I CATTOLICI SONO ATEI

Secondo me la cosa peggiore che può capitare a un essere umano è non essere religioso. Sono serio. Credere in un dio benevolo, una giustizia ultraterrena, una vita dopo la morte eccetera deve essere una cosa molto piacevole. Come l’eroina, ma senza danni alla salute.

Pensa che roba: se sei cattolico hai la strada spianata per l’aldilà. La mattina ti svegli, ti fai la doccia senza toccarti troppo, pranzi con moderazione, vai a messa quanto basta e ogni tanto dici le preghiere: “Dio è grande”, “Dio è il massimo”, “Dio è un genio” eccetera. Il sesso potrebbe essere un problema, ma in fondo basta fare quello che si vuole e poi andarsi a confessare. Semplice. E alla fine della giornata vai a letto sereno, sicuro al cento percento che la mattina dopo ti risveglierai in questo o, ancora meglio, nell’altro mondo. Perché è questa la cosa eccezionale: non solo non hai più paura della morte, ma proprio non vedi l’ora.

È ovvio, no? Chi vorrebbe stare ancora cinque minuti in un posto come questo, un mondo pieno di malattie e influencer, quando dall’altra parte c’è il paradiso? Non un posto qualsiasi, ma il paradiso in persona! Cinema e teatri gratis, ristoranti aperti anche alle tre di notte, champagne e nebbiolo a fiumi, anche mischiati, e serafini e cherubini a volontà, tutte nude. Poi, ogni domenica, tutti in piazza a lapidare Giovanni Donzelli. Un sogno.

La gente non vedrebbe l’ora di morire. Si nutrirebbe solo di Bounty e cacciatorini, fumerebbe anche nel sonno e l’inquinamento delle città sarebbe esattamente come ora.

– È successa una disgrazia!

– Cosa?!

– Mia sorella!

– No!

– Sì!

– Che le è successo?

– È ancora viva.

– Oddio no!

– Purtroppo sì...

– Mi dispiace, Carla. Prima tuo cugino, adesso tua sorella...

– Mi chiedo come farò?

– Vedrai che prima o poi morirà.

– Ormai non ci spero più.

– Lo ha detto anche il dottore.

– Non voglio cullarmi con facili illusioni: forse è immortale.

Ogni funerale sarebbe una festa e il sogno di ogni genitore pio e devoto sarebbe quello di vedere morire i propri figli un secondo dopo il battesimo: così puri e immacolati rimbalzerebbero dritti in paradiso, senza neanche passare dal via. Che peccato potrà mai avere commesso un bambino di pochi giorni? Un bambino che non ha mai letto Freud, dico.
Ora che è stato evacuato il limbo non è più nemmeno necessario aspettare il battesimo, li si può affogare appena nati o, ancora meglio, abortirli. Un vero e autentico cattolico dovrebbe abortire a più non posso. Ogni volta che ha cinque minuti liberi, dovrebbe farsi impiantare una bella secchiata di embrioni e poi via, correre ad abortirli, assicurando così il paradiso alla propria prole ma anche a se stesso, perché non è mica da tutti giocarsi le proprie chance ultraterrene per fare un favore agli altri. Se questa non è un’opera di carità, cos’è? Le anime salirebbero in cielo a frotte, ogni giorno migliaia e migliaia di anime fresche e beate. Il paradiso sarebbe più popolato e i Musei Vaticani avrebbero meno code. Come dire, l’utile e il dilettevole.
Ma purtroppo, si sa, i cattolici sono atei.

LA TRISTE STORIA DI ONAN

Genesi 38:1
Una sera di tanto tempo fa, poche pagine dopo la creazione del mondo, un tale di nome Giuda rientrò a casa dopo aver pascolato tutto il giorno il suo gregge di stegosauri.
Aveva con sé una donna di nome Tamar.


Er, ti ho preso una moglie.

Grazie, padre.

Magari ogni tanto la fai unire un po' anche al tuo vecchio, eh?

Sì, naturalmente...

Bravissimo. Mi era sembrato che avessi qualche difficoltà con le donne, così sono andato giù al mercato e te ne ho presa una.

È stato un pensiero gentile.

Pensa che era in sconto del quindici percento. Mi hanno pure dato in omaggio una capretta da latte e un asciugacapelli a pedali.

Fantastico.

Forza, unisciti a lei!

Adesso?

Certo, che aspetti?

Magari più tardi, ora devo uscire con Lotan e Iobab.

Ci esci dopo con Lotan e Kebab.

Ma, padre, sono già in ritardo.

Er, non farmi adirare! Ci vogliono due minuti: la prendi, la porti in camera tua, la stendi sul letto o dove ti pare e il resto te lo spiega tua madre.

Ma, padre...

Niente "ma", forza!

Non si può rimandare?

Er...

Che c'è?

Non sei gay, vero?

...

... 

...

...

...

... 

...

...

...

...

...

...

...

...

No, padre. Perché dite questo?


Ma Er si rese odioso al Signore e il Signore lo fece morire. Ciò fu chiaro perché lo trovarono affogato, mangiato dalle cavallette, coi segni della peste, il cranio sfondato dalla grandine e gli occhiali rotti. Sfortunatamente nessuno riuscì a scoprire dove si nascondesse questo famoso Signore e il delitto cadde in prescrizione.
Allora Giuda disse a Onan, il suo secondogenito:


Onan, unisciti alla moglie del fratello, compi verso di lei il dovere di cognato.

Certo, padre, ora però devo andare in palestra.

Subito.

Ma, padre...

SU-BI-TO!

Sì, padre. Dov'è la donna?

Tieni, te l'ho già spogliata.


Onan, che aveva ancora negli occhi la fine del fratello, ubbidì e si chiuse in camera con Tamar. Tuttavia, per qualche strana ragione, invece di unirsi a lei, egli disperdeva per terra contemplando un poster di Re David.
Ciò che egli faceva non fu gradito al Signore, il quale fece morire anche lui. Allora Giuda, che era un tipo testardo, chiamò a sé il suo terzogenito.


Selan, tocca a te.

Ma, padre... 

Selan!

Sì, padre. Vado, padre.

Amram, Eliab, Abidan, Ocran, Eliasaf e tutti gli altri, preparatevi!

IL MAGO DEL SINAI

Ed ecco al terzo giorno, sul far del mattino, vi furono tuoni e lampi e una densa nube avvolse la cima del monte, come dopo l'esplosione di centinaia di mortaretti: tutto il popolo accampato ai piedi del monte fu scosso da tremore, alcuni fuggirono, altri si gettarono nel Mar Rosso, altri ancora fusero un vitello d'oro e lo scongiurarono di salvarli. Allora Mosè disse al suo popolo:


Vado a vedere che succede.


Salito sul monte Sinai, trovò un povero vecchio con la barba abbrustolita. Era simile a un barbone, ma molto meno elegante.


Come ti chiami, ragazzo?

Mosè.

Mosè, io sono il Signore.

Lei?

Già.

...

Che c'è? Non mi credi?

No, no... vado a chiamare gli altri.

Fermo! Il popolo non può salire sul monte Sinai.

Perché?

Perché... mm... è troppo faticoso.

Abbiamo gli asini, Signore.

È faticoso anche per gli asini.

Ma... sono fatti apposta.

Il popolo non può salire perché il monte è sacro, ok?

Sul serio?

Sì. Fissa un limite verso il monte e dichiaralo sacro.

Sì, Signore...


Mosè scese verso il popolo e spiegò loro la situazione. Tutti furono molto delusi di non poter conoscere il Signore di persona, ma alla fine se ne fecero una ragione. Dopo di che Mosè prese un piatto di costolette d'agnello e un cartone di vino, come gli aveva ordinato il suo Signore, e tornò in cima al monte.


Ho portato la roba per il sacrificio.

Bravo, ragazzo. Come ti chiami?

Mosè. La brucio?

No, no, sei pazzo! Posa tutto sull'altare.

L’altare?

Questo qui.

È solo un mucchietto di terra, Signore.

Ricorda, Mosè, farai per me un altare di terra, non lo costruirai con pietra tagliata, né costruirai gradini.

Ma non ha senso.

Vedrai che qualcuno lo troverà. Ora prendi tavola e penna che ti detto i comandamenti.

Sì, Signore.

Primo, io sono il Signore tuo Dio, non avrai altri dei all'infuori di me.

All’infuori... di... me.

Esatto. Secondo: non nominarmi invano.

Cioè nessuno deve sapere che siete qui.

Sei un ragazzo sveglio. Come ti chiami?

Mosè.

Terzo: il sabato ricordati di portarmi da mangiare.

Agnello?

Quello che ti pare, purché non sia maiale.

Neanche la salsiccia?

Il maiale è proibito!

No, la prego! Il maiale no!

Fissa un limite verso il maiale e dichiaralo proibito.

Quarto?

Cosa?

Il quarto comandamento.

Non c'è nessun quarto comandamento.

Signore, tre comandamenti sono una barzelletta.

Gli altri inventateli tu, ora ho da fare.

Sì, Signore.

Ragazzo?

Dica.

La prossima volta porta anche le posate.

Sì, Signore. 

MAIALE ARROSTO CINESE

Io amo molto il maiale arrosto cinese, non nel senso che me lo farei (anche se, obiettivamente, una bottarella...), ma nel senso che ho un grande rispetto per il maiale arrosto cinese, non lo nomino mai invano (intendo il maiale arrosto cinese) e mi faccio il segno della croce ogni volta che lo vedo: “nel nome del maiale, arrosto, cinese”. Ciononostante, quando qualcuno insinua che in realtà non è maiale, ma nutria, la cosa mi lascia indifferente. A me interessa il sapore di quello che mangio, non la specie. Se poi non è maiale, ma nutria a forma di maiale, al sapore di maiale, con la consistenza di maiale, per me non cambia niente. E potrebbe anche non essere né arrosto né cinese, pazienza, mangerei anche un sandalo mantecato bavarese purché sapesse di maiale, di arrosto e di cinese, in quest’ordine.
Invece non funziona così per il cosiddetto uomo di fede. L’uomo di fede ama molto Dio, non nel senso che se lo farebbe (anche se, obiettivamente, una bottarella...), ma nel senso che ha un grande rispetto eccetera eccetera, la differenza è che se qualcuno gli dice, tanto per fare un esempio, che in realtà non è Dio, ma nutria, all’uomo di fede gli va subito il sangue negli occhi. Anche alle donne di fede va il sangue negli occhi, ma con gli uomini è diverso, non so come dire, gli uomini ci mettono sempre quel qualcosa in più che li rende particolarmente rumorosi. Ma perché? Che gli importa? Se le ostie sapessero di maiale arrosto cinese, è sempre un esempio, io andrei a messa tutte le domeniche e non m’importerebbe niente se qualcuno insinuasse che in realtà non è maiale, ma Cristo.
Io penso che il motivo di questo comportamento sia che, primo, l’uomo di fede ha basato il senso di tutta la sua vita su Dio, mentre io non ho basato la mia vita sul maiale arrosto cinese e, secondo, che sotto sotto sa bene che Dio non esiste, mentre a me, che il maiale arrosto cinese esista o non esista, non frega proprio niente, purché me lo si lasci mangiare.
È come svegliare uno che dorme su un aereo che precipita. C’è da stupirsi se s’incazza? 

VERITÀ E ILLUSIONE

Che t’ha detto il dottore?

Ha detto che non ho niente.

Bene.

Neanche un po’ di cervicale. Di solito un po’ di cervicale non la si nega a nessuno.

Meglio così, no?

Sono così sano che mi ha proposto di mettere i miei esami sulla homepage dell’ospedale.

Davvero?

Giuro.

Anche la colonscopia?

Navigabile.

È pur sempre visibilità.

Dice che è tutto nella mia testa. Sono come il malato immaginario di quella commedia di Molière, hai presente?

“Il malato immaginario”.

Proprio quella. In pratica sono matto.

Ascolta, io ho a che fare con gente di tutti i tipi e ti assicuro che i matti non sono come te.

Lo dici solo per farmi piacere.

I matti sragionano, fanno cose assurde come evitare le fughe delle piastrelle o cercare il proprio nome con Google, e soprattutto parlano da soli.

Magari lo faccio anch’io.

Tu?

Per dire.

Io non ti ho mai visto parlare da solo.

Magari lo sto facendo adesso.

Non ti seguo.

Quello che voglio dire è che, magari, adesso mi sto solo immaginando di parlare con te e invece sono qui da solo a parlare con una sedia vuota.

Stai dicendo che non esisto?

È solo un’ipotesi.

Senti, io sono Ganesh. Distinguere la verità dall’illusione è uno dei miei superpoteri.

Sì sì, lo so...

Là fuori ci sono più di un miliardo di persone che credono in me, gente che tutte le mattine si alza, fa le sue abluzioni e poi mi rivolge qualche parola carina. Secondo te sono tutti matti?

Non dico questo.

Parlare con le divinità non rientra nei casi di follia. Okay?

Okay.

Con me caschi male.

Okay, scusa.

ABRAMO NEL MIRINO DEL SIGNORE

Abramo era uno che non perdeva mai il controllo. Nessuno ricordava di averlo mai visto sudare. Qualsiasi cosa facesse, Abramo non sudava mai, squartava buoi e agnelli con la stessa tranquillità di uno che sbuccia un mandarino.
Una sera il Signore decise di fargli uno scherzo. Mentre Abramo stava marchiando a fuoco alcuni schiavi appena nati, il Signore lo chiamò.


Abramo, Abramo!

Eccomi.

Prendi tuo figlio Isacco, il tuo unico figlio che ami, e offrilo in olocausto su un monte che io ti indicherò.

Okay.


Il giorno dopo, Abramo si alzò di buon mattino, caricò la legna per l’olocausto sull’asino e partì con due servi e il figlio verso il luogo che Dio gli aveva indicato.


Dove stiamo andando, papà?

Andiamo a fare un olocausto.

Fantastico! E dov’è l'agnello?

A questo pensiamo dopo.


Dopo tre giorni di viaggio Abramo alzò gli occhi e da lontano vide il luogo indicato dal Signore. Lo riconobbe perché c’era un cartello con scritto “luogo indicato dal Signore”. Allora Abramo disse ai suoi servi:


Fermatevi qui con l’asino. Io e il ragazzo andremo fin lassù a fare l’olocausto. Tu, Isacco, prendi la legna.

Tutta quanta!?

Sì.

Ma non può portarla l’asino?

È stanco.

Davvero?

Chiediglielo.

Cosa?

Chiedi all’asino se è stanco.

Asino...

Si chiama, Acbor.

Acbor, sei stanco?

Siii-hi-hi!


Tutti si voltarono verso Abramo: si copriva la bocca con una mano e faceva il verso dell’asino. Nessuno ebbe il coraggio di smascherarlo.
Abramo montò in groppa al figlio e con sicure nerbate lo guidò in cima al monte. Giunti al luogo che Dio aveva indicato, Abramo costruì un altare e ordinò al figlio di preparare la legna e il fuoco.


Padre mio!

Eccomi.

Ho preparato la legna e il fuoco, ma dov’è l'agnello?

Arriva, arriva...

Papà.

Che c’è ancora?

Perché mi stai legando?

Per sicurezza.


Abramo depose Isacco, il suo unico figlio che amava, sopra la legna, poi stese la mano e prese il coltello per immolare suo figlio. Ma a quel punto l’angelo del Signore lo chiamò dal cielo e gli disse:


Abramo, Abramo!

Eccomi.

Lascia andare tuo figlio! Era uno scherzo.

Ma ho quasi finito.

Prendi l’ariete che è lì nel cespuglio.


Terminato l’olocausto, Abramo tornò dai suoi servi e insieme si misero in cammino verso Bersabea, dove Abramo abitava con Sara, sua moglie. Giunto a casa, Sara gli corse incontro.


Non c’era anche Isacco con te? 

Certo.

E dov'è?

È qui davanti ai tuoi occhi, non riconosci più tuo figlio?

Abramo...

Cosa?

Questo è un ariete.

No, è Isacco.

Ti dico che è un ariete.

Chiediglielo.

I MIEI DIECI COMANDAMENTI

Se fossi Dio, i miei dieci comandamenti sarebbero così:

1) Io sono il Signore Dio tuo e tutto il resto, ma tu fai pure come ti pare. Non ho creato l’universo per metterci dentro qualche minuscolo organismo che bela il mio nome, se no creavo pecore invece di stelle.
2) Non dare corda a miei sedicenti rappresentanti. Chi parla a mio nome o è pazzo o è un ciarlatano, fai tu. Ma soprattutto non invio angeli sulla Terra, e questo per due semplici motivi che ora andrò a esporti: primo, non esiste nessun angelo; secondo, non ne ho bisogno. Se proprio devo dirti una cosa, te la scrivo in cielo, ok?
3) Non pensare mai che una disgrazia, una guarigione o un qualsiasi altro fatto che ti riguarda sia opera mia. Cioè, se vuoi pensalo pure, ma non è vero.
4) Non pregarmi, tanto non attacca.
5) Ricordati di santificare tutti i giorni della settimana. Non per me, ma per te: sei ancora vivo e questo non succede spesso.
6) Fai della tua vita quello che ti pare, ma non rompere le palle agli altri. La tua libertà finisce dove inizia la vita privata altrui.
7) Corollario del comandamento precedente: non uccidere. Ripeto: non uccidere, chiaro? Non “non uccidere a meno che uno non trasgredisca questi comandamenti e/o creda in divinità diverse dal sottoscritto”. No, non uccidere. Punto. Qual è la parte di “non uccidere” che non capite?
8) Se proprio muori dalla voglia di fare una strage, almeno non andare a dire in giro che la fai per farmi contento. Ragazzi, imparate ad assumervi le vostre responsabilità.
9) Non passare la vita con la fissa del paradiso, perché tanto io quassù non ti ci faccio venire, mi spiace. Però c’è l’inferno, cioè la vita che crei a te stesso e agli altri se non segui questi comandamenti.
10) Non starmi addosso.

Il resto l'ho scritto qui.

VALORI SPAZIALI

Da un po’ di tempo a questa parte si dice che i valori assoluti non esistono, che non ha senso parlare di cose giuste o sbagliate a priori, che bisogna considerare il contesto, la società, la storia e magari viene pure fuori che è normale che una donna se ne vada in giro vestita come un ninja. È pazzesco. Nei paesi civili le donne si dipingono la faccia e si appendono alle orecchie due batacchi di metallo. Passi che queste cose le dica qualche filosofo, tanto i filosofi hanno uno share bassissimo, il problema è che iniziano a dirle anche le persone comuni, e a me pare che queste persone comuni si stiano allargando un po’ troppo. Prima hai il libero arbitrio, e va bene, poi tutte le varie libertà civili: libertà di parola, di associazione, eccetera, poi addirittura la libertà di votare il partito illiberale che preferisci, adesso vuoi anche sceglierti i valori? Ma certo, accomodati pure, magari ti piacerebbe il valore dello stinco di maiale alla birra o del sesso di gruppo, vero? Sicuro che non vuoi anche il valore dello startene in panciolle tutto il giorno mentre il resto dell’umanità si fa in quattro dalla mattina alla sera per trovare un modo di starsene in panciolle tutto il giorno?
Oggi è finalmente possibile mettere fine a queste inutili discussioni intorno al relativismo etico, perché è stato finalmente scoperto che i valori assoluti esistono e si trovano tutti nella fascia di Kuiper, a due passi da Plutone. La scoperta è stata fatta da un gruppo di ricerca della Specola Vaticana guidato da padre Manuel Paella per mezzo del telescopio VATT, in Arizona. Il VATT è un telescopio ottico-infrarosso con specchio da 1,8 metri originariamente costruito per spiare gli uomini nudi, il che spiega l’obsoleta montatura Gregoriana che permette di ottenere immagini non capovolte.
Ecco come sono andate le cose: circa due settimane fa l’equipe di padre Paella era impegnata nell’osservazione di un MACHO, che purtroppo si è rivelato essere solo un MAssive Compact Halo Object, così padre Paella e i suoi collaboratori hanno deciso di ripiegare sull’osservazione dei corpi trans-nettuniani, non si sa mai, ed è in questo modo che sono pervenuti del tutto casualmente alla sensazionale scoperta dei valori. Distribuiti in una regione di spazio a circa cinquanta unità astronomiche dalla Terra (un’unità astronomica è pari al raggio dell’Orbe Solare, la sfera che regge il Sole nella sua rotazione annua intorno alla Terra), i valori sono composti di materia ingenerabile, incorruttibile, inalterabile e impassibile, come del resto tutti i corpi celesti, e sono osservabili da entrambi gli emisferi terrestri, purché si abbia l’accortezza di non aprire la cupola del telescopio. Ecco per esempio la spettacolare immagine del valore della vita


Un corpo oblungo e leggermente curvo, molto simile a un embrione (a parte la buccia). Qui sotto si possono invece ammirare i valori della famiglia e del lavoro, orbitanti strettamente l’uno intorno all’altro.


È stato calcolato che il valore della famiglia si trasformerà in un buco nero subito dopo il secondo figlio.
Oltre a questi, sono stati osservati anche molti altri valori: quello della tradizione, del sacrificio, della preghiera, dell’obbedienza, del digiuno quaresimale, eccetera. Nessuna traccia invece del valore della razionalità.

LUOGO COMUNE #387

Quello che distingue un luogo comune da un’opinione personale non è che il primo è falso e la seconda è vera, ma che il luogo comune è comune e l’opinione personale è personale. Poi esistono svariate centinaia di miliardi di opinioni personali false e alcuni luoghi comuni veri, anche se al momento non me ne viene in mente neanche uno.
Di certo non è il caso di questo:

L’ateismo è una fede come tutte le religioni.

È un luogo comune così comune che lo danno per scontato anche i festival di cinema.



Ma l’ateismo non è una fede. Non lo dico per me, io non sono ateo. Io credo in Àtrantor, oscura divinità del male che si nasconde negli anfratti quantistici dello spazio-tempo e che ha creato il mondo per puro sadismo, un po’ come gli afroamericani hanno creato il rap. Dico che l’ateismo non è una fede perché, semplicemente, non è una fede, così come una mela non è un campo da tennis. La cosa difficile non è dimostrarlo, ma dimostrarlo senza citare la teiera di Russell.
Per prima cosa gli atei non si radunano in appositi templi per rendere grazie alla non esistenza di Dio, non si appendono al collo una rappresentazione materiale del nulla e non si travestono in modi bizzarri per indicare ad altri la via per non credere in nessuna religione. Questa è già una grossa differenza, ma non è l’unica.
Siccome quelli che non credono all’esistenza delle divinità vengono tutti messi sotto la voce “atei”, si è portati a pensare che l’ateismo sia una concezione del mondo alternativa alle religioni, ma non è così. Un ateo è solo uno che per qualche motivo non ritiene plausibile l’esistenza delle divinità attualmente disponibili sul mercato.


Poi vai a sapere cosa pensa. Se uno è cristiano lo sai cosa pensa, per esempio pensa che l’universo sia gestito da un tizio invisibile che duemila anni fa è sceso sulla Terra vestito da hippy dicendo di essere il figlio di se stesso, ma, per qualche inspiegabile motivo, non tutti gli hanno creduto. Non mi sembra un’informazione da poco. Invece se sai che uno è ateo non sai niente di lui, perché non conosci nemmeno una cosa in cui crede. Un ateo non è uno che non crede in niente, come spesso si dice (luogo comune #59), così come chi non tifa per nessuna squadra non è uno che tifa per il nulla. Quelli si chiamano nichilisti e li riconosci perché guardano le partite sperando che finiscano tutte zero a zero. Come si fa a chiamare “fede” una cosa che non dice niente sul mondo, l’esistenza umana o il lavaggio delle strade?
E poi c’è questo. Tolti i casi particolari, di solito uno nasce con una religione già in dotazione. Non succede che uno nasca ateo, faccia una ricerca personale e poi, dopo aver valutato attentamente tutte le offerte religiose, scelga quella che ritiene più conveniente, come si fa con i piani tariffari degli abbonamenti telefonici. Di solito uno conosce solo una religione, quella in cui ha fede. Invece succede abbastanza spesso che uno, a un certo punto della vita, rifiuti la religione con cui è nato dopo aver stabilito, secondo me a torto, che Dio non esiste. Uno nasce religioso e poi, eventualmente, decide di diventare ateo, non il contrario. La religione è una fede, l’ateismo è una scelta.

UNA GIUSTIZIA DIVINA

Colpevole! Avanti un altro.

Giovanna Trastulli.

Che ha fatto?

Perlustrazioni genitali senza giusta causa, atti osceni sotto la doccia e uso improprio di vegetali.

A fin di bene?

No.

Colpevole! Avanti un altro.

Moreno Zozzetti.

Questo che ha fatto?

Eiaculazione non autorizzata, abbordaggio di minorenni gonfiabili e orgoglio pelvico.

Colpevole! Ce ne sono ancora molti?

No, Vostro Onore. Armando Libidume: contrabbando di fantasie erotiche, erezione plurima volontaria --

Colpevole! Poi?

Francesca Sconciarelli.

Colpevole!

Gianfranco Voglioso.

Colpevole!

Monica Succhiotti.

Colpevole! Colpevole! Colpevole! Colpevole! Colpevole!

Non c’è più nessuno, Vostro Onore.

Bene, e anche questa è fatta. A domani.

A domani.

Salutami tua moglie.

Senz’altro, Vostro Onore. Sarà la prima cosa che faccio appena mi sposo.

Ora vado a casa e mi faccio una di quelle dormite che verranno ricordate nei libri di storia.

Vostro Onore.

Colpevole!

Sono io.

Che vuoi?

In realtà ce n’è ancora uno.

Ho appena staccato, mi spiace.

Solo uno e poi abbiamo finito.

Se ti dico che ho staccato...

Si tratta di un certo Piergiorgio Bacchettoni.

Nooo, sul serio? Ma dovevi dirlo subito! Non c'è un secondo da perdere! Presto! Richiesta di perquisizione! Rinvio a giudizio! Corte d’Assise! 41 bis! Mi oppongo! Condanna! Arresta! Cattura! Intercetta! Sentenza! Arresta! Condanna! Arresta! Condanna! Arresta! Arresta! Arresta! A domani.

È molto importante, Vostro Onore.

Okay okay, che ha fatto questo Cazzettoni, sentiamo.

Bacchettoni.

Come preferisci.

Opportunismo, piaggeria, abuso di argomentazioni etiche, oscurantismo, vanagloria, ipocrisia, falsa testimonianza, truffa e sterminio del Portogallo. Però dice di credere in Voi.

Davvero?

Sì. Vi ama, Vostro Onore.

Mm...

Dice che siete unico.

Beh, come dargli torto?

Clemente e misericordioso.

E come mai ha fatto quella cosa là? Quella del Portogallo?

Legittima difesa.

Sul serio?

Così dice.

E gli si può credere?

Non saprei...

Beh, se lo dice sarà vero, no?

C’è chi testimonia il contrario.

Innocente!

SE DIO ESISTESSE

Se dio esistesse e gli importasse qualcosa del mondo che, dice, ha creato, i bambini avrebbero la testa di gomma, in modo da poter andare a sbattere spensieratamente contro tutti gli spigoli disseminati per il mondo senza nessun pericolo per se stessi e per l’udito altrui.
I gatti ogni tanto ricambierebbero l’affetto dei loro padroni, prendendoli amorevolmente fra le zampe e dando loro delle grattatine sotto il mento.
Da qualche parte sul corpo umano ci sarebbe il tasto “off”.
I Papi saprebbero moltiplicare pani, pesci e champagne, non solo chiacchiere.
Alle Olimpiadi vincerebbero sempre Arabia Saudita, Vaticano e Israele, in ordine di rivelazione decrescente.
Certe malattie che sembrano uscite da un sogno di Mengele sarebbero riservate a creature meno predilette.
Le preghiere verrebbero ascoltate.


Vorrei una connessione più veloce.

Okay.

Una barba più folta.

Okay, d’accordo.

Così posso parlare di Marxismo con cognizione di causa.

Giusto.

Un carattere meno frivolo.

Stavo per suggerirtelo.

E la patente nautica.

No, questo no. Non sarebbe giusto nei confronti di chi se l’è guadagnata onestamente.

Ti prego, Signore!

Okay, okay...


I testicoli sarebbero equamente distribuiti fra entrambi i sessi, in modo che tutti abbiano le stesse possibilità di rendersi ridicoli.
Le mestruazioni si attiverebbero solo in presenza di corteggiatori molesti o potenziali stupratori, con la possibilità di orientare e regolare a piacere la potenza del getto.
La Terra sarebbe molto più grande o, in alternativa, riprodursi sarebbe molto più complicato.
A chi progetta stragi in suo nome chiederebbe di pagare i diritti per lo sfruttamento del marchio.
I rapporti sessuali non sarebbero peccato e la gente si radunerebbe in moschee, chiese e sinagoghe essenzialmente per leccarsi. Invece adorare immagini di dubbio gusto estetico sarebbe peccato.
Giovanni Allevi non avrebbe le dita, neanche quelle dei piedi (per sicurezza).
I cani d’appartamento farebbero i loro bisogni solo nel suddetto appartamento, chi ha la coda di paglia avrebbe una coda di paglia, i censori non supererebbero mai i diciotto anni, i bugiardi nascerebbero muti e soprattutto, cosa più importante di tutte, la sua esistenza potrebbe essere dimostrata.

INTERVISTA A DIO

Prima di tutto una domanda doverosa, qual è il suo vero nome?

...

Non so se ha letto i giornali negli ultimi tremila anni, ma c’è un dibattito molto acceso su questo punto.

...

Non mi dica che nemmeno lei può nominare il suo nome. Come fa quando telefona? “Pronto, sono tu sai chi”?

...

Okay, senta, perché ha creato il mondo?

...

Ci pensi pure tutto il tempo che vuole.

...

Apprezzo molto le persone riflessive, per non parlare delle divinità riflessive.

...


Intanto che ci pensa, mi dice almeno perché ha creato l’uomo?

...

L’uomo, la donna e tutto quel che segue.

...

Non lo sa o non vuole che si sappia?

...

Se mi permette, vorrei farle vedere come li avrei creati io. È solo uno schizzo, eh.

...

Le piace? Mi sarei permesso di aggiungere un cervello di scorta.

...

Ah, e questa qui non è una canna da pesca ma il pene. Molta gente lo apprezzerebbe, sa? Io penso che se gli uomini riuscissero a succhiarselo da soli ci sarebbero molte meno guerre.

...

Chi tace acconsente?

...

Lei è decisamente un tipo di poche parole, è curioso che abbia tutto questo successo.

DIO PADRINO

L’Italia è un Paese di mafiosi. Non tanto nel senso che è un Paese di criminali più o meno organizzati, certo ci sono anche quelli, quanto nel senso che è un Paese di gente con una mentalità mafiosa. Gli italiani sono costituzionalmente mafiosi. Vista la coerenza e la spontaneità con cui si comportano da mafiosi, uomini e donne, vecchi e bambini, nullatenenti e berlusconi, non mi stupirei se gli italiani avessero il gene della mafiosità.
La mentalità mafiosa consiste nel dare per scontato che fra appartenenti a uno stesso clan ci si faccia dei favori, con conseguente danno per tutti quelli che non ne fanno parte. “Che vadano a farsi un clan” pensa il mafioso, dove con clan si intende un qualsiasi gruppo di persone accomunate da parentela, amicizia, partito, sindacato, religione, squadra del cuore, pettinatura o qualsiasi altra cosa in base alla quale due o più individui possono considerarsi idealmente vicini, escluso naturalmente l’abitare sullo stesso pianeta. La peculiarità della mentalità mafiosa non consiste solo nel fare o chiedere favori al proprio clan, ma anche e soprattutto nel dare per scontato che questo sia normale, che lo facciano tutti in tutto il mondo. Solo così può succedere che uno si lamenti pubblicamente della collusione tra mafia e politica e poi cerchi di influenzare una commissione per far assumere un suo amico, che un altro si lamenti di un concorso truccato e poi chieda al parroco di mettere una buona parola in Comune per sistemare il fratello, che un impiegato si lamenti di essere stato ingiustamente trasferito e poi chieda al macellaio juventino come lui di tenergli da parte il filetto, che uno si lamenti di aver dovuto ripiegare sulla salsiccia e poi implori Dio di occuparsi della sua colicisti. Ecco, Dio.
Il Dio degli italiani, con i suoi nascondigli segreti e le sue schiere di Santi picciotti, è la perfetta trasposizione metafisica della mafia. Un Dio che estorce l’anima alla gente in cambio di protezione dai crimini che egli stesso commette, che premia chi lo adula e punisce chi lo ostacola, che recluta nuovi adepti con misteriosi riti di iniziazione e che elargisce favori a suo insindacabile piacimento a chiunque gli lecchi adeguatamente il metafisico sedere. Quest’ultima è la cosa più inquietante della religione cattolica: che alla gente sembri normale pregare Dio in cambio della concessione di una grazia, un Dio che si presume giusto, non un pazzo scatenato come Shiva, un doppiogiochista come Odino o un bastardo come Ahriman. La gente quando ha un problema trova normale andare da Dio, entrare in casa sua col cappello in mano e chiedergli piagnucolando un favore personale, magari adulandolo un po’, ricordandogli subdolamente i propri servigi e promettendogli eterna riconoscenza. E per di più trova normale che questo Dio si lasci convincere: “tu che mi sei tanto caro sarai accontentato, tu invece che te la fai col clan degli Induisti beccati 300 mg al giorno di acido ursodesossicolico. A vita!”.
Questa è la giustizia divina per gli italiani, e di conseguenza questo è il senso di giustizia che gli italiani applicano nella loro vita di tutti i giorni. Quando un italiano cerca di essere giusto, cerca di esserlo nel senso in cui lo è il suo Dio Padrino: aiutare quelli del mio clan, danneggiare gli altri. E questo è un problema, visto che esiste sempre almeno un clan di cui uno non fa parte.

CANI SENZA ZAMPE CON LE ORECCHIE CHE PRUDONO

Leggendo questo blog uno potrebbe farsi l’idea che io sia ateo, ma non è così. Io credo in Dio, solo che penso sia una carogna. Per dimostrarlo non c’è bisogno di citare tutte le torture medievali che ha introdotto in questo suo bel mondicino: zanzare, ulcere, cancri, rapper e così via, ma basta solo pensare a come ha progettato l’essere umano: un essere che vuole prima di ogni cosa vivere, ma che l’unica cosa che sa è che deve morire. Caligola in confronto era Topolino. Dopo una cosa del genere, tutte le disgrazie divine sopraelencate passano in secondo piano, se non altro perché sono evitabili. Se per esempio vuoi evitare il cancro basta che ti compri una tuta spaziale e mangi solo cacca di scoiattolo. Poi magari ti viene lo stesso, però almeno vivi pensando che non ti verrà, e questo è già qualcosa. Se invece vuoi evitare il voler vivere sapendo di dover morire non puoi, perché è proprio in questa particolare disgrazia che consiste l’essere umani.
L’uomo è un generatore perpetuo di autosofferenza: se vive bene soffre perché sa che deve morire, se vive male soffre perché vive male. C’è da diventare matti. E infatti la gente diventa matta, come dimostrano tutte le piroette mentali che deve fare per dimenticarsi la morte: chi la nasconde, chi la nega, chi la rimanda, chi la abbellisce, chi le cambia nome e così via, solo che nessuno riesce veramente a dimenticarsela, perché è come dimenticarsi di essere vivi. Al massimo la gente riesce a far finta di essersela dimenticata, che è abbastanza diverso, come dimostra il fatto che quando c’è un pericolo i preti scappano esattamente alla stessa velocità degli atei. E non è finita qui. La gente è talmente matta che non solo implora il suo torturatore di non torturarla, cosa abbastanza comprensibile, ma arriva persino a considerarlo saggio, giusto, buono e non so più cos’altro, e a incolpare se stessa delle torture che subisce. In pratica le religioni sono una gigantesca sindrome di Stoccolma collettiva.
Nessun tribunale umano assolverebbe mai uno che facesse le cose che fa Dio, invece Dio, oltre a farla franca, viene pure considerato infinitamente buono. Non buono e basta, ma “infinitamente buono". Cioè, più buono di così non si può. Se io creassi in laboratorio dei cani senza zampe e poi gli mettessi sulla testa delle pulci per vedere cosa succede, chiunque, anche la più carogna degli uomini, mi giudicherebbe una carogna. Nessuno direbbe che quei cani sono perfetti, che sono stati creati così per motivi imperscrutabili e che nessuno si può permettere di giudicare l’operato di una gran brava persona come me. Tutti direbbero che sono una carogna, invece se è Dio a creare un intero mondo di cani senza zampe con le orecchie che prudono, allora viene considerato infinitamente buono.

O Dio infinitamente buono,
principio del nostro essere senza zampe
e del nostro prurito,
ricevi il nostro umile ringraziamento per i tuoi benefici,
e fa’ che al generoso dono di questa vita così eccitante
(soprattutto dietro le orecchie)
corrisponda il nostro impegno a lodarti, onorarti
e servirti tutti i giorni di barba e di capelli.
Per Cristo nostro Signore.
Amen.

Quando Dio ha creato il mondo aveva quattro possibilità, che ora elencherò dalla meno carognosa alla più carognosa:

1. Creature immortali e coscienti
2. Creature mortali e incoscienti
3. Creature immortali e incoscienti
4. Creature mortali e coscienti

E se proprio non era capace di creare un mondo fatto bene o anche solo benino (chissà, magari non è onnipotente come dicono le Sacre Scritture di regime), aveva pur sempre l’opzione 0:

0. Non creare un bel niente

che è una cosa che sono capaci tutti. Invece no, Dio ha voluto fare il mondo e lo ha fatto male. Male non secondo me, ma secondo il giudizio morale di tutti quelli che ci vivono. Male anche secondo il giudizio dei credenti, se solo avessero la coerenza di ammetterlo.
Io non so se esiste un aldilà, ma se esiste e Dio sarà così onnisprovveduto da farmi avvicinare a lui un po’ più del dovuto, io, lo giuro, gli spacco la faccia.

DIO NON È UNO CHE SA STARE ALLO SCHERZO

A ripensarci, le persone più fastidiose del mondo non sono quelle che ho detto l’altra volta, ma i narcisisti. Tutti sono narcisisti, ognuno a modo suo: alcuni tanto, altri di più.
La cosa che rende il narcisismo così fastidioso è che è inconsapevole. Per qualche strano effetto distorcente del cervello umano (secondo me è stato montato al contrario), ognuno si vede molto più affascinante, arguto e sveglio di quello che è e dà per scontato che anche chi vive fuori dalla sua testa lo veda così, invece chi vive fuori dalla sua testa lo vede com’è in realtà e questo crea non pochi problemi nei rapporti sociali, primo fra tutti il fatto che sia considerato offensivo ricordare a una persona la verità, e cioè il suo non essere particolarmente affascinante, arguta o sveglia (nota per gli extraterrestri: sulla Terra la verità si chiama insulto).
Ma purtroppo il narcisismo non è limitato alle manifestazioni individuali. Se così fosse sarebbe tutto sommato sopportabile, anzi in certi casi sarebbe addirittura utile, visto che non c’è persona al mondo più facilmente manovrabile del narcisista.


Allora prendimi latte, uova, patate, anguille, grappa, prezzemolo e otto chili di farina. Mi raccomando, distribuisci la farina in bustine trasparenti da dieci grammi l’una.

Ma --

Se qualcuno ti fa storie sovrastalo con la tua smisurata intelligenza superiore.

Lo farò a polpette.

E non dimenticare il mercurio: sei bottiglie da un litro e mezzo da portare rigorosamente sulla schiena.

Ma --

Intelligenza superiore.

Vado.


Il narcisismo diventa veramente fastidioso quando assume forme collettive, come per esempio le religioni. Contrariamente a quello che si dice, il sentimento che sta alla base della religione non è l’amore per l’umanità, l’amore per la verità o l’amore per le frasi a effetto, ma l’amore per se stessi. Il tacito assunto di ogni religione è sempre e solo uno: “sono talmente affascinante, arguto e sveglio che solo un dio può avermi creato, di certo non una volgare trombata”. Ogni idolatria è in fondo un’egolatria e tutti i preti del mondo non sono altro che delle specie di ventriloqui, gente che si mette sulle ginocchia un pupazzetto di dio e gli fa dire quello che vuole. Mi dai torto? Relativista! Non mi obbedisci? Peccatore! Mi sfotti? Empio! Il sentimento religioso è solo narcisismo messo dietro il paravento della metafisica, in modo che uno possa lasciarsi andare alla più sfrenata autocelebrazione al riparo da occhi indiscreti, compresi i suoi (nota per gli extraterrestri: sulla Terra l’autocelebrazione si chiama “devozione”, l’autostima si chiama “fede” e i gusti personali si chiamano “leggi morali”). Quando un paravento è fatto bene ed è stato intessuto e amorevolmente preparato per millenni, magari con l’aiuto di qualche filosofo specializzato in paraventi, allora un narcisista può veramente realizzare il suo più grande sogno, che non è tanto autocelebrarsi, quanto rompere la testa a chiunque non lo celebri. Perché, dice il narcisista mentre impugna il badile, se non mi celebri non stai mancando di rispetto a me, nel qual caso potrei anche chiudere un occhio, ma stai mancando di rispetto a dio, e dio non è uno che sa stare allo scherzo (nota per gli extraterrestri: in caso di sbarco sulla Terra, meglio non togliersi il casco).

MIRACULUM SIGILLUM MENDACII

Signore?

Che c’è?

Posso disturbarla?

L’hai appena fatto.

C’è uno sulla Terra che chiede il suo aiuto.

“Uno” chi? Uno stambecco? Un salmone? Un rametto di rosmarino?

No, un --

Ma che te l’ho chiesto a fare? Senti, finisco questa cosa e poi mi dici, okay? Forse sono finalmente riuscito a fare un universo senza inutili barioni.

Ma dice che è --

“Urgente”, certo. Mamma mia che creature lagnose! Cosa vuole questo? I soldi per la benzina?

Vorrebbe guarire.

Originale...

È molto malato.

Questi mi hanno preso per un medico. “Dio della mutua” dovevano chiamarmi.

Dice che non vuole morire.

Non vuole cosa?

Morire.

Non capisco.

Nel senso che vorrebbe vivere più a lungo.

Ah, quindi non è dei nostri.

È dei nostri.

No, scusa, allora non ho capito.

Ora le spiego --

Questo è dei nostri.

Sì, Signore.

E non vuole morire?

Proprio così, Signore.

Ma allora non ha capito niente.

Dice che vorrebbe almeno vedere il matrimonio di sua figlia.

Ha una figlia?

Non ancora.

Sai cosa bisognerebbe fare?

Far precedere le preghiere da un test d’ingresso.

Esatto, un piccolo test a crocette sulla comprensione della religione di appartenenza, così almeno si evitano inutili chiamate.

È un suo vecchio progetto, Signore.

Quante volte ho detto a questa gente che c’è la vita eterna?

Non saprei, Signore.

Gliel’ho detto, gliel’ho ridetto, gliel’ho pure scritto in un libro, e adesso questo... questo...

Luigi.

Questo Luigi vorrebbe che io, Dio in persona, esaudissi i suoi futili desideri come un qualsiasi genio della lampada?

Più o meno.

Ora lo sistemo io.

Dice che lei è il suo unico Dio.

Ah, si?

Sì, Signore.

Continua.

Dice che è onnipotente, infallibile, infinitamente buono, Signore del cielo e della terra e fonte di ogni bene.

Nient’altro?

Dice anche di trovarla terribilmente sexy.

Okay, accontentalo.

Sì, Signore.

Ma è l’ultima volta.

Sì, Signore.

Altrimenti poi non sono più credibile.

IL DISEGNO INTELLIGENTE CHE NON SI APPLICA

Molto tempo fa, prima che ci fosse il mondo, che ci fosse lo spazio dove mettere un mondo, che ci fosse il tempo di pensare a dove fare spazio e addirittura prima che ci fosse il fosse, il Signore Dio onnipotente camminava da solo per il nulla, cosa che, essendo il nulla tutto uguale, equivaleva un po’ a stare fermi. Camminava fischiettando e arricciandosi i peli della lunga barba bianca, e qualche volta si fermava a guardarsi un dito, prima con un occhio e poi con l’altro, per vedere l’effetto di parallasse. Tutte attività eseguite ogni volta divinamente e con impareggiabile onnipotenza, ma pur sempre le stesse attività di sempre, tutte ripetute un’infinità di volte. Senza contare che, diceva il Signore fra sé e sé e sé, la cosa della parallasse non è che funzioni molto bene quando lo sfondo è il nulla. Così un giorno, pare fosse un lunedì, Dio creò il mondo. Prese un piccolo pezzettino di nulla, grande più o meno come un bel niente, ci soffiò dentro e all’improvviso, con un grande botto, apparve il mondo. Dio vide che era cosa buona e giusta: le nubi molecolari si addensavano, le stelle trasformavano l’idrogeno in elio, le supernove esplodevano, e ogni tanto la gravità spingeva masse grandi come un mondo dentro il nulla. Ogni cosa era molto spettacolare, ma purtroppo nessuno spettacolo, per quanto spettacolare possa essere, può essere visto più di tre o quattro volte consecutivamente, e Dio, dopo tredici miliardi di anni di repliche, iniziava ad annoiarsi un po’. Allora creò la vita. Prese un pianeta a caso, gli diede una mescolata e dopo pochissimi milioni di anni saltarono fuori il ratto delle chiaviche, la blatta germanica, lo yersinia pestis e tanti altri curiosi animaletti che zampettavano allegramente per il paradiso terrestre. Fra questi il suo preferito era senza dubbio lo scarabeo stercorario: Dio sembrava non stufarsi mai di guardare quel buffo insetto che passava la vita a spingere una palla di merda (si noti che tutte queste cose sono scritte nella Bibbia, solo che le lettere sono disposte in modo diverso). E fu sera e fu mattina e Dio si stufò anche dello scarabeo stercorario. Prima o poi doveva succedere. A questo punto l’unica soluzione era creare un animale che fosse libero di disobbedire. Certo, l’idea di una creatura non completamente sotto il suo controllo gli dava abbastanza fastidio, ma l’alternativa era impiccarsi. Così Dio prese una scimmia, le tolse la coda, le diede un po’ di libero arbitrio e creò la sua nuova creatura prediletta: l’uomo stercorario.


Il tuo nome è Adamo e questa è tua moglie Eva. Andate e fate figli.

Quanti, Signore?

Tanti.

Sì, ma più o meno?

A più non posso.

D’accordo. Eva scrivi: fate figli. Poi?

Fatene altri.

Tutto qui?

Dite ai vostri figli di fare figli, e ai figli dei loro figli di fare altri figli. Voglio figli.

Posso fare una domanda?

Non puoi mangiare la mela.

No, non è questo.

Allora cos’è? Sbrigati, sto iniziando ad annoiarmi.

Mi è passato di mente.


Adamo ed Eva salutarono il Signore e iniziarono subito a fare figli. A lui piaceva concepirli ma odiava accudirli, lei odiava concepirli e anche accudirli, ma almeno quest’ultima cosa poteva farla senza simulare piacere. In pratica erano fatti l’uno per l’altra. Dopo dieci anni avevano già messo al mondo tre figli e otto figlie, di cui due già incinte. Adamo non era certo uno che stava con le mani in mano. Fecero figli su figli e lo stesso fecero i loro figli e i figli dei figli, e alla morte di Adamo ed Eva, per sicurezza, i loro figli decisero di istituire uno speciale ordine di funzionari addetti alla metafisica con la precisa funzione di tramandare di generazione in generazione la volontà del Signore, in modo che nessuno dimenticasse mai il suo volere: fare figli. Mai visto un animale così obbediente. Così in pochissimo tempo, neanche duecentomila anni, la superficie del pianeta si ricoprì di esseri umani. Prima le zone più comode e meglio servite dai mezzi pubblici, poi quelle via via più scomode: montagne, paludi, deserti e tutto ciò su cui fosse possibile avere una copula. Chiunque avesse un minimo di autorevolezza invitava i propri simili a fare figli, e tutti quanti, appena avevano un minuto libero, si precipitavano da qualche parte a fare figli. Intanto la tecnica progrediva e a un certo punto fu possibile fare figli via mail, fare figli in proprio con la bustina e persino far fare figli ai calzini sporchi. Non c’era limite al numero di figli che si potevano fare e alcuni ne avevano così tanti che li surgelavano per i momenti di sterilità. Tutto andò avanti così per secoli finché un giorno, più o meno quando la gente cominciò a cascare in mare, a un uomo venne un dubbio. L’uomo si tirò su velocemente i pantaloni e invocò il nome del Signore, che, per la cronaca, è Alberto. Il Signore apparve con un immenso sbadiglio.


Dimmi.

Signore, perché tutti questi figli?

Niente, ero curioso di vedere cosa succedeva.

PAUSA CAFFÈ

Ci saranno state, non so, duecento persone.

Duecento?

Anche di più.

Ma cos’era? Pasqua?

Non era niente, era una domenica qualsiasi.

Un codice verde.

Esatto. Di solito ci saranno venti, trenta persone a dir tanto.

Sempre più che da noi.

Invece domenica ce n’erano almeno duecento.

Sul serio?

Almeno.

Come mai?

E che ne so? Lo sai com’è la gente...

Io duecento persone non le vedo neanche a Natale.

E tutti che si mettono in fila per la cosa.

La comunione?

Esatto.

Stai scherzando?

Ti giuro, tutti. Non ho mai visto una roba del genere.

Duecento coperti?

Almeno.

Cioè, da spararsi.

Io largheggio sempre con le particole, lo sai. Riempio la pisside fino all’orlo e poi sono a posto per tutto l’anno.

Ma scadono.

In che senso?

Hanno una scadenza.

Mica si mangiano per il sapore.

Giusto.

Sì, “giusto”, però quel giorno lì non ne ho tre in meno?

No!

Una, due e tre.

Eh, ma questa è sprovvidenza.

Me ne accorgo quando ho ancora quattro vecchie da servire.

Pazzesco.

Guardo le vecchie: quattro. Guardo le ostie: una. Guardo ancora le vecchie, non si sa mai che nel frattempo siano diminuite: sempre quattro.
 
Quindi?

Taci, va’...

Io di solito le spezzo.

Quelle piccole?

Sì.

Le mie sono troppo piccole.

Anche le mie sono piccole.

Non piccole come le mie.

Guarda che sono misure standard.

Per fortuna avevo le patatine.

Le patatine?

Sai, le patatine. Quelle tonde, sottili...

Le patatine.

Eh. Per caso ne avevo un sacchetto in tasca, così --

Hai usato le patatine?

Sì, perché?

Cioè, fammi capire, tu gli hai dato le patatine invece delle ostie?

Esatto.

Mica si può fare.

Perché no, scusa?

Le patatine non sono il corpo di Cristo.

Ah ah ah!

Cosa c’è?

Oddio...

Perché ridi?

No, niente. Hai ragione.

LE RICETTE DI DON GIULIO

Prendere un pene fresco, possibilmente ancora vivo.


Agitarlo energicamente fino a fargli assumere la caratteristica forma di una banana (attenzione: non togliere la buccia).
Prendere una vagina.


Farla rosolare per qualche minuto nel suo brodo, quindi  inserire il pene. Questa operazione apparentemente semplice va eseguita con la massima attenzione. Il pene, soprattutto se appena pescato, tende a sgusciare da tutte le parti e potrebbe inavvertitamente finire nei posti più curiosi.




Per quanto certe invenzioni possano sembrare divertenti, non portano mai a niente di buono e alla fine ci si impiastriccia tutti e basta. Se si vuole cucinare qualcosa di buono e sostanzioso, l’unica cosa da fare è seguire dettagliatamente il grande libro delle ricette.


Dunque introdurre il pene, estrarlo parzialmente, reintrodurlo, estrarlo sempre parzialmente, introdurlo, estrarlo, introdurlo, estrarlo e così via. Introduzione e estrazione vanno eseguite più volte, sempre più velocemente, finché il pene non spruzza. Il tutto può richiedere svariati minuti o pochi secondi a seconda del sistema di riferimento. Infatti, secondo la teoria della relatività di Einstein,


il tempo scorre molto più lentamente nel sistema di riferimento della vagina che in quello del pene. Ecco perché un pene osservato dalla vagina fa il rumore di un minuscolo spazzolino elettrico.
Una volta lasciato appassire il pene, lo si tolga delicatamente dalla vagina facendo ben attenzione a non far fuoriuscire il liquido, quindi si faccia cuocere il tutto nell’utero per circa nove mesi. Quando il fagottino raggiunge le giuste dimensioni lo si estragga con cautela (attenzione che urla), lo si lasci sgocciolare qualche minuto sul lavandino e infine lo si serva ancora caldo con crema di carciofi e composta di scalogno.
È un piatto sano e appetitoso che non delude mai, ma anche se deludesse è pur sempre un modo per ammazzare il tempo.

ALLA RICERCA DEL GESÙ PERDUTO

1.
Un’enorme astronave in avvicinamento alla Terra. Assomiglia alla Morte Nera e emette il suono di un milione di canne d’organo perfettamente accordate. O almeno lo emetterebbe se solo i suoni potessero propagarsi nel vuoto.


Ci siamo quasi, Signore.

Tempo stimato?

Due messe in si minore e un mottetto.

Vento solare?

A favore.

Avviare procedura orbitale.

Procedura orbitale avviata.

Disattivare prima legge di Newton.

Disattivata.

Propulsori frontali?

Al massimo.

Mantenga l’angolo di entrata.

Sì, Signore.

Visore di prua.


Su un monitor cilindrico in mezzo alla plancia appare l’immagine tridimensionale della Terra. Un vecchio col mantello e la barba è in piedi di fronte al monitor, guarda pensoso quella piccola sferetta azzurra ricoperta di nuvolette. Si versa un bicchiere di Brandy.


Sarebbe questo?

Sì, Signore.

Mm.

È un pianeta dei nostri, no?
   
Vuole che mi ricordi tutti i sassolini che ho sparpagliato per l’universo?

Gli strumenti dicono che c’è vita.

Bene.

Sono ancora all’età della chitarra elettrica.

Guardi se c’è mio figlio, per favore. Dovrebbe essere quello con la barba.

C’è un sacco di gente con la barba.

Un sacco quanta?

Brulicano.

Va bene, scendiamo. Lei venga con me, signor Michele.

Gabriele.

È lo stesso.


2.
Una sagrestia. Un prete con un casco integrale è seduto davanti al computer. Sta facendo le qualifiche a Monza.
Entra un energumeno col rossetto.


Padre?

Mm?

Mi scusi, padre.

Dica, signorina.

C’è il signor Rotella.

Non Giorgio Rotella, vero?

Se non è lui vuol dire che hanno legalizzato la clonazione.

Ora non posso, gli dica di passare domani.

Veramente è già entrato.


Un ometto pallido con due occhietti da roditore è seduto di fronte al prete. È vestito più o meno come un pecoraio a una serata di gala.

   
Padre, credo di aver perso la fede.

Di nuovo?

Ci sono cose che non mi tornano.

Se tornasse tutto io sarei disoccupato, non le pare?

Pensavo --

Non ci pensi.

Pensavo alla transumanza del pane e del vino.

Transustanziazione.

Non mi convince.

Non la convince?

Neanche un po’.

Va bene. Ego te absolvo in nomine patris eccetera, dica un padre nostro e due avemaria. Ora mi scusi, ma ho un battesimo urgente.

Posso sperare nella grazia?

Certo. Mi saluti sua moglie.


3.
Il Signore e Gabriele camminano in mezzo a una città affollata. Hanno vesti michelangiolesche, ma nessuno sembra farci caso. Il Signore si guarda intorno con la stessa espressione di chi ha appena scoperto che il ristorante in cui si è seduto non è in realtà un ristorante ma un maneggio di cavalli.
Ferma un passante.
   

Mi scusi, ha per caso visto mio figlio? Io sono il padre e questo qui è... sei?

Gabriele. Lo stiamo cercando in tutta la Galassia.

Alto, con la barba, poteri soprannaturali...

Sui mille, duemila anni.

Coi sandali.

E una tunica.

È qui in vacanza.

Gli piacciono moltissimo i pediluvi e le cene con gli amici.

Ha i capelli lunghi.

E la barba.

Soprattutto la barba.


L’uomo dà loro un euro e se ne va. Il Signore e Gabriele guardano attentamente il rilievo con l’uomo di Leonardo.

   
Non è lui.

No.


4.
Giorgio Rotella è in piedi sul tavolo del soggiorno, sta cercando di impiccarsi con la cintura. Sua moglie gli dà una mano.


Questa dove l’attacco?

Falla passare nel gancio del lampadario.

È troppo corta.

No, amore.

È corta, è corta...

No, non così.

Hai ancora il guinzaglio del cane?

Non serve.

Dov’è?

Se ti dico che non serve...


Improvvisamente i peli si rizzano, le lampadine sfarfallano, gli orologi si fermano e tutto il soggiorno è pervaso dal caratteristico sfrigolio di particelle subatomiche che si aggregano. Il Signore e Gabriele si materializzano sul tappeto.


Scusate, avete visto mio figlio? Alto, con la barba --

Signore, è lei!?


Giorgio Rotella si butta ai piedi del Signore e inizia a lucidargli le unghie dei piedi col polsino della camicia.
Il Signore si schermisce.


Be’, dipende...

Signore altissimo Dio onnipotente, onnisciente, eterno e infinitamente buono!

Sì, credo di essere io.

Claudia, guarda! Il Signore ha visitato la nostra dimora!

Vedo.

Ti rendi conto!?

Non si è messo le pattine.

Ora tutto ha un senso, Claudia, capisci? Tutto! La vita, la morte, l’acne giovanile!
   
Come mai da queste parti? Le dico subito che non sono vergine.


Giorgio Rotella porge a Dio una Bibbia e una penna.


Potrei avere un autografo?

...

È per mia figlia.

...

No, okay, è per me.


5.
Il prete abbassa la visiera del casco e impugna il volante. Tutto è pronto per il novecentoquattresimo Gran Premio di Monza. Il rombo dei motori sale in tutta la sagrestia: tre... due... uno... suona il telefono.
Mette in pausa.


Pronto?

Padre, sono io.

Signor Rotella?

Sì.

Cosa vuole?

Aveva ragione lei, Padre.

Guardi, sono molto occupato --

Dio esiste!

Questo lo so.

No, non ha capito. Esiste veramente!

Sono felice di sentirglielo dire.

È di là in soggiorno con mia moglie.

Chi?

Dio.

Capisco.
   
Vuole che glielo passi?

No, no...

Ci vuole un attimo, ho il cordless.

Non si disturbi.
   
Sono stato veramente uno stupido a non fidarmi di lei.

Non ci pensi più.

Potrà mai perdonarmi?

Dica un padrenostro e due avemaria.


Il prete riattacca e si passa una mano sulla faccia. Bisogna rifare tutta la procedura di partenza.


Signorina.

...

Signorina!

Che vuoi?

Quant’è il record a Monza?

Uno ventuno e rotti.

Si prepari ad aggiornarlo.


6.
Giorgio Rotella è in bagno davanti allo specchio, in ansia come un ragazzino al suo primo appuntamento. Si sistema i capelli, si bagna le orecchie con un po’ di acqua santa e si mette al collo un enorme crocifisso di legno, tutto intagliato e minuziosamente dipinto, prezioso regalo della cara nonna buonanima per la sua prima comunione. Ormai non ce ne sono più di nonne così.



7.
Dio, Gabriele e Claudia prendono un aperitivo a un tavolo all’aperto. Dio enumera i suoi successi personali e propone numerosi brindisi a se stesso.


Ed è così che ho sconfitto il temibile Satràn Rudànta e l’infelice stirpe dei Sarpédoni.

Una storia incredibile.

Ora il mio Regno si estende fino alle estreme propaggini dell’ammasso della Vergine.

E, diceva, lei non condanna l’adulterio, vero?

Me ne guardo bene.


Giorgio Rotella arriva ieratico e raggiante come una visione mistica. Sembra muoversi su un tapis roulant.


Signore! Mio solo e unico Dio! Comanda il tuo umile servo e disponi di lui come credi!

Che significa quello?

Cosa?

Quello.

Intende --

Quel coso che hai al collo!

Signore...

CHE COSA SIGNIFICA!?


Accenni di cataclisma: la terra trema, lampi e tuoni, i vulcani eruttano, il prete perde l’alettone posteriore.
Gabriele strappa il crocifisso dal collo di Giorgio Rotella e lo depone nelle mani di Dio.


È lui!

...

Guardi, signor Michele.

Gabriele.

È lui, vero?

Sì, Signore. È Lui.
   
Actarus, figlio mio! Cosa ti hanno fatto!?

Credo lo abbiano crocifisso, Signore.

Chi è stato!?


Giorgio Rotella s’inginocchia e congiunge le mani.

   
Signore! Signore!
   
Sei stato tu!?

No! Io no! Io...

Come ti chiami?

Rotella Giorgio, Signore. Per servirla.

Tu, ridicolo leccapiedi, ora sperimenterai l’equità e la misericordia della giustizia divina! Disintegratore!


Gabriele dà a Dio una specie di rasoio elettrico luminoso.  Claudia finisce il suo spritz e si frappone fra il marito e Dio.


Basta con queste stupidaggini.

Donna! Che parola ti è uscita dal riparo dei denti?

Signore, non è stato lui. Lo guardi.

Più lo guardo e più mi viene voglia di disintegrarlo.

Ma se non sa neanche riparare lo scaldabagno.

Allora chi è stato?
   
Gli ebrei.

Chi?

Gli ebrei, i giudei, la stirpe di Abramo.

Michele, prenda nota. Che altro sa?

È tutto.

Va bene, allora questo Abramo sperimenterà l’equità e la misericordia della giustizia divina!

Adesso che ci penso, anche i testimoni di Geova hanno preso parte alla cosa.

Scriva: testimoni di Geova. Nessun altro?

Be’, gli zingari, un po’ tutti i nomadi in generale, i punkabbestia...

Mm.

I lavavetri, quelli che suonano il piffero in strada e poi i nostri vicini di casa, sapesse a che volume tengono la tv...

Basta così.

Non ho mica finito.


Dio guarda Gabriele e gli fa cenno che è ora di andarsene. Giorgio Rotella abbraccia le ginocchia di Dio più forte che può.


Signore, la prego, mi porti con lei!

No.

Farò tutto quello che vuole! Dirò le preghiere, rispetterò i comandamenti, tutti! Anche quelli che non capisco! Andrò a messa due volte al giorno!

No.

Tre volte al giorno!

Per me puoi anche fare a meno.

Per favore!

Preferirei portarmi dietro il bacillo della peste.

Mi dica almeno cosa c’è dopo la morte.

Niente.


Dio e Gabriele scompaiono risucchiati da una mandorla laser. Giorgio Rotella stramazza a terra e piange, asciugandosi le lacrime con la gonna di sua moglie.
Claudia risponde al cellulare, è il prete.


8.
Il prete è in piedi sull’altare tutto bagnato di Champagne. Con una mano tiene la pisside come fosse un trofeo, con l’altra il telefono.


Quand’è che posso venire, diciamo così, a benedire la casa?


9.
Dio e Gabriele ai loro posti sulla plancia dell’astronave. Dio fissa in silenzio il monitor cilindrico: la Terra ruota lenta e silenziosa, come ogni giorno da circa cinque miliardi di anni a questa parte.
Preme un tasto, la Terra svanisce nel nulla.


Signore, gli strumenti dicono che ora l’universo è un posto migliore.

Accensione motori.

Accesi.

Aureole.

Aureole inserite.
   
Ci porti a casa, signor Michele.

Gabriele. 


L’astronave sfreccia via in una frazione di secondo, lasciando dietro di sé nient’altro che un’effimera scia di tachioni.