COSA DICEVA PLATONE DEI QUALUNQUISTI

C’è un passo nella Repubblica di Platone in cui si parla dei qualunquisti. Ovviamente al tempo non erano chiamati così, ma "isoti", cioè "equiparatori", dal verbo "ἐξισόω" che significa rendere uguale, livellare​. Gli equiparatori erano quelli che dicevano cose del tipo "Cleone e Pericle alla fine sono la stessa cosa".
È incredibile come 2500 anni fa ci fossero già tutti i tipi umani che oggi contribuiscono a rendere il mondo una merda: i populisti che fanno gli amici delle masse (demagoghi), i loro tirapiedi che sperano in qualche tornaconto (sicofanti), i boccaloni che si bevono tutto (euetei) e i qualunquisti che scambiano la propria ignoranza per saggezza (isoti).
Il passo è questo qua.

«Dimmi, Adimanto, chi è peggiore tra il demagogo, i suoi sicofanti, gli euetei che lo sostengono e gli equiparatori, che appiattiscono ogni differenza tra giusto e ingiusto, credendo così di essere più saggi degli altri?»

«Non mi sembra giusto chiamare ignoranti gli equiparatori,» rispose Adimanto. «Sono cittadini come noi, non schiavi o donne, e hanno facoltà di esprimere il loro pensiero».

«Risparmiami la tua morale, ti prego,» replicò Socrate, «giacché sai che la virtù non si conquista simulando di possederla. Piuttosto dimmi chiaramente il tuo giudizio».

«Se devo rispondere,» disse Adimanto, «penso che i sicofanti siano i peggiori: delatori e opportunisti sempre pronti a compiacere i potenti per ottenere favori. Il demagogo sfrutta passioni e istinti diffusi nella massa, ma sono i suoi sicofanti – consiglieri, sofisti, oratori – a trasformare la sua retorica in potere concreto. Costoro amplificano le sue falsità per trarre vantaggio dal disordine che essi stessi generano».

«Ciò che dici è corretto. Eppure,» ribatté Socrate, «i sicofanti hanno almeno un tornaconto personale, mentre gli euetei non solo non ottengono nulla, ma danneggiano anche se stessi».

«Questo è vero,» rispose Adimanto, «ma gli euetei sono vittime ingannate da falsità, timori e vane illusioni, mentre l’errore più grave resta dei sicofanti, poiché senza di loro il demagogo rimarrebbe solo una figura ridicola priva di potere, simile ai mimi di strada».

«Considera, tuttavia,» osservò Socrate, «che gli euetei, sostenendo i propositi iniqui del demagogo, agiscono spinti dall'odio senza ottenere nulla in cambio. A differenza dei sicofanti, il loro male è duplice, poiché alla malvagità uniscono l’incapacità di discernere. Chi dunque è peggiore, caro Adimanto: chi fa il male consapevolmente a proprio vantaggio o chi lo fa inconsapevolmente a proprio danno?»

«Peggiore,» rispose Adimanto, «è certamente chi agisce senza sapere ciò che fa».

«E allora chi è peggiore, gli euetei o i sicofanti?» domandò Socrate.

«Gli euetei,» disse Adimanto senza esitazione. «Perché un sicofante, per quanto meschino, può essere confutato con il ragionamento, mentre una massa cieca e adorante, incapace di ragionare, è incontrollabile».

«Sono d'accordo con te!» disse Socrate. «Ora dimmi, sai perché gli equiparatori sono persino peggio degli euetei?»

«Lo so bene,» rispose Adimanto, «perché essi, pur avendo in sé la capacità di discernere il giusto dall'ingiusto, vi rinunciano per ignoranza e affermano che tutto è uguale, sottraendosi così alla responsabilità di opporsi al male».

«Ben detto, Adimanto!» rispose Socrate, e aggiunse «gli equiparatori scambiano la loro ignoranza per un'indistinzione propria dell'essere, come chi avendo la vista offuscata crede che il mondo intero sia avvolto nella nebbia. Gli euetei almeno riconoscono la malvagità del demagogo e lo appoggiano proprio perché la trovano conforme ai loro desideri, invece questi maledetti isoti, a causa della loro superba ignoranza, non riescono nemmeno a vedere la differenza tra un uomo probo e un malfattore».

«L'ignoranza», aggiunse Adimanto, «è un vizio ben più grave della stupidità, poiché mentre lo stupido è privo di colpe, essendo tale per natura, l'ignorante è responsabile della propria condizione».

«Mi hai tolto le parole di bocca, Adimanto!»

«Bene, Socrate! Vedo che siamo sulla stessa linea. 🚀»

LE CAMPANE DI CASTELNUOVO RANGONE

Nei tempi antichi, quando l'aria era pulita, i cibi sani e gli animali d'allevamento più istruiti dei loro padroni, nessuno portava orologi (sarebbe stato scomodo spalare letame con un Rolex). A quel tempo c’erano le campane: un rintocco grave per l'ora, uno acuto per la mezz'ora o, se proprio si voleva essere precisi, il quarto d'ora. A Castelnuovo Rangone le campane suonavano ogni minuto, tanti colpi quante erano le ore e i minuti, con grande soddisfazione di tutta la comunità, gente molto pignola, gente che lavorava, soprattutto i bambini.
Alle sei di mattina o anche prima, a seconda della stagione (perché allora le stagioni c'erano eccome), si cominciava il duro lavoro nei campi. In realtà molti erano già svegli da un pezzo, soprattutto quelli che abitavano nei pressi della chiesa, gente puntuale, che lavorava sodo, sotto il sole o con la pioggia, con la neve o la grandine a sassate, sempre tutti a torso nudo, con indifferenza, tutti quanti, uomini e donne, vecchi e bambini, tutti nudi a lavorare la terra. Quando la campana batteva le dodici, le donne anziane servivano il pranzo e tutti, ma proprio tutti, dovevano farsi trovare pronti a tavola con il cucchiaio in mano e il tovagliolo al collo, tutti pronti allo scoccare delle dodici. Ma il più delle volte la gente si confondeva, il numero di rintocchi cresceva a dismisura con l’avvicinarsi di mezzogiorno ed era facile perdere il conto, soprattutto se non si sapeva contare. Così alla fine ognuno andava a mangiare quando gli pareva. Il pasto era molto frugale: un po' di polenta scotta e del brodo bruciato.
Dopo pranzo, all'una, si riprendeva il lavoro e si andava avanti finché c'era luce, che era un riferimento cronologico più sicuro. Solo il sabato ci si fermava un po' prima per l'aperitivo: latte crudo col gin e qualche uovo possibilmente non fecondato. Era gente precisa, la gente di Castelnuovo Rangone.
La domenica, ieri come oggi giorno di giubilo e di preghiera, la campana richiamava i fedeli quindici minuti prima dell'inizio delle funzioni: gli uomini da un lato, sbarbati, con le unghie pulite e il cappello della festa in mano, le donne dall’altro, profumate e pettinate, con una o due carriole di bambini, sfilavano in bell'ordine sul sagrato della chiesa. Questo in teoria, perché in pratica c'era una funzione unica che durava tutto il giorno, dall'alba alla sera, e tutti entravano e uscivano a caso, quando capitava, con i tappi nelle orecchie.
Com'erano belli e puri quei tempi, tutti si volevano bene e si aiutavano, figli e genitori si amavano, anche fisicamente, le cacche di gallina erano una prelibata leccornia e chi si lavava più di una volta all'anno veniva visto con sospetto. Forse è proprio questo che ci vogliono ricordare le grandi campane di Castelnuovo Rangone, campane potenti, piene di storia, che ancora oggi, come ai vecchi tempi, suonano tutti i cazzo di minuti.

(Foto di Nacchio Brothers)

COSE MISTERIOSE

Nonostante il progredire della civiltà e l’indiscutibile acume intellettuale della specie umana


nell’universo ci sono ancora molte cose misteriose che aspettano una risposta convincente, definitiva e possibilmente breve.
Per esempio, chi ha inventato l’abbinamento prosciutto e melone?  Come gli è venuto in mente? È andato a tentativi? Mortadella e anguria, salame e banana, ciccioli e mandarino, finché un giorno, “eureka!”, prosciutto e mango? “Mm, quasi”. Ma soprattutto perché faceva esperimenti col cibo invece di mangiare la pastasciutta come fanno tutti? Chissà, forse anche i cetrioli nel caffelatte sono buonissimi, solo che nessuno li ha ancora provati. Quante segrete squisitezze ci tiene ancora nascoste il caso? Perché lo Stato non finanzia la ricerca di nuove leccornie? Finanzia praticamente tutto: film, lungometraggi, cinema, perché non finanzia anche le leccornie? E si dice “leccornìe” o “leccòrnie”? Sul dizionario c’è scritto che la gente dice “leccòrnie” ma sarebbe corretto dire “leccornìe”, ma corretto rispetto a cosa? Esiste un dizionario eterno e incorruttibile in orbita intorno al Sole da consultare col telescopio? E se non esiste allora perché non decidiamo tutti insieme di accentare la prima sillaba di tutte le parole? Sarebbe comodo: “léccornie”, “càminetto”, “àlbergo”, éccetera. A proposito, perché gli asciugamani degli alberghi hanno tutti lo stesso caratteristico odore di asciugamano d’albergo? Ovunque, da Varese a New York. Intendo quell’inconfondibile aroma che sembra un misto di limatura di ferro, corde di iuta e minestra d’ospedale. Per caso è usanza degli hotel lavare gli asciugamani con un apposito detersivo fatto di limatura, iuta e ospedale? Oppure esiste un unico centro mondiale di lavaggio degli asciugamani d’hotel a cui tutti si rivolgono per ragioni di, boh, abitudine? Perché la gente cede così facilmente al richiamo dell’abitudine? Se non fosse per l’abitudine che fine farebbero cose palesemente assurde come il latte scaduto con estratto di stomaco di vitello (“formaggio”), le X sulle schede elettorali o le mutande delle donne? Vista la fortunata collocazione dei genitali femminili, le mutande delle donne sono veramente la cosa più inutile del mondo. Per il pene è un altro discorso, è molto difficile proteggerlo dalle intemperie, eppure per qualche motivo gli uomini ci tengono ad averlo lungo. Perché? Non sarebbe molto più utile avercelo, che so, luminoso? (Ho come la sensazione di avere già detto questa cosa del pene luminoso) Certo, questo cambierebbe radicalmente la storia dell’arte figurativa mondiale, ma in peggio o in meglio? Perché i quadri di Picasso sono belli anche se sono disegnati male? E perché i disegni che io facevo al liceo fanno schifo anche se sono disegnati bene? Per caso è il nome che conta? Se Pablo Picasso si fosse chiamato, per dire, Alvaro Pischiappa sarebbe comunque  considerato un grande pittore? Pensiamo per esempio a Mario Schifano, chi mai mangerebbe schifano e melone? Eppure magari è buonissimo.

LA VERA RICETTA DELLA CARBONARA

La carbonara è un piatto semplice, ma proprio questa sua semplicità porta spesso chi la prepara a non seguire la ricetta autentica. Qualcuno potrebbe obiettare "ma chi se ne importa della ricetta autentica? Se a me piace la carbonara con la salsiccia, ci metto la salsiccia, no?“.
No.
Non rispettare la vera ricetta di un piatto regionale significa non rispettare le tradizioni di quella terra, è un insulto a tutti coloro che negli anni si sono impegnati a tramandare il loro sapere culinario e con esso i loro valori. 
Poi, certo, ognuno a casa sua può fare la carbonara come gli pare, può metterci la salsiccia e tutto quello che vuole, non c'è problema, ma per favore non la chiami carbonara. La carbonara è un'altra cosa.
Vediamo appunto cosa.

SPAGHETTI ALLA CARBONARA, PER 2 PERSONE
Iniziamo facendo cuocere in acqua bollente 200 grammi di spaghetti IGP  di Contigliano e nel frattempo prepariamo il guanciale (80 g). Mi raccomando: guanciale, no salsiccia, no speck, no pancetta. Ci sono alcune ricette, soprattutto abruzzesi, che contemplano l'uso della pancetta, ma è come mettere l'ananas sulla pizza. Forse non tutti sanno che negli ultimi anni l'Abruzzo ha cercato costantemente di appropriarsi della rinomata tradizione della carbonara, forse in buona fede o forse per arricchire la  sua tradizione culinaria molto più povera di quella Laziale, col risultato di snaturarne la ricetta. La pancetta è solo un esempio. Pratiche come questa, oltre che scorrette sul piano morale, possono rovinare l'immagine nel mondo di un piatto che non ha certo bisogno di migliorie per essere apprezzato. Ognuno mangi le cose della sua regione, per piacere.
Tornando al guanciale, per prima cosa si elimini la cotenna, poi si tagli ciò che resta in pezzetti aventi una dimensione lineare caratteristica inferiore a mezzo centimetro e si metta il tutto a rosolare per 5 minuti insieme a 2 spicchi di scalogno tritati finemente.
Dopo di che si prendano 4 uova di gallina ovaiola autoctona del Lazio, meglio se della zona di Velletri. Può sembrare un'inutile pignoleria, ma la gallina di Velletri è nota fin dal tempo dei romani per l'alta mineralità delle sue uova, cosa che si sposa perfettamente col sapore intenso del guanciale. Gli albumi non vanno scartati, altro tipico errore introdotto dagli abruzzesi, ma vanno separati e sbattuti a parte, poiché richiedono un tempo più lungo per incorporare l'aria: 6 minuti.
Mettere i tuorli in una ciotola insieme a del pecorino romano (25 g), mezzo cucchiaino di zucchero (proprio così, la ricetta originale prevede una piccola quantità di zucchero per ammorbidire l'acidità del condimento),  panna fresca liquida (100 g) e amalgamare il tutto per 3 minuti, avendo cura di servirsi di un mestolo di legno. La frusta di metallo è più comoda, è vero, ma rompe i legami molecolari dei tuorli, compromettendo così la consistenza finale del composto.
Quando il tutto è amalgamato, si uniscano gli albumi e il guanciale con l'aggiunta di sale, pepe e noce moscata (q.b.) e un dado da cucina per insaporire un po'.
Scolati gli spaghetti, se ne concluda la cottura in padella insieme al condimento, si dia una sfumata con mezzo bicchiere di vino bianco dei Castelli DOC, si aggiunga un po' di prezzemolo fresco a piacere ed ecco pronta da servire la carbonara come sempre dovrebbe essere.

Infine una curiosità.
Una variante poco nota è la carbonara con scamorza affumicata, funghi porcini e bottarga, molto apprezzata a Roma soprattutto durante la stagione invernale.

FAMOSITE: CHE COS'È E COME RICONOSCERLA

Che cos’è la famosite? Ce lo spiega il professor John P. Oliva, psichiatra e saggista di fama internazionale. Ciò che segue è tratto dal suo ben noto libro "Disaggio con due g".

La famosite, detta anche celebrite, è quella condizione mentale che porta un individuo a essere ruffiano con chi è famoso e sprezzante con chi non lo è. C’è anche sul dizionario.


È un comportamento noto fin dall'antichità, tuttavia solo negli ultimi anni detta condizione è stata riconosciuta come vera e propria patologia, più precisamente come psicosi cronica dissociativa e delirante, caratterizzata da una grave alterazione della percezione di sé, degli altri e del senso del ridicolo.
Per poter affermare che un individuo soffra di famosite, non è sufficiente che sia ossessionato dalla ricerca di un contatto con persone famose (o percepite come tali) e/o si vanti di essere in confidenza (vera o presunta) con qualcuna di loro e/o sogni di poter un giorno uscire a cena con un giudice di MasterChef (a scrocco). In questo caso si può parlare di famosella (o celebrella), cioè di uno stato non patologico che in certi casi può precedere la famosite, ma che in generale non interferisce con il normale svolgimento della vita umana: lavoro, procreazione, ancora più lavoro, morte.
Affinché si possa parlare di famosite vera e propria, deve essere presente anche un altro comportamento essenziale, cioè è necessario che l'individuo non faccia distinzione fra famosi e famosi, poiché ciò che conta è la fama in sé, dopo di che Steven Spielberg o Favij vanno bene uguale. A chi soffre di famosite (famositico o celebritico) non interessa la persona famosa, ma il contatto con la sua fama, dove con il termine "contatto" qui si intende una qualsiasi interazione che possa essere documentata e mostrata agli altri (selfie in due, interazione internettiana, campione di urina ecc.). Si osservi che l'autografo non è una forma di contatto che il famositico ricerca, in quanto essa lo porrebbe su un piano di inferiorità rispetto al famoso, vale a dire il piano del comune fan. Il famositico non è un fan del famoso, il famositico concepisce se stesso come un suo pari.
A questo proposito è bene notare che il famositico, pur essendo un emerito sconosciuto, crede di essere famoso esattamente come chi è famoso per davvero, solo che, per qualche motivo, nessuno se ne è ancora accorto. Nella sua distorsione psicotica della realtà, il contatto col famoso è solo l'occasione per mostrare agli altri la propria famosità.
Questo punto merita un approfondimento. "Famosità" e "fama" sono due concetti diversi. La fama è quella che si conquista quando si diventa noti ai più, mentre la famosità è il sentirsi famosi. Generalmente le due cose vanno insieme: uno raggiunge la fama e dunque si sente famoso, ma in certi casi può esserci l'una e non l'altra. C'è chi ha la fama e si comporta come uno qualsiasi, e c'è chi non è nessuno e si comporta come se fosse stocazzo, per usare un termine tecnico. Chi soffre di famosite non vuole raggiungere la fama, quella pensa già di averla, ma vuole che il mondo riconosca e accetti la sua famosità. Questa famosità senza fama del famositico può essere vista come un essere famoso per nascita, una specie di appartenenza a un'aristocrazia ideale.
In questo contesto patologico è come se la fama del famoso fosse lo specchio in cui il famositico può riflettere la sua famosità-senza-fama e mostrarla agli altri. Per questo motivo il famositico ha bisogno dei famosi come il cane ha bisogno degli esseri umani, e dunque li cerca, li insegue, li lusinga e, per quanto gli è consentito dalla propria autostima, si offre a loro, pronto a tutto pur di ricevere in cambio anche solo un cenno di semplice cortesia che possa essere scambiato per considerazione, se non addirittura amicizia.
Il terzo sintomo che completa il quadro clinico della famosite, come più sopra anticipato, è l'indifferenza o addirittura il disprezzo per chiunque non sia famoso. Si faccia attenzione: indifferenza e disprezzo a prescindere, non in conseguenza di una qualche speciale caratteristica che si considera negativa (tolta naturalmente la mancanza di fama).
Per chi soffre di famosite, i non famosi sono una costante minaccia: sono tantissimi, sono socievoli e nessuno li ha avvertiti che sono inferiori. Non va data loro alcuna confidenza. Mostrarsi in loro compagnia è pericoloso, perché qualcuno potrebbe pensare che il famositico sia al loro stesso livello e questo non deve succedere.
Naturalmente c'è un'eccezione: il caso di coloro che, per qualche motivo, decidono di porsi su un piano di inferiorità rispetto al famositico: occasionali adulatori, madri, bruchi. In tutti gli altri casi il famositico interagirà con la persona non famosa attenendosi sempre a un rigoroso atteggiamento di indifferenza: fingerà di non sentirla, la trapasserà con lo sguardo, le porgerà il bicchiere vuoto come si fa coi camerieri nei film ecc. Nel caso sia invece necessario rispondere, ciò sarà fatto sottolineando nel modo più esplicito possibile l'inferiorità dell'incauto interlocutore, cioè ricorrendo a espressioni poco lusinghiere come "e tu chi saresti?", "non so di che parli e non mi interessa", "ok, ora prova a riformulare la frase senza sembrare scemo" ecc. Non è qui il caso di elencare tutte le espressioni con cui il famositico è solito rivolgersi alle persone non famose. Chi fosse interessato può trovarne numerosi esempi sui cosiddetti social network.
Il famositico è quello che quando gli dicono "genio", lui ci crede.

SQUEK PINGUINASUT

Un tipo di fanatico molto sottovalutato è il musicista fissato con la filologia. Può sembrare una cosa da poco, in realtà costui dà il suo piccolo ma costante contributo a rovinare una delle poche cose piacevoli che esistono sulla Terra: la musica. E non sto parlando della “musica”, ma della musica. Per lui un brano musicale è solo l’insieme delle note di cui è composto, così come una pietanza non è altro che i suoi ingredienti, come dimostra il fatto che quando deve farsi una pasta col tonno, prende pasta e tonno e mischia tutto insieme in un secchio. O almeno questo è quello che faceva G., un celebre virtuoso del violino e studioso di musica antica.
Nel 1967, mentre era a Nuuk per una conferenza sugli abbellimenti nella musica Groenlandese del 1604 (dicembre escluso), G. entrò in possesso di un documento contenente un’antica melodia artica, da lui rinvenuto in maniera del tutto casuale durante una faticosa ricerca in una scatola di corn flakes. Si trattava del canto popolare “squek pinguinasut”, che in groenlandese significa “canto dell’angelo”. Osservando attentamente il modo musicale utilizzato e la grande libertà del ritmo, G. si rese conto di essere di fronte a una melodia databile fra il 1510 e il 1520, il che tornava perfettamente con la didascalia stampata sul foglio: 1515. La delicatezza di quella monodia non accompagnata e la sua fluida cantabilità colpirono a tal punto G. che svenne. Quando con molta fatica si riprese, svenne ancora. Poi si riprese di nuovo e si propose solennemente un progetto: sarebbe tornato in patria e avrebbe dato un concerto pubblico dedicato solo ed esclusivamente a quel meraviglioso canto. E poi svenne.
G. stesso si sarebbe incaricato di eseguirlo. Durava solo un paio di minuti, è vero, ma era così bello che da solo valeva il prezzo del biglietto, senza contare che gli applausi avrebbero ampiamente coperto l’ora e mezza standard di un concerto. Non c’era neanche bisogno di fare il bis. C’era solo un problema: come eseguirlo?
Era una melodia per strumento ad arco, ma G. non poteva certo suonarla col suo violino, uno strumento occidentale, moderno e per di più accordatissimo. Per questo motivo G. si fece costruire un apposito strumento con le corde di budello di pinguino, l’archetto con vibrisse di pinguino e la cassa di risonanza rivestita di pelle di pinguino essiccata al sole di pinguino. Non aveva idea di come si suonasse una cosa del genere, ma prendendo spunto da alcune incisioni Groenlandesi di fine Quattrocento capì che era indispensabile avere le dita congelate, cosa che avrebbe realizzato senza problemi mettendo semplicemente le mani nel ghiaccio per un paio d’ore prima del concerto, dopo di che, per meglio simulare i sintomi del congelamento, avrebbe pregato i suoi assistenti di prendergliele delicatamente a martellate, poco poco, quel tanto che bastava per staccargli un paio di falangi. Per l’autenticità dell’arte, questo e altro.
Ma questo non poteva bastare. Siccome i musicisti groenlandesi del Cinquecento non potevano sicuramente essere dei professionisti, G. smise anche di esercitarsi al violino per tutti gli otto anni precedenti il concerto, dedicandosi esclusivamente alla caccia al pinguino: mangiava solo pinguini, parlava solo di pinguini e, per mantenere la concentrazione, decise anche di cambiare il suo nome da G. a P.
Il concerto ebbe luogo il 6 dicembre 1975, nel palazzetto del ghiaccio della sua città natale. C’era un’atmosfera strana, potremmo quasi definirla groenlandese. A tutti gli spettatori furono distribuiti all’ingresso un eschimo rigorosamente non lavato, un rampone e dieci libbre di grasso di pinguino da spalmarsi su tutto il corpo.
Quando il sipario si aprì, P. si presentò sul palco in pelliccia, con la faccia gonfia, le dita blu (quelle rimaste) e una specie di violino a forma di pinguino. Gettò un rapido sguardo filologico al pubblico in sala e subito iniziò a suonare: sembrava di sentire un gatto col mal di pancia. Questo era disastroso, non ci sono gatti in Groenlandia.


Originariamente pubblicato qui 👉 Guida per alieni

LA CALCOLATRICE DEL CICAP


Hai sentito? Due più due non fa quattro, come vogliono farci credere, ma undici.

In che senso, scusa?

Due più due.

Sì.

Forse fa undici.

Undici...

Ormai lo dicono in molti.

È una stronzata.

Da dove ti viene tutta questa sicurezza?

Scusa, ma se dopo queste due birre ne beviamo altre due, quante birre abbiamo bevuto?

Non lo so, dimmelo tu.

Quattro!

Boh, io non ho tutte queste certezze.

Prova a ordinare altre due birre e poi contiamo i bicchieri.

Sei forse un matematico?

No, che c'entra?

Beh, perché si dà il caso che su YouTube c'è questo matematico del MIT che dice che due più due potrebbe fare undici.

Ma figuriamoci...

Ho qui il video, te lo faccio vedere.

Intenderà qualcos'altro, che ne so? Magari parla di un altro sistema numerico. Nel sistema decimale due più due fa quattro. Fine.

Per favore, vai a fare la tua lezioncina a qualcun altro! Io mi baso su ciò che dice lui, non su quello che dici tu. Della tua supponente presunzione di saperne più degli altri me ne frego. La verità io non la conosco e non la conosci nemmeno tu, ma di sicuro l'atteggiamento giusto è dubitare di tutto e informarsi più a fondo su ciò che ci circonda! Chi si appiattisce su quello che gli viene servito nel piatto e grida "gombloddo!" ogni volta che uno osa mettere in discussione il pensiero unico è come minimo scorretto, se non stupido! Tu rimani pure nella tua saccenza vuota e preconfezionata, io preferisco pensare con la mia testa.

Guarda, questa è la calcolatrice del mio telefono: due più due uguale quattro. Visto?

Sarà una calcolatrice del CICAP.

UOMINI E CANI

I cani sono migliori degli uomini. Anche i gatti lo sono, certo, e i delfini, i maiali, il vitello tonnato e tantissimi altri animali, ma ora concentriamoci sui cani.
I cani sbavano, è vero, non posso negarlo; poi hanno questa curiosità un po’ morbosa per l’odore dell’ano altrui, che, voglio dire, è un po’ inquietante; non si fanno la doccia, mai, nemmeno se insisti, e nessuno di loro ha mai scritto un libro anche solo lontanamente leggibile, neanche uno, eppure sono migliori degli uomini. Non dico solo sul piano morale, quello è scontato, dico proprio come esseri umani: i cani sono persone migliori. Dimostrarlo è molto facile.
Prendiamo una data a caso e guardiamo le prime notizie di BBC news. Per esempio, 4 marzo 2018.


Gente bombardata, un calciatore morto, una guerra commerciale, adolescenti assassinati, gli Oscar. Cinque notizie, cinque sventure: quattro causate dagli uomini, una dal caso, zero dai cani, che, com’è noto, non farebbero mai una cosa orribile come la cerimonia degli Oscar. 
È solo una questione di bilancio tra la quantità di infelicità e la quantità di felicità che uno immette nel mondo. Quanta infelicità mondiale producono gli uomini? Anche se trascuriamo le guerre, i genocidi e le altre cose spettacolari, restano comunque tutti quei piccoli comportamenti fastidiosi, quelle cose quotidiane che magari sono troppo banali per finire sui giornali, ma che se le metti tutte insieme fanno tre o quattro guerre mondiali, cose tipo abbandonare l’immondizia in strada, parlare nell’area silenzio, parcheggiare sulle strisce pedonali, saltare la coda, mandare messaggi vocali superiori ai cinque nanosecondi e così via, tutte cose che prese singolarmente possono anche essere sopportabili, ma tutte insieme ti stroncano.
E oltre a tutto questo, oltre a tutta questa infelicità che gli uomini elargiscono così generosamente ai loro simili, va anche aggiunta l’infelicità che ognuno di noi dà a se stesso. Perché è questo il bello dell’uomo, non solo peggiora la vita degli altri, ma è un maestro anche nel peggiorare la propria. Ci sono tantissime tecniche con cui uno riesce a rovinarsi la vita: i rancori, le ripicche, l’invidia, ma ce n’è una che le batte decisamente tutte: l’amor proprio. Sia chiaro, un po’ di amor proprio ci vuole, è ovvio, se no uno diventa uno zerbino ambulante, ma quando l’amore che uno prova per se stesso è superiore a qualsiasi riconoscimento che può ricevere, allora questa persona è destinata alla frustrazione eterna. L’amor proprio è come un buco nero, tu ci butti dentro roba pensando di soddisfarlo: complimenti, like, presunti successi personali, ma il buco, invece di richiudersi, si ingrandisce, e più roba ci butti dentro più lui si ingrandisce, fino a risucchiare te e tutta la tua vita. Per essere frustrati non c’è bisogno di essere dei cosiddetti falliti. Prendi Donald Trump, per esempio. Donald Trump sembra lo stadio Super Sayan di Berlusconi. Uno penserebbe che quest’uomo, essendo ricchissimo e potentissimo, debba essere la persona più soddisfatta del mondo, e invece è un frustrato di merda. Sempre incazzato, sempre pieno d’odio, e la gente che mediamente trovi in rete è uguale a lui. Sono anni che lurko le discussioni della gente su internet e non ho mai, dico mai, trovato uno che dica “ah sì, scusa, ho detto una cazzata”. Mai. Di solito le discussioni sono così:


Bellissimo film.

Orribile.

Si vede che non l’hai capito.

Se l’hai capito tu che sei analfabeta funzionale...

Fascista.

Fascista.

Fascista.

Fascista.


E così via.
È incredibile, no? Nonostante le innumerevoli cause di infelicità naturale che già esistono al mondo, terremoti, tsunami, malattie, gli uomini sfruttano la loro intelligenza superiore per autoinfliggersene di nuove.
I cani invece sono gente semplice. Per carità, anche loro producono una certa dose di infelicità mondiale, per esempio sporcano il terrazzo, abbaiano tutta la notte senza motivo e, se non stai attento, possono mangiare il gatto, ma è poca roba, niente in confronto alle tonnellate di felicità pura e immediata che regalano ai loro padroni.
Chi è che ti vuole bene come un cane? La mamma, forse; in certi casi il tuo coniuge; gli amici no di certo, nessun amico è mai così felice di vederti da volerti leccare tutto; i figli non parliamone, un figlio ti vuole bene fino alla pubertà, poi, quando meno te l’aspetti, ti fa rinchiudere in un ospizio. Un cane non ti metterebbe mai in un ospizio, piuttosto viene a vivere con te sotto un ponte.
Ma non è solo per questo che i cani sono migliori. Per esempio a me il loro affetto non interessa. Non che mi siano antipatici, è solo che ho problemi a frequentare chi non si lava i denti, soprattutto quando il suo hobby preferito è leccarsi le palle. Cioè, tanto di cappello, eh, bravi, però ognuno per la sua strada, e questo è per l’appunto l’altro pregio dei cani: se tu non li vuoi frequentare, loro non ti frequentano, fine. Non mi è mai successo che un cane mi abbia inchiodato sul pianerottolo di casa per un’ora cercando di vendermi “Torre di guardia” o “Lotta comunista”. Ah giusto, anche questa cosa: nessun cane ha mai teorizzato mondi utopici nei quali, chissà come mai, in nome di un grande bene comune è sempre necessario che gli altri rinuncino a più o meno piccole libertà private. Solo gli uomini sono specializzati in questo tipo di cose, dei veri e propri talenti naturali nel rompere le palle al prossimo. Gli uomini e le zanzare.
Quindi si può dire che i cani, complessivamente, contribuiscono ad aumentare il livello di felicità mondiale, mentre gli uomini contribuiscono ad abbassarlo, e, se siamo d’accordo che rendere felici gli altri sia meglio che renderli infelici, da ciò segue che i cani sono migliori degli uomini.
Secondo lo stesso ragionamento, anche il lievito della pizza è migliore degli uomini.

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LE MOLESTATRICI

Oggi parleremo di una storia triste, una storia che Francogian ha deciso di raccontare a condizione di restare anonimo, infatti il suo nome non è "Francogian", ma un suo anagramma.
Tutto è successo nel pieno centro di Madonna Bisarca, in provincia di Benevento, intorno alle otto di sera. «Stavo rientrando a casa dopo una passeggiata nel parco» racconta Francogian ancora visibilmente scosso, «volevo solo farmi una doccia e buttarmi sul divano a guardare la partita. Sono le piccole gioie del vivere da soli: sofficini, birra, partita». Piccole gioie che quella sera resteranno solo un irraggiungibile miraggio per Francogian, quarantadue anni, scapolo, tornitore alla Alcofond, molestato sulla soglia di casa da due giovani pervertite che nel giro della piccola criminalità sannita si fanno chiamare Monica Linguiski e Morbid Nurse.
«Mi si sono avvicinate mentre stavo cercando le chiavi di casa» racconta con un filo di voce, «non pensavo potessero essere pericolose».
«Una era alta, bionda, slanciata, probabilmente ventenne. Aveva una tutina denim che sarebbe stata stretta anche a una Barbie. L’altra invece era più bassa e maggiorata, vestita pressappoco come un’infermiera, solo che io ho capito subito che non era un’infermiera». I genitori di Francogian hanno lavorato in ospedale per oltre trent’anni e quel tipo di uniformi di lattice lui non le aveva mai viste. «Pensavo fossero due testimoni di Geova o qualcosa del genere, ci sono tanti fanatici dove abito io» (Pianeta Terra, ndr).
Le due donne hanno cominciato col fare pesanti apprezzamenti sul fisico di Francogian, ma lui inizialmente non si è preoccupato. Essendo un uomo tozzo, con la pancia sporgente e i ciuffi di peli che gli escono dalle orecchie, è abituato a essere importunato dalle donne. Stavolta però era diverso.
«Quando faccio per entrare in casa, quella alta mi chiede di seguirla. Io rimango paralizzato dalla paura, non dimenticherò mai quello sguardo pieno di libidine. Mi hanno costretto a sedermi su una panchina lì vicino, dicevano che se non avessi obbedito avrebbero sparso la voce che sono calvo. Dopo avermi stordito con facili lusinghe, l’infermiera si è sdraiata proprio davanti a me, ed è stato in quel momento che ho capito che non portava le mutande. Volevo morire. Intanto l’altra si leccava furiosamente i capezzoli, non ho idea di come ci riuscisse. Hanno fatto tutti i loro comodi davanti a me, neanche fossi un gatto. È stato terribile» conclude fra le lacrime, «ho perso moltissimi liquidi».
Giancofran è stato ritrovato in stato di shock in un bar poco distante, mentre affogava quei terribili ricordi nello Champagne.
«Ancora oggi mi sveglio in preda al turbamento per quello che ho visto, ma il dolore più grande è quello interiore».

LE 12 CITTÀ PIÙ BELLE D’ITALIA

L’Italia è uno dei paesi più belli del mondo. Secoli di storia hanno dato a questo paese un patrimonio artistico unico. Credo sia per questo che noi italiani abbiamo tutti una cultura di un cierto spesore. Anche il più anonimo e insignificante dei paesini italiani, per esempio Locarno, sarebbe un'attrazione turistica di rilievo in Inghilterra, Francia o Germania Ovest, posti dove la gente si dà tante arie, ma non ha cose come Caravaggio, Prada o il bidè.
Ecco dunque le città più belle d'Italia, in ordine sparso e tutte visitate di persona con Google Street View, perché se in un posto non ci sei stato col computer, non puoi dire di conoscerlo veramente.

Il fascino senza tempo di Firenze


La bellezza incontaminata di Genova


La magia di Napoli


Vacanze da sogno a Catania


Quel non so che di esotico di Lecce


La quieta sobrietà di Venezia


Quell’atmosfera d’altri tempi di Palermo


L’accattivante compostezza di Torino


La composta accattivanza di Trieste


Un qualsiasi elaborato sinonimo di bellezza di Roma


Semplicemente Bologna

LE STRAORDINARIE PISTE CICLABILI DI BOLOGNA

Bologna è una città eccezionale: ci sono tanti bei palazzi antichi su cui scrivere liberamente i propri pensieri, si può gettare l’immondizia in strada senza che nessuno se ne accorga, per essere eleganti basta mettersi le mutande pulite, e, comodità delle comodità, non c’è mai il problema di trovare un bagno pubblico. Infatti a Bologna, da sempre città all’avanguardia, è stato installato il più grande vespasiano del mondo: Bologna. E che dire delle sue caratteristiche feste? Almeno una volta al mese, per le strade del centro storico, si celebra il famoso revival del ‘68, con scontri di piazza tra finti rivoluzionari e poliziotti veri. Divertentissimo. Alcune città hanno la sagra della lumaca, l’infiorata, la rificolona, Bologna ha la sessantottiade.
Ma il vero fiore all’occhiello di questa città sono le sue straordinarie piste ciclabili. In confronto l’Olanda è niente, anzi è Roma. Le piste ciclabili bolognesi sono molte meno che in Olanda, è vero, meno frequentate, e anche questo è vero, e decisamente meno ciclabili, tanto che forse sarebbe più corretto chiamarle “piste inciclabili”, ma ciò che queste piste non hanno in comodità, utilizzabilità, funzionalità, razionalità, praticità e tutto il resto, lo hanno in fantasia (la parola “fantasia” va immaginata circondata da tante stelline luccicanti).
Come si può vedere dalle seguenti foto, i progettatori bolognesi hanno pensato non solo al desiderio del ciclista di spostarsi con questo mezzo obiettivamente stravagante, ma anche al suo svago. Per esempio qui si può vedere uno dei tanti slalom fra i pali della luce.


Bello, vero? E chi lo gradisce può anche fermarsi in uno dei punti ristoro dislocati lungo i percorsi,


o farsi un comodo pisolino in un bidone dell’immondizia.


Che città civile e tollerante nei confronti di chi si ostina a non volersi muovere con la macchina, lo scooter o anche solo dei pattini a scoppio. E visto che chi perde tempo a usare questo antiquato mezzo di locomozione non ha poi tempo per i tanti piaceri della vita, come per esempio sbirciare i cantieri stradali, ci si premura di allestirne alcuni apposta per lui.


In questo modo anche il ciclista più ostinato potrà togliersi lo sfizio di fare l’umarell, magari anche solo per qualche secondo al giorno, senza dover nemmeno fare lo sforzo di scendere dalla sua amata biclicetta, o come cavolo si chiama. Ma siccome tutto questo non può andare a discapito della sicurezza, ci sono anche piste ciclabili per i crash test.


Giuro che al primo che mi dice che le piste ciclabili di Bologna fanno schifo, io rispondo “è vero!”, ma solo perché non mi piace contraddire gli altri.

SOLUZIONE DEL PROBLEMA ONTOLOGICO

Capita di avere un pensiero fisso, per alcuni è la morte, per altri i soldi, i rapporti sessuali o il proletariato. Il mio pensiero fisso è il problema ontologico. Da quando ne ho sentito parlare dal dentista non riesco più a togliermelo dalla testa.


Inconcepibile...

La prego, non mi dica che va devitalizzato.

No, no, tranquillo. Mi chiedevo perché l'essere e non il nulla.


Per fortuna l'altra sera, in modo del tutto casuale, ho trovato la soluzione. Ero al ristorante con Giuseppe, Giuseppe e Giuseppe (per comodità scelgo solo amici con lo stesso nome). Arrivati al dessert, Giuseppe vuole ordinare quei dolci cinesi con dentro il messaggio. Io non ero d'accordo, faccio molta fatica a digerire i messaggi, però Giuseppe insiste e così alla fine decido di accontentarlo. Io accontento sempre tutti, mi piace vedere la gente smettere di insistere.
Purtroppo, come tutti i dolci cinesi, anche questi sapevano di muco rappreso. Non che io sappia che sapore ha il muco rappreso, ma m'immagino che sia più o meno così: dolciastro, farinoso, con un retrogusto di limone dimenticato in frigorifero da tre settimane. Anche i messaggi dentro ai dolci non erano proprio il massimo: "Attraversa sulle strisce solo se ci sono", "Non prestare soldi al gatto", "Il mondo finirà nel 1993", "Complimenti hai vinto un altro dolce cinese". Quest'ultimo capita proprio a me.


Cosa dice il tuo messaggio? 

No, niente.

Perché lo nascondi?

Non lo sto nascondendo.

L'hai messo in tasca.

Non mi pare.

Da' qua.

Guarda, è vuota.

L'altra tasca!

Mi dispiace, Giuseppe, ma ho una tasca sola.

E questa cos'è?

Ah, la chiamate tasca anche se è a sinistra?

Ma dai, che fortuna! Hai vinto un altro dolce cinese. Cameriere!


In teoria i dolci li avevano finiti, ma è incredibile quello che può inventarti un bravo cuoco con quel poco che ha in cucina: zucchero, farina e limone dimenticato in frigorifero da tre settimane. 


Allora? Che dice il messaggio?

Oddio...

Cos'hai? Perché fai quella faccia?

Giuseppe...

Dimmi.

Dimmi.

Dimmi.

È la soluzione del problema ontologico.

Ah. E non dice nient'altro?

LA BANALITÀ DEL MALE


No.


No.


No.


No.


No, no, no e no!

Abbiamo quasi finito i wingdings, mein Führer.

Me ne frego! Io voglio la mia pic e la voglio adesso!

Sì, mein Führer.

Voglio qualcosa di...

Di?

Ma sì, qualcosa... come dire... hai capito, no?

Tipo così?


Quasi.

È un simbolo di buon augurio molto antico.

Che mi dici di questo?


Questo?

Mi piace! Mi piace! MI! PIACE!

Questo è già preso, mein Führer.

Già preso? Che vuol dire "già preso"?

È il simbolo degli ebrei, un simbolo molto antico.

E noi non siamo...

Ebrei, mein Führer? Temo di no.

Ho un’idea.

UNA CANZONE DI CHIESA: “A TU PER TU CON GESÙ”

STROFA
Certe volte mi risveglio (o-oh)
In un brodo di sudor (su-dor)
E mi arrotolo nel letto (letto!)
Con le mani dentro il cuor (u-uh)

Al sentimento non si scappa
Lo si annovera com’è
Presto o tardi una promessa
Arriverà dentro di me

RITORNELLO
Sei tu
A piedi nudi sopra l’acqua con Gesù
Mano nella mano a tu per tu
Crema di speranza
Balsamo di essenza
Tu mi metti tanta gioia dentro il cuor

STROFA
Al lavoro e tutto il resto (o-oh)
Io mi faccio in tre per tre (no-ve)
È la vita, sì la vita (eh già!)
Che ci mette a pancia in giù (m-mh)

Nei tuoi baffi mi ristoro
Che lo posso oppure no
C’è qualcosa che mi attizza
E sì so tu sai cos’è (tutti insieme!)

RITORNELLO
Sei tu
Una corsetta nel deserto con Gesù
Aperitivo in centro e poco più
Uomo non di carne
Né di pesce né chissà
Predicato dai profeti dell’amor

Gesù-uh-uuuh

(Parlato) Perché il Signore ti profuma l’anima! 

VALORI SPAZIALI

Da un po’ di tempo a questa parte si dice che i valori assoluti non esistono, che non ha senso parlare di cose giuste o sbagliate a priori, che bisogna considerare il contesto, la società, la storia e magari viene pure fuori che è normale che una donna se ne vada in giro vestita come un ninja. È pazzesco. Nei paesi civili le donne si dipingono la faccia e si appendono alle orecchie due batacchi di metallo. Passi che queste cose le dica qualche filosofo, tanto i filosofi hanno uno share bassissimo, il problema è che iniziano a dirle anche le persone comuni, e a me pare che queste persone comuni si stiano allargando un po’ troppo. Prima hai il libero arbitrio, e va bene, poi tutte le varie libertà civili: libertà di parola, di associazione, eccetera, poi addirittura la libertà di votare il partito illiberale che preferisci, adesso vuoi anche sceglierti i valori? Ma certo, accomodati pure, magari ti piacerebbe il valore dello stinco di maiale alla birra o del sesso di gruppo, vero? Sicuro che non vuoi anche il valore dello startene in panciolle tutto il giorno mentre il resto dell’umanità si fa in quattro dalla mattina alla sera per trovare un modo di starsene in panciolle tutto il giorno?
Oggi è finalmente possibile mettere fine a queste inutili discussioni intorno al relativismo etico, perché è stato finalmente scoperto che i valori assoluti esistono e si trovano tutti nella fascia di Kuiper, a due passi da Plutone. La scoperta è stata fatta da un gruppo di ricerca della Specola Vaticana guidato da padre Manuel Paella per mezzo del telescopio VATT, in Arizona. Il VATT è un telescopio ottico-infrarosso con specchio da 1,8 metri originariamente costruito per spiare gli uomini nudi, il che spiega l’obsoleta montatura Gregoriana che permette di ottenere immagini non capovolte.
Ecco come sono andate le cose: circa due settimane fa l’equipe di padre Paella era impegnata nell’osservazione di un MACHO, che purtroppo si è rivelato essere solo un MAssive Compact Halo Object, così padre Paella e i suoi collaboratori hanno deciso di ripiegare sull’osservazione dei corpi trans-nettuniani, non si sa mai, ed è in questo modo che sono pervenuti del tutto casualmente alla sensazionale scoperta dei valori. Distribuiti in una regione di spazio a circa cinquanta unità astronomiche dalla Terra (un’unità astronomica è pari al raggio dell’Orbe Solare, la sfera che regge il Sole nella sua rotazione annua intorno alla Terra), i valori sono composti di materia ingenerabile, incorruttibile, inalterabile e impassibile, come del resto tutti i corpi celesti, e sono osservabili da entrambi gli emisferi terrestri, purché si abbia l’accortezza di non aprire la cupola del telescopio. Ecco per esempio la spettacolare immagine del valore della vita


Un corpo oblungo e leggermente curvo, molto simile a un embrione (a parte la buccia). Qui sotto si possono invece ammirare i valori della famiglia e del lavoro, orbitanti strettamente l’uno intorno all’altro.


È stato calcolato che il valore della famiglia si trasformerà in un buco nero subito dopo il secondo figlio.
Oltre a questi, sono stati osservati anche molti altri valori: quello della tradizione, del sacrificio, della preghiera, dell’obbedienza, del digiuno quaresimale, eccetera. Nessuna traccia invece del valore della razionalità.

ERNST WILHELM VON SCHWERTFEGER

Bach aveva tre grandi desideri: diventare compositore di corte, dimagrire, conoscere di persona Ernst Wilhelm Von Schwertfeger. Spesso ci si immagina che i grandi geni del passato avessero chissà quali aspirazioni: l’assoluto, l’infinito, l’estasi e altre cose più o meno geniali, ma questa è solo la caricatura dei geni. In realtà, se si legge la biografia di una qualsiasi di queste persone, ci si rende conto che i geni hanno gli stessi obiettivi delle persone comuni: avere successo, accoppiarsi, non morire e così via.
Per esempio, i motivi per cui Bach voleva tanto lavorare per un sovrano erano la paga, il prestigio e la possibilità di avere a disposizione dei musicisti veri, non gli studenti che gli toccavano alla Thomasschule. Bravissimi ragazzi, per carità, ma pur sempre studenti. Se la sua carriera non riusciva a decollare era soprattutto colpa loro, pensava, che facevano a pezzi tutto quello che componeva. Per non parlare del suo pubblico: calzolai, salumieri, casalinghe e in generale popolani bigotti che di musica non capivano un’acca. Eseguire la sua musica in chiesa non era certo la stessa cosa che eseguirla di fronte a una platea di aristocratici cresciuti a champagne e contrappunto. Bach avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di andarsene da Lipsia. Per fare colpo sul Re di Polonia, era persino arrivato a comporre appositamente per lui una messa cattolica, e c’è da scommettere che avrebbe composto anche una messa satanica se solo qualcuno gliel’avesse pagata bene.
Riguardo al dimagrire, questo era più un pallino di sua moglie Anna. A lui sarebbe piaciuto accontentarla, ma purtroppo faceva molta fatica a trattenersi dai piaceri del corpo, come dimostra l’elevato numero di figli: sedici secondo l’anagrafe, trentacinque secondo gli organizzatori.
Ma il suo più grande sogno, quello di cui parlava in continuazione, anche nel sonno, era sicuramente incontrare almeno una volta nella vita il grande Ernst Wilhelm Von Schwertfeger, uno dei più celebri compositori dell’epoca, conteso da tutte le corti d’Europa. Oggi questo nome è caduto nell’oblio, ma a quel tempo bastava dire  solo “Schwertfeger” e tutti sapevano esattamente di chi si stava parlando, un po’ come adesso dire “Madonna”, mentre quando si diceva “Bach” bisognava sempre specificare “Johann Sebastian”, se si parlava con uno di Lipsia, altrimenti “Joahnn Sebastian Bach di Lipsia”, se si parlava con un musicista, altrimenti “Joahnn Sebastian Bach di Lipsia il musicista non il veterinario”.
Bach conosceva a memoria tutta la produzione di Ernst Wilhelm Von Schwertfeger: i novantaquattro concerti, le centocinquantasei Passioni e le oltre quattordicimila cantate. Anche lui avrebbe potuto comporre tutte queste cose, pensava, invece era costretto a dare ripetizioni di Latino per arrotondare e così aveva composto solo tre Passioni, neanche la media di una per evangelista.
Bach aveva imparato i primi rudimenti del basso numerato proprio trascrivendo per organo i concerti di Schwertfeger e da allora era diventato un suo grande estimatore. All’epoca non c’era la SIAE e uno come Bach poteva tranquillamente comporre musiche derivate da lavori altrui senza dover pagare diritti che non poteva permettersi. Non era come oggi che se citi tre parole di Faulkner dicendo esplicitamente che sono di Faulkner in un film che non usa neanche un’idea di Faulkner ti becchi la denuncia dei figli dei cognati dei cugini di secondo grado di Faulkner. È successo a un mio caro amico.
Un giorno Bach viene a sapere che di lì a qualche settimana la tournée di Schwertfeger avrebbe fatto tappa a Erfurt, a pochi passi da Lipsia. Per la precisione novantatremila passi. Forse era il caso di scrivergli.


E che gli scrivo?

Scrivigli che lo ammiri e che ti piacerebbe conoscerlo. Non c’è niente di male.

Su, Anna, siamo seri, perché un artista del calibro di Ernst Wilhelm Von Schwertfeger dovrebbe degnarsi di ricevere un semplice insegnante di canto?

Allegagli qualche tuo lavoro, così capisce che siete colleghi.

Mi vergogno.

Non dirlo neanche per scherzo! La tua musica non ha niente da invidiare a quella di Schwertfeger, Breitmeyer o Helgostifelland Jr.

E poi non ho tempo, devo fare la Cantata per l’inaugurazione della nuova pensilina dell’oratorio.

Puoi riciclare qualcosa che hai già composto. Lo sai che non se ne accorgono.

Quindi gli scrivo?

Sì, acciughino.


Così Bach, dopo cena, va nel suo studio, prende un vecchio foglio di pelle di vitello lasciatogli in eredità dal padre e ricopia in bella grafia la lettera che teneva pronta da anni.

A Sua illustrissima e pregevolissima squisitezza Maestro Cavalier Dottor Ernst Wilhelm Von Schwertfeger, le cui lodevolissime e sublimissime opere, fine risultato dell’inarrivabile genio musicale Suo, gareggiano in perfezione, purezza, splendore e struggevolezza con le stesse armonie delle divine sfere celesti e, oso dire, talvolta vincono, rivolgo col rispetto e l’umiltà che sempre si devono a creature di tal levatura spirituale da farci dubitare che possano condividere la prosaica origine terrena nonché l’annessa e inevitabile caducità che è prerogativa dello sfortunato mortale quale lei è – creatura di tal levatura, non sfortunato mortale – rivolgo, dicevo, il più rispettoso e devoto accenno ad invitarla a conoscere di persona l’indegno scrivente di questa missiva che da sempre, forse ancor prima che la terra fosse adeguatamente separata dal cielo, ammira e contempla sopraffatto dall’abbarbaglio l’accecante bellezza della Sua musica. Ah, musica! Che inadeguata parola è questa per designare l’inarrivabile concentrato di meraviglie che Lei, novello Orfeo, crea instancabilmente con la Sua preziosa arte e si degna di elargire a queste nostre indegne e mai abbastanza pulite orecchie.
Azzardandomi a sperare in una Sua risposta, prendo congedo da Lei prostrandomi con tutta la mia anima ai Suoi piedi e, senza nessuna pretesa di far paragone con la Sua arte, mi permetto di allegarle la mia umile opera omnia.

il Suo umilissimo servo
Johann Sebastian Bach
Cantor & Director Musices di Lipsia

La risposta di Schwertfeger arriva dopo pochi giorni, dopotutto era una persona alla mano.

Ciao Pach. Vediamoci prima del concerto.

Bach arriva a Erfurt con tre giorni di anticipo, si compra una parrucca nuova, si fa lustrare accuratamente le scarpe (più volte) e, il giorno del concerto, si presenta all’ingresso del Teatro col vestito del matrimonio fresco di tintoria. Si sarebbe eseguito l’Ormondo XXXIX di Barbanzia, uno dei seicentoventiseimila drammi per musica di Schwertfeger, genere musicale col quale Bach non aveva mai avuto tempo di misurarsi. Per sicurezza, avendo paura di non essere riconosciuto, decide di tenere in mano un cartello col suo nome: Pach.
A pochi minuti dall’inizio del concerto viene annunciato che, a causa di un impegno urgente, il Maestro non è potuto recarsi a Erfurt, pertanto l’orchestra sarà diretta dall’assistente. Si augura al gentile pubblico un buon ascolto.

UNA GRANDE RISORSA DI BOLOGNA: GLI STUDENTI

Ogni città italiana ha qualcosa di eccezionale che la rende unica. Per esempio Siena ha il palazzo Gotico più bello d’Italia, Firenze ha il secondo palazzo gotico più bello d’Italia, Piacenza ha il terzo palazzo gotico più bello d’Italia, e così via. Tutte le città italiane hanno qualcosa di eccezionale, tranne Bologna. Cioè, non è che Bologna non abbia almeno un palazzo gotico degno di nota, per esempio Palazzo d’Accursio è quasi certamente il dodicesimo palazzo gotico più bello d’Italia, ma il problema è che quando una cosa bella viene distrutta, il suo essere bella non è più un pregio ma un difetto. Più è bella, più soffri. Prendi una bellissima città d'arte, bombardala un po', imbratta tutti i muri, fai piovere immondizia per circa una mese ed ecco Bologna.


Questa è una foto della piazza del Teatro durante un venerdì sera qualsiasi, e non rende neanche bene l’idea. Proprio grazie a questa foto, però, ci si può rendere conto che anche Bologna ha qualcosa di eccezionale, una grande risorsa che poche città al mondo hanno: gli studenti.
Gli studenti a Bologna sono circa 80000. 80000 ventenni pieni di vita e entusiasmo che ogni sera si riversano in strada e dedicano tutte le loro energie a trasformare la birra in urina. A prima vista potrebbe sembrare un grande spreco umano: tutte queste persone nel pieno delle loro forze, gente che magari un tempo sarebbe stata impiegata per sconfiggere l’impero persiano o per costruire un paio di piramidi, ridotta a ripetere sera dopo sera una banale trasformazione chimica. Invece non è uno spreco, è solo la città che non ha ancora capito come sfruttare tutta la loro energia.
80000 persone che bevono ininterrottamente dalle 9 di sera fino alle 3 di mattina sono almeno 240000 litri di urina calda prodotta in una sera, se non di più, urina che potrebbe essere raccolta da appositi collettori ai bordi della strada, dove più o meno tutti hanno l’abitudine di svuotarsi, e convogliata in serbatoi sotterranei che, messi a contatto con le tubature dell’acquedotto, genererebbero senza nessuna spesa acqua a 37°. L’acqua sanitaria è di solito un po’ più calda, ma sarebbe comunque un bel risparmio energetico poter scaldare l’acqua della doccia partendo da 37° invece che da temperatura ambiente.
E non è tutto. Questa grande risorsa della Natura può anche essere sfruttata per produrre energia urinoelettrica. A questo scopo basta fornire ogni studente dell’attrezzatura illustrata in figura.


L’apparato A è un accumulatore di carica che lo studente può portare comodamente sulle spalle come un normale zaino, mentre B è una piccola turbina posta a circa un metro dall’ugello che emette il liquido (questa distanza può variare a seconda della statura del generatore di urina). La turbina è collegata a un alternatore (C) che converte l’energia cinetica dell’urina in energia elettrica, la quale viene immagazzinata nell’accumulatore. Questi accumulatori saranno raccolti a fine serata dal Comune e utilizzati come grandi pile elettriche.
Tutto questo può sembrare semplice e pratico, ma c’è un problema: 240000 kg di liquido in caduta libera per un metro producono un’energia di 2400000 J, che utilizzata nell’arco delle 24 ore corrisponde a una potenza di soli 28 W. Una lampadina. Cioè, 80000 persone lavorano tutta la notte e il risultato è la luce di una lampadina? Per fortuna c’è una soluzione.
È sufficiente che ogni studente introduca nel proprio corpo non 3 litri in una sera, come si è finora supposto, ma 10 milioni, in questo modo la potenza generata per un giorno sarà di circa 100 MW, come nelle grandi centrali idroelettriche. Per indurre il reattore umano a versare spontaneamente dentro di sé la necessaria quantità di liquido, basterà sfruttare il quarto principio della termodinamica: lo studente beve tutto ciò che è gratis. Basterà quindi promettere una birra gratis ogni quattordicimila birre.
L’uso di tutta questa birra non rischia di esaurire in breve tempo i giacimenti mondiali di luppolo? Forse, ma questo problema si può risolvere in un modo molto elegante: l’urina che è stata già usata per generare energia elettrica e per scaldare l’acqua può tornare indietro alla fonte e essere di nuovo servita come birra artigianale. Nessuno si accorgerà della differenza.

SCIENZA! SCIENZA! SCIENZA!

Gli affreschi della Cappella Sistina sono uno dei maggiori esempi del genio umano: scene dell’Antico e del Nuovo Testamento dipinte con ineguagliabile maestria a più di venti metri di altezza! Come ha fatto Michelangelo ad arrivare là in alto? Vecchio, malato, probabilmente omosessuale. Aveva pennelli lunghissimi? Come ha fatto a sollevarli? Si dice con pulegge azionate da migliaia di schiavi egizi, ma dove sono finiti questi favolosi pennelli? Distrutti, bruciati, sepolti? Da chi? Può una buca essere più profonda di un pennello di venti metri? Ecco un primo indizio:



Giorgio Vasari in “vite e opere di artisti in odore di essere extraterrestri” ci narra questo strano episodio della vita di Michelangelo: “nol conobbi né mai lo vidi”. Come può Vasari, il primo critico d’arte nel senso moderno del termine (cioè artista mediocre), non avere mai incontrato Michelangelo? Eppure, stando alla teoria del Big Bang, il mondo di allora era più piccolo di quello di oggi. È forse Vasari il vero autore degli affreschi della Cappella Sistina? E se sì, cosa ci faceva coi pennelli di Michelangelo?
Lo studioso John Shapiro avanza un’ipotesi giudicata dai più stravagante: “forse la Cappella Sistina è stata pensata per osservatori esterni”. Ma è un’idea poi così stravagante? Ecco gli affreschi visti dallo spazio.


Cosa significa veramente “Cappella Sistina”? Questa espressione appare per la prima volta nelle carte dei progetti della Cappella Sistina. È anche questa una coincidenza? C’è poi un interessante particolare che da secoli suscita la curiosità degli studiosi.


Cosa rappresenta questo misterioso simbolo? Un serpente? Dio? Pennelli lunghissimi? A prima vista sembrerebbe un sigaro sovrastante due propulsori ad antimateria, ma come faceva l’ignoto autore di questi affreschi a conoscere l’esistenza del sigaro? Com’è noto il tabacco è arrivato in Europa solo dopo la scoperta dell’America (1789) ed è da escludere che nel Cinquecento fosse già stata inventata la macchina del tempo. Oggetti molto simili compaiono in numerosi dipinti coevi e, cosa ancor più strana, l’attrice porno Janet Honey, ventitré anni e tutta una carriera davanti (e di dietro), sostiene di averne recentemente avvistato uno a poche miglia da Huston.


Stavo rientrando al ranch di zio Randy, ero molto stanca e disinibita.

Che ore erano?

Non saprei. A un certo punto vedo uno di questi cosi venirmi incontro.

Un oggetto volante non identificato?

Sì, a parte il fatto che non volava. Ero così spaventata che mi sono subito dovuta spogliare.

Veramente?

È una cosa che mi rilassa. Purtroppo però ne è arrivato subito un altro, poi un altro e un altro ancora... mio dio, erano enormi! Poi finalmente è arrivato zio Randy, ma ne aveva uno anche lui.


Forse non conosceremo mai la verità, forse il segreto dei pennelli di Janet Honey resterà custodito per sempre fra le rovine di Pompei, la città etrusca distrutta dal terribile asteroide che ha estinto i mammut, Dracula e la grande muraglia cinese.