FAKE NEWS

IL CAMPANILISTA – ERRATA CORRIGE

Devo segnalare un errore abbastanza serio che ho commesso nel post di lunedì (questo qui), resoconto della mia breve ma significativa interazione con un esemplare di campanilista adulto.
Una persona a conoscenza dei fatti, disposta a parlare solo a condizione di restare anonima, mi ha segnalato che il finale della storia non è esattamente come io lo ho riportato. Sì, lo so che avevo scritto frasi impegnative come "queste sono le esatte parole" e "lo ricordo bene", ma il fatto è che la mia memoria si premura sempre di rendere il passato meno squallido e un po' più accettabile, non possiamo biasimarla per questo.
Prima di esporre la versione dei fatti restaurata, invito il lettore a rileggere la versione precedente, da "finalmente arriva il momento di pagare" in poi. Io intanto aspetto qui.
Fatto?
Allora, le cose sono in realtà andate così: mentre la proprietaria stava ancora preparando il conto, Gianluigi, come se niente fosse, chiede se può assaggiare il rinomato Rosolio di Cetriolo di Fregazzano del Passero.

– Potrei avere un po' di Rosolio di Cetriolo?

ed è qui che tutti ci voltiamo increduli verso di lui, come se si fosse appena spogliato nudo in mezzo alla sala.
Invece la proprietaria non è per niente stupita e gli risponde come chi ha perfettamente capito con chi ha a che fare

– Vorrai dire “dell’altro Rosolio di Cetriolo”. L’hai già bevuto, no?

Il resto è più o meno uguale: Gianluigi dice “ma io non... cioè io…”; la proprietaria risponde “sì, e ti deve essere piaciuto molto, perché te lo sei bevuto quasi tutto”; Gianluigi non ribatte; la proprietaria non gli versa da bere un bel niente e inoltre, con un gesto nobile e umiliante allo stesso tempo, non gli fa pagare la bottiglia di Rosolio che aveva diligentemente prosciugato.
È molto meglio così, no? "Molto meglio" nel senso di molto peggio.

IL CAMPANILISTA

Io non ho mai capito il campanilismo. Già faccio fatica a capire il nazionalismo, figuriamoci il campanilismo. E di tutti i campanilismi quello che capisco meno è il campanilismo non per una regione, non per una città, non per un paese minimamente rinomato, ma per un minuscolo e insignificante paesello come ce ne sono milioni. Voglio dire, non c'è niente di male a essere affezionati al posto dove si è nati, l'affetto è sempre una bella cosa, e non c'è niente di male nemmeno a voler sempre informare tutti sul proprio luogo di origine, come fanno i prosciutti, ma quando uno inizia a dire che il pane del suo paesello è il più buono, che l'aria del suo paesello è la più sana, che la gente del suo paesello è la più gentile, questo non vuol più dire essere affezionati alle proprie origini, questo vuol dire avere una tara (un attimo che controllo che "tara" sia proprio la parola che cercavo.

Tara s.f. -  Malattia, anomalia o deformazione ereditaria, o altro difetto che comunque comprometta l’integrità fisica o psichica di un individuo.

perfetto) e infatti le tare sono il risultato di anni e anni passati a riprodursi fra parenti nello stesso paesello.
Il campanilismo è una limitazione abbastanza grave per chi ce l'ha, perché gli impedisce di apprezzare cose come il saté indonesiano o la cirimoia peruviana, e lo costringe ad accartocciare tutta la sua esistenza attorno alle usanze e alla mentalità di un frammento di pianeta dove la cosa più interessante è la sagra dell'oloturia mantecata. E fin qui problemi suoi, i problemi tuoi iniziano quando, una persona così, sei costretto a frequentarla, magari perché è un collega o un amico di un amico o il cugino di un'amica di tua sorella eccetera, e ogni volta che ci esci devi sorbirti tutto il suo repertorio di frasi tipo "questo lo sanno fare solo al mio paesello", "quest'altro non succederebbe mai al mio paesello", "il mio paesello qui", "il mio paesello là"... ma scópatelo il tuo paesello!
Chiedo scusa, mi è ascesa l'ira. Non succederà più.
La mia irritazione verso questo tipo di essere umano è dovuta al fatto che tempo fa me ne è toccato in sorte uno di nome Gianluigi, l'allora compagno di un'amica di Sandra (quella della capsulite adesiva). Sandra è ok, l'amica di Sandra è ok, per qualche motivo il compagno dell'amica di Sandra non era neanche lontanamente ok, anzi era decisamente non-ok, la personificazione stessa del Non-Essere-Ok, come direbbe Heidegger. Ogni tanto capitano questi abbinamenti male assortiti, soprattutto quando ci sono di mezzo i rapporti sessuali.
Gianluigi veniva da un paesello talmente "ello" che probabilmente non esisteva neanche sulle mappe, e come tutti i campanilisti che sono costretti a lasciare la loro amata terra non parlava d'altro. Letteralmente. Non ho mai visto una persona così monotematica, era esasperante; di qualsiasi cosa si stesse parlando, non importa quanto fosse lontana da ogni possibile collegamento con pane, salumi e olive, Gianluigi riusciva sempre (sempre) a riportare il discorso al suo paesello.

– C'è uno che mi deve 200 euro da due anni e nel frattempo si è comprato una Porsche, ti rendi conto?
– Al mio paesello ce l'hanno tutti, la Porsche.
– L'estate scorsa ho visto Andromeda col binocolo, fa quasi impressione.
– Il mio paesello fa molta più impressione.
– La diffrazione è un fenomeno che si manifesta quando un'onda incontra un ostacolo.
– Paesello.

Anche quando se ne stava in silenzio, mi sembrava che il suo respiro facesse un verso tipo: paaae... sello... paaae... sello...
Non era un cattivo ragazzo (almeno credo) e all'inizio i suoi racconti erano anche interessanti, come sempre è interessante sentire parlare di posti che non si conoscono, ma quanto si può resistere? Un conto è se uno ti parla delle isole Adamane, per dire, ma dopo il duecentottantaseiesimo aneddoto su Fregazzano del Passero, la serata inizia a prendere una brutta piega. Io credo che l'alcol sia stato inventato proprio per sopportare gente come Gianluigi.

– Leonardo cita per ben tre volte un manuale di agrotecnica scritto da un inventore nato nel mio paesello.
– Eh ehh.... pa.,eselo..x

Al tempo in cui frequentavo Gianluigi ero molto ingenuo. Per esempio pensavo che per spostare il discorso su qualcos'altro fosse sufficiente fargli tanti complimenti per l'incredibile fortuna di nascere in un posto così meravigliosamente meraviglioso e voltare pagina, e invece no. Regola numero 1 quando si frequenta un campanilista: il campanilista non vuole complimenti e non gli fa per niente piacere se anche tu ti metti a decantare le prodezze culinarie e paesaggistiche del suo paesello. Che ne puoi sapere tu del suo paesello? Solo perché una volta hai mangiato l'oloturia mantecata, adesso pensi di poter dire che è il tuo piatto preferito? Sicuramente ne avrai mangiata una versione imperfetta e corrotta da ingredienti spuri, di quelle che si fanno all'estero (i.e. nei comuni limitrofi), ma la vera e originale oloturia mantecata la si può apprezzare solo in un posto e, va da sé, la può apprezzare solo ed esclusivamente uno del posto.
Regola numero 2: quello che il campanilista vuole da te è che tu, straniero, ti metta a decantare il tuo, di paesello, e che insieme facciate la gara a chi ha il paesello più lungo.
E poi succede questo. Al tempo andavo in un ristorante che faceva piatti tradizionali della regione di Gianluigi, me lo aveva fatto conoscere Sandra e in poco tempo era diventato uno dei miei ristoranti preferiti. Un giorno, del tutto casualmente, scopro che i proprietari sono originari proprio del paesello di Gianluigi. Che coincidenza. Quando riferisco la cosa a Gianluigi (sì, lo so, errore mio), lui fa una faccia come se gli avessi appena detto che ho ritrovato i suoi genitori dispersi in antartide durante la prima guerra mondiale. Il tempo potrebbe avere corrotto i miei ricordi, ma a me sembra che abbia pianto.
Il risultato è scontato: Gianluigi prenota istantaneamente un tavolo per sei nel predetto ristorante per la sera del giorno dopo, e con "sei" intendo io, Gianluigi, Sandra e i rispettivi compagni, tutti insieme a cena in un mercoledì sera qualsiasi solo per accontentare Gianluigi.
Per l'occasione Gianluigi si veste come per un matrimonio, il suo, più precisamente il suo matrimonio con se stesso, e già questo mi faceva sentire abbastanza in imbarazzo, era come se stessimo portando a cena lo zio rincoglionito. Nemmeno la sua compagna mi sembrava molto a suo agio, a giudicare dagli sguardi che ogni tanto rivolgeva agli altri, sguardi che sembravano dire "eh eh... ehm, cioè... ah ah...". La chiameremo Gianluigia.
Gianluigia non era originaria del paesello di Gianluigi, il che ha perfettamente senso perché il campanilista, quando non è in patria, ha costantemente bisogno di orecchie straniere da ragguagliare sulle infinite e non numerabili meraviglie del suo paesello, e quali migliori orecchie di quelle della persona che si è incautamente voluta legare in un patto di frequentazione sistematica e prolungata? Una volta Gianluigia ha raccontato a Sandra che, quando lei e Gianluigi si sono conosciuti, lui le parlava come se si stesse rivolgendo a una tedesca.

– Tu è bellissima, Gianluigia. E quali occhi tu ha!
– Grazie, Gianluigi. Sei proprio carino, io però... ecco... io credo di essere lesbica.
– No problema, io piace lesbica.

Ok, dimentica questo dialogo, volevo solo citare questo film


Almeno credo che sia questo film.
Comunque, Gianluigi entra nel ristorante e si comporta come se fosse a casa sua, e non per modo di dire, fa letteralmente il padrone di casa nonostante fosse la prima volta che metteva piede in questo posto: saluta i proprietari come fossero suoi amici, ci accompagna di persona al tavolo che ritiene il migliore e inizia a descriverci il menù senza nemmeno bisogno di aprirlo. Io lo guardo sconcertato, questo sfoggio di confidenza e la reazione estremamente benevola dei proprietari mi stavano facendo ricredere sulla poca verosimiglianza dei racconti campanilistici di Gianluigi e per un attimo mi sono ritrovato a pensare che, forse, Gianluigi non era un patetico coglione, ma era davvero uno dei pochi eletti a essere nati in un meraviglioso paesello dove la gente è la più gentile, l'aria è la più sana e il pane è il più buono. Ma, come detto, quest'impressione dura poco, il tempo di arrivare agli antipasti. Quando ce li portano, Gianluigi prende su di sé il compito di descriverli e questo produce una chiara espressione di fastidio in chi ci stava servendo, espressione che non sono l'unico a notare, visto il modo imbarazzato in cui si guardano Sandra e il suo compagno (Sandro) e il calcetto che mi dà Maria Paola (la mia compagna), un calcetto impercettibile e affettuoso che significa più o meno "con chi cazzo mi fai uscire?".
I primi piatti ci vengono serviti dal proprietario in persona (brutto segno) e quando Gianluigi tenta di fare lo stesso giochino che aveva fatto poco prima col cameriere, il proprietario, senza farsi intimorire, lo contraddice. Lo contraddice con gentilezza, ci mancherebbe, ma non con la famosa gentilezza che dovrebbe essere tipica del paesello Gianluigiano, ma con la più prosaica gentilezza di un banale rapporto venditore - cliente.

– No, caro cliente, nell'oloturia mantecata non si mette la ricotta.
– Beh, ma nella ricetta originale si mette.
– Questa è proprio la ricetta originale.
– Sì, certo... ma ogni tanto, dico... ogni tanto si mette.
– Mai.
– Beh... ma...
– Niente ricotta.
– Comunque è buonissimo.
– Grazie.

Ma il bello arriva nella fase caffè/ammazzacaffè (bello nel senso di "bello"). Dopo che ognuno di noi ha diligentemente finito di bere i suoi caffé, i suoi gingseng in tazza grande, i suoi orzi non zuccherati con scorza di mandarino biologico non trattato, Gianluigi, con la massima disinvoltura e senza preannunciare a nessuno le sue intenzioni, si alza dal tavolo, apre la vetrina dei superalcolici (vetrina che in tutti i mesi in cui avevo frequentato questo ristorante avevo visto maneggiare solo dal personale di bordo) e, senza chiedere il permesso a nessuno, lì, da solo, in piedi in mezzo ai tavoli, si versa un bicchierino di Rosolio di Cetriolo, una delle "tante" "famose" "prelibatezze" del suo paesello.
Vista la sicurezza con cui conduce a termine questa operazione, reprimo la mia ansia e mi convinco che deve essere per forza una tipica usanza del suo paesello, del resto, mi dico, nel mondo ci sono quei posti dove è considerata buona educazione ruttare, magari al paesello di Gianluigi è considerata buona educazione svuotare le bottiglie dei ristoranti. Dico "svuotare" perché Gianluigi fa questa manovra più di una volta: si versa il suo coso, lo beve al tavolo con noi, poi si alza di nuovo, apre la vetrina, se ne versa un altro bicchierino, lo beve al tavolo e così via, per una mezz'ora buona, il tutto sotto gli occhi dei proprietari che lo osservano da un angolo della sala. Lo osservano piuttosto freddamente, bisogna dire, ma, mi dico, in che altro modo dovrebbero guardare un cliente che espleta una tipica usanza del loro comune paesello?

– Volete un po' di Rosolio di Cetriolo anche voi?
– No grazie, Gianluigi, io sono a posto.
– Gianluigia? Sandro? Sandra? Maria Paola? Nessuno?

No, Gianluigi, nessuno, anche perché è da un pezzo che siamo rimasti solo noi nel ristorante e chiunque non sia un egocentrico egotista egomaniaco si sarebbe facilmente reso conto che non siamo più graditi, ma questo non glielo dico.
Finalmente arriva il momento di pagare: conti separati, come si faceva da giovani, e quando arriva il turno dei Gianluigi, succede la seguente cosa: Gianluigi, che naturalmente si autoincarica di elencare tutto quello che hanno ordinato lui e Gianluigia, omette il Rosolio di Cetriolo. Se ne sarà dimenticato, penso, e infatti la proprietaria dice

– Ti sei dimenticato il Rosolio di Cetriolo, caro cliente.

Ok, penso, tutto risolto, ora Gianluigi si scuserà, dirà qualcosa come "sì, è vero, ah ah, come ho fatto a dimenticarmelo?" e tutti ce ne andremo a dormire e ci metteremo alle spalle questa sgradevole serata e invece no, Gianluigi risponde

– Quale Rosolio?

Proprio così, "quale Rosolio?". Ci voltiamo tutti all'unisono verso di lui, increduli, Gianluigia compresa, e lo guardiamo con una faccia che inequivocabilmente dice "perché lo stai facendo"?

– Il Rosolio di Cetriolo, caro cliente. Ti è piaciuto, vero?
– Ma io non... cioè io...
– Sì, e ti deve essere piaciuto molto, perché te lo sei bevuto quasi tutto.

Non sto inventando niente. Queste sono le esatte parole che la proprietaria ha pronunciato, le ricordo bene perché, essendo io lì nel ruolo ufficiale di "accompagnatore di Gianluigi", ho provato così tanta vergogna che, per la prima volta, ho capito perfettamente il senso della frase fatta "mi sarei sotterrato". Gianluigi non ribatte più, nemmeno con una banale scusa, giusto per salvare le apparenze, ma si limita a pagare il dovuto. Dopo di che ce ne andiamo.
Fuori dal ristorante facciamo tutti finta di niente, sorridiamo, diciamo due battute e ci salutiamo ripromettendoci di rivederci presto, come si fa sempre, ma non era vero, non solo non ci siamo più rivisti tutti e sei insieme, ma nessuno di noi ha più rimesso piede in quel ristorante.
Da quella sera non ho più rivisto Gianluigi, non so che fine abbia fatto. Invece so che ora Gianluigia sta con un tedesco e vive felicemente con lui e i loro due figli a Valencia.

TESTINE

L'IMPORTANZA DEI GRILLINI

Spero di non offendere nessuno se dico che in tutti noi c'è un piccolo grillino, anche nelle persone più insospettabili, anche in Soros. Lo so perché qualche tempo fa ho letto "The Alchemy of Finance: The New Paradigm", un libro che Soros ha pubblicato nel 1988, e qua e là saltano fuori alcuni degli ora ben noti preconcetti grillini: la sfiducia nel Fondo Monetario Internazionale, l'uso di termini come "fondamentalismo liberista", la globalizzazione finanziaria vista come portatrice di un'imminente catastrofe mondiale eccetera, ma soprattutto c'è quel caratteristico atteggiamento grillino per cui un totale profano di politica economica e di scienza delle finanze come Soros (profano per sua stessa ammissione) pensa di avere capito tutto sul funzionamento dei mercati finanziari, anche cose che gli accademici di tutto il mondo ignorano e che i famosi media mainstream "non ci vogliono dire" (il virgolettato non è dal libro di Soros, ma dal libro dei luoghi comuni grillini). Soros sarebbe l'idolo dei grillini se solo sapessero leggere (e non fossero vagamente antisemiti, parlo di quell'intramontabile antisemitismo popolare per cui la cosiddetta "lobby ebraica" sarebbe una cosa reale e non semplicemente un'espressione antisemita).
Piccola precisazione: da qui in avanti col termine "Grillini", con la "g" maiuscola, non intenderò semplicemente i rappresentanti del Movimento 5 Stelle (con un po' più di sforzo potevano trovare un nome anche più scemo, che so, "Organizzazione 3 Gamberi", "Formazione 8 Volante", "Ayurveda Relax 50 minuti"), ma intenderò più in generale quel tipo di persone che si possono trovare ovunque e in qualsiasi epoca e che hanno quelle caratteristiche distintive che nell'Italia di oggi sono così ben rappresentate dai "grillini" con la "g" minuscola. In questo senso sono Grillini i Khomeinisti, i QAnoniani, i fan di Putin, la maggior parte dei Brexiter, gli Anti-Vaxxer di tutto il mondo, tanti seguaci di Modi in India e di Bolsonaro in Brasile, ma anche i Leghisti (che potremmo definire una versione xenofobicamente consapevole dei grillini) e persino gente del PD. Il mondo pullula di Grillini. Per esempio, nell'Italia all'epoca fascista, i Grillini erano i fascisti, in particolare i fascisti alla Bombacci, quelli che erano davvero convinti di fare il bene dell'umanità (e quindi i peggiori), più che i fascisti alla Starace, a cui fondamentalmente piaceva solo menare.
È normale che sia così, perché la Grillinità (o se si preferisce Grillineria) è una condizione esistenziale costitutiva dell'essere umano. Tutti nasciamo Grillini, così come tutti nasciamo ignoranti, egotisti e psicopatici, ed è solo attraverso il contatto con la civiltà che possiamo smettere di esserlo, o perlomeno cercare di esserlo meno, ognuno secondo le sue possibilità e le sue opportunità. Come dice quella famosa frase di Rousseau "l'uomo nasce in catene, ma ovunque può diventare libero". Certo, per alcuni è un po' più difficile che per altri; per i grillini è stato evidentemente impossibile. In che modo allora possono essere considerati importanti?
Beh, prima di tutto sono importanti proprio perché sono Grillini in modo integrale e ben riconoscibile, e questo fa sì che proprio grazie a loro questa condizione esistenziale primordiale abbia oggi finalmente un nome.
A questo proposito vorrei far notare quanto è perfetta la parola "grillino", è una di quelle parole che rendono benissimo l'idea già da sole, come "borbottio", "smargiasso" o "demagogia", perché i Grillini sono proprio così: sono piccoli, tanti, fastidiosi e saltellanti come un'invasione di grilli, tutti uguali come sancisce mirabilmente il loro motto: uno vale uno. Pensa che sfortuna se Beppe Grillo si fosse chiamato, che so, Beppe Rodomonti: "i rodomontiani aprono il Parlamento come una scatoletta di tonno", non funziona, vero? Ha quasi un che di nobile. "Rodomontiani" non fa percepire il cieco brulicare di una massa di persone minuscole con le loro vocine sghignazzanti e i loro occhietti umidi; "grillini" invece è perfetto, "zanzarini" sarebbe stato ancora meglio, o "escherichia colini", ma anche "grillini" va benissimo.
C'è poi un altro motivo per cui sono importanti, anzi fondamentali: attraverso il loro esempio, ognuno ha la possibilità di riconoscere il Grillino che ha dentro di sé e distaccarsene, perfezionando così il suo processo di autosgrillinamento.
Per me è stato così. Non che io sia mai stato grillino, questo no, però tempo fa avevo anch'io qualche preconcetto tipicamente Grillino, proprio come Soros, luoghi comuni raccattati con le orecchie un po' qua e un po' là e che ritenevo plausibili non perché li avessi mai approfonditi, ma proprio perché non li avevo mai approfonditi. Se ho abbandonato quei preconcetti a gambe levate e in modo definitivo come nessuna argomentazione avrebbe mai potuto convincermi a fare, è solo merito dei grillini.
Il giorno in cui per la prima volta ho sentito parlare il mio primo grillino in carne e ossa, all'inizio ho provato una strana sensazione: su certe cose mi veniva da dargli ragione (le banche qua, la democrazia diretta là...), anche se io le avrei espresse usando i congiuntivi, ma allo stesso tempo mi vergognavo, com'era possibile? Eppure anche a me piaceva Rousseau, ma più lo ascoltavo e più lo sentivo fare errori logici, banalizzare tutto il banalizzabile, inanellare un luogo comune dietro l'altro e sostituire le argomentazioni con un po' di retorica da rappresentate di classe e il sarcasmo di un bulletto mancato, più la mia vergogna aumentava, finché a un certo punto mi sono detto: "un momento, ma questo qua è un imbecille". È stato un momento catartico, come guardarsi per la prima volta allo specchio e scoprire che, quando fai certi discorsi, non sembri così


ma così


Siccome i grillini dicono solo cose da Grillini e le dicono in modo assolutamente spontaneo e convinto (e dunque senza possibilità di errore), sono perfetti per fare un rapido check sullo stato attuale delle proprie convinzioni personali e depurarsi così da eventuali "idee" Grilline residue.
Qui di seguito ho stilato una piccola lista di queste tipiche "idee" grilline. Ovviamente è solo un abbozzo che deve essere migliorato e ampliato, ma già così può essere un utile strumento per perfezionare il proprio processo di sgrillinamento (con la spunta ho segnato quei preconcetti che, più o meno, avevo anch'io).

1) Destra e sinistra non esistono;
2) La ricerca scientifica persegue principalmente interessi economici;
3) I mercati finanziari distruggono l'economia reale ✓ (cioè, non è che io proprio lo pensassi ("pensassi"), però, insomma, avevo un pregiudizio negativo nei confronti dei mercati finanziari senza sapere nemmeno bene cosa fossero, quindi mi pare di meritarmi la spunta);
4) La politica come professione è male ✓;
5) [Un complotto mondiale a caso] ✓ (Va bene, lo ammetto, anch'io tanti anni fa ho prestato l'orecchio a un complottino, ok? Ma ero molto giovane, non ne ero pienamente consapevole e alla fine non era uno di quei complotti così assurdamente pazzi come le scie chimiche, per dire, era solo mediamente pazzo, un complotto pazzerello, diciamo, e comunque mi è bastato ascoltare Giulietto Chiesa per cinque minuti per provare la vergogna descritta sopra e tornare subito in me);
6) I media ci tengono nascosta la verità;
7) Democrazia diretta > democrazia rappresentativa ✓;
8) Sovranismo > Sovranazionalismo;
9) Saggezza popolare > esperienza professionale;
10) Naturale = sano, artificiale = malsano;
11) Gli elettori sono migliori dei loro rappresentanti ✓ (questa purtroppo è una Grillinata che ho pensato per tantissimo tempo);
12) "Non sono antisemita, ma la finanza mondiale è manovrata dalla lobby ebraica" (grazie a dio questa cosa non l'ho mai pensata, è stato sufficiente frequentare le scuole elementari);
13) Report è una trasmissione attendibile ✓(questo punto può essere approfondito qui).

LA CAPSULITE ADESIVA PIÙ PAZZA DEL MONDO

La capsulite adesiva, dice Wikipedia, è "un particolare tipo di degenerazione periarticolare dolorosa che causa perdita parziale di mobilità della spalla" e i suoi sintomi principali, questo lo so anche senza Wikipedia, sono: male al braccio (anche durante il sonno) e impossibilità di fare certi movimenti, tipo il saluto romano (è per dare l’idea). Il lato positivo della capsulite adesiva è che passa, il lato negativo è che può durare anni, soprattutto se non viene curata. Qual è la causa? Non si sa, ma ho letto che capita a circa il 2% delle persone, quindi non è esattamente una malattia rara e dunque un ortopedico, faccio per dire, potrebbe anche riconoscerla al primo colpo o perlomeno prenderla in considerazione. Ma andiamo con ordine.
Tempo fa mi contatta il signor Shockdom per propormi di fare un libro di fumetti (si dice così?) sullo stile delle strisce che metto su Instagram (vedi qui). Disegnare, in sé, non è una cosa che mi piaccia particolarmente, è giusto una tacca sopra le pulizie del bagno, però l'idea del libro di fumetti mi piace, perché alla fine è una cosa attraverso cui ci si può esprimere (diversamente dalle pulizie del bagno), e poi, mi sono detto, se c'è un contratto con delle scadenze eccetera, ho la scusa per potermi dedicare a qualcosa di un po' più elaborato e temporalmente dispendioso del solito senza sentirmi in colpa. Quindi parto con il libro: penso a un soggetto, scrivo la sceneggiatura, mi compro una tavoletta grafica nuova, disegno i personaggi, preparo i font, sostituisco la tavoletta grafica nuova con un'altra tavoletta grafica nuova che funzioni, trovo persino un titolo ("Il mondo più pazzo del mondo") e quando finalmente parto con le prime tavole inizio a sentire un leggero dolorino al braccio destro. Indovina con quale braccio disegno? Esatto.
La mia politica con i dolorini è molto semplice:
a) se interessano parti non vitali del corpo, li ignoro;
b) se interessano parti vitali (cuore escluso), prenoto una visita da uno specialista;
c) se interessano il cuore, vado al pronto soccorso.
Quindi, dolorino al braccio: ignoro. Di solito questa tecnica funziona egregiamente: ignora oggi, ignora domani, a un certo punto ti accorgi che il dolorino non c'è più. In questo caso, però, succede che dopo qualche settimana non solo il dolorino non se ne è andato, ma si è trasformato in dolore a tutti gli effetti (dolore di magnitudo 3, per la precisione) e disegnare inizia a darmi fastidio, intendo più fastidio del solito. In condizioni normali avrei continuato a ignorarlo (prima che io inizi a preoccuparmi per un banale braccio bisogna arrivare almeno a magnitudo 7), ma qui il problema è che ho circa un centinaio di tavole che aspettano di essere disegnate e disegnare con questo dolore non è più semplicemente una tacca sopra le pulizie del bagno, è una tacca sopra il waterboarding. Devo vedere uno specialista.
La mia personale fornitrice di specialisti è mia madre, lei e le sue amiche conoscono i nomi di tutti i medici della zona, le loro caratteristiche, l'affidabilità, le prestazioni eccetera, sentirle parlare di medici e ospedali è come sentire dei bookmaker che parlano di cavalli da corsa. Naturalmente, per riuscire ad accedere alla preziosa informazione, bisogna prima passare indenni attraverso il fuoco di sbarramento delle cure fai da te: "hai preso la Cibalgina?", "prova a far riposare il braccio per qualche giorno", "la cugina della sorella dello zio Mario aveva anche lei male al braccio (anche durante il sonno) e impossibilità di fare il saluto romano e le è passato tutto facendo gli impacchi col ghiaccio" eccetera, dopo di che, se si ha pazienza, arriva il tanto agognato nome, a volte addirittura una rosa di tre o quattro nomi fra cui poter scegliere, o almeno di solito funziona così, perché purtroppo in questo caso non arriva nessun nome. Per quanto possa sembrare inverosimile, mia madre non conosce nemmeno un ortopedico; conosce pneumologi, oculisti, otorinolaringoiatri, dermatologi, cardiologi, mandrie di gastroenterologi e persino uno psichiatra, ma sorprendentemente nemmeno un ortopedico. O meglio, qualche ortopedico lo conosce (ci mancherebbe!), ma nessuno che sia stato testato da un numero sufficiente di persone affidabili (oltre alla lista di medici affidabili, mia madre ha una lista di pazienti affidabili, e l'affidabilità della prima lista si fonda sull'affidabilità della seconda; su cosa si basi l'affidabilità della seconda lista, non è ora il caso di indagare). Quindi? Quindi niente, vado a caso.
Apro il Fascicolo Sanitario Elettronico e scelgo un ortopedico più o meno a caso, cercando solo di mediare fra costo, distanza da casa e rinomanza dell'istituto per cui lavora. In questo modo finisco col prenotare una visita con quello che chiameremo Ortopedico #1 (150 €).
La visita con Ortopedico #1 è abbastanza surreale e non solo per il fatto che dura solo 13 minuti (150 € per 13 minuti fanno circa 11.5 € al minuto, cosa che mi ha costretto a pormi la domanda "perché non ho fatto l'ortopedico? è un lavoro pulito, non tocchi le mucose di nessuno, non devi aprire corpi o maneggiare testicoli altrui, al massimo vedi qualche brutto corpo, ok, ma 11.5 € al minuto sono 690 € all'ora, 31740 € alla settimana considerando le classiche 36 ore, 1650480 € all'anno, sai quanti corpi brutti sarei disposto a vedere per 1650480 €? Avrei potuto fare l'ortopedico per tre o quattro anni e poi ritirarmi nella mia villa con infinity pool sul Monte Athos e fare tutti i libri di fumetti del mondo con l'ausilio di una squadra di disegnatori da far impallidire lo Studio Ghibli"), è una visita surreale soprattutto perché, di quei 13 minuti, Ortopedico #1 ne passa almeno la metà a scrivere il referto al computer, un referto di 14 righe (ce l'ho qui in mano, le ho appena contate), cioè circa 2.2 righe al minuto. Mentre lo osservo battere sulla tastiera un tasto alla volta, col solo uso dei due indici, ho la netta sensazione di avere appena fatto scendere i miei 150 € giù per il water, ma siccome non è mai facile ammettere con se stessi di avere sbagliato, soprattutto quando hai appena speso così tanti soldi (150 €), mi costringo a pensare che sì, dai, sarà un impedito come dattilografo, ma magari è un bravo ortopedico.
Quello che segue è un resoconto oggettivo di come sono andati i circa 6 minuti e mezzo di visita ortopedica che hanno preceduto la suddetta prestazione dattilografica.

Il paziente entra nell'ambulatorio di Ortopedico #1.
Convenevoli.
Ortopedico #1 invita il paziente a riferire il motivo della visita.

PAZIENTE – Ho male al braccio destro (anche durante il sonno) e impossibilità di fare certi movimenti, tipo questo.

Il paziente prova a fare il saluto romano.
Ortopedico #1 sembra perplesso.

ORTOPEDICO #1 – Anche durante il sonno, ha detto?
PAZIENTE – Sì.
ORTOPEDICO #1 – Mm... strano.

Il paziente riferisce che rimane molte ore al computer a disegnare con appoggio sull'avambraccio destro e, come origine del dolore, indica la parte superiore del braccio, appena sotto la spalla, sostenendo che detto dolore si irradia poi al gomito, all'avambraccio e, talvolta, anche al polso.
Ortopedico #1 esamina il braccio del paziente a mani nude e ipotizza che la sintomatologia sia dovuta a neuroaprassia del nervo ulnare e/o sospetta tendinite dei flessori del polso.

PAZIENTE – Polso?
ORTOPEDICO #1 – Sì.
PAZIENTE – Ma a me fa male il braccio. Qui, guardi.
ORTOPEDICO #1 – Una tendinite del polso può procurare dolore anche al braccio.

Segue stesura del referto.

A seguito della visita, Ortopedico #1 mi consiglia di eseguire un'ecografia al polso (77 €) e un'elettromiografia al nervo ulnare (200 €). Naturalmente avrei potuto scegliere di fare questi esami con il Servizio Sanitario Nazionale e spendere meno, ma i tempi di attesa sarebbero stati troppo lunghi. Per esempio, per l'ecografia: libera professione, due settimane; SSN, nove (giuro) mesi.
Passo le due settimane senza disegnare, in modo da far riposare un po' il braccio (o il polso, a seconda dei punti di vista), tanto la deadline del libro è molto lontana, e nel frattempo, come suggerito da Ortopedico #1, assumo Brufen 600 mg una volta al dì, cosa cui purtroppo non fa seguito alcuna apprezzabile diminuzione del dolore. In compenso, dopo due giorni, inizia a sanguinarmi il naso. Curioso. Il quarto giorno mi sveglio con uno strano sapore in bocca e noto con una certa apprensione che la federa del cuscino è imbevuta di sangue. Dopo essermi assicurato di non essere stato assassinato nel sonno, decido di interrompere l'assunzione di Brufen 600 mg. Precisazione: ovviamente non sto dicendo che epistassi e suddetto farmaco siano collegati da un nesso di causa-effetto, dico solo che, nel dubbio, preferisco tenermi il dolore.
Ecografista #1 è una persona dall'aspetto molto professionale, non solo per l'abbigliamento e il contegno, ma anche per l'espressività assolutamente in linea con quello che io mi aspetto da un professionista, cioè nessuna espressività. Mentre mi esamina il polso, dice di rilevare lievi note degenerative della radio-carpica con versamento articolare associato, ma nessun segno di tendinite. "E queste note degenerative, chiamiamole pure così, possono provocare male al braccio (anche nel sonno) e impossibilità di fare il saluto romano?", chiedo. "No", risponde.
Siccome Ecografista #1 ha un'aria familiare (mi ricorda un po' Mr. Spock), mi azzardo a chiedergli se per caso non può dare un'occhiata anche a questo nervo ulnare di cui si parla tanto. Ecografista #1 recepisce la richiesta senza commentare e subito inizia a esaminare il gomito con il tricorder. "Instabilità del nervo ulnare", dice. "E come si cura?", chiedo. "Intervento chirurgico", risponde.
Visto che la causa del mio dolore al braccio era stata finalmente trovata, o almeno così credevo, avrei potuto anche disdire l'elettromiografia e spendere quei 200 € per qualcosa di più piacevole, che so, una dose di 37.5 cl di Chateau d'Yquem, dopo tutto non l'ho mai bevuto e si favoleggia che sia molto più efficace del Brufen, ma io sono una persona meticolosa e se mi viene assegnato un compito lo eseguo e lo porto fino in fondo senza chiedermi che senso abbia quello che sto facendo. Ok, forse questa non è proprio la definizione di persona meticolosa.
Il primo appuntamento disponibile per questa misteriosa elettromiografia è dopo due mesi (ovviamente in libera professione, se no è nel 2057 o qualcosa del genere). Non so, forse c'entra anche il fatto che nel frattempo stava infuriando la famosa pandemia del 2020-2028 e magari questo rendeva tutto molto più complicato. Nell'attesa il mio dolore sale a magnitudo 5 e io mi vedo costretto a chiedere aiuto al braccio sinistro se voglio avere qualche speranza di finire il famoso libro. Tanto per cominciare, mi impongo di usare il mouse con la sinistra. All'inizio è un po' complicato, come quando cerchi di tagliarti i capelli allo specchio, ma dopo un po' ci si abitua. Sistemata la faccenda mouse, inizio ad applicare la sinistra anche ad altre attività: bere, lavare denti, pettinare, praticamente tutto tranne disegnare. Già non è che io disegni proprio benissimo, se poi mi metto pure a disegnare con la sinistra penso che il risultato sia indistinguibile da Picasso. 
Come sempre succede quando informi amici e parenti dei tuoi acciacchi, ognuno ti propone la sua teoria. Per esempio mia madre dice che è colpa della nuova tavoletta grafica, mio fratello dice che probabilmente mi sono fatto male in palestra, una mia amica (che chiameremo indicativamente Sandra) dice che ho la capsulite adesiva. "Capsu-che?", le chiedo; "lite adesiva", mi risponde. Io rispondo a tutti "certo, può essere" e intanto penso "certo, può essere", ma con sarcasmo. Se fosse possibile capire le cause dei problemi fisici di una persona semplicemente ascoltandola, non ci sarebbe bisogno dei medici, no?
Magnitudo 6.
L'elettromiografia si rivela un'esperienza molto interessante, vale tutti i soldi spesi fino all'ultimo centesimo, e non tanto perché abbia risolto alcunché, almeno nel mio caso, ma perché mi ha fatto capire alcune cose sulle scene di tortura nei film.
Ad aspettarmi nell'ambulatorio ci sono due elettromiografisti (Elettromiografista #1 e Elettromiografista #2), se posso chiamarli così, ognuno con un compito ben preciso: Elettromiografista #1 è incaricato di produrre delle scariche elettriche attraverso il mio corpo, mentre Elettromiografista #2 deve impedirmi di fuggire. In estrema sintesi l'esame consiste nell'applicare degli elettrodi al braccio e far passare della corrente attraverso i nervi, in modo da verificare se la conduzione elettrica è nella norma o se ci sono delle lesioni che deteriorano il segnale, il tutto compiuto più volte, a diverse intensità, per circa un'ora, in più punti del braccio (entrambe le braccia, per sicurezza). Che spettacolo curioso vedere il proprio braccio che saltella come una rana di Galvani sul lettino dell'ambulatorio e nel frattempo sentire dentro di sé come un piccolo martello che ti colpisce il nervo a mitraglietta. Presente quando sbatti il gomito contro uno spigolo? Ecco, stessa cosa, ma in questo caso lo sbatti centinaia di volte al secondo. A questa prima parte dell'esame segue poi una seconda parte in cui ti vengono conficcati degli aghi conduttori nei muscoli allo scopo di rilevare l'elettricità prodotta durante i movimenti, sempre che io abbia capito.
Allora, il punto è questo: prima di fare questa elettromiografia io ero per qualche motivo convinto che essere trafitti dovesse essere molto più doloroso che essere fulminati, se così si può dire. Beh, sbagliavo. Come ho avuto modo di verificare personalmente, gli elettroni possono essere molto più dolorosi di un ago, tanto che, durante la seconda parte dell'esame, io potevo tranquillamente osservare il mio bicipite che veniva infilzato come se si fosse trattato della bistecca di un altro. Ecco perché nei film di guerra i prigionieri vengono sempre torturati con l'elettroshock e non con altri metodi visivamente più impressionanti, ma evidentemente meno dolorosi.
Mentre esco dall'ambulatorio tutto soddisfatto per la scoperta e col mio bel pacchetto di referti in mano, mi cade casualmente l'occhio su quello che aveva scritto a suo tempo Ortopedico #1:

Il paziente riferisce dolore al polso ed [sic] avambraccio destro fino al gomito prevalentemente sul versante ulnare.

Come sarebbe a dire "polso" e "avambraccio"? Io ho "riferito" che mi fa male il braccio (anche durante il sonno), sei tu, caro Ortopedico #1, che hai ipotizzato che la causa del mio dolore provenisse dal polso e/o dal nervo ulnare (chi non ci crede può rileggere il resoconto oggettivo riportato più sopra) e c'è una bella differenza fra "il paziente riferisce" e "io ho ipotizzato". A quanto pare le difficoltà nella scrittura non erano l'unico problema di Ortopedico #1.
La prassi avrebbe richiesto che io tornassi da Ortopedico #1 per mostrargli gli esiti degli esami che mi aveva consigliato, ma a quel punto ho preferito puntare su un altro cavallo. Accedo al solito Fascicolo Elettronico Sanitario (ormai il mio social network preferito) e punto 120 € su Ortopedico #2.
Ortopedico #2 si rivela uno specialista di tutt'altro livello. Prima di tutto sa usare il computer come una qualsiasi persona senza disturbi dell'apprendimento; in secondo luogo, cosa che un po' mi ha emozionato, ha accettato senza protestare l'idea che a me facesse male il braccio e non l'avambraccio, il polso o la caviglia; e infine, senza bisogno di nessun aiuto, ha capito che il punto che io indicavo e chiamavo ingenuamente "braccio" si chiama in realtà "spalla" (io non sono un medico, ok?). Ma purtroppo sul nostro rapporto si allungava ancora l'ombra nefasta di Ortopedico #1 e delle sue ipotesi balzane, e così il buon Ortopedico #2, sviato dal referto di Elettrografista #1 (a sua volta sviato da me (a mia volta sviato da Ortopedico #1)), si orienta sull'instabilità del nervo ulnare (detta anche snapping triceps syndrome) come possibile causa del mio dolore, anche se, per sicurezza, mi consiglia un'ecografia alla spalla (77 €).
Mi rendo conto che questa storia delle mie disavventure ortopediche sta diventando lunghina, ma è importante seguire tutti i passaggi per potersi fare un'idea precisa della fondamentale e ineliminabile incomunicabilità fra esseri umani. Allora, ecografia alla spalla.
Ad aspettarmi nell'ambulatorio c'è Ecografista #2, un ragazzo molto gentile, scrupoloso, professionale, forse un po' troppo ostentatamente professionale per essere davvero professionale come lo era Ecografista #1, ma, mi dico, dopotutto io sono un conclamato caso di snapping triceps syndrome, la mia cosiddetta spalla non ha niente che non va, sono qui solo per uno scrupolo. Ecografista #2 mi fa disporre il braccio in varie posizioni, tutte definite con grande precisione, come se bastasse un millimetro fuori posto per invalidare l'esame, e in tutti i casi l'esito è sempre lo stesso: "la sua spalla è sana come un pesce, signor paziente". Quindi tutto ok, altri 77 € ben spesi (lo dico seriamente, ci mancava solo che mi trovasse qualcos'altro). Mi sto già mentalmente predisponendo a tornare a casa, quando all'improvviso nell'ambulatorio appare Ecografista #1, quasi riesco a sentire il caratteristico rumore del teletrasporto, ed è così che, con mia grande sorpresa, scopro che quello che credevo essere Ecografista #2 altri non era che Specializzando di Ecografista #1.
Dopo di che avviene più o meno ciò che segue:

Ecografista #1 – Allora? Che cos'ha il paziente?
Specializzando di Ecografista #1 – Il soggetto si è presentato per una valutazione alla cuffia dei rotatori, ma a mio parere è tutto perfettamente nella norma. Ovviamente sarò felice di essere smentito.
Paziente (pensa) – "Sarò felice di essere smentito"!? Ehi ragazzi, guardate che vi sento! Sono un essere umano, non una macchina dal carrozziere.

Ecografista #1 esamina la spalla del paziente e dopo pochi secondi si volta verso Specializzando di Ecografista #1 guardandolo vulcanianamente.

Ecografista #1 – Il paziente ha una borsite subacromiondeltoidea ipertrofica. Verifichi lei stesso, signor Specializzando.
Specializzando di Ecografista #1 – Dannazione, è vero! Come è potuta sfuggirmi?
Paziente – Scusate se vi interrompo, ma questa borsite può essere la causa del male al braccio (anche durante il sonno) e dell'impossibilità di fare il saluto romano?
Ecografista #1 – Sì.

Inizio ad avere il sospetto che più si analizza questo braccio, più saltano fuori cose che non vanno.
Prenoto la visita di controllo con Ortopedico #2 (23 €) e nell'attesa il dolore sale a magnitudo 8. Ormai mi sono ridotto a disegnare con la sinistra e a usare la destra solo per ripassare i disegni provvisori. Con un certo disappunto scopro che la mia mano sinistra non disegna poi molto peggio della destra, è solo molto più lenta.
Quando mi presento da Ortopedico #2 e gli annuncio questa nuova borsite gigantonomacheica, o come si chiama, vedo che la cosa non gli fa nessun effetto, a quanto pare le borsiti non sono niente di particolarmente appassionante. "Come va il braccio?", mi chiede; "magnitudo 8", rispondo. Ortopedico #2 mi si avvicina per appurare di persona la mobilità del braccio e appena mi tocca fa un salto indietro inorridito, come in quei film horror quando il sensitivo tocca un personaggio e capisce che è posseduto dal demonio: "capsulite adesiva!".
Proprio così, "capsulite adesiva!", dice.
Alla fine, quindi, la mia amica cosiddetta Sandra aveva ragione. Come ora mi spiega Ortopedico #2, l'instabilità del nervo ulnare non c'entra niente, pare sia addirittura una cosa che ho per costituzione e che probabilmente non mi dà nessun problema, infatti, come ora mi fa notare, ce l'ho anche al braccio sinistro, "tocchi qui, sente?". Sento, e intanto penso: com'è possibile che ci siano voluti 2 ortopedici, 1.5 ecografisti, 2 elettromiografisti e 647 € per arrivare alla stessa conclusione a cui è arrivata Sandra (0 €) solo sentendomi pronunciare le parole "male al braccio (anche durante il sonno) e impossibilità di fare il saluto romano"? Si noti che Sandra non è un medico, non è nemmeno una di quelle persone ipocondriache che conoscono a memoria i sintomi di tutte le malattie che non hanno; Sandra ha riconosciuto la capsulite adesiva solo perché ne aveva già vista una.
Comunque sia, Sandra o non Sandra, quello che conta è che ora sono sulla strada giusta e dopo un percorso fisioterapico (450 €), un visita fuori programma con Ortopedico #3 (23 €, lasciamo perdere) e un'ultima visita di controllo con Ortopedico #2 (18 €), le condizioni della mia spalla sono molto migliorate: il dolore è sceso a magnitudo 2, non sento più male durante il sonno e, se mi impegno, riesco persino a fare il saluto romano.
E poi, nonostante tutto, mi pare che il libro stia venendo bene.

GUIDA RAPIDA DI PARIGI

Nell’attesa che si possa tornare a viaggiare ho fatto una guida* rapida di Parigi: questa.
Le foto risalgono all’anno 1 a.P. tranne una che risale al 7 a.P.


Ci sono anche Lisbona, Valencia, Bilbao e Praga.

* "Guida".

TRE COSE PAUROSE DELL'UNIVERSO

L'universo è pieno di cose paurose: orizzonti degli eventi, materia degenere, getti relativistici eccetera, tutte cose che se apparissero in camera da letto farebbero molta più paura di un banale fantasma. Tutti fenomeni naturali, ovviamente, ma in confronto a quello che di solito succede in una classica vita umana sembrano soprannaturali. Selvaggiamente soprannaturali. Ma anche senza prendere in considerazione fenomeni così estremi, basta pensare a una "banale" superficie di Titano per avere paura. Cioè, voglio dire, in questo momento, a circa un miliardo e mezzo di km dal mio rassicurante soggiorno, c'è un posto così


un posto perennemente immerso in questa foschia arancione, a 180 gradi sotto zero, dove i mari sono di metano liquido. Anche se non ci abita nessuno, questo posto esiste e io potrei benissimo essere lì, con la mia tuta pressurizzata, seduto in mezzo a quei sassi di ghiaccio (probabilmente) d'acqua.
Eppure le cose più paurose dell'universo non sono queste, ma tre sue caratteristiche che a prima vista potrebbero non sembrare particolarmente degne di terrore.
La prima è che l'universo cambia.
Cambia non semplicemente nel senso che una stella oggi è qui e poi fra un miliardo di anni è là, ma cambia nel senso che invecchia. Per esempio c'è stata un'epoca nel passato in cui non esistevano stelle e ci sarà un'epoca nel futuro (fra 100 mila miliardi di anni) in cui le stelle smetteranno di formarsi, e poi un'altra epoca (fra 10 mila miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di anni) in cui l'universo sarà dominato dai buchi neri e così via. A me questi cambiamenti fanno paura, più o meno come alle civiltà antiche facevano paura le eclissi o le comete.
Per qualche motivo la mente umana ha sempre trovato più rassicurante l'idea di un universo eterno e immutabile (Aristotele), e quando si è visto che invece l'universo cambia (Galileo), si è comunque continuato a pensare che su grande scala dovesse essere, se non immutabile, perlomeno statico (Newton), e quando poi un tizio coi baffi (Einstein) ha dedotto dalla sua nuova teoria della gravità che in realtà l'universo non è statico ma si espande, quello stesso tizio ha cercato fin che ha potuto di opporsi alla sua stessa deduzione e alla fine, quando ormai nessuno poteva più negare il fatto che l'universo si espande, è stato fatto un ultimo disperato tentativo per mantenerlo almeno stazionario, cioè in espansione, ok, ma sempre uguale a se stesso (Fred Hoyle, Hermann Bondi, Thomas Gold). Non è incredibile? Più di duemila anni di sforzi intellettuali per opporsi alla spaventosa idea di un universo che cambia.
Una conseguenza di questa espansione (seconda cosa paurosa) è che l'universo ha avuto un inizio.
Questo significa che esiste un giorno nel passato, molto probabilmente un lunedì, in cui l'universo ha iniziato a esistere, così, dal nulla. Perché un universo si dovrebbe mettere a esistere? È vero che i credenti hanno sempre pensato a un evento del genere senza trovarlo particolarmente spaventoso, ma i credenti hanno il vantaggio di presupporre che ci sia un creatore, e se c'è un creatore allora non si può dire che l'universo sia veramente nato dal nulla, visto che è nato da, appunto, un creatore. Bisogna ammettere che il concetto di creatore è abbastanza rassicurante e mette a tacere un bel po' di ansie cosmologiche, perché vuol dire che esiste un meta-universo divino, guarda caso eterno e immutabile, che contiene il nostro universo umano e mutevole. Rimosso invece Dio dalle condizioni iniziali, se l'universo è cominciato, poniamo, lunedì 4 marzo del 13719997980 a.C., ciò significa che domenica 3 marzo del 13719997980 a.C. è un giorno che non esiste, e non esiste né fisicamente, né metafisicamente, né qualsiasicosamente. C'è un poi, ma non c'è un prima. Non è inquietante?
Per rendere l'idea, immagina che io ora ti dia una scatola, una piccola scatola di legno col suo coperchio e tutto, e ti dica che dentro non c'è niente, non nel senso che è semplicemente vuota, ma nel senso che dentro non c'è neanche il vuoto, neanche lo spazio, neanche la possibilità di concepire uno spazio vuoto. Oltre la superficie che delimita quella scatola che tieni in mano, l'universo smette di esistere. Non dirmi che non ti fa paura? L'unica differenza fra la scatola e l'inizio dell'universo è che mentre la scatola si vede, l'inizio dell'universo non si vede. In teoria lo si potrebbe vedere (sai, la faccenda che più si guarda lontano, più si guarda indietro nel tempo), ma purtroppo l'universo quando era giovane era opaco, tipo nebbia, e così, guardando sempre più nel passato, si arriva a un punto in cui il nostro sguardo viene bloccato da questa opacità, come un lontanissimo guscio che ci circonda, oltre il quale non si riesce a vedere niente. Questo guscio è l'universo com'era a circa 400 mila anni di età, un bambino.
E questo mi porta alla terza cosa paurosa (la più paurosa, direi): l'universo ha solo 14 miliardi di anni.
Ora, l'età precisa è oggetto di discussione e dipende dal valore di alcuni parametri cosmologici su cui gli astronomi litigano da decenni, ma più o meno possiamo dire che sia intorno ai 14 miliardi di anni, mezzo miliardo di anni in più o in meno.
14 miliardi di anni è sicuramente un sacco di tempo, è difficile persino immaginare quante cose ci si possa promettere di fare (e poi rimandare) in 14 miliardi di anni, ma non è una quantità di tempo così inconcepibilmente grande come lo sono le dimensioni spaziali tipiche dell'universo. L'universo, spazialmente, è inconcepibilmente grande, ma temporalmente è solo grande, umanamente grande. Per esempio, la galassia GN-z11, al momento la più lontana mai osservata, è distante da noi 300 mila miliardi di miliardi di km, distanza che, penso siamo tutti d'accordo, si possa far tranquillamente rientrare nell'inconcepibilmente grande. 
Provo a dirlo in un altro modo. L'età media di una persona attualmente viva su questo pianeta è di circa 30 anni, ok? Ciò significa che è sufficiente sommare l'età di 467 milioni di persone per uguagliare l'intera età dell'universo. 467 milioni di persone non sono poi così tante. Voglio dire, in questo momento gli abitanti della Cina, presi tutti insieme, hanno 3 volte l'età dell'universo.
Consideriamo invece le distanze, quanta strada fa una persona in 30 anni di vita? Facciamo una stima per eccesso e supponiamo che faccia 5 km a piedi ogni giorno, più 15 km per andare al lavoro in macchina e poi magari un paio di viaggi in aereo all'anno di quanto, boh? 5000 km l'uno? Diciamo che una persona fa in media 17 mila km all'anno. Cioè, in base a questa stima inverosimilmente generosa, ogni abitante della Terra ha finora percorso circa 500 mila km. Se prendiamo tutte le persone del mondo e sommiamo le distanze da loro percorse, abbiamo che i terrestri attualmente vivi hanno percorso 423 anni luce. Non è male, ma rispetto alle dimensioni tipiche dell'universo è niente. 423 anni luce sono sufficienti per arrivare grosso modo alla Stella Polare, ma poi basta, siamo fermi, non siamo nemmeno usciti dalla nostra galassia. Per avere un'idea di che tiro di sputo siano 423 anni luce, si pensi che la Grande Nube di Magellano, la galassia più vicina, è a 163 mila anni luce; Andromeda, la prima galassia seria più vicina, è a 2 milioni e mezzo di anni luce e siamo ancora nell'universo locale, cioè così vicini a casa nostra che l'espansione dell'universo non riesce nemmeno a farsi sentire; GN-z11, la suddetta galassia più lontana, è a ben 32 miliardi e 200 milioni di anni luce; e l'universo contenuto nel famoso guscio nebbioso di cui sopra è ancora più grande. 
Insomma, penso di avere reso l'idea.
Per qualche motivo viviamo in un universo spazialmente immenso, ma temporalmente piccolo. Oppure, vedendo le cose da un altro punto di vista, l'umanità è spazialmente infinitesima, ma temporalmente grande, e questo mi fa molta più paura dell'Esorcista.

FALENE

I RUMOROSONI

Non è per vantarmi, ma penso che i miei vicini di casa siano le persone più fastidiose del mondo, esclusi naturalmente i terroristi, i serial killer e altre professioni del genere.
Bisogna dire che io con i vicini non sono mai stato particolarmente fortunato. Finora, nel corso dei miei vari domicili, mi è capitato di avere gente che guarda la televisione di notte, gente che fa le feste di notte, gente che suona la tromba di notte eccetera, per qualche motivo mi capita sempre gente che fa cose rumorose di notte. O forse sono io che sono una persona insofferente, non è una possibilità da escludere. Quando qualcuno si lamenta con me del suo personale set di vicini di casa, io penso sempre "forse sei tu che sei un po' insofferente, non i tuoi vicini rompipalle" e intanto lo ascolto e scuoto la testa in segno di esecrazione dicendo più o meno "sono i tuoi vicini che sono rompipalle, non tu insofferente". Il motivo di questo mio scetticismo nei confronti della presunta fastidiosità dei vicini altrui è che i casi che di solito vengono sottoposti alla mia attenzione sono sempre del tipo "i vicini non tagliano la siepe", "i vicini suonano il pianoforte (n.b. di giorno), "i vicini hanno un bambino che piange" eccetera, cioè sempre e solo cose legittime, comprensibili e sopportabili. Ce li avessi io dei vicini che non tagliano la siepe! Che ci facciano crescere le mangrovie al posto della siepe, basta che la notte mi lascino dormire. Ma chi lo sa, magari se capitasse a me di avere dei vicini con problemi di siepi, pianoforti e bambini, forse mi lamenterei anch'io. Lo sappiamo tutti, è difficile essere obiettivi con se stessi, e proprio per questo motivo ho deciso di lasciare al lettore il giudizio finale: sono io che sono insofferente oppure ho davvero i vicini più fastidiosi del mondo?
Premessa: tutto quello che dirò è vero, non mi invento niente, cambierò solo qualche dettaglio per non correre il rischio che i miei vicini si imbattano casualmente in questo post, si riconoscano e mi picchino. Quindi, tanto per cominciare, diamo loro dei nomi fittizi: Fausta e Ernesto Rumorosoni.
Per dimostrare la mia obiettività sulla faccenda, o perlomeno il mio sforzo di essere obiettivo, voglio iniziare descrivendo brevemente i loro pregi. "Pregi" non è la parola giusta, diciamo le caratteristiche che potrebbero renderli meritevoli di comprensione e solidarietà. Esiste una parola per esprimere questo concetto? Io non l'ho trovata quindi ricorrerò a un neologismo: sgarzurro.

Gli sgarzurri dei Rumorosoni
Prima di tutto Fausta e Ernesto sono due persone che lavorano tanto, dalla mattina alla sera, come si dice, e con "lavorano" intendo dire che fanno lavori manuali, quei lavori che quando arrivi a sera ti fanno male parti del corpo che non sapevi di avere e che a lungo andare ti trasformano le mani in due sculture di arte contemporanea. Quel che è peggio, fanno questi lavori in una condizione di subalternità. Dover prendere ordini è davvero una cosa odiosa, soprattutto quando la persona che te li dà pensa di poter ignorare le norme di cortesia che di solito regolano le interazioni umane. Ora non è il caso di specificare quali lavori facciano di preciso i Rumorosoni, l'unica cosa che qui importa dire è che si tratta di quel tipo di lavori per cui le madri di solito dicono ai figli la famosa frase "studia se no finisci a fare il [lavoro di Ernesto Rumorosoni] o, ancora peggio, il [lavoro di Fausta Rumorosoni]". Con questo non voglio dire che i lavori intellettuali tipo lo scrittore, il filosofo, il cowboy non siano lavori degni di essere chiamati tali, dico solo che questi lavori danno a chi li fa molte possibilità di allargare il proprio ego e le proprie prospettive, mentre con i lavori manuali subalterni ti spacchi la cosiddetta schiena per allargare l'ego e le prospettive di un'altra persona. Questo non è uno sgarzurro da poco e forse sarebbe già sufficiente per far apparire i miei vicini delle povere vittime delle circostanze e me, piccolo borghese snob che non ha mai fatto un lavoro manuale in tutta la sua vita (tranne quella volta che ha fatto per un anno lo sguattero nella mensa delle elementari), uno stronzo.
Ma questo non è l'unico sgarzurro dei Rumorosoni.
Ernesto e Fausta sono una coppia senza futuro: non hanno soldi, non hanno figli, ma soprattutto non hanno interessi. In casa loro non ci sono libri, non ci sono computer, non ci sono strumenti musicali (dio ti ringrazio!) e in generale non c'è nessun oggetto che possa far immaginare qualche tipo di interesse per la vita, se non la televisione. Anzi due.
I Rumorosoni non hanno nemmeno amici. Non so come sia possibile, ma so che la sera non escono mai, nemmeno il sabato quando escono anche gli gnu e i bonobo. Una possibilità è che in realtà escano sempre e solo dopo che sono uscito io e rientrino prima che io sia rientrato, ma è una cosa molto improbabile. Il fatto certo è che le sere in cui io sono in casa (e io sono quasi sempre in casa), loro sono in casa. "Ma come fai a saperlo? Li controlli?". No, si chiamano Rumorosoni.
Ultimo sgarzurro, molto serio, non è escluso che Fausta soffra di depressione o qualcosa del genere: non parla con nessuno (escluso Ernesto), non sorride mai, ha lo sguardo assente, si veste in modo trascurato, ha i baffi e probabilmente non si lava, visto che lascia dietro di sé quel caratteristico odore che si sente nelle case di riposo. È una cosa davvero triste e preferirei non dover tornare più su questo argomento.
Ok, ora tocca a me.

La fastidiosità dei Rumorosoni
I Rumorosoni sono quel tipo di persone con la fregarella, non so se mi spiego. Intendo quelle persone che dividono gli altri in due categorie: (categoria 1) persone che sono una possibile fonte di guadagno, (categoria 2) persone che sono un ostacolo al raggiungimento di una possibile fonte di guadagno.
Chi non rientra in nessuna di queste due categorie semplicemente non esiste, ma chi ci rientra è meglio che rientri nella prima, perché Ernesto picchia. Ma di questo dirò dopo.
Esempi.
Fausta fa delle crostate abominevoli, e fin qui tutto ok, ognuno ha il diritto di non saper cucinare. I problemi iniziano nel momento in cui Ernesto insiste per farmele mangiare e con "insiste" intendo dire che viene a suonarmi il campanello con la torta in mano e proferisce alcune parole nel dialetto locale che immagino significhino "Fausta ha fatto questa buonissima crostata di [non comprensibile] per te, sono certo che ti piacerà tantissimo". E io cosa gli dico? "Grazie" gli dico, magari aggiungendo qualcosa come "eh eh... ", "non dovevate" o "troppo gentile", al che lui risponde "20 euro", come in pasticceria. Peccato che l'unica cosa che queste crostate hanno in comune con la pasticceria sia il prezzo (in nero), non il sapore. Le crostate di Fausta, come detto, sono abominevoli. Lo dicono anche persone che, a differenza mia, sono in grado di mangiare quegli alimenti che emanano odori allarmanti come il parmigiano, il tartufo o la salsa di pesce tailandese. Per chi non lo sapesse, la salsa di pesce tailandese è una spremuta di carcasse di pesce lasciate marcire (fermentare, dicono) per almeno due anni e ha esattamente il sapore che ci si aspetta da ciò che è. Ecco, le crostate di Fausta sono peggio della salsa di pesce tailandese. Le crostate di Fausta stanno alla salsa di pesce tailandese come quest'ultima sta alla pizza (intendo una pizza senza parmigiano, tartufo o salsa tailandese). Qualcuno dice che probabilmente Fausta usa del burro conservato male, può darsi. La mia teoria è diversa, ma ho detto che di questo argomento non voglio più parlare.
Ernesto mi porta circa una crostata al mese e ormai io e lui abbiamo una routine consolidata: lui mi porge la crostata, io gli elargisco i 20 euro, lui mi saluta cordialmente, io ricambio sorridendo, lui se ne va, io chiudo la porta e butto la crostata direttamente nell'immondizia. Certo, è anche colpa mia che ho problemi a dire di no alle persone, però a mia discolpa va detto che non sono l'unico del palazzo a subire le crostate di Fausta.
Secondo esempio, più grave.
Quando sono venuto ad abitare in questo palazzo, insieme all'appartamento sono entrato in possesso anche del garage annesso. Per motivi che ora sarebbero troppo lunghi da spiegare, detto garage era occupato dalla roba dei Rumorosoni, per cui Ernesto, che all'epoca non conoscevo ancora bene, mi chiede gentilmente (forse un po' troppo gentilmente, ripensandoci), se può tenere il garage "ancora per un pochino", il tempo di trovare un posto adatto in cui  trasferire tutta la roba che contiene. Il lettore attento avrà già capito come andrà a finire. "Non c'è problema!" rispondo a Ernesto, felice di poter far felice un vicino di casa e instaurare così fin dall'inizio un rapporto sereno e di reciproca fiducia. Tanto, mi dico, ho parcheggiato in strada per anni, che problema c'è se parcheggio in strada "ancora per un pochino" (cit.)? Da allora sono passati sette anni e parcheggio ancora in strada. Non solo Ernesto non mi ha mai dato le chiavi del mio garage, ma quando ci incontriamo si comporta come se il garage non esistesse, non va mai sull'argomento "garage" (né questo garage, né sull'idea in sé di garage) e, almeno questa è la mia impressione, ha espunto dal suo vocabolario la parola stessa "garage" e tutti i suoi sinonimi. A differenza dell'affaire crostate, in questo caso credo di essere l'unico in tutto il palazzo ad avere regalato un garage ai Rumorosoni. Questo, com'è facile immaginare, mi dà abbastanza fastidio.
Poi ci sono altri problemi satellite che, presi uno a uno, sono abbastanza trascurabili, ma messi insieme alle crostate, al garage e al problema più grave di tutti di cui parlerò alla fine, vanno a costituire quello che potremmo senza retorica definire un piccolo incubo. Un incubetto.
Per esempio i Rumorosoni non fanno la raccolta differenziata. Non sono fatti miei, è vero, ma come ormai dovrebbe essere chiaro i fatti dei Rumorosoni si trasformano abbastanza rapidamente nei fatti di chi abita vicino a loro (e.g. io). Benché il Comune abbia predisposto metodi semplici e a prova di idiota per differenziare vetro, metallo, carta, plastica e organico da tutto il resto, i Rumorosoni mettono tutta la loro immondizia (cioè vetro, metallo, carta, plastica, organico e dio solo sa cos'altro, probabilmente rifiuti transuranici) in un enorme sacco, di quelli che potrebbero contenere un corpo umano adulto senza doverlo fare a pezzi, e poi buttano tutto nel cassonetto dell'organico. Hai letto bene: "organico", perché è il cassonetto più vicino. Siccome un sacco così grande ha bisogno di tanto tempo per essere riempito, i Rumorosoni non possono permettersi di tenerlo in casa, sarebbe come vivere in una discarica, quindi lo parcheggiano inevitabilmente nel cortile condominiale, inevitabilmente sotto la mia finestra, in un grande bidone abusivo che hanno rimediato non so dove. Sia chiaro, non è una cosa fatta con malizia, non credo che Ernesto e Fausta abbiano qualcosa contro di me, visto che sono abbastanza certo di essere nella categoria 1,  è solo che la mia finestra ha due incontestabili vantaggi: 1) è vicina alla loro porta, quindi è comodo per loro accedere al bidone ogni volta che serve, e 2) non è la loro finestra.
Niente di grave, l'unica cosa che devo fare è non aprirla mai, in fondo ho un'altra finestra che dà sul cortile, quella davanti alla quale hanno piazzato l'albicocco nano ("nano" per modo di dire) e altre piante in vaso. In questo caso, però, va detto che Ernesto è stato abbastanza corretto da chiedermi il permesso: "coso" mi ha detto, "ti spiace se mettiamo il vaso con l'albicocco cosiddetto nano a tre centrimetri e mezzo dalla tua finestra facendo sprofondare per sempre la tua cucina nell'oscurità?", "per niente, Ernesto, mi piacciono le eclissi totali".
A questo punto si potrebbe pensare che io sia un pusillanime. Io preferisco definirmi una persona mite, però è vero, fondamentalmente sono un pusillanime, perché la mia mitezza non deriva da una scelta, ma dalla paura. Io ho paura degli esseri umani. In generale, dico, non solo dei Rumorosoni. C'è chi ha paura dei ragni, dei pipistrelli o dei cani, io ho paura degli esseri umani (ho paura anche dei ragni, dei pipistrelli e dei cani) e, questa paura, le persone la avvertono subito. Mi ricordo quella volta che sono andato a una mostra sul riconoscimento facciale e c'era questo aggeggio che ti filmava e poi ti diceva l'emozione dominante che traspariva dalla tua faccia. Il mio risultato era "paura". Sforzandomi di sembrare un po' più sicuro di me, diventava "disgusto". Se un banale programma di machine learning è in grado di capire che ho paura, figuriamoci una persona. Quindi sì, sono un pusillanime certificato. Non ho mai detto a Ernesto e Fausta di spostare il sacco, di restituirmi il garage e di lasciar perdere le crostate. Magari se glielo avessi detto ora tutto sarebbe risolto e non avrei niente di cui lamentarmi. Magari loro pensano che a me piaccia fare merenda con le abominevoli crostate di Fausta, sprecare ogni volta decine di minuti della mia vita per trovare parcheggio in strada e respirare gli effluvi della loro immondizia. È normale, le persone di solito non si accorgono dei fastidi che causano agli altri, ma solo di quelli che gli altri causano a loro. Magari anch'io sto causando loro dei fastidi di cui sono inconsapevole e che loro non hanno il coraggio di farmi notare. Magari siamo tutti dei vicini molesti che si danno fastidio a vicenda ma siamo troppo pusillanimi per farcelo notare. È possibile.
Ciò detto, Ernesto picchia.
Lo so perché l'ho visto in azione un paio di volte. In un caso stava discutendo con un altro condomino per una questione di competenze territoriali dei rispettivi vasi di fiori e Ernesto, a un certo punto, lo ha preso per il collo. In realtà dire che stavano discutendo è sbagliato, si sono scambiati qualche parola tipo "ciao", "come stai?", "senti, volevo dirti che" e a questo punto Ernesto aveva già una mano attorno al collo dell'altro. Non posso dire chi avesse ragione, non conosco il caso specifico, posso solo dire che la cosa mi ha stupito molto, perché Ernesto di solito è un tipo sorridente e scherzoso. Non lo dico con ironia, Ernesto è davvero una persona sorridente e scherzosa.
Un'altra volta, mentre tornavo dal supermercato, l'ho visto puntare un coltello a un mendicante che da qualche giorno bivaccava davanti al portone del nostro palazzo. Non l'ha usato, eh, ci mancherebbe, l'ha solo puntato in direzione del mendicante pronunciando frasi che contenevano le parole "ti" e "ammazzo". Ora, voglio essere onesto, sulla questione coltello non posso dirmi completamente sicuro. Sono quelle cose che racconti agli amici per anni e alla fine ti sembrano talmente assurde che non sai più se sono successe veramente o te le sei immaginate. È perfettamente possibile che non ci sia mai stato nessun coltello e che Ernesto abbia minacciato il mendicante con quello che gli è capitato in mano, una bottiglietta d'acqua o qualche altro oggetto di nessuna contundenza, e poi, racconto dopo racconto, la frase "gli puntava la bottiglia come un coltello" ha perso la sezione "la bottiglia come" e il contenuto del racconto si è irreversibilmente modificato. La tradizione orale è così. Comunque stiano le cose, il mendicante non si è più visto.
Ma a parte tutto questo, il problema più grande che hanno i Rumorosoni (problema per me, non per loro) è che sono rumorosi. Sono tanto rumorosi. Sono esasperantemente rumorosi. Non dico che al mondo non esista niente di più rumoroso dei Rumorosoni, ci sono le sirene delle ambulanze, per esempio, oppure gli aeroplani in fase di decollo, ma è difficile che siano tuoi vicini di casa. Fausta e Ernesto Rumorosoni sono, a quanto ne so e per quanto voglio saperne, il fenomeno umano più rumoroso del mondo. Non riescono a fare niente, neanche la cosa più ordinaria, senza emettere più rumore di quanto sia necessario e soprattutto sopportabile. Quando parlano fra loro urlano. Anche se sono faccia a faccia, si rivolgono la parola come farebbe un allenatore di calcio che deve sovrastare il boato di sessantamila persone per comunicare al suo portiere che è entrato in campo senza i guanti. Quando litigano, e litigano sempre, sembra di essere in un uragano, con le macchine in strada che si ribaltano e gli alberi sradicati che vengono a sbattere contro i muri di casa. Quando chiudono una porta, qualsiasi porta, non si limitano a chiudere una porta, devono cercare di sradicarla dal suo telaio, e a volte ci riescono. Sul serio. Quando i Rumorosoni escono o entrano dal palazzo ce ne accorgiamo tutti, perché tremano i vetri delle finestre. "Tremano i vetri... che immagine scontata!". Non è un'immagine: dico tremano i vetri nel senso che tremano (voce del verbo "tremare") i (articolo determinativo) vetri (vetri). Per questo motivo io li chiamo anche gli Sbattoni, gli Urloni, gli Sgolatori, i Trambustoni e gli Strepitosi Frastuonatori. "Li chiamo" nel senso "fra me e me", non nel senso che li chiamo apertamente. Apertamente li chiamo sempre Ernesto.
Potrei andare avanti a elencare tutte le normali attività umane che i Rumorosoni riescono a trasformare in un cataclisma acustico, ma penso che il concetto sia chiaro. In più, tutti questi rumori che ho descritto, per quanto fastidiosi, sono sopportabili in quanto rumori prevalentemente diurni. I rumori diurni sono messi in conto, dopo tutto è colpa mia se ho deciso di abitare in città e non in questo quadro.


Il problema dei Rumorosoni che davvero mi ammazza è un altro.

La stramaledetta televisione (due)
La prima cosa che un Rumorosone fa quando entra in casa è accendere la televisione. I Rumorosoni sono quel tipo di persone che tengono la televisione accesa anche se non la guardano, accesa tipicamente su quelle trasmissioni con le persone che urlano e dicono cose stupide, e il volume (c'è bisogno di dirlo?) è tenuto a un livello così alto che mi permette di sentire ogni parola di quello che stanno guardando ("guardando"), pubblicità compresa. Anche di notte.
I Rumorosoni guardano la televisione di notte, e con "notte" intendo un orario compreso fra le 23 e le 6. La norma è che entrambe le televisioni siano accese fino all'una di notte. Succede spesso che almeno una delle due rimanga accesa fino alle tre o alle quattro. Non è insolito che una televisione venga accesa nel momento in cui un Rumorosone entra in casa (19 - 20) e venga spenta solo il giorno dopo quando esce (≈7).
Ora, la mia casa ha solo due stanze che per ragioni tecniche sono utilizzabili per dormire (benché io abbia seriamente considerato la possibilità di dormire in piedi nella doccia), e ognuna di queste due stanze è sotto il dominio sonoro di una televisione dei Rumorosoni. Il risultato di tutto ciò è che dormire, per me, è la cosa più incredibile che un essere umano possa fare. Quando una persona mi dice che ha dormito è come se mi stesse dicendo che ha fatto la traversata dell'Artico a nuoto, la guardo come si guarda un supereroe. Naturalmente, per cercare di limitare questo problema ho iniziato a ricorrere a piccoli rimedi come i tappi per le orecchie e il Valium, ma entrambi hanno degli inconvenienti: i tappi sono fastidiosi, è come se uno mi stesse ficcando due dita dentro la testa per tutta la notte, mentre il Valium è molto piacevole. Troppo piacevole.
Per questo motivo, qualche anno fa, mi sono deciso a chiedere a Ernesto di tenere il volume più basso. Almeno di una televisione. Almeno dopo mezzanotte. Così mi sono preparato psicologicamente (Valium) e ho pensato a un piano, ho pensato che se magari gli dico che le abominevoli crostate di Fausta mi piacciono tantissimo e gli chiedo di farmene qualcuna in più da far provare ai miei amici, magari lui non avrà motivo di supporre che io sia il classico vicino insofferente che viene a rompergli le palle. Così una sera, approfittando di un momento in cui non stavano litigando, suono il campanello dei Rumorosoni (non pensare al coltello, non pensare al coltello, non pensare al coltello...) e, con tutta la gentilezza di cui sono capace, dico a Ernesto che, per qualche strano motivo non imputabile a nessuno dei presenti, le loro televisioni si sentono anche in casa mia, non tanto, eh? solo un pochino, ma sai, Ernesto, io purtroppo ho il sonno leggero, mi basta un niente per svegliarmi e non riuscire più a prendere sonno, pensa che quando mi dimentico di mettere in modalità notturna il telefono, basta la vibrazione di un messaggio a farmi svegliare, quindi, non so, eh eh, se per caso tu potessi tenere il volume, peraltro già basso, un pochino più basso, soprattutto dopo le due di notte, io te ne sarei veramente grato.
La sua risposta è stata molto gentile: "io non guardo la televisione di notte".
La situazione con le televisioni dei Rumorosoni è rimasta come prima, però adesso mi portano molte più crostate.