L'ORIGINE DELL'INTRINSECA RIDICOLEZZA UMANA

La più grande tragedia dell’essere umano, diciamo pure la tragedia che costituisce l'essenza stessa della sua esistenza, è che più si sforza di essere serio più risulta ridicolo. Ciò è particolarmente evidente in quelle persone che pretendono di sottolineare la loro presunta serietà con appositi costumi (giacca e cravatta, uniforme e medaglie, tunica e aspersorio eccetera), quanto fanno ridere? Ma anche tralasciando questi casi estremi, quanto sono ridicole le persone che non scherzano mai? Mai, neanche una minima allusione autoironica a quanto sia ridicolo non scherzare mai. Quanto sono inesauribilmente fonte di crasse risate?
Tanto.
Perché?
Ottima domanda. La risposta breve è: non lo so.
Ora passiamo alla risposta lunga.
In passato ho sempre dato per scontato che la causa di tutta questa involontaria ridicolezza umana fosse la morte. Ovviamente non parlo della morte come evento, perché tutti gli animali muoiono, anche i criceti, eppure non sono per niente ridicoli.


Ciò che è ridicolo della morte non è il decesso, ma l'ostinazione con cui gli esseri umani vogliono cancellarla dalla loro vita. Lo si vede per esempio ogni volta che uno dice "scomparso" invece di "morto". Non è delicatezza, è il tentativo di manomettere la realtà con le parole, come quando si dice "ti amo" invece di "mi piacerebbe fecondarti". Oppure Dio: quanto fa ridere un povero mammifero consapevole di dover morire che chiede a un essere infinito di sua invenzione di farlo diventare immortale come lui? Non è ridicolo?
Lo è.
Non è spassoso ascoltare tutte queste persone che parlano con la massima serietà di infiniti e aldilà e poi corrono dal medico come tutti gli altri appena hanno il mal di pancia?
Spassosissimo.
Però (c'è un però) questa spiegazione della ridicolezza umana non mi ha mai convinto al 100%, ho sempre trovato che ci fosse qualcosa che non va. Come ho detto prima, la morte in sé non è ridicola, anzi è un evento molto triste, possiamo tranquillamente dire drammatico. L’idea che una persona passi tutta la sua vita a vendere calzini, per dire, guardare partite di calcio e fare figli nella vana speranza di far sopravvivere un po' di se stesso dopo la morte, ispira compassione, non divertimento. Siamo d'accordo su questo, giusto? Pensandoci meglio, questa proiezione dell’essere umano verso l’infinito pur essendo consapevole di essere finito ha un che di eroico, non di ridicolo. O forse eroico e ridicolo allo stesso tempo, come Captain America, il supereroe col costume più ridicolo del mondo (non è una critica, è il suo bello).
Allora perché gli esseri umani sono così ridicoli quando cercano di essere seri, al punto che non c’è niente di più ridicolo al mondo di una persona che non dice mai niente di ridicolo?
Dopo lunga riflessione sono arrivato alla conclusione che la causa di tutto questo non sia la morte, ma la cacca. Lo so, mi dispiace, ma il fatto che il solo nominare la cacca tolga serietà a tutto quello che sto dicendo è già una prova di quello che sto dicendo.
Questo fatto che ogni essere umano debba fare la cacca, e che anzi aspiri a fare quotidianamente la cacca altrimenti inizia a provare una sensazione di disagio che a lungo andare gli può rovinare la giornata, è qualcosa che non si sposa bene con la serietà. La cacca, esattamente come la morte, è stata rimossa dalla normale conversazione fra esseri umani, anche se i motivi di questa rimozione sono diversi: la morte è stata rimossa perché toglie senso all'esistenza, la cacca perché la rende ridicola. È molto difficile prendere sul serio una persona che dà lezioni di morale alle folle se ce la immaginiamo seduta sul water. E a differenza della morte che viene veramente rimossa dalla consapevolezza umana, la cacca viene rimossa solo dalle conversazioni, ma tutti siamo sempre perfettamente consapevoli che la persona che abbiamo di fronte, chiunque sia, fa la cacca. Tutti, quando stringiamo la mano di qualcuno, sappiamo che quella mano ha pulito il sedere del proprietario della mano qualche ora prima. Curiamo il nostro abbigliamento, decoriamo il nostro corpo con i più disparati segni della serietà, usiamo parole altisonanti e piene di "senti qua come sono serio", ma poi finiamo sempre sul water a fare la cacca, tutti i giorni, o almeno lo speriamo.
È soprattutto questo che rende ridicolo l'essere umano: il far finta di non essere quel tipo di persona che fa la cacca, quando tutti sanno benissimo che la fa, anche se dice “metafisica“, “dialettica“ e "fenomenologia".
Dunque come si fa a parlare di cose serie senza sembrare ridicoli?
Allora, qui non ho una risposta definitiva, posso però dire che un modo, non dico per risolvere la situazione, ma almeno per migliorarla, è non sforzarsi di sembrare seri.

FINESTRE

IL MONDO PIÙ PAZZO DEL MONDO (seconda postilla)

La copie del Mondo¹ con le spille dei personaggi, le frasette buffe e le briciole di biscotti sono finite, sono state vendute tutte. Però il libro esiste ancora e può essere preordinato su Amazon, nelle librerie e nelle fumetterie (qualsiasi cosa siano).
Naturalmente più viene preordinato, più aumentano le richieste dei distributori e più aumentano le probabilità che io riesca finalmente a realizzare il grande sogno della mia vita, che, come forse ho già detto, consiste nel comprare la Pro Vercelli² e portarla a vincere l'8° scudetto della sua storia.
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¹ Il mio, non quello di Schopenhauer³
² È una squadra di calcio.
³ Non è curioso che io abbia le stesse iniziali di Arthur Schopenhauer? Questo mi fa capire che occasione io abbia perso non avendo scelto come titolo “Il mondo come volontà e rappresentazione più pazzo del mondo”.



IL MONDO PIÙ PAZZO DEL MONDO (postilla)

Sempre a proposito del Mondo più pazzo del mondo, tre cose che non ho detto:
1) Le copie della prevendita verranno spedite il 20 settembre;
2) La prevendita prevede consegne solo in Italia;
3) Non me la ricordo.

Segue esempio.

IL MONDO PIÙ PAZZO DEL MONDO

Ho fatto il mio primo libro a fumetti. Si chiama "Il mondo più pazzo del mondo" e sarà in vendita dal 27 settembre in tutti i posti dove di solito si vendono i fumetti, ma può essere comprato già ora in prevendita sul link dell'editore, cioè qui.
La copia prevenduta sarà una copia speciale corredata da una frasetta buffa, tre spille con i personaggi del libro, la certificazione timbrata di autenticità, l'autografo con il mio nome finto, le mie impronte digitali e probabilmente anche qualche briciola di biscotti.
Questa è la copertina

Bella vero?
Se questo libro esiste è anche merito (o colpa) di Donatella Franciosi, che scrive contratti molto poetici, e Stefano Antonucci, che ha il potere di trasformare semplici jpg in libri di bellissima carta.
Un ringraziamento particolare va anche al mio fisioterapista (maggiori dettagli qui): grazie persona di cui preferisco non dire il nome!
"Il mondo più pazzo del mondo" non è solo il primo libro a fumetti che io abbia mai fatto, ma è anche il primo che io abbia mai letto.

COSE MISTERIOSE

Nonostante il progredire della civiltà e l’indiscutibile acume intellettuale della specie umana


nell’universo ci sono ancora molte cose misteriose che aspettano una risposta convincente, definitiva e possibilmente breve.
Per esempio, chi ha inventato l’abbinamento prosciutto e melone?  Come gli è venuto in mente? È andato a tentativi? Mortadella e anguria, salame e banana, ciccioli e mandarino, finché un giorno, “eureka!”, prosciutto e mango? “Mm, quasi”. Ma soprattutto perché faceva esperimenti col cibo invece di mangiare la pastasciutta come fanno tutti? Chissà, forse anche i cetrioli nel caffelatte sono buonissimi, solo che nessuno li ha ancora provati. Quante segrete squisitezze ci tiene ancora nascoste il caso? Perché lo Stato non finanzia la ricerca di nuove leccornie? Finanzia praticamente tutto: film, lungometraggi, cinema, perché non finanzia anche le leccornie? E si dice “leccornìe” o “leccòrnie”? Sul dizionario c’è scritto che la gente dice “leccòrnie” ma sarebbe corretto dire “leccornìe”, ma corretto rispetto a cosa? Esiste un dizionario eterno e incorruttibile in orbita intorno al Sole da consultare col telescopio? E se non esiste allora perché non decidiamo tutti insieme di accentare la prima sillaba di tutte le parole? Sarebbe comodo: “léccornie”, “càminetto”, “àlbergo”, éccetera. A proposito, perché gli asciugamani degli alberghi hanno tutti lo stesso caratteristico odore di asciugamano d’albergo? Ovunque, da Varese a New York. Intendo quell’inconfondibile aroma che sembra un misto di limatura di ferro, corde di iuta e minestra d’ospedale. Per caso è usanza degli hotel lavare gli asciugamani con un apposito detersivo fatto di limatura, iuta e ospedale? Oppure esiste un unico centro mondiale di lavaggio degli asciugamani d’hotel a cui tutti si rivolgono per ragioni di, boh, abitudine? Perché la gente cede così facilmente al richiamo dell’abitudine? Se non fosse per l’abitudine che fine farebbero cose palesemente assurde come il latte scaduto con estratto di stomaco di vitello (“formaggio”), le X sulle schede elettorali o le mutande delle donne? Vista la fortunata collocazione dei genitali femminili, le mutande delle donne sono veramente la cosa più inutile del mondo. Per il pene è un altro discorso, è molto difficile proteggerlo dalle intemperie, eppure per qualche motivo gli uomini ci tengono ad averlo lungo. Perché? Non sarebbe molto più utile avercelo, che so, luminoso? (Ho come la sensazione di avere già detto questa cosa del pene luminoso) Certo, questo cambierebbe radicalmente la storia dell’arte figurativa mondiale, ma in peggio o in meglio? Perché i quadri di Picasso sono belli anche se sono disegnati male? E perché i disegni che io facevo al liceo fanno schifo anche se sono disegnati bene? Per caso è il nome che conta? Se Pablo Picasso si fosse chiamato, per dire, Alvaro Pischiappa sarebbe comunque  considerato un grande pittore? Pensiamo per esempio a Mario Schifano, chi mai mangerebbe schifano e melone? Eppure magari è buonissimo.

PIEGARE

 


LA SERA IN CUI SONO ANDATO A MANGIARE LA PIZZA CON THOMAS BERNHARD

Thomas Bernhard è esattamente come uno se l’aspetta dopo non aver letto nemmeno un suo libro: affabile, spiritoso, estroverso, uno con cui ci si sente subito a proprio agio. L’ho conosciuto nel 1985, al tempo faceva il babysitter. Nella vita aveva fatto un po’ di tutto: il commesso, il parrucchiere, il cuoco cinese e ora faceva il babysitter. Mi ha raccontato che quando aveva bisogno di arrotondare preferiva i lavori cosiddetti umili. Gli piaceva molto l’aggettivo “cosiddetto”. Preferiva i lavori cosiddetti umili ai lavori cosiddetti borghesi, perché con i lavori cosiddetti borghesi si deve venire a patti con i cosiddetti valori della cosiddetta classe cosiddetta borghese. Era un miracolo che riuscissi a capirlo.
In quel periodo io ero fidanzato con Morena, una ragazza straordinaria ma sempre a corto di soldi e che, non so per quale motivo, si ostinava a chiamarmi “abbello”. Una sera che dovevamo uscire a cena, passo a prenderla al solito posto sotto il viadotto, ma lei non c’è. Aspetto un po’, niente, non si fa vedere. Impegni di lavoro, mi dirà poi. Siccome però io avevo già prenotato in pizzeria e non mi andava di mandare tutto a monte, decido di chiamare una babysitter per farmi compagnia, tanto, penso, che problema c’è? I soldi glieli do e non deve neanche cambiarmi il pannolino. Solo che come babysitter chi mi arriva? Esatto.
Al tempo non sapevo chi fosse, appena mi rivela che è uno scrittore, cerco di capire meglio.   


Quindi lei è uno scrittore?

Cosiddetto.

Bello.

Ho pubblicato alcuni romanzi, racconti e altre cose.

Sembra divertente.

Lo è, finché uno ne ha la forza.

In che senso? Lei non scrive seduto?

Scriverei sdraiato se la macchina da scrivere sulle costole non mi togliesse il respiro. Ho provato, sa? Ma sono andato in coma. Mi hanno dovuto ricoverare d’urgenza al centro medico Grillparzer. Una vera scocciatura. Io non sopporto Grillparzer.

E com’è il coma?

Meglio.


In effetti non sembrava molto in forma. Stava tutto curvo, col berretto di lana, la coperta sulle ginocchia e due infermieri che gli praticavano una toracocentesi. Il rumore del liquido intercostale che sgocciolava nella bacinella sotto il tavolo era abbastanza fastidioso.


Beh, dopotutto si è tolto le sue soddisfazioni, no? Non è obbligato a continuare a scrivere. Perché non si gode la pensione e basta?

Ho cinquantaquattro anni.

Terrestri?

A me interessa solo pubblicare. Scrivo le mie cose su carta economica e poi mi ritrovo dei libri così carini da mettere in ordine sulla mensola. È per questo che ho diviso la mia autobiografia in cinque parti, per massimizzare i volumi.

Quindi non le interessa diventare famoso?

Ogni cosa è ridicola se paragonata alla morte.

Ah, non me ne parli.


Com’è semplice a volte avere a che fare con le persone. Uno pensa che uno stimato scrittore austriaco e un ragazzino brufoloso non abbiano niente da dirsi, e invece eccoli lì in pizzeria a parlare della stupidità della razza umana, dell’ipocrisia e della volgarità di ogni religione, di quanto sarebbe utile tagliare le orecchie a chi fa un figlio (parole sue) e del suicidio. Ah, il suicidio! La nostra grande passione comune.


Davvero non hai mai provato con le borse di plastica?

No!

Dovresti. Basta una borsa della spesa e un laccio emostatico, è veramente facile.

Sembra divertente.

Molto meglio dei barbiturici. L’ultima volta sono stato a letto quattro giorni.

No, sei pazzo? Se vuoi ti do i miei. Mi sono salvato solo perché erano scaduti.


Una persona davvero piacevole. Dopo la pizza gli ho proposto una grappa a casa mia, davanti a una puntata di Magnum P.I., ma Thomas era molto provato e preferiva tornare a casa a sistemare i suoi libri sullo scaffale. Poi, nei mesi successivi, ne ho letti alcuni e devo dire che non sono niente male. “Il respiro” è uno dei miei preferiti. Lo consiglio assolutamente a tutti quelli che quando sentono l’annuncio “allontanarsi dal binario due, treno in transito”, oltrepassano anelanti la linea gialla e poi si fermano incerti sull’orlo della banchina. È un libro eccezionale, fa l’effetto di una spintarella.

LA MIA STORIA CON PETER DEL MONTE

Premessa.
Per apprezzare pienamente la drammaticità di questa storia, bisogna tenere presente che una delle cose che più mi terrorizzano è parlare in pubblico, e non sto usando il verbo "terrorizzare" tanto per dire. Per me parlare in pubblico è sullo stesso livello terroristico di trovarmi su una bagnarola in mezzo all'oceano indiano e scoprire che nella cabina dove dormo c'è almeno un topo, cosa che mi è successa veramente e che posso documentare per mezzo di questa foto del sapone rosicchiato.


Avrei anche altre foto molto più impressionanti da esibire, ma preferisco conservarle per quando scriverò il post "La mia storia con Betsy" (Betsy è il nome dell'almeno un topo).
Se so che un certo giorno devo parlare in pubblico (cosa che per fortuna succede molto raramente), io inizio a preoccuparmi giorni prima, a volte settimane prima, e man mano che il giorno si avvicina la mia stessa preoccupazione inizia a preoccuparmi, togliendomi ogni serenità e impedendomi di fare qualsiasi altra cosa che non sia prefigurarmi scenari catastrofici di pubblica umiliazione quando finalmente arriverà il momento di dovermi rivolgere formalmente alla folla (dove con "formalmente" e "folla" intendo, rispettivamente: "fingendo di essere una persona seria" e "più di tre persone"). Non so esattamente di cosa io abbia paura, ad ogni modo, qualsiasi cosa sia, mi terrorizza.
Fine della premessa.
La mia storia con Peter Del Monte è durata solo una sera, ma è stata molto emozionante, almeno per me. Per chi non lo sapesse, Peter Del Monte è un regista italiano. Non so se attualmente stia ancora proseguendo questa sua attività, a dir la verità non so nemmeno se è ancora vivo, visto che l'episodio che sto per raccontare risale a circa 25 anni fa, quando io ero ancora un ragazzo e lui un attempato signore (Wikipedia mi ha appena informato che è ancora vivo e ha 78 anni. Ottimo).
Una sera io e una mia amica andiamo al cinema a vedere "Compagna di viaggio" di, appunto, Peter Del Monte. Forse è più preciso dire che questa mia amica (la chiameremo Natalya) mi ha trascinato a vedere questo film. Io non avrei mai scelto di mia iniziativa e nel pieno delle mie facoltà mentali di fare lo sforzo di uscire di casa per andare a vederlo, e non tanto perché all'epoca avessi dei pregiudizi negativi sul regista in questione (neanche sapevo chi fosse), ma perché avevo dei pregiudizi negativi sul cinema italiano in generale, pregiudizi che col tempo si sono trasformati in giudizi.
Per qualche motivo i film italiani non mi sembrano neanche film. Salvo rare eccezioni (Visconti, Bertolucci, Leone e qualcun altro), i film italiani mi sembrano perlopiù dei montaggi di riprese di persone che fanno finta di fare un film, e questo al di là del giudizio positivo (quasi mai) o negativo (quasi sempre) che io posso avere sul film in questione. Per esempio, prendiamo un film italiano pressoché unanimamente lodato sia in Italia che all'estero: "Profondo rosso". L'ho visto per la prima volta l'anno scorso e devo dire che mi è sembrato un film intelligente e con tante trovate simpatiche, ma è davvero un film? Mentre lo guardavo non mi è mai successo quello che mi succede di solito con i film veri (belli o brutti che siano), e cioè che mi dimentichi di stare guardando un film e mi immerga completamente nella storia. Con "Profondo Rosso" mi sono ritrovato per tutto il tempo chiuso fuori dal film e intanto pensavo "ah, che bravi questi ragazzi che fanno finta di fare un film!", e questo è quello che di solito penso mentre guardo un film italiano che mi piace, quando invece guardo un film italiano che non mi piace, penso "ah, che incapaci questi ragazzi che fanno finta di fare un film!". Questo è più o meno il motivo per cui ogni volta che posso evito di guardare film italiani, drammatici o comici, vecchi o nuovi, di cosiddetto autore o di cosiddetto genere, tutti quanti, perché so già a che tipo di esperienza vado incontro ed è un'esperienza che non mi interessa, ma quella sera evidentemente mi andava di uscire, fare due chiacchiere, bere una birretta in compagnia e pazienza se prima dovevo sorbirmi un film italiano. Che sarà mai? Mi sono detto, male che vada mi annoierò per un'ora e mezza.
Del film non ricordo praticamente niente. Ricordo che c'era Asia Argento molto giovane e un famoso attore francese molto anziano, forse c'era anche un treno, o un pullman, ma magari mi sto facendo influenzare dal fatto che nel titolo c'è la parola "viaggio". Ricordo del sentimentalismo, qualche musichetta fastidiosa, una realizzazione vagamente amatoriale e poi basta, non ricordo nient'altro. Ricordo che c'erano anche uno o due flashback col tipico effetto flashback, ma questo è un dettaglio che mi ricordo non per il film, ma per quello che dirò dopo.
Finito il film e finiti i titoli di coda, che guardo diligentemente seduto in silenzo come richiesto dall'etichetta (era un cinema di cosiddetto essai e non volevo fare brutte figure), si accendono finalmente le luci e io mi predispongo mentalmente a pregustare le mia meritata birretta, ma sorprendentemente nessuno si alza, nemmeno Natalya. Come mai? Che ci sia una scena dopo i titoli di coda come nei film Marvel?
Guardo Natalya cercando di comunicarle con lo sguardo il concetto "che ne diresti se ci mettessimo alle spalle questo brutto film e ci precipitassimo dal più vicino rivenditore di birrette?", ma lei si limita a sorridere e mi dice "film carino, vero?". Per Natalya i film si dividono in "bellissimi", "belli" e "carini", è una persona troppo buona per ferire i sentimenti di un film. Per me invece i film si dividono in "belli", "insignificanti" e "brutti", ma alla fine intendiamo la stessa cosa e quindi le rispondo "sì, carino". Ormai però ho capito che c'è qualcosa che mi sfugge e proprio mentre sto per chiederle se per caso stiamo aspettando qualcosa o qualcuno di cui non sono al corrente, vedo entrare in sala il gestore del cinema che accompagna cerimoniosamente un signore attempato. A quanto pare, dopo il film, era previsto il famoso dibattito col regista in sala. Gesù Cristo, penso.
Ora, per capire meglio la situazione: la sala era una piccola sala di un piccolo cinema di un piccolo paese di campagna, in inverno, con la nebbia che quasi vedevi entrare sotto le porte delle uscite di sicurezza e un vago odore di letame, e a vedere il film saremo stati in sette o otto, io e Natalya compresi, cioè, in sintesi, una situazione per cui la lingua italiana mette a disposizione una parola ben precisa: "squallida". Ah, c'era anche un altoparlante che, appena finito il film, si era messo a fare un rumore intermittente che potremmo onomatopeicamente descrivere così: bzzz... bzzz... ecco, in questa situazione viene presentato il regista e sceneggiatore Peter Del Monte, autore di questo e quest'altro film mai sentiti, vincitore di non so più quale oggetto d'oro e/o d'argento, dopo di che gli viene passato il microfono ed ecco finalmente le prime parole pronunciate da Peter Del Monte nella mia vita: "non ditemi che avete guardato il film con questo rumore".
Proprio così, non "buona sera e grazie per essere qui" o "spero che il mio film sia stato di vostro gradimento", no, "non ditemi che avete guardato il film con questo rumore".
Silenzio.
Magari ha il terrore di parlare in pubblico, penso. Noi persone terrorizzate dal parlare in pubblico siamo spesso laconiche e sbrigative e possiamo dare l'impressione di essere degli stronzi altezzosi. Nessuno dice niente, neanche il gestore del cinema, che si limita a chiedere "Ci sono domande?".
Silenzio.
"Nessuna?".
Silenzio.
"Domande, commenti... qualsiasi cosa?"
Silenzio.
Bzzz... bzzz...
Silenzio.
Il gestore è chiaramente in imbarazzo, non sa più che dire, mentre Peter Del Monte se ne rimane lì immobile, pietrificato col suo microfono in mano e, com'era prevedibile, inizia a farmi pena. Proprio così, perché non importa se una persona mi è antipatica o simpatica, se la vedo in difficoltà non riesco a impedirmi di provare pena. Penso a questo povero regista misconosciuto e un po' avanti con gli anni che è venuto fin qui da chissà dove, forse addirittura da Roma, con la sua giacca buona, i capelli lavati, pieno di speranze e aspettative, e invece di trovarsi in una bella sala con un pubblico entusiasta, si ritrova in uno piccolo cinema di cosiddetto essai, in un oscuro paesino in mezzo alla nebbia e al letame, davanti a sette o otto persone che non vedono l'ora di avere il via libera per andare a bere una birretta con Natalya.
Il gestore guarda l'orologio.
Silenzio.
Decido di immolarmi. Non importa se parlare in pubblico è come avere un topo in camera da letto, io non ce la faccio a vedere Peter in quello stato di imbarazzo, così decido di chiedere il microfono e fare una domanda. Una domanda a caso, la prima che mi viene in mente, giusto per rompere il ghiaccio e fargli capire che non tutti siamo qui per andare a bere una birretta con Natalya, c'è qualcuno che è venuto qui per te, Peter, per te e il tuo bellissimo film.
"Come mai questa questa scelta dei flashback?".
Ok, è una domanda del cazzo, ma segnala un interesse, no? Un interesse finto, certo, ma lui che ne sa? E poi in ogni caso gli dà modo di dire qualcosa, magari diffondersi in teorie cinematografiche, che ne so, svelare dei particolari sulla realizzazione del film eccetera, sai quante cose si possono dire partendo da un piccolo particolare insignificante?
"In che senso?", mi risponde lui.
Silenzio (e questo silenzio mi sembra durare molto di più di quelli precedenti).
"Eh, beh... cioè...", e adesso cosa cazzo dico?, "non so, magari per introdurre quei ricordi potevano esserci altre soluzioni? Cioè, chiedo...".
"No".
Così, secco: "no",  senza aggiungere nient'altro. Un "no" che riechegga nella sala: no... no... no... bzzz... no... 
Natalya non mi guarda, ma noto che ha lo stesso colore delle poltrone del cinema. Non c'è modo di girarci intorno, ho fatto una figura di merda e questa non è l'unica cosa che capisco, capisco anche che il precedente silenzio di Peter Del Monte non era timidezza, ma fastidio, era infastidito per la situazione evidentemente non all'altezza della sua autostima in cui si trovava e stava sfidando il pubblico, era una cosa tipo "se voi non parlate, non parlo nemmeno io, brutti bifolchi che avete osato deturpare la mia opera col vostro sguardo di campagna".
Un obiettivo però la mia domanda lo raggiunge: rompere il ghiaccio. Infatti dopo di me c'è un altro tizio che chiede la parola, anche se in realtà, quando gli portano il microfono, non fa nessuna domanda vera e propria, ma inizia un lungo panegirico sul regista e sceneggiatore Peter Del Monte, prodigandosi in lodi e elogi per almeno cinque minuti (e così alla fine qualcuno era davvero venuto apposta per Peter Del Monte). "Se io sono stato trattato così malamente per una domanda insignificante" penso, "come verrà trattato questo qua che gli sta leccando il culo senza vergogna in modo così spudorato?". All'epoca ero molto ingenuo. Quando il tizio finisce, Peter Del Monte gli risponde (testuali parole, non mi invento niente): "lei è il mio spettatore ideale".
Spettatore ideale? Un leccaculo prolisso che ha parlato per cinque minuti, forse di più, senza dire niente e senza dare nessuno spunto per una qualsiasi risposta più articolata di un semplice "grazie"? 
Eppure dice proprio così "lei è il mio spettatore ideale", dopo di che Peter Del Monte si mette a parlare del suo film per un'ora e mezza filata, con naturalezza, tutto contento, senza più bisogno di altre domande o imbeccate. Addio birretta.
"Come ti è sembrata la mia performance con Peter Del Monte?", chiedo a Natalya mentre la riaccompagno a casa.
"Carina". 

LA TENDA