PIEGARE

 


LA SERA IN CUI SONO ANDATO A MANGIARE LA PIZZA CON THOMAS BERNHARD

Thomas Bernhard è esattamente come uno se l’aspetta dopo non aver letto nemmeno un suo libro: affabile, spiritoso, estroverso, uno con cui ci si sente subito a proprio agio. L’ho conosciuto nel 1985, al tempo faceva il babysitter. Nella vita aveva fatto un po’ di tutto: il commesso, il parrucchiere, il cuoco cinese e ora faceva il babysitter. Mi ha raccontato che quando aveva bisogno di arrotondare preferiva i lavori cosiddetti umili. Gli piaceva molto l’aggettivo “cosiddetto”. Preferiva i lavori cosiddetti umili ai lavori cosiddetti borghesi, perché con i lavori cosiddetti borghesi si deve venire a patti con i cosiddetti valori della cosiddetta classe cosiddetta borghese. Era un miracolo che riuscissi a capirlo.
In quel periodo io ero fidanzato con Morena, una ragazza straordinaria ma sempre a corto di soldi e che, non so per quale motivo, si ostinava a chiamarmi “abbello”. Una sera che dovevamo uscire a cena, passo a prenderla al solito posto sotto il viadotto, ma lei non c’è. Aspetto un po’, niente, non si fa vedere. Impegni di lavoro, mi dirà poi. Siccome però io avevo già prenotato in pizzeria e non mi andava di mandare tutto a monte, decido di chiamare una babysitter per farmi compagnia, tanto, penso, che problema c’è? I soldi glieli do e non deve neanche cambiarmi il pannolino. Solo che come babysitter chi mi arriva? Esatto.
Al tempo non sapevo chi fosse, appena mi rivela che è uno scrittore, cerco di capire meglio.   


Quindi lei è uno scrittore?

Cosiddetto.

Bello.

Ho pubblicato alcuni romanzi, racconti e altre cose.

Sembra divertente.

Lo è, finché uno ne ha la forza.

In che senso? Lei non scrive seduto?

Scriverei sdraiato se la macchina da scrivere sulle costole non mi togliesse il respiro. Ho provato, sa? Ma sono andato in coma. Mi hanno dovuto ricoverare d’urgenza al centro medico Grillparzer. Una vera scocciatura. Io non sopporto Grillparzer.

E com’è il coma?

Meglio.


In effetti non sembrava molto in forma. Stava tutto curvo, col berretto di lana, la coperta sulle ginocchia e due infermieri che gli praticavano una toracocentesi. Il rumore del liquido intercostale che sgocciolava nella bacinella sotto il tavolo era abbastanza fastidioso.


Beh, dopotutto si è tolto le sue soddisfazioni, no? Non è obbligato a continuare a scrivere. Perché non si gode la pensione e basta?

Ho cinquantaquattro anni.

Terrestri?

A me interessa solo pubblicare. Scrivo le mie cose su carta economica e poi mi ritrovo dei libri così carini da mettere in ordine sulla mensola. È per questo che ho diviso la mia autobiografia in cinque parti, per massimizzare i volumi.

Quindi non le interessa diventare famoso?

Ogni cosa è ridicola se paragonata alla morte.

Ah, non me ne parli.


Com’è semplice a volte avere a che fare con le persone. Uno pensa che uno stimato scrittore austriaco e un ragazzino brufoloso non abbiano niente da dirsi, e invece eccoli lì in pizzeria a parlare della stupidità della razza umana, dell’ipocrisia e della volgarità di ogni religione, di quanto sarebbe utile tagliare le orecchie a chi fa un figlio (parole sue) e del suicidio. Ah, il suicidio! La nostra grande passione comune.


Davvero non hai mai provato con le borse di plastica?

No!

Dovresti. Basta una borsa della spesa e un laccio emostatico, è veramente facile.

Sembra divertente.

Molto meglio dei barbiturici. L’ultima volta sono stato a letto quattro giorni.

No, sei pazzo? Se vuoi ti do i miei. Mi sono salvato solo perché erano scaduti.


Una persona davvero piacevole. Dopo la pizza gli ho proposto una grappa a casa mia, davanti a una puntata di Magnum P.I., ma Thomas era molto provato e preferiva tornare a casa a sistemare i suoi libri sullo scaffale. Poi, nei mesi successivi, ne ho letti alcuni e devo dire che non sono niente male. “Il respiro” è uno dei miei preferiti. Lo consiglio assolutamente a tutti quelli che quando sentono l’annuncio “allontanarsi dal binario due, treno in transito”, oltrepassano anelanti la linea gialla e poi si fermano incerti sull’orlo della banchina. È un libro eccezionale, fa l’effetto di una spintarella.

LA MIA STORIA CON PETER DEL MONTE

Premessa.
Per apprezzare pienamente la drammaticità di questa storia, bisogna tenere presente che una delle cose che più mi terrorizzano è parlare in pubblico, e non sto usando il verbo "terrorizzare" tanto per dire. Per me parlare in pubblico è sullo stesso livello terroristico di trovarmi su una bagnarola in mezzo all'oceano indiano e scoprire che nella cabina dove dormo c'è almeno un topo, cosa che mi è successa veramente e che posso documentare per mezzo di questa foto del sapone rosicchiato.


Avrei anche altre foto molto più impressionanti da esibire, ma preferisco conservarle per quando scriverò il post "La mia storia con Betsy" (Betsy è il nome dell'almeno un topo).
Se so che un certo giorno devo parlare in pubblico (cosa che per fortuna succede molto raramente), io inizio a preoccuparmi giorni prima, a volte settimane prima, e man mano che il giorno si avvicina la mia stessa preoccupazione inizia a preoccuparmi, togliendomi ogni serenità e impedendomi di fare qualsiasi altra cosa che non sia prefigurarmi scenari catastrofici di pubblica umiliazione quando finalmente arriverà il momento di dovermi rivolgere formalmente alla folla (dove con "formalmente" e "folla" intendo, rispettivamente: "fingendo di essere una persona seria" e "più di tre persone"). Non so esattamente di cosa io abbia paura, ad ogni modo, qualsiasi cosa sia, mi terrorizza.
Fine della premessa.
La mia storia con Peter Del Monte è durata solo una sera, ma è stata molto emozionante, almeno per me. Per chi non lo sapesse, Peter Del Monte è un regista italiano. Non so se attualmente stia ancora proseguendo questa sua attività, a dir la verità non so nemmeno se è ancora vivo, visto che l'episodio che sto per raccontare risale a circa 25 anni fa, quando io ero ancora un ragazzo e lui un attempato signore (Wikipedia mi ha appena informato che è ancora vivo e ha 78 anni. Ottimo).
Una sera io e una mia amica andiamo al cinema a vedere "Compagna di viaggio" di, appunto, Peter Del Monte. Forse è più preciso dire che questa mia amica (la chiameremo Natalya) mi ha trascinato a vedere questo film. Io non avrei mai scelto di mia iniziativa e nel pieno delle mie facoltà mentali di fare lo sforzo di uscire di casa per andare a vederlo, e non tanto perché all'epoca avessi dei pregiudizi negativi sul regista in questione (neanche sapevo chi fosse), ma perché avevo dei pregiudizi negativi sul cinema italiano in generale, pregiudizi che col tempo si sono trasformati in giudizi.
Per qualche motivo i film italiani non mi sembrano neanche film. Salvo rare eccezioni (Visconti, Bertolucci, Leone e qualcun altro), i film italiani mi sembrano perlopiù dei montaggi di riprese di persone che fanno finta di fare un film, e questo al di là del giudizio positivo (quasi mai) o negativo (quasi sempre) che io posso avere sul film in questione. Per esempio, prendiamo un film italiano pressoché unanimamente lodato sia in Italia che all'estero: "Profondo rosso". L'ho visto per la prima volta l'anno scorso e devo dire che mi è sembrato un film intelligente e con tante trovate simpatiche, ma è davvero un film? Mentre lo guardavo non mi è mai successo quello che mi succede di solito con i film veri (belli o brutti che siano), e cioè che mi dimentichi di stare guardando un film e mi immerga completamente nella storia. Con "Profondo Rosso" mi sono ritrovato per tutto il tempo chiuso fuori dal film e intanto pensavo "ah, che bravi questi ragazzi che fanno finta di fare un film!", e questo è quello che di solito penso mentre guardo un film italiano che mi piace, quando invece guardo un film italiano che non mi piace, penso "ah, che incapaci questi ragazzi che fanno finta di fare un film!". Questo è più o meno il motivo per cui ogni volta che posso evito di guardare film italiani, drammatici o comici, vecchi o nuovi, di cosiddetto autore o di cosiddetto genere, tutti quanti, perché so già a che tipo di esperienza vado incontro ed è un'esperienza che non mi interessa, ma quella sera evidentemente mi andava di uscire, fare due chiacchiere, bere una birretta in compagnia e pazienza se prima dovevo sorbirmi un film italiano. Che sarà mai? Mi sono detto, male che vada mi annoierò per un'ora e mezza.
Del film non ricordo praticamente niente. Ricordo che c'era Asia Argento molto giovane e un famoso attore francese molto anziano, forse c'era anche un treno, o un pullman, ma magari mi sto facendo influenzare dal fatto che nel titolo c'è la parola "viaggio". Ricordo del sentimentalismo, qualche musichetta fastidiosa, una realizzazione vagamente amatoriale e poi basta, non ricordo nient'altro. Ricordo che c'erano anche uno o due flashback col tipico effetto flashback, ma questo è un dettaglio che mi ricordo non per il film, ma per quello che dirò dopo.
Finito il film e finiti i titoli di coda, che guardo diligentemente seduto in silenzo come richiesto dall'etichetta (era un cinema di cosiddetto essai e non volevo fare brutte figure), si accendono finalmente le luci e io mi predispongo mentalmente a pregustare le mia meritata birretta, ma sorprendentemente nessuno si alza, nemmeno Natalya. Come mai? Che ci sia una scena dopo i titoli di coda come nei film Marvel?
Guardo Natalya cercando di comunicarle con lo sguardo il concetto "che ne diresti se ci mettessimo alle spalle questo brutto film e ci precipitassimo dal più vicino rivenditore di birrette?", ma lei si limita a sorridere e mi dice "film carino, vero?". Per Natalya i film si dividono in "bellissimi", "belli" e "carini", è una persona troppo buona per ferire i sentimenti di un film. Per me invece i film si dividono in "belli", "insignificanti" e "brutti", ma alla fine intendiamo la stessa cosa e quindi le rispondo "sì, carino". Ormai però ho capito che c'è qualcosa che mi sfugge e proprio mentre sto per chiederle se per caso stiamo aspettando qualcosa o qualcuno di cui non sono al corrente, vedo entrare in sala il gestore del cinema che accompagna cerimoniosamente un signore attempato. A quanto pare, dopo il film, era previsto il famoso dibattito col regista in sala. Gesù Cristo, penso.
Ora, per capire meglio la situazione: la sala era una piccola sala di un piccolo cinema di un piccolo paese di campagna, in inverno, con la nebbia che quasi vedevi entrare sotto le porte delle uscite di sicurezza e un vago odore di letame, e a vedere il film saremo stati in sette o otto, io e Natalya compresi, cioè, in sintesi, una situazione per cui la lingua italiana mette a disposizione una parola ben precisa: "squallida". Ah, c'era anche un altoparlante che, appena finito il film, si era messo a fare un rumore intermittente che potremmo onomatopeicamente descrivere così: bzzz... bzzz... ecco, in questa situazione viene presentato il regista e sceneggiatore Peter Del Monte, autore di questo e quest'altro film mai sentiti, vincitore di non so più quale oggetto d'oro e/o d'argento, dopo di che gli viene passato il microfono ed ecco finalmente le prime parole pronunciate da Peter Del Monte nella mia vita: "non ditemi che avete guardato il film con questo rumore".
Proprio così, non "buona sera e grazie per essere qui" o "spero che il mio film sia stato di vostro gradimento", no, "non ditemi che avete guardato il film con questo rumore".
Silenzio.
Magari ha il terrore di parlare in pubblico, penso. Noi persone terrorizzate dal parlare in pubblico siamo spesso laconiche e sbrigative e possiamo dare l'impressione di essere degli stronzi altezzosi. Nessuno dice niente, neanche il gestore del cinema, che si limita a chiedere "Ci sono domande?".
Silenzio.
"Nessuna?".
Silenzio.
"Domande, commenti... qualsiasi cosa?"
Silenzio.
Bzzz... bzzz...
Silenzio.
Il gestore è chiaramente in imbarazzo, non sa più che dire, mentre Peter Del Monte se ne rimane lì immobile, pietrificato col suo microfono in mano e, com'era prevedibile, inizia a farmi pena. Proprio così, perché non importa se una persona mi è antipatica o simpatica, se la vedo in difficoltà non riesco a impedirmi di provare pena. Penso a questo povero regista misconosciuto e un po' avanti con gli anni che è venuto fin qui da chissà dove, forse addirittura da Roma, con la sua giacca buona, i capelli lavati, pieno di speranze e aspettative, e invece di trovarsi in una bella sala con un pubblico entusiasta, si ritrova in uno piccolo cinema di cosiddetto essai, in un oscuro paesino in mezzo alla nebbia e al letame, davanti a sette o otto persone che non vedono l'ora di avere il via libera per andare a bere una birretta con Natalya.
Il gestore guarda l'orologio.
Silenzio.
Decido di immolarmi. Non importa se parlare in pubblico è come avere un topo in camera da letto, io non ce la faccio a vedere Peter in quello stato di imbarazzo, così decido di chiedere il microfono e fare una domanda. Una domanda a caso, la prima che mi viene in mente, giusto per rompere il ghiaccio e fargli capire che non tutti siamo qui per andare a bere una birretta con Natalya, c'è qualcuno che è venuto qui per te, Peter, per te e il tuo bellissimo film.
"Come mai questa questa scelta dei flashback?".
Ok, è una domanda del cazzo, ma segnala un interesse, no? Un interesse finto, certo, ma lui che ne sa? E poi in ogni caso gli dà modo di dire qualcosa, magari diffondersi in teorie cinematografiche, che ne so, svelare dei particolari sulla realizzazione del film eccetera, sai quante cose si possono dire partendo da un piccolo particolare insignificante?
"In che senso?", mi risponde lui.
Silenzio (e questo silenzio mi sembra durare molto di più di quelli precedenti).
"Eh, beh... cioè...", e adesso cosa cazzo dico?, "non so, magari per introdurre quei ricordi potevano esserci altre soluzioni? Cioè, chiedo...".
"No".
Così, secco: "no",  senza aggiungere nient'altro. Un "no" che riechegga nella sala: no... no... no... bzzz... no... 
Natalya non mi guarda, ma noto che ha lo stesso colore delle poltrone del cinema. Non c'è modo di girarci intorno, ho fatto una figura di merda e questa non è l'unica cosa che capisco, capisco anche che il precedente silenzio di Peter Del Monte non era timidezza, ma fastidio, era infastidito per la situazione evidentemente non all'altezza della sua autostima in cui si trovava e stava sfidando il pubblico, era una cosa tipo "se voi non parlate, non parlo nemmeno io, brutti bifolchi che avete osato deturpare la mia opera col vostro sguardo di campagna".
Un obiettivo però la mia domanda lo raggiunge: rompere il ghiaccio. Infatti dopo di me c'è un altro tizio che chiede la parola, anche se in realtà, quando gli portano il microfono, non fa nessuna domanda vera e propria, ma inizia un lungo panegirico sul regista e sceneggiatore Peter Del Monte, prodigandosi in lodi e elogi per almeno cinque minuti (e così alla fine qualcuno era davvero venuto apposta per Peter Del Monte). "Se io sono stato trattato così malamente per una domanda insignificante" penso, "come verrà trattato questo qua che gli sta leccando il culo senza vergogna in modo così spudorato?". All'epoca ero molto ingenuo. Quando il tizio finisce, Peter Del Monte gli risponde (testuali parole, non mi invento niente): "lei è il mio spettatore ideale".
Spettatore ideale? Un leccaculo prolisso che ha parlato per cinque minuti, forse di più, senza dire niente e senza dare nessuno spunto per una qualsiasi risposta più articolata di un semplice "grazie"? 
Eppure dice proprio così "lei è il mio spettatore ideale", dopo di che Peter Del Monte si mette a parlare del suo film per un'ora e mezza filata, con naturalezza, tutto contento, senza più bisogno di altre domande o imbeccate. Addio birretta.
"Come ti è sembrata la mia performance con Peter Del Monte?", chiedo a Natalya mentre la riaccompagno a casa.
"Carina". 

LA TENDA

COMUNICAZIONE FASTIDIOSA

È con fastidio che comunico a tutti coloro che seguono questo blog via email, che Feedburner sospenderà  il servizio a partire da luglio 2021. Quindi quello "staremo sempre insieme" che avevo promesso è durato solo sette mesi. È come quando al supermercato scopro una cosa che mi piace, inizio a comprarla abitualmente e dopo un mese o due non esiste più. Pazienza.
Chi vuole continuare a ricevere una notifica per ogni nuovo post pubblicato qua sopra, può seguire il blog tramite feed RSS (non so cosa voglia dire quello che ho appena detto, ma so che per alcune persone le parole “feed RSS” hanno un significato).
In alternativa ci sono gli account Twitter mio e di Emanuelesi, dove twittiamo (si dice così, non è colpa mia, c'è anche sul dizionario) più o meno regolarmente i nuovi post e altre cose.
Un altro modo è seguire la pagina Facebook del blog. Non è una pagina gestita e creata da me, ma da un benefattore che chiameremo Jacopo (grazie Jacopo!) e viene regolarmente aggiornata ogni volta che su questo blog appare un nuovo post. Va detto che se questo blog è bene o male sopravvissuto alla famosa morte dei blog, gran parte del merito è di quella pagina. Un giorno o l’altro dovrò ricordarmi di spedire a Jacopo una cassa di spritz, cioè metà cassa di prosecco, un terzo di cassa di Aperol e un sesto di cassa di soda (e arance come imballaggio).

TEST PER CAPIRE SE SEI UNA MERDA


Nonostante le avversità (lockdown, capsulite adesiva, non voglia di disegnare, ancora più non voglia di disegnare) io e Guglielmo Favilla abbiamo fatto un altro video della serie Tutto quello che c’è da sapere su tutto quanto.
Io ho fatto le parole e i disegni (ho già detto che odio disegnare?*), Favilla ha fatto le voci e Gabriele Draghetti ha registrato le voci di Favilla nel pieno rispetto delle norme anti-Covid. Almeno spero.


* Odio talmente tanto disegnare che quando disegno penso “forse non è stato così male quando da bambino mi sono chiuso il mignolo nello sportello del frigo, prima o poi devo riprovare”.

FUMO

 

SCHOPENHAUER E I RAPPER ITALIANI

Oggi avrei voluto scrivere un post su quanto mi danno fastidio il chiasso e i rumori, ma siccome l'ha già scritto Arthur Schopenhauer sul suo blog Parerga e Paralipomena, io mi limito a trascrivere le sue parole.
Sostituirò solo "schioccare delle fruste" con "canzoncine dei rapper italiani" e poco altro ("carro di sabbia" con "telefono", "concime" con "stereo portatile", "far camminare gli animali da tiro" con "intrattenere il popolo", "un nodo in cima ogni frusta" con "l'uso degli auricolari", "proletari" con "borghesi", "cavalli di posta liberi" con "l'autoradio a palla", "montando un cavallo da tiro sciolto" con "in sella a una bicicletta con le casse", "a fianco degli animali" con "con uno di quegli zaini stereo", "carrettieri" con "truzzi", "facchini" con "punkabbestia", "gente oziosa" con "studenti fuoricorso di Lettere e Filosofia", "Germania" con "Bologna"). 

«Il chiasso è la più impertinente di tutte le interruzioni, poiché interrompe, anzi perfino spezza i nostri pensieri. Ma dove non vi è nulla da interrompere, il chiasso non sarà avvertito in modo particolare. [...]
Ora però, passando dal genus alla species, debbo denunciare come il rumore più imperdonabile e infame le canzoncine veramente infernali dei rapper italiani nelle vie rumorose della città. Queste improvvise e acute canzoncine, che paralizzano il cervello e spezzano e ammazzano i pensieri, dovrebbero essere sentite dolorosamente da ognuno che porti nella sua testa qualcosa che somiglia a un pensiero, e dovrebbero, dunque, disturbare centinaia di persone nella loro attività spirituale, per quanto di genere comune: al pensatore, però, questo rumore penetra nelle sue meditazioni con un dolore così micidiale, come quando la spada del boia stacca la testa dal tronco. Nessun suono ferisce il cervello in modo così tagliente, quanto queste maledette canzoncine dei rapper italiani; [...] non capisco perché un qualsiasi villano, che sta portando un telefono o uno stereo portatile, debba solo perciò avere il privilegio di soffocare in germe ogni pensiero che sgorga nel cervello di diecimila teste in successione (una mezz'ora di strada attraverso la città). Martellate, abbaiar di cani e strilli di bambini sono orribili; ma l'unico vero e proprio assassino dei pensieri sono le canzoncine dei rapper italiani. La loro destinazione è di distruggere ogni momento di raccoglimento, che ad uno sia dato ogni tanto di avere. Soltanto nel caso che non vi fossero altri mezzi per intrattenere il popolo, se non questo rumore più abominevole di tutti, ciò potrebbe essere scusato. Ma proprio al contrario, queste maledette canzoncine dei rapper italiani non soltanto non sono necessarie, ma perfino inutili. [...] Che una simile infamia venga tollerata nelle città è una grande barbarie e ingiustizia; tanto più che sarebbe facile eliminarla se la polizia prescrivesse l'uso degli auricolari. Non può essere cosa nociva attirare l'attenzione dei borghesi sul lavoro mentale delle classi superiori: essi, infatti, provano un timore enorme verso ogni lavoro cerebrale. Ma che un villano, il quale, attraversando le vie strette di una città molto popolata con l'autoradio a palla o in sella a una bicicletta con le casse, o addirittura camminando con uno di quegli zaini stereo, emetta senza tregua e con tutte le forze canzoncine di rapper italiani lunghissime, non meriti di essere obbligato a scendere immediatamente per ricevere cinque bastonate date con convinzione, non mi convinceranno tutti i filantropi del mondo. [...] Deve, dunque, mentre tutti hanno cura del corpo e delle sue soddisfazioni, lo spirito che pensa essere l'unico al quale mai viene concesso il minimo riguardo o protezione, per non parlare di rispetto? Truzzi, punkabbestia, studenti fuoricorso di Lettere e Filosofia che stanno agli angoli della strada e altri simili sono gli animali da soma della società umana; essi vanno senz'altro trattati umanamente, con giustizia, benevolenza, indulgenza e con le cure necessarie; ma non dovrebbe essere permesso loro di diventare un impedimento col chiasso petulante alle aspirazioni più alte del genere umano. Vorrei sapere quanti grandi e bei pensieri questi rapper italiani abbiano già cacciato via dal mondo con le loro  canzoncine. Se potessi comandare io, si dovrebbe creare nella mente dei truzzi un nexus idearum indiscutibile fra le canzoncine dei rapper italiani e il ricevere bastonate. [...] La tolleranza generale riguardo al chiasso inutile, ad esempio riguardo allo sbattere le porte, abitudine oltre modo maleducata e volgare, è addirittura un sintomo dell'ottusità generale e della povertà di idee. In Bologna le cose stanno come se si mirasse a far sì che per il chiasso nessuno riesca a riflettere; per esempio, battendo il tamburo senza scopo».
Arthur Schopenhauer

IL VIAGGIO

MINIMIZZATORI E NEGATORI

Una cosa interessante di questa pandemia è vedere come alcuni l'abbiano usata come pretesto per prendersela con le persone che odiavano già prima della pandemia. Alcuni esempi: i pigri hanno deciso che gli untori sono quelli che corrono (bei tempi quando le persone avevano la delicatezza di andare a correre in posti appartati, ora invece ti vengono a sgambettare sotto il naso vestiti nel modo più catarifrangente possibile, costringendoti inevitabilmente a pensare a tutti i Tegolini che non stai smaltendo); chi non sopporta il gioventume che tutte le notti fa baldoria sotto la sua finestra incolpa la (chiedo scusa per la parola) mo(scusa, davvero)vida; gli appassionati di Marx incolpano il capitalismo; gli xenofobi incolpano gli stranieri; chi odia la scuola incolpa le scuole; chi ama la scuola incolpa chi chiude le scuole; e, più in generale, chi ama un certo tipo di attività (cinema, palestra, discoteca, carcere) riterrà quelle attività magicamente protette da ogni possibilità di propagazione del contagio e crederà di individuare la fonte di ogni male nelle attività che invece odia. È  davvero strano e per certi versi affascinante come alcune persone siano riuscite a passare attraverso più di un anno di pandemia senza avere capito assolutamente niente.
Per un virus, soprattutto un virus che si trasmette attraverso le vie respiratorie e non attraverso, che so, l'ingestione dei peli delle ascelle, ogni contatto sociale è un'occasione di contagio, non importa se coloro che si contattano socialmente sono stranieri, proletari, discotecari, vigili urbani, fisici nucleari o Presidenti delle Repubbliche, il virus non guarda in faccia a nessuno, e ogni occasione di contagio è per lui una possibilità in più di replicarsi, propagarsi e evolversi. Certo, ci sono alcune attività sociali che sono più virus-friendly di altre (per esempio giocare a rugby nello sgabuzzino è sicuramente più a rischio che giocare a ping pong nel deserto), ma rimane il fatto che, ogni volta che si entra in contatto con un'altra persona senza adottare tutte le precauzioni che ormai dovremmo avere imparato a memoria, si sta giocando nella squadra del virus. Perché è così, è come se ci fosse una partita Umani - Virus, una specie di derby, visto che entrambe le squadre giocano in casa, e chi ignora le suddette precauzioni è uno che, per qualche motivo, ha deciso di giocare col virus. Chi dice cose tipo "se non mi metto la mascherina sono cazzi miei" è esattamente come un giocatore della Juventus, poniamo, che dice ai suoi compagni di squadra "se durante la partita Juventus – Torino provo a fare autogol sono cazzi miei". Cioè, se vuoi fare autogol fai pure autogol, hai il libero arbitrio, ma non è vero che sono “cazzi tuoi”; se fai autogol il punteggio diventa Juventus – Torino: 0–1, non Juventus – Torino – Giocatore della Juventus che ha fatto autogol: 1–1–0.
Quindi, visto che non ci sono untori, bisogna rassegnarsi all'idea di non dare la colpa a nessuno? Beh, non saltiamo subito alle conclusioni. Se oggi la situazione è molto più grave di quella che avrebbe potuto essere, se dovremo trascinarci dietro questo flagello per chissà quanto tempo ancora e se per un bel pezzo le nostre vite non sono state e non saranno più quelle di prima, i colpevoli ci sono. Sono i minimizzatori e i negatori, a cominciare dal Governo cinese.
In questo articolo (Covid-19: Five days that shaped the outbreak), Jane McMullen ricostruisce in modo chiaro e preciso il comportamento delle autorità cinesi nei primi giorni della non-ancora-pandemia. Il concetto è grosso modo questo: in una fase in cui per la prima volta il virus stava esplodendo in modo esponenziale (n.b. la parola "esponenziale" è qui usata nel senso di "esponenziale" e non nel senso di "pazzesco") e in cui, cito, "ogni giorno e ogni ora erano determinanti", la Cina ha deciso di minimizzare e negare l'esistenza del problema per più di due settimane, silenziando i suoi medici e i suoi scienziati. "That was the shot we had, and we lost it", dice l'articolo.
Dopo di che (qui sono io che parlo, non è più l'articolo) la torcia del minimizzare e del negare è passata al resto del mondo: ad altri Governi non democratici o aspiranti tali, a politici opportunisti, a giornalisti ignoranti, a sedicenti esperti a caccia di notorietà e, infine, ai semplici scemi (gli scemi sono sempre la base della piramide di ogni disastro). Tutti questi minimizzatori e negatori sono colpevoli, esattamente come sarebbe colpevole chi invitasse la gente a guidare ubriaca minimizzando o negando gli effetti dell'alcol sulla lucidità della mente umana, o come chi si mettesse lui stesso a guidare ubriaco, o perché ha deciso che non gli frega niente delle conseguenze o magari semplicemente perché è disperatamente scemo.
Sono troppo severo? Non mi pare. Se non fosse per quelli che "le mascherine sono inutili", "è solo un'influenza", "muoiono solo i vecchi", "la cura esiste ma non ce lo dicono", "i numeri sono gonfiati" eccetera, ora non saremmo nella situazione in cui siamo, e visto che non si può dare la colpa di tutto questo a un virus che sta semplicemente facendo il suo lavoro in modo egregio, a chi altri la si può dare se non a quelli che, pur non essendo nella squadra del virus, hanno deciso di giocare con lui?
Se hai un amico minimizzatore o negatore, per favore, fagli leggere questo post e digli da parte mia che è un criminale, ma senza la dignità di quei criminali che pianificano i loro crimini e li portano a termine, no, è più un criminale tipo Schettino. “Te lo ricordi Schettino?” digli, “ecco, tu sei così. Un criminale deficiente”.

FAKE NEWS

IL CAMPANILISTA – ERRATA CORRIGE

Devo segnalare un errore abbastanza serio che ho commesso nel post di lunedì (questo qui), resoconto della mia breve ma significativa interazione con un esemplare di campanilista adulto.
Una persona a conoscenza dei fatti, disposta a parlare solo a condizione di restare anonima, mi ha segnalato che il finale della storia non è esattamente come io lo ho riportato. Sì, lo so che avevo scritto frasi impegnative come "queste sono le esatte parole" e "lo ricordo bene", ma il fatto è che la mia memoria si premura sempre di rendere il passato meno squallido e un po' più accettabile, non possiamo biasimarla per questo.
Prima di esporre la versione dei fatti restaurata, invito il lettore a rileggere la versione precedente, da "finalmente arriva il momento di pagare" in poi. Io intanto aspetto qui.
Fatto?
Allora, le cose sono in realtà andate così: mentre la proprietaria stava ancora preparando il conto, Gianluigi, come se niente fosse, chiede se può assaggiare il rinomato Rosolio di Cetriolo di Fregazzano del Passero.

– Potrei avere un po' di Rosolio di Cetriolo?

ed è qui che tutti ci voltiamo increduli verso di lui, come se si fosse appena spogliato nudo in mezzo alla sala.
Invece la proprietaria non è per niente stupita e gli risponde come chi ha perfettamente capito con chi ha a che fare

– Vorrai dire “dell’altro Rosolio di Cetriolo”. L’hai già bevuto, no?

Il resto è più o meno uguale: Gianluigi dice “ma io non... cioè io…”; la proprietaria risponde “sì, e ti deve essere piaciuto molto, perché te lo sei bevuto quasi tutto”; Gianluigi non ribatte; la proprietaria non gli versa da bere un bel niente e inoltre, con un gesto nobile e umiliante allo stesso tempo, non gli fa pagare la bottiglia di Rosolio che aveva diligentemente prosciugato.
È molto meglio così, no? "Molto meglio" nel senso di molto peggio.

IL CAMPANILISTA

Io non ho mai capito il campanilismo. Già faccio fatica a capire il nazionalismo, figuriamoci il campanilismo. E di tutti i campanilismi quello che capisco meno è il campanilismo non per una regione, non per una città, non per un paese minimamente rinomato, ma per un minuscolo e insignificante paesello come ce ne sono milioni. Voglio dire, non c'è niente di male a essere affezionati al posto dove si è nati, l'affetto è sempre una bella cosa, e non c'è niente di male nemmeno a voler sempre informare tutti sul proprio luogo di origine, come fanno i prosciutti, ma quando uno inizia a dire che il pane del suo paesello è il più buono, che l'aria del suo paesello è la più sana, che la gente del suo paesello è la più gentile, questo non vuol più dire essere affezionati alle proprie origini, questo vuol dire avere una tara (un attimo che controllo che "tara" sia proprio la parola che cercavo.

Tara s.f. -  Malattia, anomalia o deformazione ereditaria, o altro difetto che comunque comprometta l’integrità fisica o psichica di un individuo.

perfetto) e infatti le tare sono il risultato di anni e anni passati a riprodursi fra parenti nello stesso paesello.
Il campanilismo è una limitazione abbastanza grave per chi ce l'ha, perché gli impedisce di apprezzare cose come il saté indonesiano o la cirimoia peruviana, e lo costringe ad accartocciare tutta la sua esistenza attorno alle usanze e alla mentalità di un frammento di pianeta dove la cosa più interessante è la sagra dell'oloturia mantecata. E fin qui problemi suoi, i problemi tuoi iniziano quando, una persona così, sei costretto a frequentarla, magari perché è un collega o un amico di un amico o il cugino di un'amica di tua sorella eccetera, e ogni volta che ci esci devi sorbirti tutto il suo repertorio di frasi tipo "questo lo sanno fare solo al mio paesello", "quest'altro non succederebbe mai al mio paesello", "il mio paesello qui", "il mio paesello là"... ma scópatelo il tuo paesello!
Chiedo scusa, mi è ascesa l'ira. Non succederà più.
La mia irritazione verso questo tipo di essere umano è dovuta al fatto che tempo fa me ne è toccato in sorte uno di nome Gianluigi, l'allora compagno di un'amica di Sandra (quella della capsulite adesiva). Sandra è ok, l'amica di Sandra è ok, per qualche motivo il compagno dell'amica di Sandra non era neanche lontanamente ok, anzi era decisamente non-ok, la personificazione stessa del Non-Essere-Ok, come direbbe Heidegger. Ogni tanto capitano questi abbinamenti male assortiti, soprattutto quando ci sono di mezzo i rapporti sessuali.
Gianluigi veniva da un paesello talmente "ello" che probabilmente non esisteva neanche sulle mappe, e come tutti i campanilisti che sono costretti a lasciare la loro amata terra non parlava d'altro. Letteralmente. Non ho mai visto una persona così monotematica, era esasperante; di qualsiasi cosa si stesse parlando, non importa quanto fosse lontana da ogni possibile collegamento con pane, salumi e olive, Gianluigi riusciva sempre (sempre) a riportare il discorso al suo paesello.

– C'è uno che mi deve 200 euro da due anni e nel frattempo si è comprato una Porsche, ti rendi conto?
– Al mio paesello ce l'hanno tutti, la Porsche.
– L'estate scorsa ho visto Andromeda col binocolo, fa quasi impressione.
– Il mio paesello fa molta più impressione.
– La diffrazione è un fenomeno che si manifesta quando un'onda incontra un ostacolo.
– Paesello.

Anche quando se ne stava in silenzio, mi sembrava che il suo respiro facesse un verso tipo: paaae... sello... paaae... sello...
Non era un cattivo ragazzo (almeno credo) e all'inizio i suoi racconti erano anche interessanti, come sempre è interessante sentire parlare di posti che non si conoscono, ma quanto si può resistere? Un conto è se uno ti parla delle isole Adamane, per dire, ma dopo il duecentottantaseiesimo aneddoto su Fregazzano del Passero, la serata inizia a prendere una brutta piega. Io credo che l'alcol sia stato inventato proprio per sopportare gente come Gianluigi.

– Leonardo cita per ben tre volte un manuale di agrotecnica scritto da un inventore nato nel mio paesello.
– Eh ehh.... pa.,eselo..x

Al tempo in cui frequentavo Gianluigi ero molto ingenuo. Per esempio pensavo che per spostare il discorso su qualcos'altro fosse sufficiente fargli tanti complimenti per l'incredibile fortuna di nascere in un posto così meravigliosamente meraviglioso e voltare pagina, e invece no. Regola numero 1 quando si frequenta un campanilista: il campanilista non vuole complimenti e non gli fa per niente piacere se anche tu ti metti a decantare le prodezze culinarie e paesaggistiche del suo paesello. Che ne puoi sapere tu del suo paesello? Solo perché una volta hai mangiato l'oloturia mantecata, adesso pensi di poter dire che è il tuo piatto preferito? Sicuramente ne avrai mangiata una versione imperfetta e corrotta da ingredienti spuri, di quelle che si fanno all'estero (i.e. nei comuni limitrofi), ma la vera e originale oloturia mantecata la si può apprezzare solo in un posto e, va da sé, la può apprezzare solo ed esclusivamente uno del posto.
Regola numero 2: quello che il campanilista vuole da te è che tu, straniero, ti metta a decantare il tuo, di paesello, e che insieme facciate la gara a chi ha il paesello più lungo.
E poi succede questo. Al tempo andavo in un ristorante che faceva piatti tradizionali della regione di Gianluigi, me lo aveva fatto conoscere Sandra e in poco tempo era diventato uno dei miei ristoranti preferiti. Un giorno, del tutto casualmente, scopro che i proprietari sono originari proprio del paesello di Gianluigi. Che coincidenza. Quando riferisco la cosa a Gianluigi (sì, lo so, errore mio), lui fa una faccia come se gli avessi appena detto che ho ritrovato i suoi genitori dispersi in antartide durante la prima guerra mondiale. Il tempo potrebbe avere corrotto i miei ricordi, ma a me sembra che abbia pianto.
Il risultato è scontato: Gianluigi prenota istantaneamente un tavolo per sei nel predetto ristorante per la sera del giorno dopo, e con "sei" intendo io, Gianluigi, Sandra e i rispettivi compagni, tutti insieme a cena in un mercoledì sera qualsiasi solo per accontentare Gianluigi.
Per l'occasione Gianluigi si veste come per un matrimonio, il suo, più precisamente il suo matrimonio con se stesso, e già questo mi faceva sentire abbastanza in imbarazzo, era come se stessimo portando a cena lo zio rincoglionito. Nemmeno la sua compagna mi sembrava molto a suo agio, a giudicare dagli sguardi che ogni tanto rivolgeva agli altri, sguardi che sembravano dire "eh eh... ehm, cioè... ah ah...". La chiameremo Gianluigia.
Gianluigia non era originaria del paesello di Gianluigi, il che ha perfettamente senso perché il campanilista, quando non è in patria, ha costantemente bisogno di orecchie straniere da ragguagliare sulle infinite e non numerabili meraviglie del suo paesello, e quali migliori orecchie di quelle della persona che si è incautamente voluta legare in un patto di frequentazione sistematica e prolungata? Una volta Gianluigia ha raccontato a Sandra che, quando lei e Gianluigi si sono conosciuti, lui le parlava come se si stesse rivolgendo a una tedesca.

– Tu è bellissima, Gianluigia. E quali occhi tu ha!
– Grazie, Gianluigi. Sei proprio carino, io però... ecco... io credo di essere lesbica.
– No problema, io piace lesbica.

Ok, dimentica questo dialogo, volevo solo citare questo film


Almeno credo che sia questo film.
Comunque, Gianluigi entra nel ristorante e si comporta come se fosse a casa sua, e non per modo di dire, fa letteralmente il padrone di casa nonostante fosse la prima volta che metteva piede in questo posto: saluta i proprietari come fossero suoi amici, ci accompagna di persona al tavolo che ritiene il migliore e inizia a descriverci il menù senza nemmeno bisogno di aprirlo. Io lo guardo sconcertato, questo sfoggio di confidenza e la reazione estremamente benevola dei proprietari mi stavano facendo ricredere sulla poca verosimiglianza dei racconti campanilistici di Gianluigi e per un attimo mi sono ritrovato a pensare che, forse, Gianluigi non era un patetico coglione, ma era davvero uno dei pochi eletti a essere nati in un meraviglioso paesello dove la gente è la più gentile, l'aria è la più sana e il pane è il più buono. Ma, come detto, quest'impressione dura poco, il tempo di arrivare agli antipasti. Quando ce li portano, Gianluigi prende su di sé il compito di descriverli e questo produce una chiara espressione di fastidio in chi ci stava servendo, espressione che non sono l'unico a notare, visto il modo imbarazzato in cui si guardano Sandra e il suo compagno (Sandro) e il calcetto che mi dà Maria Paola (la mia compagna), un calcetto impercettibile e affettuoso che significa più o meno "con chi cazzo mi fai uscire?".
I primi piatti ci vengono serviti dal proprietario in persona (brutto segno) e quando Gianluigi tenta di fare lo stesso giochino che aveva fatto poco prima col cameriere, il proprietario, senza farsi intimorire, lo contraddice. Lo contraddice con gentilezza, ci mancherebbe, ma non con la famosa gentilezza che dovrebbe essere tipica del paesello Gianluigiano, ma con la più prosaica gentilezza di un banale rapporto venditore - cliente.

– No, caro cliente, nell'oloturia mantecata non si mette la ricotta.
– Beh, ma nella ricetta originale si mette.
– Questa è proprio la ricetta originale.
– Sì, certo... ma ogni tanto, dico... ogni tanto si mette.
– Mai.
– Beh... ma...
– Niente ricotta.
– Comunque è buonissimo.
– Grazie.

Ma il bello arriva nella fase caffè/ammazzacaffè (bello nel senso di "bello"). Dopo che ognuno di noi ha diligentemente finito di bere i suoi caffé, i suoi gingseng in tazza grande, i suoi orzi non zuccherati con scorza di mandarino biologico non trattato, Gianluigi, con la massima disinvoltura e senza preannunciare a nessuno le sue intenzioni, si alza dal tavolo, apre la vetrina dei superalcolici (vetrina che in tutti i mesi in cui avevo frequentato questo ristorante avevo visto maneggiare solo dal personale di bordo) e, senza chiedere il permesso a nessuno, lì, da solo, in piedi in mezzo ai tavoli, si versa un bicchierino di Rosolio di Cetriolo, una delle "tante" "famose" "prelibatezze" del suo paesello.
Vista la sicurezza con cui conduce a termine questa operazione, reprimo la mia ansia e mi convinco che deve essere per forza una tipica usanza del suo paesello, del resto, mi dico, nel mondo ci sono quei posti dove è considerata buona educazione ruttare, magari al paesello di Gianluigi è considerata buona educazione svuotare le bottiglie dei ristoranti. Dico "svuotare" perché Gianluigi fa questa manovra più di una volta: si versa il suo coso, lo beve al tavolo con noi, poi si alza di nuovo, apre la vetrina, se ne versa un altro bicchierino, lo beve al tavolo e così via, per una mezz'ora buona, il tutto sotto gli occhi dei proprietari che lo osservano da un angolo della sala. Lo osservano piuttosto freddamente, bisogna dire, ma, mi dico, in che altro modo dovrebbero guardare un cliente che espleta una tipica usanza del loro comune paesello?

– Volete un po' di Rosolio di Cetriolo anche voi?
– No grazie, Gianluigi, io sono a posto.
– Gianluigia? Sandro? Sandra? Maria Paola? Nessuno?

No, Gianluigi, nessuno, anche perché è da un pezzo che siamo rimasti solo noi nel ristorante e chiunque non sia un egocentrico egotista egomaniaco si sarebbe facilmente reso conto che non siamo più graditi, ma questo non glielo dico.
Finalmente arriva il momento di pagare: conti separati, come si faceva da giovani, e quando arriva il turno dei Gianluigi, succede la seguente cosa: Gianluigi, che naturalmente si autoincarica di elencare tutto quello che hanno ordinato lui e Gianluigia, omette il Rosolio di Cetriolo. Se ne sarà dimenticato, penso, e infatti la proprietaria dice

– Ti sei dimenticato il Rosolio di Cetriolo, caro cliente.

Ok, penso, tutto risolto, ora Gianluigi si scuserà, dirà qualcosa come "sì, è vero, ah ah, come ho fatto a dimenticarmelo?" e tutti ce ne andremo a dormire e ci metteremo alle spalle questa sgradevole serata e invece no, Gianluigi risponde

– Quale Rosolio?

Proprio così, "quale Rosolio?". Ci voltiamo tutti all'unisono verso di lui, increduli, Gianluigia compresa, e lo guardiamo con una faccia che inequivocabilmente dice "perché lo stai facendo"?

– Il Rosolio di Cetriolo, caro cliente. Ti è piaciuto, vero?
– Ma io non... cioè io...
– Sì, e ti deve essere piaciuto molto, perché te lo sei bevuto quasi tutto.

Non sto inventando niente. Queste sono le esatte parole che la proprietaria ha pronunciato, le ricordo bene perché, essendo io lì nel ruolo ufficiale di "accompagnatore di Gianluigi", ho provato così tanta vergogna che, per la prima volta, ho capito perfettamente il senso della frase fatta "mi sarei sotterrato". Gianluigi non ribatte più, nemmeno con una banale scusa, giusto per salvare le apparenze, ma si limita a pagare il dovuto. Dopo di che ce ne andiamo.
Fuori dal ristorante facciamo tutti finta di niente, sorridiamo, diciamo due battute e ci salutiamo ripromettendoci di rivederci presto, come si fa sempre, ma non era vero, non solo non ci siamo più rivisti tutti e sei insieme, ma nessuno di noi ha più rimesso piede in quel ristorante.
Da quella sera non ho più rivisto Gianluigi, non so che fine abbia fatto. Invece so che ora Gianluigia sta con un tedesco e vive felicemente con lui e i loro due figli a Valencia.

TESTINE

L'IMPORTANZA DEI GRILLINI

Spero di non offendere nessuno se dico che in tutti noi c'è un piccolo grillino, anche nelle persone più insospettabili, anche in Soros. Lo so perché qualche tempo fa ho letto "The Alchemy of Finance: The New Paradigm", un libro che Soros ha pubblicato nel 1988, e qua e là saltano fuori alcuni degli ora ben noti preconcetti grillini: la sfiducia nel Fondo Monetario Internazionale, l'uso di termini come "fondamentalismo liberista", la globalizzazione finanziaria vista come portatrice di un'imminente catastrofe mondiale eccetera, ma soprattutto c'è quel caratteristico atteggiamento grillino per cui un totale profano di politica economica e di scienza delle finanze come Soros (profano per sua stessa ammissione) pensa di avere capito tutto sul funzionamento dei mercati finanziari, anche cose che gli accademici di tutto il mondo ignorano e che i famosi media mainstream "non ci vogliono dire" (il virgolettato non è dal libro di Soros, ma dal libro dei luoghi comuni grillini). Soros sarebbe l'idolo dei grillini se solo sapessero leggere (e non fossero vagamente antisemiti, parlo di quell'intramontabile antisemitismo popolare per cui la cosiddetta "lobby ebraica" sarebbe una cosa reale e non semplicemente un'espressione antisemita).
Piccola precisazione: da qui in avanti col termine "Grillini", con la "g" maiuscola, non intenderò semplicemente i rappresentanti del Movimento 5 Stelle (con un po' più di sforzo potevano trovare un nome anche più scemo, che so, "Organizzazione 3 Gamberi", "Formazione 8 Volante", "Ayurveda Relax 50 minuti"), ma intenderò più in generale quel tipo di persone che si possono trovare ovunque e in qualsiasi epoca e che hanno quelle caratteristiche distintive che nell'Italia di oggi sono così ben rappresentate dai "grillini" con la "g" minuscola. In questo senso sono Grillini i Khomeinisti, i QAnoniani, i fan di Putin, la maggior parte dei Brexiter, gli Anti-Vaxxer di tutto il mondo, tanti seguaci di Modi in India e di Bolsonaro in Brasile, ma anche i Leghisti (che potremmo definire una versione xenofobicamente consapevole dei grillini) e persino gente del PD. Il mondo pullula di Grillini. Per esempio, nell'Italia all'epoca fascista, i Grillini erano i fascisti, in particolare i fascisti alla Bombacci, quelli che erano davvero convinti di fare il bene dell'umanità (e quindi i peggiori), più che i fascisti alla Starace, a cui fondamentalmente piaceva solo menare.
È normale che sia così, perché la Grillinità (o se si preferisce Grillineria) è una condizione esistenziale costitutiva dell'essere umano. Tutti nasciamo Grillini, così come tutti nasciamo ignoranti, egotisti e psicopatici, ed è solo attraverso il contatto con la civiltà che possiamo smettere di esserlo, o perlomeno cercare di esserlo meno, ognuno secondo le sue possibilità e le sue opportunità. Come dice quella famosa frase di Rousseau "l'uomo nasce in catene, ma ovunque può diventare libero". Certo, per alcuni è un po' più difficile che per altri; per i grillini è stato evidentemente impossibile. In che modo allora possono essere considerati importanti?
Beh, prima di tutto sono importanti proprio perché sono Grillini in modo integrale e ben riconoscibile, e questo fa sì che proprio grazie a loro questa condizione esistenziale primordiale abbia oggi finalmente un nome.
A questo proposito vorrei far notare quanto è perfetta la parola "grillino", è una di quelle parole che rendono benissimo l'idea già da sole, come "borbottio", "smargiasso" o "demagogia", perché i Grillini sono proprio così: sono piccoli, tanti, fastidiosi e saltellanti come un'invasione di grilli, tutti uguali come sancisce mirabilmente il loro motto: uno vale uno. Pensa che sfortuna se Beppe Grillo si fosse chiamato, che so, Beppe Rodomonti: "i rodomontiani aprono il Parlamento come una scatoletta di tonno", non funziona, vero? Ha quasi un che di nobile. "Rodomontiani" non fa percepire il cieco brulicare di una massa di persone minuscole con le loro vocine sghignazzanti e i loro occhietti umidi; "grillini" invece è perfetto, "zanzarini" sarebbe stato ancora meglio, o "escherichia colini", ma anche "grillini" va benissimo.
C'è poi un altro motivo per cui sono importanti, anzi fondamentali: attraverso il loro esempio, ognuno ha la possibilità di riconoscere il Grillino che ha dentro di sé e distaccarsene, perfezionando così il suo processo di autosgrillinamento.
Per me è stato così. Non che io sia mai stato grillino, questo no, però tempo fa avevo anch'io qualche preconcetto tipicamente Grillino, proprio come Soros, luoghi comuni raccattati con le orecchie un po' qua e un po' là e che ritenevo plausibili non perché li avessi mai approfonditi, ma proprio perché non li avevo mai approfonditi. Se ho abbandonato quei preconcetti a gambe levate e in modo definitivo come nessuna argomentazione avrebbe mai potuto convincermi a fare, è solo merito dei grillini.
Il giorno in cui per la prima volta ho sentito parlare il mio primo grillino in carne e ossa, all'inizio ho provato una strana sensazione: su certe cose mi veniva da dargli ragione (le banche qua, la democrazia diretta là...), anche se io le avrei espresse usando i congiuntivi, ma allo stesso tempo mi vergognavo, com'era possibile? Eppure anche a me piaceva Rousseau, ma più lo ascoltavo e più lo sentivo fare errori logici, banalizzare tutto il banalizzabile, inanellare un luogo comune dietro l'altro e sostituire le argomentazioni con un po' di retorica da rappresentate di classe e il sarcasmo di un bulletto mancato, più la mia vergogna aumentava, finché a un certo punto mi sono detto: "un momento, ma questo qua è un imbecille". È stato un momento catartico, come guardarsi per la prima volta allo specchio e scoprire che, quando fai certi discorsi, non sembri così


ma così


Siccome i grillini dicono solo cose da Grillini e le dicono in modo assolutamente spontaneo e convinto (e dunque senza possibilità di errore), sono perfetti per fare un rapido check sullo stato attuale delle proprie convinzioni personali e depurarsi così da eventuali "idee" Grilline residue.
Qui di seguito ho stilato una piccola lista di queste tipiche "idee" grilline. Ovviamente è solo un abbozzo che deve essere migliorato e ampliato, ma già così può essere un utile strumento per perfezionare il proprio processo di sgrillinamento (con la spunta ho segnato quei preconcetti che, più o meno, avevo anch'io).

1) Destra e sinistra non esistono;
2) La ricerca scientifica persegue principalmente interessi economici;
3) I mercati finanziari distruggono l'economia reale ✓ (cioè, non è che io proprio lo pensassi ("pensassi"), però, insomma, avevo un pregiudizio negativo nei confronti dei mercati finanziari senza sapere nemmeno bene cosa fossero, quindi mi pare di meritarmi la spunta);
4) La politica come professione è male ✓;
5) [Un complotto mondiale a caso] ✓ (Va bene, lo ammetto, anch'io tanti anni fa ho prestato l'orecchio a un complottino, ok? Ma ero molto giovane, non ne ero pienamente consapevole e alla fine non era uno di quei complotti così assurdamente pazzi come le scie chimiche, per dire, era solo mediamente pazzo, un complotto pazzerello, diciamo, e comunque mi è bastato ascoltare Giulietto Chiesa per cinque minuti per provare la vergogna descritta sopra e tornare subito in me);
6) I media ci tengono nascosta la verità;
7) Democrazia diretta > democrazia rappresentativa ✓;
8) Sovranismo > Sovranazionalismo;
9) Saggezza popolare > esperienza professionale;
10) Naturale = sano, artificiale = malsano;
11) Gli elettori sono migliori dei loro rappresentanti ✓ (questa purtroppo è una Grillinata che ho pensato per tantissimo tempo);
12) "Non sono antisemita, ma la finanza mondiale è manovrata dalla lobby ebraica" (grazie a dio questa cosa non l'ho mai pensata, è stato sufficiente frequentare le scuole elementari);
13) Report è una trasmissione attendibile ✓(questo punto può essere approfondito qui).

LA CAPSULITE ADESIVA PIÙ PAZZA DEL MONDO

La capsulite adesiva, dice Wikipedia, è "un particolare tipo di degenerazione periarticolare dolorosa che causa perdita parziale di mobilità della spalla" e i suoi sintomi principali, questo lo so anche senza Wikipedia, sono: male al braccio (anche durante il sonno) e impossibilità di fare certi movimenti, tipo il saluto romano (è per dare l’idea). Il lato positivo della capsulite adesiva è che passa, il lato negativo è che può durare anni, soprattutto se non viene curata. Qual è la causa? Non si sa, ma ho letto che capita a circa il 2% delle persone, quindi non è esattamente una malattia rara e dunque un ortopedico, faccio per dire, potrebbe anche riconoscerla al primo colpo o perlomeno prenderla in considerazione. Ma andiamo con ordine.
Tempo fa mi contatta il signor Shockdom per propormi di fare un libro di fumetti (si dice così?) sullo stile delle strisce che metto su Instagram (vedi qui). Disegnare, in sé, non è una cosa che mi piaccia particolarmente, è giusto una tacca sopra le pulizie del bagno, però l'idea del libro di fumetti mi piace, perché alla fine è una cosa attraverso cui ci si può esprimere (diversamente dalle pulizie del bagno), e poi, mi sono detto, se c'è un contratto con delle scadenze eccetera, ho la scusa per potermi dedicare a qualcosa di un po' più elaborato e temporalmente dispendioso del solito senza sentirmi in colpa. Quindi parto con il libro: penso a un soggetto, scrivo la sceneggiatura, mi compro una tavoletta grafica nuova, disegno i personaggi, preparo i font, sostituisco la tavoletta grafica nuova con un'altra tavoletta grafica nuova che funzioni, trovo persino un titolo ("Il mondo più pazzo del mondo") e quando finalmente parto con le prime tavole inizio a sentire un leggero dolorino al braccio destro. Indovina con quale braccio disegno? Esatto.
La mia politica con i dolorini è molto semplice:
a) se interessano parti non vitali del corpo, li ignoro;
b) se interessano parti vitali (cuore escluso), prenoto una visita da uno specialista;
c) se interessano il cuore, vado al pronto soccorso.
Quindi, dolorino al braccio: ignoro. Di solito questa tecnica funziona egregiamente: ignora oggi, ignora domani, a un certo punto ti accorgi che il dolorino non c'è più. In questo caso, però, succede che dopo qualche settimana non solo il dolorino non se ne è andato, ma si è trasformato in dolore a tutti gli effetti (dolore di magnitudo 3, per la precisione) e disegnare inizia a darmi fastidio, intendo più fastidio del solito. In condizioni normali avrei continuato a ignorarlo (prima che io inizi a preoccuparmi per un banale braccio bisogna arrivare almeno a magnitudo 7), ma qui il problema è che ho circa un centinaio di tavole che aspettano di essere disegnate e disegnare con questo dolore non è più semplicemente una tacca sopra le pulizie del bagno, è una tacca sopra il waterboarding. Devo vedere uno specialista.
La mia personale fornitrice di specialisti è mia madre, lei e le sue amiche conoscono i nomi di tutti i medici della zona, le loro caratteristiche, l'affidabilità, le prestazioni eccetera, sentirle parlare di medici e ospedali è come sentire dei bookmaker che parlano di cavalli da corsa. Naturalmente, per riuscire ad accedere alla preziosa informazione, bisogna prima passare indenni attraverso il fuoco di sbarramento delle cure fai da te: "hai preso la Cibalgina?", "prova a far riposare il braccio per qualche giorno", "la cugina della sorella dello zio Mario aveva anche lei male al braccio (anche durante il sonno) e impossibilità di fare il saluto romano e le è passato tutto facendo gli impacchi col ghiaccio" eccetera, dopo di che, se si ha pazienza, arriva il tanto agognato nome, a volte addirittura una rosa di tre o quattro nomi fra cui poter scegliere, o almeno di solito funziona così, perché purtroppo in questo caso non arriva nessun nome. Per quanto possa sembrare inverosimile, mia madre non conosce nemmeno un ortopedico; conosce pneumologi, oculisti, otorinolaringoiatri, dermatologi, cardiologi, mandrie di gastroenterologi e persino uno psichiatra, ma sorprendentemente nemmeno un ortopedico. O meglio, qualche ortopedico lo conosce (ci mancherebbe!), ma nessuno che sia stato testato da un numero sufficiente di persone affidabili (oltre alla lista di medici affidabili, mia madre ha una lista di pazienti affidabili, e l'affidabilità della prima lista si fonda sull'affidabilità della seconda; su cosa si basi l'affidabilità della seconda lista, non è ora il caso di indagare). Quindi? Quindi niente, vado a caso.
Apro il Fascicolo Sanitario Elettronico e scelgo un ortopedico più o meno a caso, cercando solo di mediare fra costo, distanza da casa e rinomanza dell'istituto per cui lavora. In questo modo finisco col prenotare una visita con quello che chiameremo Ortopedico #1 (150 €).
La visita con Ortopedico #1 è abbastanza surreale e non solo per il fatto che dura solo 13 minuti (150 € per 13 minuti fanno circa 11.5 € al minuto, cosa che mi ha costretto a pormi la domanda "perché non ho fatto l'ortopedico? è un lavoro pulito, non tocchi le mucose di nessuno, non devi aprire corpi o maneggiare testicoli altrui, al massimo vedi qualche brutto corpo, ok, ma 11.5 € al minuto sono 690 € all'ora, 31740 € alla settimana considerando le classiche 36 ore, 1650480 € all'anno, sai quanti corpi brutti sarei disposto a vedere per 1650480 €? Avrei potuto fare l'ortopedico per tre o quattro anni e poi ritirarmi nella mia villa con infinity pool sul Monte Athos e fare tutti i libri di fumetti del mondo con l'ausilio di una squadra di disegnatori da far impallidire lo Studio Ghibli"), è una visita surreale soprattutto perché, di quei 13 minuti, Ortopedico #1 ne passa almeno la metà a scrivere il referto al computer, un referto di 14 righe (ce l'ho qui in mano, le ho appena contate), cioè circa 2.2 righe al minuto. Mentre lo osservo battere sulla tastiera un tasto alla volta, col solo uso dei due indici, ho la netta sensazione di avere appena fatto scendere i miei 150 € giù per il water, ma siccome non è mai facile ammettere con se stessi di avere sbagliato, soprattutto quando hai appena speso così tanti soldi (150 €), mi costringo a pensare che sì, dai, sarà un impedito come dattilografo, ma magari è un bravo ortopedico.
Quello che segue è un resoconto oggettivo di come sono andati i circa 6 minuti e mezzo di visita ortopedica che hanno preceduto la suddetta prestazione dattilografica.

Il paziente entra nell'ambulatorio di Ortopedico #1.
Convenevoli.
Ortopedico #1 invita il paziente a riferire il motivo della visita.

PAZIENTE – Ho male al braccio destro (anche durante il sonno) e impossibilità di fare certi movimenti, tipo questo.

Il paziente prova a fare il saluto romano.
Ortopedico #1 sembra perplesso.

ORTOPEDICO #1 – Anche durante il sonno, ha detto?
PAZIENTE – Sì.
ORTOPEDICO #1 – Mm... strano.

Il paziente riferisce che rimane molte ore al computer a disegnare con appoggio sull'avambraccio destro e, come origine del dolore, indica la parte superiore del braccio, appena sotto la spalla, sostenendo che detto dolore si irradia poi al gomito, all'avambraccio e, talvolta, anche al polso.
Ortopedico #1 esamina il braccio del paziente a mani nude e ipotizza che la sintomatologia sia dovuta a neuroaprassia del nervo ulnare e/o sospetta tendinite dei flessori del polso.

PAZIENTE – Polso?
ORTOPEDICO #1 – Sì.
PAZIENTE – Ma a me fa male il braccio. Qui, guardi.
ORTOPEDICO #1 – Una tendinite del polso può procurare dolore anche al braccio.

Segue stesura del referto.

A seguito della visita, Ortopedico #1 mi consiglia di eseguire un'ecografia al polso (77 €) e un'elettromiografia al nervo ulnare (200 €). Naturalmente avrei potuto scegliere di fare questi esami con il Servizio Sanitario Nazionale e spendere meno, ma i tempi di attesa sarebbero stati troppo lunghi. Per esempio, per l'ecografia: libera professione, due settimane; SSN, nove (giuro) mesi.
Passo le due settimane senza disegnare, in modo da far riposare un po' il braccio (o il polso, a seconda dei punti di vista), tanto la deadline del libro è molto lontana, e nel frattempo, come suggerito da Ortopedico #1, assumo Brufen 600 mg una volta al dì, cosa cui purtroppo non fa seguito alcuna apprezzabile diminuzione del dolore. In compenso, dopo due giorni, inizia a sanguinarmi il naso. Curioso. Il quarto giorno mi sveglio con uno strano sapore in bocca e noto con una certa apprensione che la federa del cuscino è imbevuta di sangue. Dopo essermi assicurato di non essere stato assassinato nel sonno, decido di interrompere l'assunzione di Brufen 600 mg. Precisazione: ovviamente non sto dicendo che epistassi e suddetto farmaco siano collegati da un nesso di causa-effetto, dico solo che, nel dubbio, preferisco tenermi il dolore.
Ecografista #1 è una persona dall'aspetto molto professionale, non solo per l'abbigliamento e il contegno, ma anche per l'espressività assolutamente in linea con quello che io mi aspetto da un professionista, cioè nessuna espressività. Mentre mi esamina il polso, dice di rilevare lievi note degenerative della radio-carpica con versamento articolare associato, ma nessun segno di tendinite. "E queste note degenerative, chiamiamole pure così, possono provocare male al braccio (anche nel sonno) e impossibilità di fare il saluto romano?", chiedo. "No", risponde.
Siccome Ecografista #1 ha un'aria familiare (mi ricorda un po' Mr. Spock), mi azzardo a chiedergli se per caso non può dare un'occhiata anche a questo nervo ulnare di cui si parla tanto. Ecografista #1 recepisce la richiesta senza commentare e subito inizia a esaminare il gomito con il tricorder. "Instabilità del nervo ulnare", dice. "E come si cura?", chiedo. "Intervento chirurgico", risponde.
Visto che la causa del mio dolore al braccio era stata finalmente trovata, o almeno così credevo, avrei potuto anche disdire l'elettromiografia e spendere quei 200 € per qualcosa di più piacevole, che so, una dose di 37.5 cl di Chateau d'Yquem, dopo tutto non l'ho mai bevuto e si favoleggia che sia molto più efficace del Brufen, ma io sono una persona meticolosa e se mi viene assegnato un compito lo eseguo e lo porto fino in fondo senza chiedermi che senso abbia quello che sto facendo. Ok, forse questa non è proprio la definizione di persona meticolosa.
Il primo appuntamento disponibile per questa misteriosa elettromiografia è dopo due mesi (ovviamente in libera professione, se no è nel 2057 o qualcosa del genere). Non so, forse c'entra anche il fatto che nel frattempo stava infuriando la famosa pandemia del 2020-2028 e magari questo rendeva tutto molto più complicato. Nell'attesa il mio dolore sale a magnitudo 5 e io mi vedo costretto a chiedere aiuto al braccio sinistro se voglio avere qualche speranza di finire il famoso libro. Tanto per cominciare, mi impongo di usare il mouse con la sinistra. All'inizio è un po' complicato, come quando cerchi di tagliarti i capelli allo specchio, ma dopo un po' ci si abitua. Sistemata la faccenda mouse, inizio ad applicare la sinistra anche ad altre attività: bere, lavare denti, pettinare, praticamente tutto tranne disegnare. Già non è che io disegni proprio benissimo, se poi mi metto pure a disegnare con la sinistra penso che il risultato sia indistinguibile da Picasso. 
Come sempre succede quando informi amici e parenti dei tuoi acciacchi, ognuno ti propone la sua teoria. Per esempio mia madre dice che è colpa della nuova tavoletta grafica, mio fratello dice che probabilmente mi sono fatto male in palestra, una mia amica (che chiameremo indicativamente Sandra) dice che ho la capsulite adesiva. "Capsu-che?", le chiedo; "lite adesiva", mi risponde. Io rispondo a tutti "certo, può essere" e intanto penso "certo, può essere", ma con sarcasmo. Se fosse possibile capire le cause dei problemi fisici di una persona semplicemente ascoltandola, non ci sarebbe bisogno dei medici, no?
Magnitudo 6.
L'elettromiografia si rivela un'esperienza molto interessante, vale tutti i soldi spesi fino all'ultimo centesimo, e non tanto perché abbia risolto alcunché, almeno nel mio caso, ma perché mi ha fatto capire alcune cose sulle scene di tortura nei film.
Ad aspettarmi nell'ambulatorio ci sono due elettromiografisti (Elettromiografista #1 e Elettromiografista #2), se posso chiamarli così, ognuno con un compito ben preciso: Elettromiografista #1 è incaricato di produrre delle scariche elettriche attraverso il mio corpo, mentre Elettromiografista #2 deve impedirmi di fuggire. In estrema sintesi l'esame consiste nell'applicare degli elettrodi al braccio e far passare della corrente attraverso i nervi, in modo da verificare se la conduzione elettrica è nella norma o se ci sono delle lesioni che deteriorano il segnale, il tutto compiuto più volte, a diverse intensità, per circa un'ora, in più punti del braccio (entrambe le braccia, per sicurezza). Che spettacolo curioso vedere il proprio braccio che saltella come una rana di Galvani sul lettino dell'ambulatorio e nel frattempo sentire dentro di sé come un piccolo martello che ti colpisce il nervo a mitraglietta. Presente quando sbatti il gomito contro uno spigolo? Ecco, stessa cosa, ma in questo caso lo sbatti centinaia di volte al secondo. A questa prima parte dell'esame segue poi una seconda parte in cui ti vengono conficcati degli aghi conduttori nei muscoli allo scopo di rilevare l'elettricità prodotta durante i movimenti, sempre che io abbia capito.
Allora, il punto è questo: prima di fare questa elettromiografia io ero per qualche motivo convinto che essere trafitti dovesse essere molto più doloroso che essere fulminati, se così si può dire. Beh, sbagliavo. Come ho avuto modo di verificare personalmente, gli elettroni possono essere molto più dolorosi di un ago, tanto che, durante la seconda parte dell'esame, io potevo tranquillamente osservare il mio bicipite che veniva infilzato come se si fosse trattato della bistecca di un altro. Ecco perché nei film di guerra i prigionieri vengono sempre torturati con l'elettroshock e non con altri metodi visivamente più impressionanti, ma evidentemente meno dolorosi.
Mentre esco dall'ambulatorio tutto soddisfatto per la scoperta e col mio bel pacchetto di referti in mano, mi cade casualmente l'occhio su quello che aveva scritto a suo tempo Ortopedico #1:

Il paziente riferisce dolore al polso ed [sic] avambraccio destro fino al gomito prevalentemente sul versante ulnare.

Come sarebbe a dire "polso" e "avambraccio"? Io ho "riferito" che mi fa male il braccio (anche durante il sonno), sei tu, caro Ortopedico #1, che hai ipotizzato che la causa del mio dolore provenisse dal polso e/o dal nervo ulnare (chi non ci crede può rileggere il resoconto oggettivo riportato più sopra) e c'è una bella differenza fra "il paziente riferisce" e "io ho ipotizzato". A quanto pare le difficoltà nella scrittura non erano l'unico problema di Ortopedico #1.
La prassi avrebbe richiesto che io tornassi da Ortopedico #1 per mostrargli gli esiti degli esami che mi aveva consigliato, ma a quel punto ho preferito puntare su un altro cavallo. Accedo al solito Fascicolo Elettronico Sanitario (ormai il mio social network preferito) e punto 120 € su Ortopedico #2.
Ortopedico #2 si rivela uno specialista di tutt'altro livello. Prima di tutto sa usare il computer come una qualsiasi persona senza disturbi dell'apprendimento; in secondo luogo, cosa che un po' mi ha emozionato, ha accettato senza protestare l'idea che a me facesse male il braccio e non l'avambraccio, il polso o la caviglia; e infine, senza bisogno di nessun aiuto, ha capito che il punto che io indicavo e chiamavo ingenuamente "braccio" si chiama in realtà "spalla" (io non sono un medico, ok?). Ma purtroppo sul nostro rapporto si allungava ancora l'ombra nefasta di Ortopedico #1 e delle sue ipotesi balzane, e così il buon Ortopedico #2, sviato dal referto di Elettrografista #1 (a sua volta sviato da me (a mia volta sviato da Ortopedico #1)), si orienta sull'instabilità del nervo ulnare (detta anche snapping triceps syndrome) come possibile causa del mio dolore, anche se, per sicurezza, mi consiglia un'ecografia alla spalla (77 €).
Mi rendo conto che questa storia delle mie disavventure ortopediche sta diventando lunghina, ma è importante seguire tutti i passaggi per potersi fare un'idea precisa della fondamentale e ineliminabile incomunicabilità fra esseri umani. Allora, ecografia alla spalla.
Ad aspettarmi nell'ambulatorio c'è Ecografista #2, un ragazzo molto gentile, scrupoloso, professionale, forse un po' troppo ostentatamente professionale per essere davvero professionale come lo era Ecografista #1, ma, mi dico, dopotutto io sono un conclamato caso di snapping triceps syndrome, la mia cosiddetta spalla non ha niente che non va, sono qui solo per uno scrupolo. Ecografista #2 mi fa disporre il braccio in varie posizioni, tutte definite con grande precisione, come se bastasse un millimetro fuori posto per invalidare l'esame, e in tutti i casi l'esito è sempre lo stesso: "la sua spalla è sana come un pesce, signor paziente". Quindi tutto ok, altri 77 € ben spesi (lo dico seriamente, ci mancava solo che mi trovasse qualcos'altro). Mi sto già mentalmente predisponendo a tornare a casa, quando all'improvviso nell'ambulatorio appare Ecografista #1, quasi riesco a sentire il caratteristico rumore del teletrasporto, ed è così che, con mia grande sorpresa, scopro che quello che credevo essere Ecografista #2 altri non era che Specializzando di Ecografista #1.
Dopo di che avviene più o meno ciò che segue:

Ecografista #1 – Allora? Che cos'ha il paziente?
Specializzando di Ecografista #1 – Il soggetto si è presentato per una valutazione alla cuffia dei rotatori, ma a mio parere è tutto perfettamente nella norma. Ovviamente sarò felice di essere smentito.
Paziente (pensa) – "Sarò felice di essere smentito"!? Ehi ragazzi, guardate che vi sento! Sono un essere umano, non una macchina dal carrozziere.

Ecografista #1 esamina la spalla del paziente e dopo pochi secondi si volta verso Specializzando di Ecografista #1 guardandolo vulcanianamente.

Ecografista #1 – Il paziente ha una borsite subacromiondeltoidea ipertrofica. Verifichi lei stesso, signor Specializzando.
Specializzando di Ecografista #1 – Dannazione, è vero! Come è potuta sfuggirmi?
Paziente – Scusate se vi interrompo, ma questa borsite può essere la causa del male al braccio (anche durante il sonno) e dell'impossibilità di fare il saluto romano?
Ecografista #1 – Sì.

Inizio ad avere il sospetto che più si analizza questo braccio, più saltano fuori cose che non vanno.
Prenoto la visita di controllo con Ortopedico #2 (23 €) e nell'attesa il dolore sale a magnitudo 8. Ormai mi sono ridotto a disegnare con la sinistra e a usare la destra solo per ripassare i disegni provvisori. Con un certo disappunto scopro che la mia mano sinistra non disegna poi molto peggio della destra, è solo molto più lenta.
Quando mi presento da Ortopedico #2 e gli annuncio questa nuova borsite gigantonomacheica, o come si chiama, vedo che la cosa non gli fa nessun effetto, a quanto pare le borsiti non sono niente di particolarmente appassionante. "Come va il braccio?", mi chiede; "magnitudo 8", rispondo. Ortopedico #2 mi si avvicina per appurare di persona la mobilità del braccio e appena mi tocca fa un salto indietro inorridito, come in quei film horror quando il sensitivo tocca un personaggio e capisce che è posseduto dal demonio: "capsulite adesiva!".
Proprio così, "capsulite adesiva!", dice.
Alla fine, quindi, la mia amica cosiddetta Sandra aveva ragione. Come ora mi spiega Ortopedico #2, l'instabilità del nervo ulnare non c'entra niente, pare sia addirittura una cosa che ho per costituzione e che probabilmente non mi dà nessun problema, infatti, come ora mi fa notare, ce l'ho anche al braccio sinistro, "tocchi qui, sente?". Sento, e intanto penso: com'è possibile che ci siano voluti 2 ortopedici, 1.5 ecografisti, 2 elettromiografisti e 647 € per arrivare alla stessa conclusione a cui è arrivata Sandra (0 €) solo sentendomi pronunciare le parole "male al braccio (anche durante il sonno) e impossibilità di fare il saluto romano"? Si noti che Sandra non è un medico, non è nemmeno una di quelle persone ipocondriache che conoscono a memoria i sintomi di tutte le malattie che non hanno; Sandra ha riconosciuto la capsulite adesiva solo perché ne aveva già vista una.
Comunque sia, Sandra o non Sandra, quello che conta è che ora sono sulla strada giusta e dopo un percorso fisioterapico (450 €), un visita fuori programma con Ortopedico #3 (23 €, lasciamo perdere) e un'ultima visita di controllo con Ortopedico #2 (18 €), le condizioni della mia spalla sono molto migliorate: il dolore è sceso a magnitudo 2, non sento più male durante il sonno e, se mi impegno, riesco persino a fare il saluto romano.
E poi, nonostante tutto, mi pare che il libro stia venendo bene.

GUIDA RAPIDA DI PARIGI

Nell’attesa che si possa tornare a viaggiare ho fatto una guida* rapida di Parigi: questa.
Le foto risalgono all’anno 1 a.P. tranne una che risale al 7 a.P.


Ci sono anche Lisbona, Valencia, Bilbao e Praga.

* "Guida".

TRE COSE PAUROSE DELL'UNIVERSO

L'universo è pieno di cose paurose: orizzonti degli eventi, materia degenere, getti relativistici eccetera, tutte cose che se apparissero in camera da letto farebbero molta più paura di un banale fantasma. Tutti fenomeni naturali, ovviamente, ma in confronto a quello che di solito succede in una classica vita umana sembrano soprannaturali. Selvaggiamente soprannaturali. Ma anche senza prendere in considerazione fenomeni così estremi, basta pensare a una "banale" superficie di Titano per avere paura. Cioè, voglio dire, in questo momento, a circa un miliardo e mezzo di km dal mio rassicurante soggiorno, c'è un posto così


un posto perennemente immerso in questa foschia arancione, a 180 gradi sotto zero, dove i mari sono di metano liquido. Anche se non ci abita nessuno, questo posto esiste e io potrei benissimo essere lì, con la mia tuta pressurizzata, seduto in mezzo a quei sassi di ghiaccio (probabilmente) d'acqua.
Eppure le cose più paurose dell'universo non sono queste, ma tre sue caratteristiche che a prima vista potrebbero non sembrare particolarmente degne di terrore.
La prima è che l'universo cambia.
Cambia non semplicemente nel senso che una stella oggi è qui e poi fra un miliardo di anni è là, ma cambia nel senso che invecchia. Per esempio c'è stata un'epoca nel passato in cui non esistevano stelle e ci sarà un'epoca nel futuro (fra 100 mila miliardi di anni) in cui le stelle smetteranno di formarsi, e poi un'altra epoca (fra 10 mila miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di anni) in cui l'universo sarà dominato dai buchi neri e così via. A me questi cambiamenti fanno paura, più o meno come alle civiltà antiche facevano paura le eclissi o le comete.
Per qualche motivo la mente umana ha sempre trovato più rassicurante l'idea di un universo eterno e immutabile (Aristotele), e quando si è visto che invece l'universo cambia (Galileo), si è comunque continuato a pensare che su grande scala dovesse essere, se non immutabile, perlomeno statico (Newton), e quando poi un tizio coi baffi (Einstein) ha dedotto dalla sua nuova teoria della gravità che in realtà l'universo non è statico ma si espande, quello stesso tizio ha cercato fin che ha potuto di opporsi alla sua stessa deduzione e alla fine, quando ormai nessuno poteva più negare il fatto che l'universo si espande, è stato fatto un ultimo disperato tentativo per mantenerlo almeno stazionario, cioè in espansione, ok, ma sempre uguale a se stesso (Fred Hoyle, Hermann Bondi, Thomas Gold). Non è incredibile? Più di duemila anni di sforzi intellettuali per opporsi alla spaventosa idea di un universo che cambia.
Una conseguenza di questa espansione (seconda cosa paurosa) è che l'universo ha avuto un inizio.
Questo significa che esiste un giorno nel passato, molto probabilmente un lunedì, in cui l'universo ha iniziato a esistere, così, dal nulla. Perché un universo si dovrebbe mettere a esistere? È vero che i credenti hanno sempre pensato a un evento del genere senza trovarlo particolarmente spaventoso, ma i credenti hanno il vantaggio di presupporre che ci sia un creatore, e se c'è un creatore allora non si può dire che l'universo sia veramente nato dal nulla, visto che è nato da, appunto, un creatore. Bisogna ammettere che il concetto di creatore è abbastanza rassicurante e mette a tacere un bel po' di ansie cosmologiche, perché vuol dire che esiste un meta-universo divino, guarda caso eterno e immutabile, che contiene il nostro universo umano e mutevole. Rimosso invece Dio dalle condizioni iniziali, se l'universo è cominciato, poniamo, lunedì 4 marzo del 13719997980 a.C., ciò significa che domenica 3 marzo del 13719997980 a.C. è un giorno che non esiste, e non esiste né fisicamente, né metafisicamente, né qualsiasicosamente. C'è un poi, ma non c'è un prima. Non è inquietante?
Per rendere l'idea, immagina che io ora ti dia una scatola, una piccola scatola di legno col suo coperchio e tutto, e ti dica che dentro non c'è niente, non nel senso che è semplicemente vuota, ma nel senso che dentro non c'è neanche il vuoto, neanche lo spazio, neanche la possibilità di concepire uno spazio vuoto. Oltre la superficie che delimita quella scatola che tieni in mano, l'universo smette di esistere. Non dirmi che non ti fa paura? L'unica differenza fra la scatola e l'inizio dell'universo è che mentre la scatola si vede, l'inizio dell'universo non si vede. In teoria lo si potrebbe vedere (sai, la faccenda che più si guarda lontano, più si guarda indietro nel tempo), ma purtroppo l'universo quando era giovane era opaco, tipo nebbia, e così, guardando sempre più nel passato, si arriva a un punto in cui il nostro sguardo viene bloccato da questa opacità, come un lontanissimo guscio che ci circonda, oltre il quale non si riesce a vedere niente. Questo guscio è l'universo com'era a circa 400 mila anni di età, un bambino.
E questo mi porta alla terza cosa paurosa (la più paurosa, direi): l'universo ha solo 14 miliardi di anni.
Ora, l'età precisa è oggetto di discussione e dipende dal valore di alcuni parametri cosmologici su cui gli astronomi litigano da decenni, ma più o meno possiamo dire che sia intorno ai 14 miliardi di anni, mezzo miliardo di anni in più o in meno.
14 miliardi di anni è sicuramente un sacco di tempo, è difficile persino immaginare quante cose ci si possa promettere di fare (e poi rimandare) in 14 miliardi di anni, ma non è una quantità di tempo così inconcepibilmente grande come lo sono le dimensioni spaziali tipiche dell'universo. L'universo, spazialmente, è inconcepibilmente grande, ma temporalmente è solo grande, umanamente grande. Per esempio, la galassia GN-z11, al momento la più lontana mai osservata, è distante da noi 300 mila miliardi di miliardi di km, distanza che, penso siamo tutti d'accordo, si possa far tranquillamente rientrare nell'inconcepibilmente grande. 
Provo a dirlo in un altro modo. L'età media di una persona attualmente viva su questo pianeta è di circa 30 anni, ok? Ciò significa che è sufficiente sommare l'età di 467 milioni di persone per uguagliare l'intera età dell'universo. 467 milioni di persone non sono poi così tante. Voglio dire, in questo momento gli abitanti della Cina, presi tutti insieme, hanno 3 volte l'età dell'universo.
Consideriamo invece le distanze, quanta strada fa una persona in 30 anni di vita? Facciamo una stima per eccesso e supponiamo che faccia 5 km a piedi ogni giorno, più 15 km per andare al lavoro in macchina e poi magari un paio di viaggi in aereo all'anno di quanto, boh? 5000 km l'uno? Diciamo che una persona fa in media 17 mila km all'anno. Cioè, in base a questa stima inverosimilmente generosa, ogni abitante della Terra ha finora percorso circa 500 mila km. Se prendiamo tutte le persone del mondo e sommiamo le distanze da loro percorse, abbiamo che i terrestri attualmente vivi hanno percorso 423 anni luce. Non è male, ma rispetto alle dimensioni tipiche dell'universo è niente. 423 anni luce sono sufficienti per arrivare grosso modo alla Stella Polare, ma poi basta, siamo fermi, non siamo nemmeno usciti dalla nostra galassia. Per avere un'idea di che tiro di sputo siano 423 anni luce, si pensi che la Grande Nube di Magellano, la galassia più vicina, è a 163 mila anni luce; Andromeda, la prima galassia seria più vicina, è a 2 milioni e mezzo di anni luce e siamo ancora nell'universo locale, cioè così vicini a casa nostra che l'espansione dell'universo non riesce nemmeno a farsi sentire; GN-z11, la suddetta galassia più lontana, è a ben 32 miliardi e 200 milioni di anni luce; e l'universo contenuto nel famoso guscio nebbioso di cui sopra è ancora più grande. 
Insomma, penso di avere reso l'idea.
Per qualche motivo viviamo in un universo spazialmente immenso, ma temporalmente piccolo. Oppure, vedendo le cose da un altro punto di vista, l'umanità è spazialmente infinitesima, ma temporalmente grande, e questo mi fa molta più paura dell'Esorcista.