COSE DA SAPERE SUGLI ITALIANI

Fare un viaggio in Italia è sempre una buona idea. L’Italia è un paese pieno di arte


Storia


e bellissimi paesaggi


ma soprattutto arte e Storia, i bei paesaggi ce li hanno un po’ tutti.

Si pensi che l’Italia è il paese al mondo con più siti UNESCO: cinquantotto, dieci in più della Francia. Per non parlare delle gelaterie. Ma per quanto l’Italia possa essere meravigliosa, prima di andarci è bene sapere alcune cose sui suoi abitanti, in modo da evitare spiacevoli fraintendimenti e godersi appieno le proprie vacanze.

Per sapere quali sono le cose più frequenti che il mondo si chiede a proposito degli italiani, basta guardare i suggerimenti di Google.


Allora, vediamo un po':

Are italians latinos?
No.

Are italians friendly?
No.

Are italians short?
Sì.

Are italian wolves dangerous?
Sì.

Are italians universities hard?
No.

Are italians and french similar?
No!

Are italians nice?
No, ma più dei francesi.

Are italians romans?
Alcuni.

Are italians religious?
Ottima domanda. Si potrebbe rispondere semplicemente sì, ma “sì” non rende abbastanza bene l’idea. Per capire quanto gli italiani siano religiosi in una scala da 1 a disturbo ossessivo-compulsivo, si considerino i seguenti fatti:

Uno.
A Torino è conservato un lenzuolo che, dicono, è stato usato duemila anni fa per avvolgere il cadavere del figlio di Dio, non di una qualche divinità minore tipo Mosè, San Giuseppe o lo Spirito Santo (qualsiasi cosa sia), no: Gesù Cristo in persona, Dio Jr.

Due.
A Roma abita il rappresentante ufficiale di Dio nella nostra Galassia: il signor Jorge Mario Bergoglio. Quali altre città del mondo si possono vantare di avere il sostituto di Dio fra i suoi residenti? 19? 8? 3? Te lo dico io quante: 0. Zeta, E, Erre, O.

Tre.
A Napoli, un paio di volte all'anno, la gente si raduna in una chiesa per assistere alla liquefazione di un campione del sangue di un certo Gennaro, il personaggio di un raccontino di fiction scritto secoli fa per la formazione morale del giovane, conservato in un’ampolla sigillata (il sangue, non il giovane) che nessuno è autorizzato ad aprire, analizzare e verificare se sia veramente sangue o, per dire, colatura di alici.

Ma questa non è l’unica religione che gli italiani hanno e non è nemmeno la più importante. La vera religione degli italiani è il cibo. Non per niente l’Italia è il paese dove si mangia meglio al mondo, forse solo dopo il Giappone, la Cina, la Thailandia, l’India, la Corea del Sud e il Vietnam. 7° posto su 195 Stati è un ottimo risultato. E dopo il Portogallo. 8° posto.
Forse anche dopo il Messico ma non è questo il punto, il punto è che in Italia il cibo è una religione.

Per esempio, prendiamo il famoso cappuccino: caffè e latte in una tazza grande con la schiuma, da non confondere con il tristissimo café au lait francese: caffè e latte in una tazza grande senza schiuma, orribile. Noi italiani siamo grandi amanti del cappuccino e siamo convinti di saperlo fare solo noi in tutto il mondo (caffè, latte, tazza grande, schiuma. Solo noi). Ogni mattina milioni di italiani fanno colazione con questa prelibata bevanda, magari accompagnandola con un tipico dolce italiano: un croissant, una brioche, un krapfen. È un’usanza molto piacevole, ma attenzione: per quanto il cappuccino sia delizioso, un vero italiano lo beve solo a colazione. Berlo dopo pranzo è considerato da selvaggi. Non che sia proibito, ci mancherebbe, in Italia puoi fare tutto quello che vuoi purché paghi, ma se bevi un cappuccino dopo pranzo sappi che ogni italiano nei paraggi ti guarderà male e dentro di sé penserà “tornatene a casa tua, maledetto selvaggio!”. Qualcuno lo penserà anche se non bevi niente, basta che tu sia straniero. Agli italiani non piace che qualcuno si permetta di avere abitudini e gusti diversi dai loro, è considerato scortese.
Però il caffè macchiato è consentito: caffè e latte in una tazza piccola con la schiuma. Quindi, se proprio vuoi prendere un cappuccino dopo pranzo, puoi chiedere due caffè macchiati e mischiarli insieme in una tazza grande, nessuno avrà niente da ridire.

Altre cose proibite sono il ketchup sugli spaghetti, il panettone a giugno, la carbonara con i würstel, il parmigiano sulle cozze, il tiramisù con la panna, l’ananas sulla pizza. Curioso, no? Prosciutto e melone: sì; pizza e ananas: no. Per tutti questi divieti non c’è un motivo razionale, è solo una questione puramente religiosa: come i musulmani che non mangiano i panini col prosciutto e i Mon Chéri.

Ma c’è un’altra cosa sacra che gli italiani mettono sopra a Dio e persino sopra al cibo.
Il calcio, ok, ma c’è ancora un’altra cosa che gli italiani mettono sopra a Dio e al cibo: il mare.

1° Calcio
2° Mare
3° Cibo
4° Dio

"Quarto dio" non suona molto bene, ma lasciamo stare. Gli italiani sono completamente fissati con il mare, appena se ne devono privare un attimo, anche solo per andare a fare la spesa, iniziano subito a lamentarsi dell’assenza del mare: “ma quanto è triste questo supermercato senza il mare?”, “ma voi commessi come fate senza il mare?”, “in che scaffale lo tenete il mare?” e così via. Gli italiani che invece non hanno la fortuna di avere il mare vicino a casa, appena hanno un pomeriggio libero, caricano subito sulla macchina valigie, materassini gonfiabili e figli e si precipitano nei pressi del più vicino specchio d’acqua a disposizione; se proprio non è il mare, va bene anche un lago, un fiume, un canale scaricatore, qualsiasi cosa con l’acqua. Questo il risultato


È bene avvisare l’incauto turista che purtroppo in Italia il mare non è così


così


O anche solo così


Ma così


Quando gli italiani dicono “vacanze al mare”, non intendono davvero “vacanze al mare”, intendono “vacanze stipati in mezzo a una folla seminuda piena di bambini ululanti nei pressi di una massa d’acqua torbida e molto probabilmente contaminata da escrezioni umane”.

Bene, sulla questione della religiosità italiana mi pare di avere detto più o meno tutto.
Proseguiamo.

Are italians smart?
No.

COME RICONOSCERE I CIARLATANI

In tempo di pandemia è tutto un proliferare di virologi: virologi veri, virologi per modo di dire, virologi in pensione, medici che virologheggiano, tuttologi. I tuttologi non mancano mai, sono come le brutte notizie: non vorresti mai sentirne una, ma sai bene che prima o poi arriveranno.
Proliferano anche gli epidemiologi, gli infettivologi, i microbiologi e tanti altri qualcosologi, tutte persone che studiano gli innumerevoli modi in cui il corpo umano può ammalarsi e morire. Per semplicità li chiamerò tutti "virologi", come fanno i giornali.

Dunque, dicevamo, i virologi.
I virologi proliferano in ordine sparso su tutti i mezzi di comunicazione e con le loro affermazioni coprono più o meno tutto lo spettro del dicibile, con il risultato che alla fine ognuno può scegliere il virologo che preferisce e credere a ciò che vuole: "il virus è clinicamente morto ma non ce lo dicono", "è solo un'influenza ma non ce lo dicono", "si può curare con un antiparassitario per cavalli ma non ce lo dicono" eccetera. È incredibile quante sono le cose che "non ci dicono" che continuano a dirci.
Ora la domanda è: in mezzo a tutti questi virologi veri e presunti, come si fa a riconoscere i ciarlatani? Facile: i ciarlatani sono quelli non attendibili. Non sto dicendo che tutte le persone non attendibili siano ciarlatani, ma di certo tutti i ciarlatani sono persone non attendibili.
Proseguiamo.

Come si fa a distinguere una persona attendibile da una non attendibile? Per rispondere a questa domanda bisogna prima rispondere a una domanda più fondamentale: qual è la fonte dell'attendibilità? O, detto in altro modo, su cosa si fonda l'attendibilità di una persona?
Sto parlando di "attendibilità" non di "verità". La verità è una questione molto più complicata di cui dibattono le persone con una preparazione specifica nelle opportune sedi: congressi, seminari, distributori di caffè nei centri di ricerca eccetera, luoghi senza conduttori televisivi dove la verità (o una sua approssimazione) può essere ricercata fra le tante ipotesi attendibili.
In TV non è così, in TV è già tanto se c'è almeno una persona che sa di cosa sta parlando. In questo caso sarà dunque sufficiente essere in grado di distinguere questa persona dai ciarlatani.



Quindi, dicevamo, su cosa si fonda l'attendibilità? Sulla sua autorevolezza? Facciamo che sia vero.

Su cosa si fonda l'autorevolezza?
L'autorevolezza, come tutti sanno, si fonda sui titoli di studio, la carriera, i premi. Se un virologo e mia madre discutono di virus a RNA a singolo filamento positivo (non so cos'ho detto), le probabilità che il virologo sia più attendibile di mia madre sono molto alte. Questo significa che l'attendibilità del virologo si fonda sul suo essere un virologo? No.
Se vedo una Lamborghini so bene che è più veloce della mia FIAT Ritmo del 1982, non ho neanche bisogno di comprarla per saperlo, ma la maggiore velocità della Lamborghini non si fonda sul suo nome. Chi non ci crede può provare a scrivere "Lamborghini" sulla sua macchina e vedere cosa succede.
Una persona è attendibile se fa affermazioni attendibili. Questo è innegabile.

Su cosa si fonda l'attendibilità di un'affermazione attendibile? Allora, dicesi "affermazione scientificamente attendibile": una qualsiasi affermazione che sia ricavata da uno o più articoli contenuti in riviste specialistiche. Ok, e perché una rivista specialistica infonde attendibilità alle affermazioni che contiene? Perché è autorevole. No. Perché ci sono degli specialisti indipendenti, i cosiddetti "referee", che esaminano l'attendibilità di quelle affermazioni prima di approvarle per la pubblicazione. Quindi l'attendibilità di un'affermazione dipende dall'approvazione che riceve da altre persone attendibili? Sì. Sicuro? No. Come fanno questi referee a stabilire se un'affermazione è attendibile? Non saprei. Esaminano le apparizioni televisive dell'autore? No. La sua carriera? No. Cosa esaminano? I dati. Esatto, esaminano i dati! (Incredibile come funziona bene la maieutica con gli interlocutori inesistenti).

Siamo dunque arrivati alla conclusione che un'affermazione è attendibile quando è supportata dai dati: esperimenti, osservazioni, simulazioni, qualsiasi evidenza oggettiva che tutti possono verificare e riprodurre. Senza dati, le affermazioni di un virologo valgono tanto quanto quelle di mia madre.

Per esempio, Luc Montagnier (biologo, virologo, professore presso l'Istituto Pasteur di Parigi, premio Nobel) dice che il virus SARS-CoV-2 è stato creato artificialmente modificando l'HIV, mentre mia madre (quinta elementare) dice che molto probabilmente ha avuto un'origine naturale. Chi dei due è attendibile? L'affermazione di mia madre è fondata su uno studio del genoma del virus pubblicato su Nature, mentre l'affermazione di Montagnier non è fondata su nessuna evidenza, bisogna crederci perché lo dice lui. Dunque, in questo caso specifico, la persona attendibile non è il premio Nobel ma mia madre. Bravissima mamma! Peccato le abbia proibito di leggere questo blog.

Quindi un metodo molto efficace per riconoscere i ciarlatani consiste nel fare semplicemente caso alla loro avversione per i dati. Mentre le persone attendibili fanno riferimento a ricerche precise e ne citano gli autori, il contesto, il metodo, i risultati e gli eventuali limiti, i ciarlatani non fanno riferimento a niente di tutto ciò, ma solo alla loro autorevolezza (vera o presunta), all'esperienza personale (che non ha rilevanza statistica), all'emotività di chi ascolta ("non ce lo dicono!"), ai sospetti ("solo una coincidenza?") e a tante deduzioni più o meno logiche da premesse arbitrarie ("lo dice il buon senso"), ma niente dati; quando si tratta di evidenze empiriche, i ciarlatani diventano improvvisamente vaghi e elusivi.
Con questo metodo è dunque possibile scremare la maggior parte dei ciarlatani in circolazione anche senza sapere niente dell'argomento trattato. Non è fantastico? Certo, saperne qualcosa aiuterebbe, ma questo è un altro discorso.

Tutto bello, tutto perfetto, se non fosse che purtroppo esistono anche ciarlatani più evoluti, ciarlatani di secondo livello potremmo chiamarli, che hanno capito il trucco dell'attendibilità e quindi citano anche loro dati (finti) pubblicati su riviste (senza referee) da loro stessi o da altri colleghi (ciarlatani come loro). I ciarlatani di secondo livello sono meno comuni, è vero, ma esistono. La mente umana è incredibilmente fantasiosa quando si tratta di fregare gli altri. Come si fa con questi?
Un esperto è in grado di riconoscerli istantaneamente, è esperto, ma un profano come me come fa? Non può mica verificare a una a una tutte le fonti citate per capire se sono vere o finte. Uno avrebbe anche la sua vita a cui pensare.
Ecco il mio metodo.

Quando una trasmissione o qualsiasi altra cosa dà voce a un ciarlatano del primo livello, quelli tutti "autorevolezza" e niente dati, bisogna subito depennarla e consegnarla al proprio personale oblio. I ciarlatani transitano tutti per le stesse strade, se una trasmissione, un giornale, un sito hanno dato voce a un ciarlatano di primo livello, o perché non sono stati in grado di filtrarlo o perché lo hanno fatto apposta per fare un po' di spettacolo, prima o poi daranno voce anche a un ciarlatano di secondo livello, quindi vanno depennati senza nessuna pietà dalla lista dell'ascoltabile e del leggibile.
In questo modo, depennamento dopo depennamento, si dovrebbe arrivare in breve tempo a seguire solo Radio3 Scienza.

L'IMMOBILIARESE

Esiste una diffusa diffidenza nei confronti degli agenti immobiliari, per non dire ostilità, come se si trattasse di persone il cui mestiere consiste nel fregare gli altri. Ovviamente non è così, è la gente che, non conoscendo la loro lingua, fraintende quello che dicono.
La lingua degli agenti immobiliari è piena di cosiddetti "falsi amici", cioè espressioni che suonano simili all'italiano ma che in realtà hanno un significato diverso. Per esempio, in immobiliarese "falso amico" si dice "agente immobiliare".
Quelle che seguono sono alcune delle espressioni immobiliaresi più utilizzate, comprenderne il significato può aiutarci a portare a termine l'acquisto di una casa senza spiacevoli sorprese.

Quando un agente immobiliare dice che una casa "è un ottimo investimento" non sta dicendo che quella casa è un ottimo investimento. È come la frase latina "i Vitelli dei romani sono belli" che in italiano significa "vai Vitellio al suono di guerra del dio romano". L'espressione immobiliarese "è un ottimo investimento" si traduce così: "è un immondo tugurio, ma se la compri puoi affittarla a qualche sprovveduto". Come si può vedere, l'immobiliarese è una lingua molto sintetica.
"Nuda proprietà" significa invece "bisogna aspettare che la vecchia schiatti".
"Graziosi affacci interni" significa "le finestre danno su un cavedio puzzolente".
"100 m quadri" significa "76 m quadri". In immobiliarese si usa un sistema metrico diverso dal nostro: i numeri dell'agente immobiliare vanno sempre divisi per 1,32. Tranne le spese condominiali.
Uno potrebbe dire: perché non lo dicono esplicitamente?
In realtà lo dicono, solo che lo dicono nella loro lingua: "ho del margine sul prezzo" significa infatti "il prezzo è gonfiato di un fattore 1,32".
Proseguiamo.
"Carbon free" significa "non c’è il gas".
"Unico nel suo genere" significa "in realtà non è una casa, ma una mansarda o uno scantinato o un garage o una cisterna riadattata a casa".
"Rifiniture di pregio" significa "spero le piacciano questi obbrobri ah ah".
Per esempio, questo è il bagno di, cito testualmente dall'annuncio, uno "stupendo appartamento".


E così via.
"Zona particolarmente tranquilla" =  "In culo al mondo".
"Attico" = "Squallido sottotetto".
"Piano nobile" = "Primo piano".
"Piano ammezzato" = "Ricavato da un controsoffitto".
"Grazioso monolocale" = "Ex guardiola del portinaio".
"Ottime condizioni" = "Buone condizioni".
"Buone condizioni" = "Pessime condizioni".
"Volendo già abitabile" = "Da ristrutturare".
"Da ristrutturare" = "Cratere fumante".
"Comodo per i mezzi pubblici" = "Su uno stradone trafficato".
"A due passi dalla stazione" = "Nel quartiere dello spaccio".
"Appena ristrutturato" = "Ristrutturato con materiali di bassa qualità per massimizzare il guadagno e intascare in tutto o in parte il bonus per la ristrutturazione".
"Purtroppo questa è una domanda a cui non so rispondere" = "Sì, la camera da letto confina con un circuito di Formula Uno".

Semplice, no? Come per tutte le lingue, basta coglierne lo spirito e il resto viene da sé.
Un'ultima osservazione: se per caso si vuole mettere in fuga un agente immobiliare un po' troppo loquace, basta pronunciare la seguente formula: “magari ripasso con il geometra“.
Non so cosa significhi, ma funziona sempre.

TEST PER CAPIRE SE SEI SIMPATICO AD ARISTOTELE

Ogni tanto mi viene il dubbio di non essere simpatico ad Aristotele. Magari sono lì che mando a quel paese uno che non rispetta la precedenza e penso "ma Aristotele sarebbe fiero di me?", perché io ci tengo molto al giudizio di Aristotele, e non tanto perché sia un grande filosofo (chi non era un grande filosofo nell'antica Grecia?), ma perché è un filosofo che stimo. Per esempio del giudizio di Fichte, Popper o Marx non mi frega assolutamente niente, pensino di me quello che vogliono, invece con Aristotele è diverso. È vero, Aristotele ha detto tante stupidaggini sulla natura, tipo che le stelle sono lucine appese su una sfera rotante invisibile e che i topi nascono dalle camicie sporche (o qualcosa del genere), ma non è da queste cose che si giudica un filosofo, un filosofo lo vedi dal coraggio, dall'altruismo e dalla fantasia. No, scusa, non ho resistito alla battuta. Volevo dire che un filosofo lo si giudica in base all'interpretazione che sa darti della realtà, "realtà" intesa come realtà umana, non realtà fisica.
Un buon filosofo è uno che ti fornisce un modo originale, razionale e ubertoso di vedere le cose; "originale" nel senso che ti fa vedere le cose di tutti i giorni, quelle che magari consideriamo banali, da un punto di vista nuovo; "razionale" perché non sono pensierini a caso, ma concetti organizzati in una struttura logica coerente; "ubertoso" nel senso di fertile, solo che non mi andava di usare la parola "fertile". "Fertile" è una parola orribile, mi fa venire in mente una donna che partorisce nove vitelli. Comunque, dicevo, un pensiero filosofico è ubertoso quando può far nascere nuove idee o addirittura nuovi pensieri filosofici. È come quando di fronte a un problema fisico fai una trasformazione di coordinate che rende improvvisamente tutto più chiaro e ti permette di indagare il problema più a fondo. A chi non è mai capitato?
È questo il motivo per cui Aristotele è un grande filosofo, non perché ti dà verità oggettive, ma perché ti dà interpretazioni ubertose. A questo punto dovrebbe essere chiaro perché ci tengo così tanto a essergli simpatico. E anche tu dovresti tenerci.
Per scoprirlo basta prendere l'Etica Nicomachea e passare in rassegna tutto l'elenco delle virtù morali: ogni volta che il tuo comportamento abituale è virtuoso secondo i parametri di Aristotele, puoi assegnarti un punto simpatia, se invece non lo è allora niente punti, o addirittura devi toglierti un punto nel caso in cui Aristotele giudichi il tuo comportamento come tipico del vizio peggiore. Infatti a ogni virtù corrispondono due vizi, cioè due eccessi di cui la virtù è il giusto mezzo, solo che uno dei due vizi fa incazzare Aristotele molto più dell'altro.
Tutto chiaro? Siamo pronti?
Spero che tu mi sia riconoscente per quello che sto facendo.
Pronti?

Virtù 1: Coraggio
Aristotele dice che il "coraggioso" non è una persona che non ha paura di niente, ma una persona che pur avendo paura delle cose di cui giustamente si ha paura (cose come i terremoti e i naufragi, per capirci, non i ragni), fa comunque quello che deve fare perché ritiene sia giusto farlo: gettarsi in mare per salvare una persona che annega, non fuggire dai nemici in guerra, parlare di fronte a più di tre persone, eccetera. Se ti riconosci in questa descrizione, segna un punto.
Al coraggio si contrappongono due vizi opposti: l'eccesso di coraggio e l'eccesso di mancanza di coraggio. Quelli che eccedono nel coraggio sono quelle persone che decidono di scalare l'Everest solo perché sono state capaci di salire sull'Alpe di Siusi (in macchina). Sono persone che di solito fanno più danni che altro e Aristotele le chiama "temerarie", ma credo intendesse dire "irresponsabili teste di cazzo" (ιρρήσπονσαβίλι τεστε  δι καζζο ). Quelli che invece eccedono nel senso opposto sono i "vigliacchi". Se per esempio anche tu prendi in considerazione l'idea di chiamare il pronto soccorso ogni volta che hai un mal di testa, rientri in questa categoria.
Neanche a dirlo, la vigliaccheria (-1 punto) è considerata un vizio peggiore della temerarietà (0 punti). "Il vigliacco", dice Aristotele "è un uomo che non ha speranze".
Ok.

Virtù 2: Temperanza
La temperanza è la virtù di chi sa trattenersi di fronte ai piaceri del corpo, in particolare mangiare e bere. Aristotele dice che "questi sono piaceri degni di bestie e schiavi". Fingiamo che non abbia detto "schiavi" e proseguiamo.
Il "temperante" è una persona che sa moderarsi e che desidera le cose piacevoli nella giusta misura, q.b. Per esempio, se aveva deciso di premiarsi con una bella pizza friarielli e salsiccia dopo una dura giornata passata a fare le pulizie di casa, quando poi succede che per sbaglio la pizza gli arriva a casa totalmente ricoperta di ricotta affumicata, ingrediente che non c'entra un cazzo, non  si lascia rovinare la serata da questo inconveniente, non lancia la pizza nell'immondizia e non si butta sul divano col broncio a mangiare grissini fino alle due di notte. No, il temperante si apre una bella birretta da 33 cl e, senza neanche versare una lacrima, mangia compostamente la sua pizza salsiccia, friarielli e ricotta di merda (+1).
Quelli che invece eccedono nella mancanza di temperanza sono i "crapuloni" (-1), mentre quelli che eccedono nel senso opposto (0) non hanno un nome perché, dice Aristotele, in pratica non esistono. È evidente che ai suoi tempi non c'erano i vegani.

Virtù 3: Generosità
Una persona "generosa" è una persona che "spende proporzionatamente alle sue sostanze e per gli scopi opportuni", sono le parole di Aristotele. Se, poniamo, una persona generosa viene invitata a cena da un amico, porterà uno champagne, non un pignoletto del supermercato, e se alla fine della serata lo champagne non sarà stato bevuto, non chiederà di riportarselo a casa, ma lo lascerà all'amico senza dare a vedere il dolore che prova nel separarsi da quella meravigliosa bottiglia (+1). Aristotele non fa esattamente questo esempio, ma più o meno il senso è questo.
Il "prodigo" invece è quello che si riduce in miseria per portare una mathusalem  di Dom Perignon del 1921 a un amico che fino alla sera prima ha sempre bevuto Gordon Gin allungato con la benzina (0). In pratica il prodigo è un generoso scemo.
Invece nessuno è peggiore dell'"avaro" (-1). Dice Aristotele: "l'avaro non è utile a nessuno, nemmeno a se stesso". L'avaro è quello che ai buffet aziendali arriva con le borse di plastica da riempire.

Virtù 4: Magnificenza
Questa onestamente non l'ho capita.

Virtù 5: Fierezza
Una persona che ha questa virtù si ritiene degna di grandi cose e la è davvero (+1), come Aristotele, per fare un nome a caso, che si considerava uno dei più grandi filosofi della storia ed effettivamente lo era.
Invece Woody Allen, che, lo ricordo per chi non lo conoscesse, ha la caratteristica di avere fatto tutte le cose che ha fatto Woody Allen, non si considera per niente uno dei più grandi registi della storia nonostante lo sia.  Non è incredibile? Woody Allen non si considera un genio, mentre c'è chi si atteggia da stocazzo solo perché ha più di 10 follower su YouTube.
Quelli come Woody Allen che si stimano meno di quanto meritano, Aristotele li chiama "pusillanimi" o "timidi", mentre quelli che si vantano senza motivo li chiama "fanfaroni". Per qualche motivo il nostro Ary giudica peggio i timidi (-1) dei fanfaroni (0).

Virtù 6: Mitezza
Le persone "miti" sono quelle che si arrabbiano solo quando è il caso e che sanno comunque sempre mantenere il controllo di sé, cioè non oltrepassano mai le emissioni sonore di una ruspa cingolata e non spargono più saliva di un irrigatore da giardino, cosa che oltre a essere esteticamente bella da vedere è anche molto utile in tutte quelle situazioni in cui è importante non sembrare pazzi: lavoro, affetti, tutto il resto (+1). 
Quelli che invece scatenano le potenze dell'inferno quando uno non dà loro la precedenza o si permette di criticarli, si chiamano "iracondi" e sono i peggiori (-1). Naturalmente io sono uno di questi, non tanto per le critiche, quelle ho imparato a incassarle abbastanza bene, ma per le precedenze. Io, quando sono al volante, divento Jack Nicholson dietro la macchina da scrivere di Shining.

"Wendy, mettiamo una regola, ok? Quando io sto qua e mi vedi guidare la macchina, o non mi vedi guidare la macchina, qualsiasi cazzo di cosa tu mi veda fare qui, QUANDO MI TROVO QUI SEDUTO IN MACCHINA, VUOL DIRE CHE DEVI SEMPRE DARMI LA PRECEDENZA!".

Quelli che non si arrabbiano mai si chiamano "flemmatici" e anche questo non va bene (0), perché uno che sopporta tutto senza reagire, dice Aristotele, potrebbe essere scambiato per uno schiavo.
Mi pare di capire che ad Aristotele non piacessero gli schiavi.

Virtù 7: Amabilità
Dicesi "amabilità": comportamento di chi dà ragione agli altri quando ritiene che abbiano ragione, senza essere condiscendente, e dà loro torto quando ritiene che abbiano torto, senza incaponirsi (+1). Facile, no?
Quelli che invece eccedono con la condiscendenza sono detti "compiacenti". Sono persone che non sanno dire di no e che tendono a dare ragione a tutti per evitare fastidi a sé o agli altri. La gente è felice quando le dai sempre ragione, ma il problema è che alla lunga inizi ad avere la stessa autorevolezza di un gatto.
Invece i "litigiosi" sono quelli che ci tengono sempre a farti sapere che non la pensano come te, sia mai! E di solito non esprimono il loro dissenso dicendo "non sono d'accordo" ma dicendo "ah ah che cazzo dici!?". Costoro non concedono mai niente alle argomentazioni altrui, hanno la dialettica di un pilastro di cemento e usano i tuoi testicoli come punching ball finché non ti dichiari sconfitto senza condizioni.
Aristotele non dice quale dei due vizi sia il peggiore, quindi assegnerei 0 punti a entrambi.
Non so tu, ma io non sto andando benissimo.

Virtù 8: Arguzia
In realtà ci sarebbe da fare la franchezza, ma siccome non mi sembra poi così diversa dalla fierezza direi di saltarla, anche perché tra un po' devo andare dal fisioterapista.
Arguzia, dicevamo. Il cosiddetto "arguto" è una persona "agile di spirito", che sa scherzare con tatto, sa divertirsi agli scherzi altrui e il suo umorismo si basa più sulle allusioni che sul turpiloquio (+1). Io fin qui ho usato solo quattro o cinque "cazzi", quindi da questo punto di vista dovrei essere a posto.
Chi eccede con gli scherzi si chiama "buffone" (0). Sono quelli che pur di farti ridere si levano le mutande in mezzo alla strada e ti fanno l'elicottero col pene. Con il loro pene, intendo. A me stanno simpatici, mi sembra una forma di considerazione, ad Aristotele invece un po' meno.
Quelli che però gli stanno più sul cazzo di tutti, cioè volevo dire sullo stomaco, sono quelli che non scherzano mai. E qui io e Aristotele siamo in perfetta sintonia, fratelli siamesi. Aristotele chiama queste persone "rustiche" (-1) e voglio citare letteralmente quello che dice di loro perché è perfetto: "coloro che non sono capaci di dire essi stessi qualche motto di spirito, e si irritano con chi li fa, sono ritenuti rustici. [...] Il rustico è sgradito a tutti".
Ben detto. Il rustico è sgradito a tutti e, aggiungerei, è solito fare la morale agli altri.
E infine la giustizia, la virtù a cui Aristotele tiene di più.

Virtù 9: Giustizia
Qui il discorso è un po' complicato. Mi perdoneranno gli esperti di pensiero aristotelico, ma per farla breve diciamo che la giustizia consiste più o meno nel pretendere per se stessi né più né meno di quanto spetti, sia nelle relazioni sociali che nella ripartizione di beni, incarichi e altri beni materiali o immateriali. Una persona di questo tipo si chiama "onesta" (+1).
Uno che pretende meno di quanto gli spetti è disonesto con sé stesso e, visto che Aristotele non gli dà un nome, mi sono permesso di chiamarlo "coglione" (0), mentre chi pretende di più potremmo chiamarlo "italiano medio" (-1).

Bene!
Ora finalmente ognuno può calcolare il suo punteggio finale e scoprire come viene considerato da Aristotele.

Meno di -4 punti: "schiavo"
Tra -3 e 0: persona "dappoco"
Tra 1 e 4: persona "dabbene"
Tra 5 e 7: amico di Aristotele
8: Aristotele

COME SUICIDARSI IN MODO SEMPLICE E DIVERTENTE

Penso di non dire niente di nuovo se dico che ogni persona consapevole preferirebbe non essere mai nata, giusto? E non perché essere vivi sia spiacevole, anzi il contrario, la vita può essere meravigliosa fra una disgrazia e l’altra, il problema non è essere vivi, il problema è essere consapevoli di essere vivi. Presente, no? Essere consapevoli di dover morire, essere consapevoli di dover vedere morire una certa quantità di persone care, essere consapevoli che qualsiasi cosa si faccia nella propria vita, grande o piccola che sia, non farà nessuna differenza, alla fine ognuno di noi sparirà nel nulla e non ritornerà mai più. “Mai più”... sono parole che ti fanno passare la voglia di scendere dal letto. Le persone inconsapevoli si deprimono solo quando capita loro qualcosa di brutto, invece le persone consapevoli si deprimono appena aprono gli occhi la mattina e si rendono conto che anche stavolta non hanno avuto la fortuna di morire nel sonno. Perché il sogno di ogni persona consapevole è che qualcuno ti si avvicini mentre dormi e, delicatamente, ti spari un colpo in testa. Non sto dicendo niente di nuovo, no?
È per questo motivo che le persone consapevoli pensano costantemente al suicidio, solo che non è una cosa semplice: un po’ ti spiace dare un dispiacere alle persone che ti vogliono bene, un po’ c’è il problema di trovare un metodo rapido e indolore, perché va bene uccidersi, ma mica uno è masochista.
Forse l'ho già detto da qualche parte in questo blog, ma per sicurezza lo ripeto: se lo Stato fosse davvero un’istituzione creata nell’interesse dei suoi cittadini, ci sarebbe un qualche tipo di servizio per chi vuole suicidarsi, in modo che uno non sia costretto a buttarsi sotto un treno e incasinare la giornata a migliaia di persone, qualcosa tipo un ufficio suicidi: uno va lì, prende il numerino, firma la liberatoria e tutto quanto e alla fine della procedura gli viene fornito un kit per suicidarsi in tutta sicurezza. Il mio metodo preferito sarebbe la ghigliottina. Un po’ truculento, è vero, ma dicono che non si senta niente. Pensa che bello: prendi cinquanta gocce di Lexotan, metti la testa nell’apposito alloggiamento e poi, mentre dormi, un timer fa scendere la ghigliottina e fine, problema risolto. Hai fatto tutto da solo, nessun medico è dovuto venir meno al suo amatissimo giuramento di Ipparco, Ippomene o quello che è. Intanto che c'erano, i medici potevano anche fare il giuramento di non chiedere più di 100 euro a visita.
Ad ogni modo, è opinione comune che suicidarsi sia da codardi, ma questo è chiaramente assurdo. Un codardo è uno che non trova il coraggio di fare qualcosa che vorrebbe fare, invece chi si suicida fa esattamente il contrario, è uno che ha il coraggio di fare proprio quello che vuole. Chi non ci crede può leggersi un poema cavalleresco a caso: gli eroi sono quelli che vanno incontro alla morte, non quelli che scappano per tenersi stretta la loro misera vita, come se fosse un bene che si può conservare in eterno.
Quindi come se ne esce? Fino a un po’ di tempo fa non avrei saputo cosa rispondere, ma il 4 agosto 2020 è successa una cosa che mi ha aperto gli occhi: nel porto di Beirut sono esplose 2750 tonnellate di fertilizzante. Ok, non è bello parlare in questi termini di una disgrazia in cui sono morte tante persone, ma come ogni persona consapevole sa, nel tempo impiegato a leggere le ultime tre righe, nel mondo sono morte circa quindici persone, di cui tre bambini sotto i cinque anni. Bene, questa esplosione mi ha fatto scoprire che esiste una sostanza chiamata nitrato di ammonio, un banale fertilizzante che però, in certe condizioni particolari, può diventare un esplosivo potentissimo. Com’è ovvio mi sono subito chiesto cosa succederebbe se uno ne ingerisse un po’, ci sarebbe qualche effetto degno di nota? In realtà leggo che è praticamente innocuo. C’è infatti un indice che dà la letalità di una sostanza, si chiama LD50 (lethal dose, 50%) e indica i mg di sostanza che devi ingerire per ogni kg di massa corporea per avere il 50% di probabilità di morire. Comodo! Più LD50 è piccolo, più la sostanza è letale. Nel caso del nitrato di ammonio questo indice è 2217 mg/kg, il che significa che uno come me che pesa circa 70 kg, per avere più del 50% di probabilità di morire, deve mangiarne almeno 155 grammi. Un po' troppo, considerato che avrà sicuramente un sapore di merda. Giusto per avere un riferimento, per ottenere lo stesso risultato con l’aspirina, mi basterebbe mangiarne solo 14 grammi, cioè 43 compresse.
Piccola precisazione, l’indice LD50 delle sostanze è solitamente riferito ai topi, ma alla fine fra uomini e topi non c’è poi tutta questa differenza, lo dice anche il romanzo.
Ad ogni modo, tutta questa storia mi ha fatto capire una cosa a cui non avevo mai pensato: ogni sostanza che esiste è un veleno, basta solo ingerirne la quantità giusta. E con “ogni sostanza” intendo letteralmente ogni sostanza, anche l’acqua. Da questa lista si può vedere che l’acqua ha un LD50 pari a 90000 mg/kg, il che significa che per suicidarmi dovrei berne almeno 6 o 7 litri. Ovviamente uno dietro l’altro a garganella, non con calma in due giorni. Ed è qui che viene il bello: ognuno può suicidarsi scegliendo la sua sostanza preferita e morire felice. Non è meraviglioso? Si muore agonizzanti, ok, ma almeno facendo una cosa che si è sempre sognata di fare.
Per esempio io potrei scegliere lo Champagne, la più geniale invenzione umana dopo i tappi per le orecchie e l’opzione “blocca contatto” sul telefono. Calcolando che l'indice LD50 dell’etanolo è 7060 mg/kg e che lo champagne ha una gradazione alcolica del 12%, viene fuori che dovrei berne circa 5 bottiglie e mezzo. Sembra bello, peccato che dopo un po’ lo champagne mi gonfi la pancia. In più, in base a questa tabella, la risposta tossica dell’etanolo è la seguente: nausea, mal di testa, vomito, vertigini, confusione e perdita di conoscenza, che è sempre meglio della risposta tossica dell’aspirina (dolori gastrici, psicosi, campanelli nelle orecchie, iperventilazione), ma non è comunque il massimo della vita. O della morte.
Quindi forse è meglio se opto per l’altra mia grande passione: gli orsetti gommosi.


Al solo pensiero inizio a secernere saliva da tutti i pori.
Per lo zucchero LD50 è 29700 mg/kg, altino ma fattibile. Siccome gli orsetti gommosi hanno una percentuale di zucchero intorno al 45%, ciò significa che devo mangiarne circa quattro chili e mezzo. Facciamo cinque, va', cifra tonda. Reazione tossica prevista: torpore, disturbi gastrointestinali.
Si può fare.

IL FAMOSO ASTEROIDE

Per anni mi sono chiesto: e se un asteroide stesse per colpire la Terra? Supponiamo una sera di accendere il Tg e la prima notizia è che fra un anno esatto un asteroide di 10 km di diametro colpirà la Terra. Facciamo 50 km, va', per sicurezza. Come reagirebbe il mondo?
Di certo quella sera non ci sarebbe molto spazio per le notizie sui reali d'Inghilterra o la riproduzione dei pesciragno delle Molucche, e questo sarebbe già un piccolo passo avanti. Poi magari, pensavo, di fronte a una minaccia globale così grave, la gente smetterebbe di litigare su chi ha le divinità più fiche o fa gli spaghetti più buoni e inizierebbe a immedesimarsi un po' di più nei propri simili. Sarebbe logico, no? Un problema molto grave dovrebbe mettere in ombra i problemi più piccoli. Come quando hai il mal di denti e ti stramaledici per tutte le volte che stavi bene e non ti sei goduto fino in fondo quanto era bello non avere il mal di denti e ti prometti che, se mai tornerà a esserci un giorno nella tua vita in cui non avrai il mal di denti, passerai almeno metà di ognuno dei giorni che ti restano da vivere a riflettere su quanto sia bello non avere il mal di denti e di certo non ti metterai mai più a lamentarti di stupidaggini come, che so, i vicini che fanno rumore o il non trovare parcheggio, mio dio, quanto è bello non trovare parcheggio senza mal di denti! Un asteroide imminente è come un mal di denti che riguarda tutto il mondo, in una situazione del genere dovrebbe essere facile immedesimarsi negli altri, pensavo, e invece no.
A questo riguardo la pandemia del 2020 mi ha decisamente aperto gli occhi, ora so bene come reagirebbe il mondo al famoso asteroide.
Per una settimana o due ci sarebbe il panico (assalto ai supermercati, scorte di carta igienica, ritorno precauzionale dai genitori, eccetera) con qualche piccola occasionale traccia di quell'immedesimazione che dicevo prima. Dopo di che subentrerebbe l'assuefazione all'asteroide immi... yawnente e la gente ricomincerebbe a litigare come sempre, ma con molta più ottusità.
Ci sarebbero quelli che minimizzano, cioè quelli che dicono che 50 km di diametro per un asteroide sono pochi rispetto ai 13000 km della Terra. È come tirare un sasso contro un palazzo, direbbero costoro, che danni può fare? Al massimo rompi una finestra, sai che tragedia...  e smettiamola di dire che i dinosauri si sono estinti con un asteroide di soli 10 km. Che c'entra? Tutti sanno che i dinosauri erano animali molto impressionabili. E comunque un conto è morire per l'asteroide, un conto è morire con l'asteroide. Impara a ragionare con la tua testa!
Poi ci sarebbero quelli che, molto semplicemente, pensano che non ci sia nessun asteroide e che è tutta un'invenzione degli astronomi per spaventarci e dare ai governi la scusa per instaurare un controllo capillare della società con telescopi, binocoli, occhiali molto spessi, eccetera. Chiunque può vedere con i propri occhi che non c'è nessun asteroide in cielo, ma solo una nuova debolissima stella. L'osservazione del cielo è finanziata dai colossi dell'industria astronomica, come ci si può fidare di persone che vengono pagate (pagate! non so se mi spiego) per trarre conclusioni che dovrebbero essere obiettive? Solo le persone che lavorano gratis sono affidabili. Ancora meglio le persone che vengono pagate per non lavorare, lo dice il buon senso.
Poi salterebbe fuori un premio Nobel ultraottantenne a dire che l'asteroide è stato creato in laboratorio da Samantha Cristoforetti per costringerci a fare i vaccini, e ho anche una mezza idea su chi potrebbe essere costui: Antony Hewish, l'astronomo che nel 1974 ha vinto il premio Nobel per la scoperta delle pulsar, anche se in realtà a scoprirle era stata Jocelyn Bell, la sua dottoranda. Uno schema consolidato.
Poi arriverebbero gli integralisti religiosi a dire che l'asteroide è la punizione divina per i matrimoni gay, l'aborto e le ostie senza glutine, subito seguiti da frotte di ciarlatani che si riverserebbero su internet a esporre vari metodi stravaganti per risolvere il problema, metodi tutti assurdi, tipo fare i suffumigi con gli spaghetti, ma presi sul serio da media, politici e adolescenti.
Ci sarebbero quelli che dicono che l'asteroide è attirato dalle onde elettromagnetiche dei telefoni, che è un'astronave aliena, che per sopravvivere basta mangiare tofu, che è tutta una messinscena per nascondere il fallimento del capitalismo, che le previsioni della meccanica celeste non sono in accordo con i Maya e che non è l'asteroide che sta colpendo la Terra ma è la Terra che sta colpendo l'asteroide, cosa che fa tutta un'altra impressione. Tutto è relativo, lo diceva anche Einstein.


E a un certo punto la stragrande maggioranza della gente direbbe la seguente cosa: ma a noi che ci frega dell'asteroide? Tanto uccide solo i portoghesi (supponendo che cada in Portogallo). Dispiace, ok, è sempre una cosa brutta quando muoiono delle persone (anche se sono portoghesi), ma non mi sembra il caso di fermare tutta l'economia mondiale per risolvere un problema che alla fine riguarda solo loro, in particolare quelli senza adeguate scorte di carta igienica. La vita continua, direbbero, come dicono sempre quelli che pensano che la morte sia una cosa che non li riguarda.
E così alla fine l'asteroide colpirebbe la Terra e farebbe più o meno quello che deve fare: devastazione, morte, le solite cose.
Fine.
Comunque, ho pensato, non c'era bisogno di una pandemia per capire queste cose, perché una terribile tragedia globale che coinvolge tutti gli esseri umani esisteva già e si chiama carie.
No, scherzo, si chiama condizione umana, che è quella condizione che può essere riassunta così: trovare ogni giorno un modo di non pensare che morirai in una maniera orribile.
E comunque gli spaghetti più buoni li fanno i cinesi.

IL MANSPLAINING SPIEGATO ALLE DONNE

Donne, oggi spiegherò cos'è il mansplaining. Agli uomini non è necessario spiegarlo perché lo conoscono già abbastanza bene.


Dicesi "mansplaining", dall'inglese "man" ("uomo") e "splaining" (parola senza significato), quel comportamento che si osserva quando un uomo spiega al suo interlocutore cose che l'interlocutore sa meglio di lui.
Questo comportamento è particolarmente fastidioso perché lo spiegante sembra dare per scontato che la persona cui si rivolge sia, come dire, scema. È quello che di solito si fa con i bambini: anche se un bambino ti dice che sa tutto sui dinosauri, tu glieli spieghi lo stesso, un po' perché i bambini in realtà non sanno niente, un po' perché, sappiano qualcosa o no, uno può comunque far valere la sua autorità di adulto e trattarli dall'alto in basso come se fossero scemi. È divertente.
Il mansplaining è la stessa cosa, ma fatta con gli adulti.
Esiste il womansplaining? Naturalmente sì, come esistono donne che lampeggiano in autostrada a 250 all'ora, donne che bevono sei ettolitri di birra davanti a una partita di calcio, donne che fanno attentati terroristici e così via, ma sono rare. Io personalmente non ho mai assistito a casi di womansplaining, a parte mia madre, mentre ho assistito tantissime volte a casi di mansplaining. Una situazione tipica in cui vedo questo fenomeno è per esempio la seguente: appena esco di casa.
Il mansplaining per essere tale deve possedere due caratteristiche fondamentali:
1) la persona che riceve lo spiegone deve conoscere bene l'argomento;
2) il fatto che la persona conosca bene l'argomento deve essere evidente.
Quindi attenzione, donne: non basta che ci sia un uomo che spiega qualcosa a una donna per poter parlare di mansplaining. Se per esempio un meccanico spiega il funzionamento del motore a una parrucchiera (o, se si preferisce, se un parrucchiere spiega il funzionamento dei capelli a una meccanica) questo non costituisce fattispecie di mansplaining. Il problema non è lo spiegare, ma lo spiegare a chi sa. Naturalmente ciò non toglie che può essere comunque fastidioso se uno si mette a spiegarti cose non richieste, ma in questo caso non c'è bisogno di scomodare il concetto di mansplaining, si tratta di un banale caso di attaccabottoni.
Oltre a ciò, come detto al punto 2, per essere in presenza di mansplaining, all'uomo che spiega deve anche essere noto che la persona cui si rivolge è un'esperta, o perché ciò è chiaro dal contesto o perché gli viene reso noto verbalmente con le parole "sì, lo so, conosco bene l'argomento". Se, ricevute queste parole, l'uomo interrompe il suo spiegone e si scusa, è tutto ok, se invece prosegue come se niente fosse, allora lo abbiamo colto in flagranza di mansplaining e si può procedere al vilipendio.
I punti 1) e 2) sono abbastanza noti e ho voluto spiegarli solo per una questione di esaustività mascolina. C'è però un terzo punto molto meno noto su cui si fa abbastanza confusione. Vado a spiegarlo.
3)
Come si è detto, il mansplaining è molto più diffuso del womansplaining, tanto che in prima approssimazione si può dire che sono sempre gli uomini a fare questa cosa, per cui a molti viene spontaneo pensare che allora le loro vittime siano sempre donne.
Chi la pensa così è come se vedesse il mondo diviso in due squadre antagoniste: gli uomini e le donne, come se fossero la Roma e la Lazio. Se durante la partita uno della Roma commette fallo su qualcun altro, è chiaro che questo qualcun altro sarà per forza uno della Lazio, mica si fa fallo sui propri compagni di squadra. In realtà non c'è nessuna partita in corso e gli uomini che fanno mansplaining lo fanno sia con gli uomini che con le donne. È come con gli incidenti stradali: a provocarli sono soprattutto gli uomini, ma chi ci va di mezzo sono sia gli uomini che le donne. Negli incidenti stradali non c'è la squadra degli uomini e la squadra delle donne, c'è la squadra di quelli che guidano da deficienti (principalmente uomini) e la squadra di quelli che li subiscono (uomini e donne).
Lo stesso vale per il mansplaining.
Io sono decenni che subisco questo benedetto mansplaining, lo subisco da ben prima che la parola "mansplaining" apparisse nelle menti degli inventori di neologismi, e lo subisco in tutte le sue fantasiose forme e modalità, da colleghi, amici, idraulici e perfetti sconosciuti. Manca poco che la gente mi fermi per strada per spiegarmi perché sono uscito di casa. Più volte mi è stata inflitta anche la forma più estrema e spietata di mansplaining, quella in cui tu spieghi una cosa a un tizio, questo ti deride accusandoti di dire cazzate, e poi, tipicamente una settimana dopo, questo stesso tizio viene da te tutto felice e ti rispiega (in forma peggiorata) la stessa identica cosa che gli avevi spiegato tu la settimana prima, pensando che sia un'idea sua. Si tratta sempre di uomini, certo, ma ora, solo per il semplice fatto che io non sono una donna, donne, non mi si può proibire di lamentarmente. Nessuno può togliere dalla mia esperienza personale, bollandola come cosa esclusivamente femminile, una delle esperienze che maggiormente ha contribuito a segnare il mio carattere: l'aver subito per tutta la vita il mansplaining.
Ora la domanda è: questo post può essere considerato mansplaining?
La risposta è no, donne.

ACCATTONI NON GENUINI

Il mondo è pieno di accattoni. Ci sono gli accattoni genuini, cioè quelli col barattolo e il cane, e poi ci sono gli accattoni che si travestono da qualcos’altro: venditori porta a porta, assicuratori, guaritori, prestigiatori, promotori finanziari e in generale tutte quelle persone che non si presentano dicendo “mi servono i tuoi soldi”, ma dicendo “a te servono i miei servizi, quindi sarebbe carino che tu mi dessi qualcosa in cambio, non so, per esempio i tuoi soldi”. Anche questi accattoni sono accattoni come gli altri, solo che non sono genuini.
Il mondo è pieno di accattoni non genuini, ma non bisogna generalizzare. Per esempio, i venditori. Distinguere un accattone da un normale venditore è facilissimo: il venditore è quello che tu cerchi per comprare una cosa che ti serve, mentre l’accattone è quello che cerca te per venderti una cosa che non ti serve. La regola è molto semplice: chiunque ti suoni il campanello e/o ti telefoni per proporti un convenientissimo (per lui) affare è un accattone travestito da venditore, cioè uno che non merita né attenzione né ovviamente la compassione cui avrebbe potuto ambire se si fosse presentato col barattolo e il cane come tutti gli accattoni normali. L’unica cosa da fare in questi casi è sbattergli la porta e/o il telefono in faccia, magari aggiungendo “sparisci accattone”. Non per offenderlo, ci mancherebbe, non bisogna mai offendere nessuno, ma solo per ricordargli chi è, nel caso se lo fosse dimenticato. A questi accattoni non genuini non importa quanti soldi tu abbia, se tanti o pochi, loro li vogliono e basta, possibilmente tutti. Se non ci credi puoi fare una prova: la prossima volta che ti imbatti in una di queste persone, prova a dargli direttamente il bancomat, poi vediamo quanti soldi ti lascia sul conto.
La prima cosa che io farei se fossi l’uomo più ricco del mondo, sarebbe accontentare tutti gli accattoni non genuini che mi abbordano. Proprio così. Appena mi si avvicinasse un promotore finanziario, tirerei subito fuori la mia valigia piena di soldi e gli direi che può prenderne quanti ne vuole, anche tutti. A una condizione, però: che se li metta nel sedere.


Buon giorno, signore, ho per lei un investimento che assolutamente non deve lasciarsi sfuggire.

Grazie! Centomila euro possono bastare?

Certo!

Perfetto. Devi metterteli nel sedere.

Prego...?

È semplice, devi toglierti le mutande e metterti i soldi nel sedere.

Oh, ah... ma... 

Adesso, qui, davanti ai miei occhi. Puoi portarti via tutti i soldi che riesci a metterti nel sedere. È chiaro? Se centomila non bastano, ne ho altri.

Adesso?

Non li vuoi? Li do a qualcun altro.

No, no! Ok.

Ok?

Ok, va bene.

Naturalmente ho tutto in monete da un euro.

PASSATO REMOTO, MANEGGIARE CON CAUTELA


Quando tanti anni fa, in un passato ormai lontano e compiuto, ho deciso di aprire questo blog, mi sono imposto di non usare mai il passato remoto, ed è un peccato, perché in realtà lo saprei usare benissimo. Segue esempio.

Ieri, verso le quattro, ebbi fame e mi cossi un uovo. Mi piacque a tal segno che mi strussi e piansi, così mi dissi: "un altro?", e un altro uovo fu: lo presi e lo bollii, ma quando stetti per mangiarlo, triste sorpresa, ciò che vidi mi incusse spavento: l'ebbi cotto oltremisura. Allora stramaledissi la mia imperizia, apersi o aprii la finestra e lo espulsi.
"Maledetto, fosti!", mi gridò un tizio dalla strada. A quanto pare lo colpetti.

Visto? C'è anche un trapassato remoto, e avrei potuto anche metterci un tratrapassato remoto: "ebbi avuto cotto". Bello, eh? Però qui si vede già un grosso problema di queste forme verbali: suonano pretenziose. Quando uno usa il passato remoto, sembra che voglia darsi delle arie da scrittore. È come andare in pizzeria col cilindro, il farfallino e il bastone da passeggio: certo, sei elegante, ma sei anche un po' ridicolo.
Stesso problema col punto e virgola. Le rare volte che mi permetto di usarlo, m'immagino sempre che uno possa dirmi “Punto e virgola!? Ma chi cazzo ti credi di essere? Cesare Pavese?".
Ma forse questi sono problemi che mi faccio io. Del resto ho lo stesso problema anche con i quartetti di Bartók: quando mi trovo in società, in particolare in quelle situazioni formali in cui devo interagire con gente con cui non ho particolare confidenza, evito accuratamente di dire che mi piacciono i quartetti di Bartók*. In queste occasioni, se per caso il discorso va sulla musica, io, per tranquillizzare tutti, dico che mi piace Fausto Leali. Funziona. Per esempio, quando viene il tecnico della caldaia a fare il controllo dei fumi, io gli dico subito che mi piace Fausto Leali, così, a bruciapelo, così lui si rilassa e mi guarda dall'alto in basso perfettamente a suo agio. A volte, mentre lui lavora e mi insudicia tutto il pavimento, io mi metto in un angolo e canticchio:

Ma dove va a finire il cielooo
E forse questo arcobalenooo
Ho bisogno del tuo amooor
Anima del mio cuooor
Oh, oh, oooh

Ovviamente devo inventare, mica lo ascolto davvero, Fausto Leali.
Ma il problema più grosso del passato remoto è un altro e non dipende dalla mia sensibilità. È un problema oggettivo che chiunque può tristemente constatare: il problema del passato remoto è che, se non stai attento, ti costringe a scrivere “feci”. E questo è grave. È molto grave. Uno fa la sua composizione di parole tutta elegante e carina, con tutti i punti e virgola al posto giusto, gli avverbi di dieci sillabe, le parole ottocentesche, le anafore, gli anacoluti studiati per bene, gli aggettivi come se piovesse e soprattutto gli andai, i dissi, i riflettei e poi all’improvviso: feci.
È terribile. Come ha potuto l'inventore della lingua italiana farci questo dispetto? È come se Michelangelo, dopo aver dipinto la Cappella Sistina, in un angolo del Giudizio Universale avesse inciso un piccolo cazzettino stilizzato. Così, tanto per rovinare tutto.
Allora come si fa? Se uno ha deciso di usare il passato remoto, come si comporta quando arriva il momento del verbo "fare"? Passa al passato prossimo? Andai, dissi, riflettei, ho fatto? No, dai, non si fa.
Ricorre a dei sinonimi? Tipo "compii", "effettuai", "produssi mediante una tecnica e/o un'azione"? Pure peggio. I sinonimi si usano per precisare il senso del discorso, non per confondere le acque. È una questione di onestà intellettuale. Se devo dire imbuto ottantasei volte, scrivo “imbuto” ottantasei volte, non scrivo "imbottavino", "pevera", "coso bucato che si restringe in fondo" e così via, non siamo mica alle medie.
Quindi?
Quindi niente, o si accetta eroicamente il rischio di mettersi in ridicolo e si scrive “feci” tutte le volte che è necessario, oppure si bandisce dalla propria vita il passato remoto.

*: Mai ascoltato Bartók in vita mia.

UN'ORA E MEZZA DI NULLA

Una persona saggia dovrebbe essere superiore a cose come i premi, i trofei e tutti i souvenir in generale. Una persona veramente saggia se ne dovrebbe fregare dell’opinione che gli altri hanno di lei, buona o cattiva che sia, perché l’opinione degli altri è niente, mentre vestirsi come un cameriere per andare a ritirare una statuetta kitsch è qualcosa.


La vera tragedia del genere umano non è questo o quest’altro, ma la sua brama di applausi. Tutto nasce da lì: le guerre non si fanno per motivi politici o economici, come si usa dire, ma per conquistare nuovi fan, e dietro a tutti i crimini dell’umanità (genocidi, inquisizioni, Sanremo) ci sono sempre e solo persone in cerca di applausi.
Per questo il mio sogno nel cassetto è vincere il Festival di Cannes e non andare a ritirare il premio. La seconda parte del piano l’ho già ampiamente realizzata, mi manca solo la prima. Non riesco a immaginare niente di più spaventosamente saggio del non presentarmi sul palco dopo aver vinto la Palma d'oro. Anzi, non presentarmi dopo aver vinto con questo film.

FEYNMAN SCANSATI

Mi pare che Feynman una volta abbia scritto una cosa del tipo: "se l'umanità dovesse ricominciare da zero e le si potesse regalare una nozione, una sola, in modo da non farle perdere tempo con eteri, flogistici e cazzate varie e farla progredire il più in fretta possibile verso il mondo meraviglioso in cui oggi viviamo, questa nozione sarebbe certamente l'esistenza degli atomi". Magari non ha detto proprio queste esatte parole, ma il senso era più o meno questo.
Beh, io non sono d'accordo.
Cioè sì, ok, belli gli atomi, sapere che esistono è sicuramente molto utile per il progresso della conoscenza, ma Feynman viveva nel mondo degli anni Settanta, quando le cose pazzesche che sono successe durante la seconda guerra mondiale sembravano un incidente di percorso e non il normale modo di essere dell'umanità. Invece in questo mondo in cui viviamo noi, dove grazie ai social network puoi vedere quello che c'è dentro la testa della gente, è facile rendersi conto che gli atomi non sono proprio la cosa più urgente. Cioè, voglio dire, la gente crede che le migrazioni siano manovrate da un ebreo novantenne, che le banche siano controllate da una loggia massonica internazionale, che i governi si facciano gli attentati da soli, che il riscaldamento globale non esista, che i campi di sterminio nazisti non siano mai esistiti, che l'allunaggio dell'Apollo 11 non sia mai esistito, che l'AIDS non esista, che Obama non sia nato negli Stati Uniti, che Hillary Clinton sia a capo di un'organizzazione di pedofili che si riunisce periodicamente nello scantinato di una pizzeria, che i terremoti siano provocati da antenne radio in Alaska, che Ebola sia stato creato dall'industria farmaceutica, che gli aerei di linea spargano sostanze chimiche per cambiare il clima, che le malattie si possano debellare con l'omeopatia, con la cristalloterapia, con il piombo, l'arsenico e il mercurio ayurvedici, con l'antroposofia di Rudolf Steiner, con le pietre vaginali di Gwyneth Paltrow, con l'urina, con lo yogurt, con l'interconnessione olistica di mente e corpo, ma assolutamente non con i vaccini, che sono velenosi. Ah, e c'è anche chi crede che la Terra sia piatta. 
Tutte queste stupidaggini circolano veramente, non me le sono inventate, e molte hanno anche masse di adepti, gente agitata, agguerrita e determinata a non farsi imporre la visione del mondo cosiddetta ufficiale. Ora, preso atto della situazione, la cosa che più mi sbalordisce quando esco di casa è di non imbattermi nel rogo di una strega.
No, sul serio, a che ci servono gli atomi? Per me la nozione che bisognerebbe dare subito all'umanità fin dalla preistoria è quella di campione statistico rappresentativo. Senza dettagli matematici né niente, giusto l'idea che, se vuoi trarre conclusioni generali da casi particolari, i casi devono essere:

a) selezionati in modo casuale

b) tanti.

Tutto qui.
Lo so che detto così è un concetto vago, impreciso, scientificamente inutilizzabile, eppure è già potentissimo. Pensaci, Richard, già con questa semplice nozione sparirebbero di botto tutte le cure pseudomediche. Sì, perché nessuno userebbe più come prova dell'efficacia di una cura il classico "con me funziona", visto che ognuno sarebbe perfettamente consapevole che il suo caso personale, essendo un caso singolo, non è un campione statistico rappresentativo. "Uno" non può in nessun modo essere inteso come "tanti",  e così ognuno saprebbe che se una pallina di zucchero gli ha fatto passare il mal di schiena, ciò significa solo una di queste tre cose: il mal di schiena sarebbe passato comunque; il mal di schiena non è passato ma per qualche motivo ora è sopportabile; il mal di schiena ce l'ha nella testa.
"Eh, ma anche con tutti i miei amici funziona e i miei amici sono tanti". Benissimo, allora la condizione b) della definizione data sopra è soddisfatta, ma non è soddisfatta la condizione a). Infatti l'amicizia, pur essendo una cosa bellissima, non è un metodo di selezione casuale, dunque, anche in questo caso, non c'è nessun campione statistico rappresentativo da cui poter trarre conclusioni generali.
"Vallo a dire a tutte le persone con cui la pallina di zucchero funziona". Mi spiace, ma nemmeno "le persone con cui la pallina di zucchero funziona" sono una selezione casuale di persone, visto che, tanto per fare un esempio, mancano "le persone con cui la pallina di zucchero non funziona". 
Visto? In un attimo tutta l'umanità, già dal primo giorno su questo pianeta, sarebbe in grado di debellare la stregoneria.
E anche il razzismo. Proprio così, perché se un giornale preistorico desse ogni giorno la notizia che uno straniero ha rubato le conchiglie a un italiano, ognuno sarebbe conscio del fatto che il campione non è selezionato in modo casuale, ma è selezionato da una redazione che, per quanto precisa e obiettiva possa essere, deve selezionare i casi che fanno notizia, e uno straniero che ruba fa molta più notizia di un italiano che ruba. Che gli italiani rubino lo sanno tutti.
Bello, no? E potrei citare tante altre false credenze che sparirebbero in un attimo grazie alla meravigliosa nozione di campione statistico rappresentativo. Poi, è ovvio, non sto dicendo che questa nozione farebbe sparire tutte le stupidaggini del mondo, sto solo dicendo che di sicuro ne farebbe sparire molte di più dei tuoi atomi, caro Dick.

COME USARE TRIPADVISOR SENZA FARSI MALE


TripAdvisor è indiscutibilmente uno strumento molto utile, soprattutto quando ci si deve orientare in qualche città esotica, tipo Busto Arsizio, solo che bisogna saperlo interpretare. Il modo più sbagliato di usarlo è andare nei ristoranti primi in classifica. È ovvio, no? Quale classifica basata sulle opinioni della maggioranza potrà mai essere attendibile? La trasmissione più vista è il Festival di Sanremo, non il Festival dei Quartetti di Beethoven, il libro più venduto è qualcosa di Dan Brown e il film più visto ha sempre una o due scarrettate di supereroi. Per non parlare della democrazia. I politici fanno a gara per sembrare dei perfetti deficienti, e più sono deficienti più piacciono. Non dimentichiamoci che l’unico politico di sinistra che per un attimo ha goduto di un una certa popolarità, aveva la testa rettangolare. “Certo”, si potrebbe obiettare, “ma il cibo non ha niente di intellettuale. Uno sarà pur capace di capire se una pizza è buona o fa schifo, no?”.
No.
Questo funziona con i gatti, non con gli umani. Un gatto riesce a individuare con precisione chirurgica i croccantini da 11 euro al kg che ha nella ciotolina e scarta sistematicamente tutti quelli comprati al discount. I gatti saranno anche meno intelligenti degli umani, ma mica sono scemi. Gli umani, invece, oltre alla loro famosa intelligenza, hanno anche i pregiudizi, le aspettative, i campanilismi, l’autosuggestione, l’orgoglio personale, le fobie e tutta una serie di altre zavorre emotive che li rendono molto meno obiettivi di un gatto.
I primi ristoranti in classifica non sono i migliori, anzi spesso sono solo trappole per turisti, cioè per gente che potrebbe mangiarti anche una testa di cane se gliela metti nel menù come “rissoto alla boloniese”. Quindi, tanto per cominciare

REGOLA #1
Le recensioni positive non vanno lette.

Le recensioni positive non contengono nessuna informazione utile, perché il loro contenuto non ha niente a che vedere col sapore del cibo, ma solo col film che uno si sta proiettando nella testa. Ci sono tanti fattori che possono far sembrare prelibata una schifezza, ma il più efficace di tutti è certamente la cosiddetta “accoglienza dello staff”. Non parlo della semplice gentilezza, quella va benissimo, ci mancherebbe, parlo di tutta quella serie di insistenti e prolungate lusinghe che mirano a far sentire il cliente di passaggio importante, proprio come faceva la mamma quando lo imboccava facendo l’aeroplanino. La gente adora sentirsi importante e questo i proprietari dei ristoranti lo sanno bene, visto che da quando esiste TripAdvisor alcuni di loro si sono trasformati in veri e propri stalker. C’è chi ti racconta tutta la storia in sei volumi del suo fedele abbattitore oppure, fra un piatto e l’altro, ti invita ad alzarti dal tavolo per ammirare le “meravigliose” opere d’arte di produzione propria appese in giro nel locale. Non sto inventando.


Quadri e bagni, cosa si può desiderare di più? E poi magari, quando stai per uscire, ti dà pure un bigliettino con il logo di TripAdvisor, come a dire “ti tengo d’occhio”. È ovvio che in questo modo le recensioni sono tutte falsate.
Gli aspetti positivi di un ristorante, se ce ne sono, non vanno cercati nelle recensioni eccellenti ma in quelle pessime. Quindi

REGOLA #2
Leggere solo le recensioni pessime.

Se la gente scrive “porzioni piccole”, vuol dire che il cibo è servito con un minimo di attenzione all'estetica invece che essere versato in una mangiatoia.
“Costo del coperto eccessivo” significa che non è una mensa aziendale.
“Se la tirano”: sono discreti.
“Locale fighetto”: posate pulite.
“Le tagliatelle non si fanno così”: le tagliatelle si fanno esattamente così.
Eccetera.
Le uniche osservazioni negative da prendere in considerazione sono quelle che (a) riguardano l’incolumità fisica e (b) si ripetono. Direi che questa può essere considerata una regola.

REGOLA #3
Vedi sopra.

Uno che dice di essere stato male è solo un caso, due può essere una coincidenza, tre è meglio se stai a casa e ti fai un toast.
Poi

REGOLA #4
Dare un’occhiata alle foto.

Oggi la gente fotografa tutto e, per qualche motivo, tutto ciò che fotografa appare molto più squallido di com’è nella realtà: il bianco è giallino, i contorni sono mossi, i colori spenti e anche la più squisita delle leccornie può sembrare vomito fumante di balena. È come se le fotocamere dei telefoni avessero uno squallidificatore incorporato, un filtro che spalma uno strato di squallore su ogni cosa, non so se mi spiego.


Quindi, se dopo aver guardato un po’ di foto di un ristorante, non ti è passata la voglia di andarci, questo è sicuramente un buon segno, visto che la realtà potrà essere solo meglio. Da questo punto di vista le foto sono molto più eloquenti di qualsiasi recensione.
Infine una regola importantissima

REGOLA #5
Guardare come il proprietario risponde alle recensioni negative.

Che abbia torto o ragione non ha nessuna importanza, l'unica cosa che conta è la forma: se risponde in modo professionale è tutto ok, se invece sbrocca come un quindicenne su Facebook allora il ristorante va assolutamente evitato. Ecco un esempio.


Qui c’è anche un velo di xenofobia, che non guasta mai.
Chi non riesce a essere professionale nel rispondere a una banale critica, figuriamoci se riesce a esserlo nella gestione di un ristorante. Ognuno è come è, ed è tale in ogni aspetto della sua vita. Per esempio, io sono apprensivo, e lo sono sia quando chiamo l’ambulanza perché mi è andato un ciglio in un occhio, sia quando mi faccio l’anestesia totale prima di salire in aereo. La mia apprensione non è selettiva, è un mio modo di essere e la manifesto in ogni aspetto della mia vita. Lo stesso vale per la professionalità. Uno non professionale ti fa mangiare la cacca.
Naturalmente avrei molte altre regole da sciorinare, per esempio: considerare solo le recensioni nella lingua del posto (REGOLA #19) o assicurarsi che gli istogrammi delle recensioni abbiano un profilo gaussiano (REGOLA #127), ma non mi sembra il caso di dilungarmi oltre. Già queste poche regole dovrebbero impedire che si finisca in un posto dove servono teste di cane.
Oh, se poi capita, capita. Le si accompagni con un buon rosso (REGOLA #86).

BATTUTORIAL

Com'è universalmente riconosciuto, scopo principale di una battuta è far ridere. Ne deriva che le battute belle sono quelle che fanno ridere, mentre le battute brutte sono quelle che non fanno ridere. Questo potrebbe far ingenuamente pensare che una battuta abbia mediamente il 50% di probabilità di essere bella e il 50% di essere brutta, visto che uno può o

a) ridere

o

b) non ridere,

ma in realtà non è così, perché c'è anche chi

c) si offende.

È importante sottolineare che c) non è un banale sotto caso di b), ma un terzo caso a sé stante. "Non ridere" significa semplicemente e neutralmente trovare una battuta non divertente, come quando non si mangia un certo cibo perché non lo si trova buono, invece offendersi significa ritenere che quel cibo trasgredisca una qualche norma più o meno divina.
Il seguente diagramma mostra tutte le possibili reazioni di un essere umano mediamente permaloso quando sente una battuta.


Supponendo per semplicità che tutti i percorsi del diagramma siano equiprobabili, si vede che uno ride solo in un caso su sei, cioè nel 17% dei casi, mentre si limita a non ridere nel 33% dei casi e addirittura si offende nel 50%. Può così succedere che quando si fa una battuta in pubblico ci siano quelli che si offendono per quello che hai detto, quelli che si offendono per quello che credono che tu abbia detto e quelli che si offendono perché non hanno capito quello che hai detto, così, per sicurezza.
Il diagramma appena visto fornisce però anche un modo molto semplice per aumentare le probabilità di successo di una battuta, basta evitare tutte le diramazioni indesiderate. Vediamo come.
Il primo bivio che si incontra è quello che divide chi capisce la battuta da chi non la capisce, dunque per imboccare la strada che porta alla risata sarà sufficiente esprimersi nel modo più chiaro possibile. Le battute devono essere semplici, esplicite, magari accompagnate da un accenno di spiegazione. Per esempio bisogna assolutamente evitare di fare quelle battute in cui si dice una certa cosa, ma in realtà dal contesto uno dovrebbe capire che si intende esattamente l’opposto. Sono battute che rifuggono la risata, così come i vampiri, creature che notoriamente vivono di notte (cioè in assenza di luce), rifuggono la luce.
Una volta eliminata la possibilità di non essere capiti, le probabilità diventano:

Risata 33%
Non risata 33%
Offesa 33%

Già meglio.
Per aumentare ulteriormente le probabilità della risata, è assolutamente indispensabile che al bivio successivo nessuno imbocchi la strada del sentirsi toccato nel vivo. Prendiamo per esempio la battuta appena fatta:

“sono battute che rifuggono la risata come i vampiri rifuggono la luce”.

Questa ha scarsissime possibilità di toccare qualcuno, visto che i vampiri non esistono, ma se invece avessi scritto

“sono battute che rifuggono la risata come i neuroni rifuggono i grillini”

(cosa che peraltro non penso) avrei offeso circa il 30% della popolazione italiana, e questo è un problema, soprattutto se voglio vendere un libro, una cremina bio o un berretto di stagnola per proteggersi dai raggi cosmici.
Oggi lo spettro degli argomenti che possono offendere la gente si è molto allargato, inoltre, grazie ai cosiddetti social media, il processo di individuazione della battuta sgradita e di linciaggio del colpevole è molto più rapido e efficace rispetto al passato. Se l’Inquisizione avesse avuto Facebook, avrebbe bruciato molte più streghe. O vampiri.
Ecco dunque un elenco provvisorio e necessariamente incompleto degli argomenti che bisogna assolutamente evitare quando si fa una battuta:

Politica
Religione
Calcio
Abitudini alimentari
Difetti fisici
Animali (ma solo quelli carini, la tenia solium può essere sbertucciata senza pietà)
Musica
Cinema e televisione
Sistemi operativi
Minoranze (a meno che tu non appartenga a quella minoranza, in tal caso è ok)
Pedofilia
Cataclismi
Olocausti
Posizione del rotolo della carta igienica

Anche i vecchi argomenti da Settimana Enigmistica, tipo la suocera, la moglie o i bambini rompicoglioni, sono temi troppo sensibili per essere affrontati senza rischi, dunque sarà bene inserirli nella suddetta lista.
Ci sarebbero ancora molte cose da dire, per esempio che è sempre meglio accompagnare le battute con faccine sorridenti o farle in dialetti ritenuti simpatici, tipo il romanesco, il fiorentino, il romanesco o, in alternativa, il romanesco, ma se già ci si limita a seguire le poche regole qui esposte, le probabilità di successo di una battuta saranno circa del 50%, che non è poco.
Quello che segue è un ottimo esempio di battuta divertente: