo talento non passa certo inosservato e l’anno seguente pubblica un trittico di elegie sul giornalino della Curia. È vero che si tratta di una pubblicazione con contributo (in natura), ma è comunque importante perché segna ufficialmente l’inizio della sua carriera letteraria. Sono tre componimenti di ispirazione bucolica, misurati e contemplativi, fatti di un lirismo schietto, sommesso, percorso da un impalpabile senso di malinconia. Di seguito riportiamo il più significativo.


CLITURNIA RIBEDONDA (da “Aratri di manzo”, 1943)

Esile ed efebica cliturnia
Svolante su la rocca smerlata
Scivoli lesta negli allori ammainati
La polvere nasosa sfiori ribedonda
Sbriciolata da cedevoli anni di sonno
Persico
Non so che darei per una scodella di brodo


Da questo momento è un susseguirsi di successi e critiche entusiastiche, non solo da parte di se stesso. Nel 1945 ottiene una menzione speciale alla rassegna letteraria di Papozze, nel 1947 viene acclamato al Gran Premio per dislessici di Pettorazza Grimani, e nel 1950 vince il primo premio come miglior travestimento al festival “La poesia è donna”, organizzato in occasione della sagra della faraona a Bagnolo di Po.
Proprio quest’ultimo successo lo convince a trasferirsi stabilmente a Bagnolo di Po. “È un luogo a me assai caro,” scriverà nella sua autobiografia, “inesauribile fonte d’ispirazione, dove la vita scorre placida e silenziosa come il grande fiume Po. Senza contare che qui sono famoso”.
Nonostante le difficoltà economiche e il trauma dell’improvvisa scomparsa di Sorbola, l’amata tartaruga abbaiante, pelosa e a forma di cane, Federico Smanetti continua a dedicarsi alla poesia. Gli anni Sessanta sono il periodo dell’avanguardia, in cui lo Smanetti sperimenta la tecnica della scrittura sotto l’effetto dello zampirone. Ecco un breve ma significativo esempio della produzione Smanettiana di quegli anni.


XXXI modo (dalla raccolta “Cento modi per diventare ricco”, 1969)

Se mi mandi otto mila lire te li investo e poi fra dieci anni facciamo metà a me metà a te e metà ai bambini negri con le mosche se fai diecimila diamo qualcosa anche alle mosche il numero del conto è in quarta di copertina grazie


Ma lo Smanetti non diventerà mai ricco. Non diventerà mai neanche lontanamente benestante, un po’ perché come tutti i poeti è fondamentalmente uno scapestrato bohemien e un po’ perché non venderà mai nemmeno una copia.
Gli ultimi anni sono segnati dalla malattia. La diagnosi è seria e non lascia scampo: egolatria. Sono anni di sofferenza e isolamento in cui viene assistito da Maria, un elegante fermaporta in ottone che gli starà vicino fino all’ultimo. Ma nonostante l’infermità, la produzione Smanettiana non si ferma. Quello che segue è uno degli ultimi componimenti, pubblicato sul numero di dicembre del Guerin Sportivo (per errore).


L’eterno ritorno (da “Versi senili”, 1976)

Dove ho messo il mio cappello?
Dimenticato fra vasi di gerani rinsecchiti
Sterili rami supplici protesi verso il niente
Dove ho lasciato i ricordi gioviali
Di anni spesi a scherzare con giumente
Vogliose?
Floride mammelle robusti fianchi corna d’avorio
Non avrò un cappello mai più
Desueto coperchio per cranii svuotati dagli anni
E passeggio famelico abbarbicato sul bastone nodoso
Aspetto un facile successo adagiarsi nelle
Mie
Tasche


Fedrico Smanetti muore nel 1978 per un attacco di autostima.

UNA STORIA VERA

Al piccolo Ludwig non piaceva il contrappunto. Gli altri bambini si infilavano diligentemente la parrucca e componevano canoni per aumentazione e fughe in epidiapente, invece lui apriva il piano e improvvisava. 
Il padre Johann era seriamente preoccupato per il futuro del figlio (“sono seriamente preoccupato per il futuro del figlio”, diceva sempre), così decide di mandarlo a ripetizione dal vecchio Haydn. Haydn era già un po’ avanti con gli anni, ma la mente era ancora quella di un bambino piccolo.
Il povero Ludwig ce la metteva tutta per imparare il contrappunto, ma già una piccola invenzione a due voci era per lui uno scoglio insormontabile. I suoi pentagrammi erano sempre pieni di ottave parallele e interminabili trilli, che Haydn correggeva con grande pazienza e, di tanto in tanto, colpendolo amorevolmente con una bottiglia.
Dopo mesi e mesi di bottigliate sulla testa, il piccolo Ludwig ha un’idea straordinaria: decide di farsi fare i compiti di nascosto da Albrechtsberger, Schenk e Salieri, tutti ottimi compositori dell’epoca (se non dovevi anche ascoltarli).
Un giorno, però, Haydn si insospettisce.


Non male questo mottetto a ventisei voci. E pensare che la settimana scorsa non riuscivi neanche a buttare giù il basso continuo di Jingle Bells.

Grazie, maestro.

Sembra composto da Albrechtsberger.

Lei mi lusinga.

Anche la grafia è quella di Albrechtsberger.

Faccio del mio meglio.

Perché ti sei firmato Albrechtsberger?

Ora potrei riavere il mio mottetto, signor Albrechtsberger?

Non è che per caso prendi lezioni da Albrechtsberger?

Non so nemmeno chi sia questo Salieri, signor Schenk.


Beethoven non faceva progressi. Dopo sei anni di lezioni era ancora convinto che una fuga fosse un dolce viennese. In compenso era diventato molto famoso con le sue improvvisazioni al pianoforte, che eseguiva con grande successo in tutti i bar di Vienna. La gente impazziva per le sue ottave parallele e i suoi interminabili trilli, e le donne facevano la fila per fare l’amore con qualcun altro mentre ascoltavano la sua musica.
Così, col passare degli anni e con la pratica, Beethoven si impadronisce gradualmente di tutte le tecniche compositive necessarie per diventare un genio, e a soli cinquantacinque anni si sente finalmente pronto per dimostrare ai suoi vecchi maestri (morti) e a sé stesso (sordo) la sua completa padronanza dell’antica e nobile arte del contrappunto.
Compone il quartetto in Si bemolle maggiore, a conclusione del quale pone la sua opera più ambiziosa: la Grande Fuga, un brano ossessivo-compulsivo interminabile, ardito e spigoloso come una smerigliatrice elettrica. Per far risaltare ancora di più la genialità del pezzo, Beethoven lo fa precedere da una piccola danza tedesca, una cosina orecchiabile per ingraziarsi l’ascoltatore prima di stordirlo con la Grande Fuga. Tuttavia alla prima esecuzione pubblica le cose non vanno come previsto: la gente va in delirio per la danza tedesca e si scaccola impassibile con la Grande Fuga. L’unica reazione è quella di una signora che si alza per provare a spegnere i musicisti.
Beethoven ci rimane malissimo. Uno ci mette anni a scrivere il pezzo più incredibile del mondo e quelli applaudono una canzoncina? Che senso ha fare il musicista se la gente non sa distinguere un’opera d’arte da un motivetto orecchiabile? Basta! Giura a se stesso che non eseguirà mai più niente in pubblico, dice che cambierà il nome della Grande Fuga in Grandi Perle ai Porci e che comporrà una sinfonia per soli rutti per esprimere tutto quello che pensa del genere umano.
Invece non farà niente di tutto questo. L’unica cosa che farà sarà sostituire la Grande Fuga con un pezzo più orecchiabile e infarcito di citazioni della danza tedesca. Il successo è straordinario. Il quartetto schizza in testa alle classifiche di tutto il mondo e resta al primo posto nella Billboard Hot 100 per trentotto settimane consecutive, record che sarà battuto solo da Like a Virgin.