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TRENO PER DA NANG

In realtà questo post non parla del treno per Da Nang, su cui non è successo niente di particolarmente agghiacciante, ma del treno da Da Nang, solo che “Treno da Da Nang” non si può proprio sentire, e poi il titolo “Treno per Da Nang” mi piace di più perché assomiglia a “Treno per Busan”, un film horror coreano molto bello.

Precisazione: “molto bello” se ti piacciono i film di pura azione dove più o meno la solita storia vista miliardi di volte (gente che scappa dagli zombi) viene riproposta in un modo diverso. “Diverso” non dal punto di vista narrativo (cosa vuoi mai narrare, è un film di zombi), ma da un punto di vista interpretativo, diciamo così. Gli zombi di “Treno per Busan” si muovono in massa come un unico essere amorale privo di coscienza, dotato del massimo della forza e del minimo dell’intelligenza, in pratica sono una rappresentazione cinematografica della Volontà schopenhaueriana, una volontà cieca e insoddisfacibile che non ha altro scopo se non quello di affermare se stessa. Vederla in azione sotto forma di zombi fa paura e ridere allo stesso tempo, un po’ come l’esistenza umana.
A me piace molto quando l’ovvio viene riproposto sotto una luce diversa che riesce a farlo apparire nuovo. Mi sembra una bella sfida creativa, molto più interessante che inventarsi una cosa mai vista completamente da zero. Tutti sono capaci di inventarsi una cosa mai vista, che ci vuole? I musei di arte contemporanea sono pieni di cose mai viste che si assomigliano tutte. Reinterpretare il già visto facendolo apparire nuovo è molto più difficile e quando la cosa riesce io provo una piacevole soddisfazione intellettuale, più una specie di stupore di secondo grado, cioè mi stupisco di starmi stupendo di una cosa di cui non dovrei stupirmi. Non so se ho reso l’idea.
È un po’ quello che succede con certi compositori musicalmente molto parsimoniosi come Bach o Beethoven, che spesso sfruttano un motivo di poche note per costruirci sopra un’intera architettura musicale, riuscendo a riproporlo più e più volte variamente armonizzato e/o combinato e/o modificato come se fosse sempre nuovo e tu non capisci come questo sia possibile, come si possa tirare fuori così tanto da così poco. O almeno io non lo capisco.

Comunque Da Nang è in Vietnam.
Ci sono andato l’estate scorsa con Maria Paola, Maurizio e Sir Maximilian III, una frazione non trascurabile dei miei amici, circa il 16,7%.
Parentesi: prima o poi mi piacerebbe fare un post su ognuno dei miei amici e raccontare quanto siano eccezionali rispetto al resto del genere umano (eccezionali come persone, non nel senso che hanno tre narici). Siccome da giovane frequentavo solo il ristretto gruppo dei miei amici, o al massimo amici di amici, davo per scontato che questo fosse lo standard umano, cioè pensavo che gli esseri umani fossero intelligenti, generosi, sinceri e con tante cose interessanti da dire. Poi con gli anni, come tutti, sono necessariamente entrato in contatto con tante persone a caso e le persone a caso, intendo quelle proprio completamente a caso che non c’entrano niente con me e con cui mai sarei entrato in contatto se non fosse che, per dire, ogni tanto devo uscire di casa, queste persone a caso, dicevo, sono generalmente ottuse, meschine, false e parlano solo di stronzate. All’inizio pensavo che queste persone a caso fossero un’eccezione e che i miei amici fossero comunque la regola e che io fossi solo un po’ sfortunato nei miei incontri casuali con la gente casuale, poi sono arrivati i social network.
Chiusa parentesi.

Maria Paola, Maurizio e Sir Maximilian III sono il gruppo con cui faccio i viaggi a lunga gittata, dove con “lunga gittata” intendo qualsiasi distanza che richieda un volo in cui io possa guardare almeno cinque film. Ogni elemento del gruppo ha un ruolo ben preciso.
Sir Maximilian III si occupa della logistica (trasporti, hotel, ristoranti) e di comunicare con il mondo esterno. Ha un talento speciale nel trovare hotel che non sembrano hotel ma riproduzioni idealizzate del posto in cui ti trovi, tipo Westworld, dove tutti sono a tua disposizione ma con lo sguardo vagamente senza vita. A volte ti chiedi se anche lì puoi sparare alla gente.
Maurizio (detto “il Prof.”) è quello che individua i punti di interesse culturale e/o naturalistico, si documenta in modo approfondito e poi riassume i risultati delle sue ricerche al resto del gruppo, sempre con leggerezza e ironia. Chi si allontana senza giustificazione durante le sue spiegazioni viene pesantemente redarguito. Si occupa inoltre di comunicare con il mondo esterno.
Maria Paola si occupa di comunicare con il mondo esterno e di trovare soluzioni rapide in tutti quei casi in cui le cose non vanno secondo i piani: voli cancellati, musei chiusi, componenti del gruppo dispersi, creme solari dimenticate in hotel, repellenti per zanzare dimenticati in hotel, bottiglie d’acqua dimenticate in hotel eccetera, qualsiasi cosa tu ti dimentichi in hotel, Maria Paola ne avrà sempre una versione di emergenza con sé.
Il mio ruolo è quello di ricordare costantemente al gruppo tutte le malattie che si possono prendere nei paesi tropicali.

Il motivo che ha portato Sir Maximilian III a scegliere il treno come mezzo di trasporto, cioè un mezzo molto poco idealizzato e dove quasi niente è sotto controllo, è che quando si va in un posto così diverso da quello in cui si è abituati a vivere è importante entrare in contatto con la realtà quotidiana di quel posto e con le persone che ci vivono normalmente, altrimenti è difficile farsi un’idea completa se ci si limita agli hotel e alle attrazioni turistiche. No, scherzo, il motivo è che il treno era il mezzo più economico.
In pratica il Vietnam ha un’unica vecchia tratta ferroviaria di 1700 km che attraversa tutto il paese da Hanoi (vedi foto qui sotto) a Ho Chi Minh, che è la città che una volta si chiamava Saigon e che ancora oggi praticamente tutti in Vietnam chiamano Saigon tranne i cartelli stradali e, presumo, i parenti di Ho Chi Minh.


Siamo partiti da Da Nang alle 23:25 e arrivati a Dieu Tri alle 4:59 in perfetto orario. Ora, non è che io abbia una statistica molto alta di viaggi ferroviari vietnamiti, ne ho fatti solo tre, ma posso testimoniare che tutti si sono svolti nel pieno rispetto degli orari scritti sul sito delle ferrovie, cosa che a un italiano come me fa abbastanza impressione, almeno quanta ne fa trovare le strade senza cacche di cane o gli sconosciuti che non ti aggrediscono verbalmente (in Vietnam si verificano anche questi due bizzarri fenomeni). Giusto per confronto, nel 2022 ho preso finora quattro treni italiani:

Casa – Genitori: 40 minuti di ritardo
Genitori  – Casa: sciopero
Casa – Amici: 20 minuti di ritardo
Amici – Casa: 15 minuti di ritardo

Con questo non pretendo di sapere tutto sul Vietnam solo per esserci stato due settimane, sto solo riportando i fatti di cui sono stato testimone: tre treni in orario su tre, niente cacche di cane, sconosciuti non aggressivi e personale delle ferrovie molto efficiente, forse un po’ marziale, come dice Maurizio, ma davvero molto efficiente. Questa efficienza tornerà utile durante il nostro viaggio da Da Nang (se mai riuscirò a raccontarlo, viste tutte queste parentesi).

Personale efficiente, dicevo. Sui treni vietnamiti non sei mai abbandonato a te stesso: che tu sia autoctono o straniero, uomo o donna, eccetera o eccetera, appena arrivi in stazione il personale delle ferrovie ti viene subito incontro e ti guida in tutto il processo di imbarco e sbarco, senza nessun sorriso superfluo ma con infaticabile dedizione al proprio lavoro: ti mostra dove puoi comodamente aspettare il tuo treno, ti viene a chiamare quando arriva, ti accompagna alla tua carrozza, ti sistema il poggiatesta del sedile, addirittura ti sveglia quando arriva la tua fermata (per chi ha il coraggio di dormire su un treno vietnamita) e si immola per te nel caso in cui si verificasse una qualche situazione agghiacciante.
Non sto dicendo tutto questo per lodare il comunismo, come fanno i nostalgici del fascismo quando favoleggiano dei famosi treni in orario di Mussolini. Sto sempre riportando i fatti di cui sopra. Sì, perché a quanto pare il Vietnam è un paese comunista (non lo sapevo nemmeno io), o perlomeno (stiamo ai fatti) è una Repubblica governata da quarantasette anni (47) da un partito unico (1) che ama chiamarsi “Partito Comunista del Vietnam” (☭). A me neanche piace il comunismo. Così come non mi piacciono tutti i sistemi politici che antepongono un ideale di giustizia alla libertà individuale. Sotto questo aspetto il comunismo va nello stesso mazzo insieme al fascismo, al khomeinismo e a tutte le varie teocrazie che da sempre affliggono l’umanità, cambia l’ideale di giustizia cui questi sistemi tendono (a volte neanche tanto), ma il concetto di fondo è lo stesso: prima l’ideale, poi le persone. Capisco che nella testa dei promotori di questo ideale, il suo raggiungimento dovrebbe poi dischiudere all’umanità un mondo di giustizia, felicità e leccornie, ma ci sono un paio di problemi generali che mi piacerebbe esporre.
Il primo è che i cosiddetti ideali non sono degli enti assoluti, eterni e incorruttibili che galleggiano nell’iperspazio, ma sono prodotti umani. Un certo ideale di giustizia (così come di qualsiasi altra cosa: di bellezza, di vita, di caponata eccetera) può essere messo in discussione, rivisto, aggiornato o addirittura può succedere che per qualcuno possa rivelarsi una totale merda. Sì, perché quella che a me sembra una società perfetta, a te può sembrare tranquillamente un incubo. Da questo primo problema discende il secondo.
Anche assumendo per assurdo che un ideale di giustizia assoluto esista veramente, come credevano i filosofi di una volta, e che, una volta realizzato, garantisca veramente e in modo concreto la felicità universale a tutti, bisogna comunque capire che fare con le persone che (sbagliando) rimangono convinte che quell’ideale sia una totale merda. Perché è inevitabile che queste persone esistano e non siano convincibili del contrario di fronte a nessuna evidenza. Anche se chiedi “ti piace la pizza?” non avrai il 100% dei “sì”, figurati se chiedi “ti piace il comunismo?”. Che fare allora con queste persone? Chiamiamole pure “dissidenti”. Se questi dissidenti sono imbelli come il sottoscritto, si possono anche ignorare: peggio per loro. Ma se sono più coraggiosi e propositivi possono diventare una minaccia per la realizzazione dell’ideale di cui sopra e dunque vanno messi in qualche modo a tacere. Da un certo punto di vista è comprensibile: di fronte alla prospettiva di uno Stato in cui finalmente si realizzi il Bene universale, che sarà mai il sacrificio di qualche cretino che si ostina a non capire? E qui arriva il terzo problema (avevo detto due? Sono tre).
Come la Storia ci ha già mostrato con tantissimi esempi (grazie Storia!), chi è convinto di essere dalla parte del Bene con la “b” maiuscola, non si fa molti problemi a fare del male con la “m” minuscola a chi dissente. Per questo (anche per questo, va’, perché non è l’unico motivo) tutti gli Stati etici tendono a degenerare in Stati criminali.
A questo proposito voglio citare questa battuta di “The Life and Death of Colonel Blimp”, un film molto bello (molto più bello di “Treno per Busan”) che Powell e Pressburger hanno fatto nel 1943, quando ancora non si sapeva fino a che punto fossero criminali i nazisti:

We read in the newspapers that the after-war years were bad everywhere, that crime was increasing and that honest citizens were having a hard job to put the gangsters in jail. Well, in Germany the gangsters finally succeeded in putting the honest citizens in jail.

Gli Stati etici fanno sempre così: partono con l’idea del Bene universale e finiscono con un Governo di criminali che perseguita i suoi cittadini.
Che io sappia (ma potrei sbagliare, per favore non si annoveri quello che sto per dire fra i fatti che ho enumerato poco fa: 47, 1 e ☭) il Vietnam non è mai neanche lontanamente arrivato agli eccessi di Hitler o Pol Pot, ma si è limitato all’ordinaria amministrazione: censura, un po’ di violenza contro le minoranze, incarcerazione dei dissidenti eccetera, insomma il piano base di ogni dispotismo. 

Appena saliamo sul nostro treno dobbiamo purtroppo constatare che efficienza del personale e puntualità sono gli unici lati positivi dei treni vietnamiti. Il vagone con i nostri posti è talmente affollato e messo male che in confronto i regionali italiani degli anni Novanta sembravano la business class di Emirates. Per documentare la cosa abbiamo fatto anche una foto (cioè Maurizio l’ha fatta, io non ho il coraggio di fare foto contenenti persone a distanza ravvicinata), ma non rende l’idea.


Quello che nella foto non si vede è che vicino a me c’è un secchio dei rifiuti che trabocca, che su tutto il pavimento sono cosparsi i resti alimentari lasciati dai passeggieri saliti e scesi fra Hanoi e Da Nang (780 km), che il sedile di fronte al mio è completamente sfasciato per cui avrò la testa di Sir Maximilian III sulle mie costole per quasi tutto il viaggio (meglio la sua testa che quella di uno sconosciuto, sia chiaro), che l’unico wc del vagone è intasato e pieno fino all’orlo di una sostanza che puoi facilmente immaginare e che immediatamente dietro il mio sedile c’è uno scatarratoio. Proprio così.

Per qualche motivo gli uomini hanno questa usanza di scatarrare. Non le donne, solo gli uomini. E non solo gli uomini con la bronchite, la tosse o almeno un po’ di raffreddore, ma tutti gli uomini, anche quelli che apparentemente respirano senza problemi. Un po’ come fanno i calciatori che sputano in continuazione, anche se per ovvie ragioni loro non hanno a portata di mano uno scatarratoio e devono quindi espellere il loro bolo mucoso sull’erba, la stessa erba su cui poi si rotoleranno spensierati quando esultano per un gol (ognuno ha le sue perversioni). Così, per tutta la durata del viaggio, gli uomini del nostro vagone si alzano a turno dal loro sedile e a uno a uno si posizionano dietro di me a scatarrare in una specie di lavandino: salgono in piedi su una piccola piattaforma rialzata proprio dietro di me, appoggiano le mani ai lati del lavandino dietro di me e per qualche minuto si dedicano meticolosamente all’espettoramento di tutto ciò che riescono a far risalire dai loro bronchi dietro di me, tutto questo senza che tale attività sia nascosta alla vista altrui da una porta o da un tramezzo, porta o tramezzo che comunque non riuscirebbero a nasconderla all’udito, visto che, come si può immaginare, tutta l’operazione è abbastanza rumorosa.
Maurizio, che si è documentato, mi dice che questa pratica è comune in tutto il sud-est asiatico, informazione che accolgo con interesse e un pizzico di stupore, ma che purtroppo non mi aiuta a ignorare il fatto che a pochi centimetri dalla mia nuca stanno scorrendo centilitri e centilitri di catarro.
Ma la cosa agghiacciante del viaggio non è questa.

Viaggiare in queste condizioni sarebbe difficile anche in un viaggio breve e diurno, figuriamoci in un viaggio notturno di cinque ore e mezza (cinque ore e trentaquattro minuti, per la precisione).
Il primo problema che si presenta è quello di sistemare i bagagli nelle apposite cappelliere (si chiamano così?), visto che lo spazio è quasi tutto esaurito. Di appoggiare il mio zaino per terra non se ne parla nemmeno, non lo appoggio per terra nemmeno quando vado dai miei genitori che hanno il pavimento pulito (più o meno), figuriamoci se lo appoggio su un pavimento che ha raccolto i resti di circa 15 ore di pasti, e su questi treni la gente non mangia solo snack e patatine, ma succose cosce di pollo e scodelle di brodo, il tutto in balia di selvagge forze inerziali che proiettano briciole e schizzi in modo isotropo su tutto l’angolo solido. Quindi le possibilità sono due: o appoggio lo zaino per terra e poi, arrivato a destinazione, mi compro uno zaino nuovo e questo lo faccio incenerire, oppure sposto da un’altra parte quella pila di coperte che sta sulla cappelliera proprio sopra i nostri sedili e al loro posto ci metto il mio zaino. L’idea di infilare le mani in una pila di coperte sconosciute su un treno dove l’igiene non sembra essere la priorità numero uno non è che mi piaccia molto, però mi dico: la sporcizia che vedo in giro è stata prodotta dai passeggeri, non dal personale ferroviario che invece è molto efficiente (vedi sopra), quindi probabilmente si tratterà di coperte pulite, perlomeno l’aspetto è quello di coperte pulite, stirate e piegate, e poi cosa vuoi mai che ci sia nascosto fra le coperte di un vecchio treno in un paese tropicale? Così mi faccio coraggio, infilo le mani fra le suddette coperte e le sposto da un’altra parte. Erano effettivamente coperte pulite. Bene.
«Secondo te devo fargli il saluto con il pugno chiuso?», chiedo a Maria Paola mentre il capotreno mi sta gentilmente sistemando il poggiatesta.
«No», mi risponde Maria Paola.
Incredibile che un capotreno così gentile e premuroso sia il rappresentante di uno Stato che perseguita la minoranza Cham, penso. In fondo poteva andare peggio (sono sempre io che penso), è un treno orribile, ok, ma dopotutto ho il mio sedile personale con un bel poggiatesta appena sistemato, sono circondato dalla presenza protettiva dei miei amici, il mio zaino è al sicuro sulla cappelliera e grazie a dio non devo andare in bagno, cos’altro potrei desiderare? Tutto quello che devo fare è chiudere gli occhi e dormire un po’, tra cinque ore sarà tutto finito. 

Mentre il treno procede lento e sobbalzoso attraverso (suppongo) le campagne (dico “suppongo” perché è notte e fuori non si vede niente), Sir Maximilian III si sta piano piano addormentando (sulle mie costole), Maurizio sta cercando di prendere sonno leggendo la biografia di Ho Chi Minh e Maria Paola è già chiaramente in fase REM. Ho sempre invidiato la facilità con cui Maria Paola riesce ad addormentarsi in qualsiasi situazione. È davvero un grande potere, peccato non possa usarlo anche sugli altri altrimenti sarebbe una Avenger. Io per addormentarmi quando non sono a mio agio, vuoi perché ho dei pensieri che mi tengono sveglio, vuoi perché dietro di me c’è un tizio che si sta svuotando i polmoni in un lavandino, devo ricorrere a dei trucchi mentali. In pratica quello che faccio è raccontarmi una storia, tipo che la Terra è stata invasa da una razza aliena potentissima che promette di sterminare l’intera umanità a meno che questa non riesca a costruire un mecha gigantesco in grado di sconfiggere il più potente dei mecha alieni in un duello che di solito si tiene su Titano (ma non è detto). L’umanità ha tre anni di tempo per costruire il suo mecha, ma sfortunatamente, a causa di alcune specifiche tecniche che ora sarebbe troppo complicato spiegare, l’unica persona su tutto il pianeta che abbia le caratteristiche adatte per provare a pilotarlo sono proprio io, uno degli esseri umani meno coraggiosi in circolazione, per non dire di peggio.
Questo metodo funziona quasi sempre e in genere mi addormento quando ancora sto cercando di capire come funziona il quadro comandi. In questo caso specifico, però, non riesco proprio neanche a salire a bordo, perché mentre sto ancora decidendo in quale posizione sono meno scomodo, con la coda dell’occhio, da dietro il poggiatesta di Maria Paola, vedo salire un ragno enorme.

Scatto in piedi facendo ribaltare Sir Maximilian III.
«ALZATI E VIENI VIA!», dico a Maria Paola.
«Cosa c’è? Cos’è successo?», mi risponde Maria Paola.
«TU VIENI VIA E POI TI DICO!».
Maria Paola si alza e mi raggiunge nel corridoio, e lo stesso fanno Sir Maximillian III e Maurizio. Penso che il mio tono di voce col caps lock fosse sufficientemente eloquente senza bisogno di aggiungere tante parole.
«Cosa c’è!?», mi chiedono.
«C’è un ragno enorme!» dico, e per rafforzare il senso della mia affermazione lo indico.
Essendo il ragno completamente nero ed essendo notte, in quel preciso momento non lo si può vedere chiaramente, si vede solo che sul finestrino c’è qualcosa che sporge, come un sacchetto, ma appena il treno passa davanti a una zona illuminata la sagoma del ragno appare in tutta la sua enormità.
Qui di seguito riporto le esclamazioni rispettivamente di Maurizio, Sir Maximilian III e Maria Paola alla vista del ragno retroilluminato:
«Oh mio dio!».
«Oh madonna!».
«Santo cielo!».
E si noti che siamo tutti atei.

Enorme quanto? Allora, io ricordo che era grande più o meno come una mano, ma per onestà devo riportare anche l’opinione discordante di Sir Maximilian III che è una persona molto ottimista e che tende sempre a minimizzare i problemi per non rovinarsi le vacanze e, più in generale, la vita: secondo lui era grande come il palmo di una mano. Quali che fossero le reali dimensioni, rimane il fatto che ragni più grandi di quello io li ho visti solo nei film horror. Ma poi, a parte le dimensioni, a parte il colore nero come la morte, a parte l’addome gonfio di non voglio sapere cosa, quello che più di tutto mi ha terrorizzato è il modo in cui è salito da dietro il sedile: veloce, viscido, con movenze chiaramente non umane. 

Così rimaniamo in piedi senza avere più il coraggio di tornare ai nostri posti, con quella creatura sempre ferma nello stesso posto che appare e scompare a intermittenza con la luce che entra dal finestrino. Io ormai mi sono rassegnato a passare il resto del viaggio vicino allo scatarratoio, a questo punto il male minore.
Va detto che, oltre al ribrezzo, c’è anche un motivo razionale per avere tutta questa paura: nessuno di noi ha idea di quali ragni ci siano in Vietnam e se siano pericolosi (su questo Maurizio non si è documentato) e quindi, nel dubbio, meglio lo scatarratoio. Ma è proprio quando ogni speranza sembra ormai perduta che ci viene in aiuto la straordinaria efficienza del personale ferroviario, personale che nel caso specifico prende le sembianze del capotreno (i.e. la persona che si può intravedere nella foto che ho pubblicato più sopra dietro la finestrella della porta in fondo al vagone 💕).


Vedendoci in piedi tutti agitati, ci si avvicina per capire qual è il problema.

Per il finale della storia mi affido al racconto di Maria Paola che, a differenza mia, ha avuto il coraggio di guardare tutta l’operazione limitandosi solo a urlare di tanto in tanto. Dunque succede questo: il capotreno avvicina la mano al ragno con cautela ma con l’aria di chi sa quello che sta facendo, si ferma a pochi centimetri dal ragno senza ancora entrare in contatto, ruota la mano un po’ di qua e un po’ di là come per capire quale sia la posizione migliore per afferrarlo, poi di colpo lo afferra nella parte che unisce l’addome alla testa/torace (Maria Paola urla) e lo stacca dal finestrino come fosse una ventosa (Maria Paola urla di nuovo, menzionando alcune divinità). Dopo di che vedo il capotreno che si allontana da noi sorridendo (evento raro) mentre tiene delicatamente il ragno con entrambe le mani, come fosse un pulicino (un pulcino nero con otto zampe che si vedono fuoriuscire dalle sue mani).

Ultima parentesi e poi ho finito: faccio notare che la Maria Paola che urlava assistendo alla rimozione del ragno è la stessa Maria Paola che qualche anno fa, durante un laboratorio in un museo di zoologia, ha preso in mano senza problemi una tarantola (vedi fotogramma qua sotto) e l’ha descritta con i seguenti aggettivi: “pelosetta”, “felpatina”.


La mente umana a volte sa essere veramente assurda e la mente di Maria Paola non fa certo eccezione.

Non so che fine abbia fatto il nostro ragno vietnamita, se sia stato ucciso, buttato giù dal treno, preservato per una grigliata (nella vicina Cambogia i ragni enormi sono considerati una prelibata leccornia (benché non da tutti)) o semplicemente spostato in un altro vagone senza turisti ragnofobi, l’unica cosa certa è che non l’abbiamo più incontrato.
Quando pochi minuti dopo rivedo passare il capotreno (che poi non lo so nemmeno se fosse davvero il capotreno, ma per me potrebbe tranquillamente essere il Presidente del Vietnam) cerco di fargli un cenno di riconoscenza, ma lui mi guarda come se mi vedesse per la prima volta. Che professionalità!
«Ti prego non fargli il saluto col pugno», mi dice Maria Paola.
«Ok», le rispondo.

Arrivati a Dieu Tri, saliamo sul furgoncino che ci porta a destinazione: una zona rurale nei pressi di Quy Nhon dove ci aspetta la nostra casetta di legno in mezzo alla foresta tropicale.


Quello che in questa foto non si vede è che fra la porta esterna e il pavimento c’è una fessura di circa un centimetro.

LE CAMPANE DI CASTELNUOVO RANGONE

Nei tempi antichi, quando l'aria era pulita, i cibi sani e gli animali d'allevamento più istruiti dei loro padroni, nessuno portava orologi (sarebbe stato scomodo spalare letame con un Rolex). A quel tempo c’erano le campane: un rintocco grave per l'ora, uno acuto per la mezz'ora o, se proprio si voleva essere precisi, il quarto d'ora. A Castelnuovo Rangone le campane suonavano ogni minuto, tanti colpi quante erano le ore e i minuti, con grande soddisfazione di tutta la comunità, gente molto pignola, gente che lavorava, soprattutto i bambini.
Alle sei di mattina o anche prima, a seconda della stagione (perché allora le stagioni c'erano eccome), si cominciava il duro lavoro nei campi. In realtà molti erano già svegli da un pezzo, soprattutto quelli che abitavano nei pressi della chiesa, gente puntuale, che lavorava sodo, sotto il sole o con la pioggia, con la neve o la grandine a sassate, sempre tutti a torso nudo, con indifferenza, tutti quanti, uomini e donne, vecchi e bambini, tutti nudi a lavorare la terra. Quando la campana batteva le dodici, le donne anziane servivano il pranzo e tutti, ma proprio tutti, dovevano farsi trovare pronti a tavola con il cucchiaio in mano e il tovagliolo al collo, tutti pronti allo scoccare delle dodici. Ma il più delle volte la gente si confondeva, il numero di rintocchi cresceva a dismisura con l’avvicinarsi di mezzogiorno ed era facile perdere il conto, soprattutto se non si sapeva contare. Così alla fine ognuno andava a mangiare quando gli pareva. Il pasto era molto frugale: un po' di polenta scotta e del brodo bruciato.
Dopo pranzo, all'una, si riprendeva il lavoro e si andava avanti finché c'era luce, che era un riferimento cronologico più sicuro. Solo il sabato ci si fermava un po' prima per l'aperitivo: latte crudo col gin e qualche uovo possibilmente non fecondato. Era gente precisa, la gente di Castelnuovo Rangone.
La domenica, ieri come oggi giorno di giubilo e di preghiera, la campana richiamava i fedeli quindici minuti prima dell'inizio delle funzioni: gli uomini da un lato, sbarbati, con le unghie pulite e il cappello della festa in mano, le donne dall’altro, profumate e pettinate, con una o due carriole di bambini, sfilavano in bell'ordine sul sagrato della chiesa. Questo in teoria, perché in pratica c'era una funzione unica che durava tutto il giorno, dall'alba alla sera, e tutti entravano e uscivano a caso, quando capitava, con i tappi nelle orecchie.
Com'erano belli e puri quei tempi, tutti si volevano bene e si aiutavano, figli e genitori si amavano, anche fisicamente, le cacche di gallina erano una prelibata leccornia e chi si lavava più di una volta all'anno veniva visto con sospetto. Forse è proprio questo che ci vogliono ricordare le grandi campane di Castelnuovo Rangone, campane potenti, piene di storia, che ancora oggi, come ai vecchi tempi, suonano tutti i cazzo di minuti.

(Foto di Nacchio Brothers)

IL LATO POSITIVO

Ma guardiamo il lato positivo. Ok, i postfascisti hanno stravinto le elezioni, è sicuramente un momento triste per tutte le persone che soffrono quando vedono gli scemi che prendono il sopravvento (anche se è un po’ strano che queste persone non si siano ancora abituate), ma ehi, persone che soffrite, non lasciatevi andare allo sconforto così facilmente: esistono dei lati positivi che forse non avete preso in considerazione. Proprio così: “lati positivi”, plurale, non “lato positivo” come ingannevolmente dice il titolo di questo post (mai fidarsi di quello che si legge su internet).

Prima di passare in rassegna i suddetti lati positivi, rispondo subito a una possibile obiezione che già sento aleggiare: “Quando vincono quelli che ti piacciono è democrazia, quando vincono quelli che non ti piacciono hanno vinto gli scemi!”.

Allora, prima di tutto precisiamo che è democrazia chiunque vinca le elezioni, scemo o non scemo. Poi bisogna vedere se questa democrazia rimarrà anche dopo.
Seconda cosa: non è che proprio ci siano “quelli che mi piacciono”, come dice l’obiezione immaginaria che mi è stata mossa, nel senso che io non sono innamorato di un partito in particolare, ma giudico le singole persone. In fatto di politica ho pretese davvero molto basse, mi va bene una qualunque persona razionale, aperta al dialogo, che parli solo di quello che sa e che non prometta azioni punitive contro intere categorie per far contento il popolino. Mi sembrano veramente dei requisiti minimi, eppure nel panorama politico italiano sembrano il curriculum di un supereroe.
Infine (terza e ultima precisazione), io non disprezzo il fascismo perché sono di sinistra (non so nemmeno fino a che punto io sia “di sinistra”), io disprezzo il fascismo perché disprezzo gli scemi.
Precisazione alla terza precisazione: volendo mettere i cosiddetti puntini sulle “i”, io non disprezzo gli scemi in sé, ma le idee sceme. Il mio disprezzo per gli scemi è solo una conseguenza del mio disprezzo per le loro idee. Se uno scemo cambiasse idea (non succede quasi mai), io non lo disprezzerei più, anzi lo stimerei, perché rendersi conto di essere stati degli scemi è un segno di grande intelligenza.
E le idee sceme non sono le idee con cui non sono d’accordo (sì, ok, è un’altra precisazione). Per esempio io non sono d’accordo con chi ritiene che si debba aumentare la tassazione dei patrimoni, ma non per questo penso che sia uno scemo. Mentre disprezzo chi parla di “famiglia naturale” o “lobby gay” o “metalli pesanti nei vaccini”, perché sta parlando di cazzate che esistono solo nella sua testa.
Le idee sceme sono tutte quelle idee che non hanno altro fondamento se non il sentito dire, il sospetto, la paura, e sono idee che uno ci tiene a mantenere non perché siano convincenti, ma perché soddisfano un qualche suo bisogno irrazionale: per esempio il bisogno di sentirsi legittimati a odiare una certa categoria di persone o il bisogno di vendicarsi contro tutti quei maledetti professoroni che lo hanno bocciato al liceo eccetera.

Dunque, precisato tutto il precisabile, quali sarebbero i famosi lati positivi di questo grande sopravvento degli scemi?
Allora, il primo grande lato positivo è che l’Italia avrà un Governo che rappresenterà in modo molto più preciso e aderente i suoi cittadini. Popolo di merda, Governo di merda. Suona bene, vero?
Non ha senso che una popolazione che non ha ancora capito come funzionano le strisce pedonali abbia come Presidente del Consiglio uno come Mario Draghi. Che cazzo c’entra Draghi con l’Italia? Ha persino il senso dell’umorismo.
Avevo già espresso questo concetto in un post di qualche anno fa in cui mi auguravo che Berlusconi vincesse le elezioni, quindi non ha senso che ora io mi sforzi di riscriverlo con parole diverse. Copio e incollo (sostituisco solo la parola “Berlusconi” con “postfascisti”):

Il cardiologo mi ha detto che, se non faccio almeno tre chilometri al giorno, al prossimo infarto potrei restarci secco (il prossimo infarto sarebbe anche il primo). Quindi ho bisogno di camminare e quando cammino ho bisogno di essere sereno e rilassato, e se c’è una cosa che mi turba davvero tanto sono le coppie male assortite. Non perché l’infelicità degli sconosciuti mi rattristi, ma per una semplice questione di ordine. A me piace che le cose, tutte le cose, siano al loro posto. Mi piace il sapone nella sua vaschetta, la verdura nel cassetto in basso del frigo, i libri in ordine alfabetico per autore, il pinot nero a sedici gradi e soprattutto mi piacciono le coppie ben assortite. Ora, mi sembra evidente che i postfascisti e la società italiana siano fatti gli uni per l’altra: stessi libri preferiti (nessuno), stesse passioni (lamentarsi), stessi interessi (se stessi), stessa faccia (di merda). I postfascisti e l’Italia sono indiscutibilmente una coppia perfetta e io voglio che stiano insieme per sempre.

Il secondo lato positivo è che ci siamo tolti dalle palle Di Maio.

DUE PAROLE SUGLI ANTIABORTISTI

Alla mia età dovrei ormai avere raggiunto l'insbalordibilità di fronte a tutti i comportamenti umani, un po' come chi guarda lo stesso film per la centesima volta, e invece.
Per esempio gli antiabortisti.

Quello che mi sbalordisce degli antiabortisti non è tanto l'irrazionalità, chi non è irrazionale? L'irrazionalità è una facoltà fondamentale dell'essere umano e secondo me, ma anche un po' secondo Alan Turing, l'intelligenza umana non è concepibile senza l'irrazionalità. Quello che mi stupisce, credo, è vedere delle persone che mettono la loro razionalità al servizio dell'irrazionalità. Secondo me, e anche un po' secondo Platone, dovrebbe essere la razionalità a guidare l'irrazionalità, non viceversa.
Per spiegare questo concetto ho fatto un disegnino.


Ma non è solo questo che mi sbalordisce.
Gli antiabortisti sono antiabortisti perché, dicono, i prodotti del concepimento umano che si trovano ancora all'interno della madre sono in tutto e per tutto persone, cioè non sono semplicemente vivi, come sono vivi anche i globuli rossi o i batteri dell'intestino, ma sono proprio persone come me e te.
Piccolo inciso: qui non userò mai la famosa parola di quattro lettere che inizia con "f" (non quella, l'altra), perché la trovo orribile. Al suo posto userò la parola "gamberetto" che mi sembra molto più carina.

Dicevamo: gli antiabortisti pensano, o almeno dicono di pensare, che i gamberetti siano persone e questa è una cosa che non smette mai di sbalordirmi. Come ho già detto da qualche parte su questo blog: pensare che un gamberetto sia una persona solo perché un giorno la diventerà è come pensare che una persona sia un cadavere solo perché un giorno lo diventerà. Gamberetto, persona e cadavere sono tre cose diverse con comportamenti diversi e non credo ci sia bisogno di avere studiato Husserl per rendersene conto (io per esempio non l'ho studiato).

Faccio davvero molta fatica a credere che un antiabortista non riesca a fare questo banale passaggio logico, ma supponiamo che davvero non riesca a farlo o che, per qualche motivo metafisico, non possa farlo, supponiamo cioè che gli antiabortisti siano, diciamo così, "in buona fede".

Perfetto. Questo attenuerebbe un bel po' il loro potenziale sbalordente.
Allora proviamo a immedesimarci in un antiabortista (sì, lo so...) e costringiamoci a pensare che i gamberetti siano davvero persone. Se ci riusciamo allora diventerà comprensibile l'esultanza antiabortistica ogni volta che viene impedita l'eliminazione di un gamberetto, perché è come se venisse impedita l'eliminazione, che so, di un bambino di dieci anni. Per quanto i bambini di dieci anni possano essere rumorosi e maleducati, io non vorrei mai vivere in un posto dove fosse possibile eliminarli fisicamente, o almeno non lo direi in pubblico. 

Dunque, da questo punto di vista, l'antiabortista non sarebbe altro che una persona illogica ma incredibilmente buona e rispettosa della vita di tutte le persone del mondo, così rispettosa da essere persino disposta a fare del male agli altri pur di salvare la vita di un gamberetto. Suona strano definire "buona" una persona pronta a fare del male agli altri, vero? Eppure questo non è per niente sbalordente: tu non faresti del male a qualcuno che volesse eliminare un bambino di dieci anni?

Purtroppo però c'è una cosa che non torna in questa descrizione degli antiabortisti: se sono davvero così rispettosi di tutte le persone del mondo, perché non applicano questo rispetto anche alla vita delle persone che vivono fuori dagli uteri? Guarda gli Stati Uniti, per esempio: perché gli antiabortisti sono più o meno le stesse persone che sono favorevoli alla pena di morte e alla vendita di fucili semiautomatici agli schizofrenici? Come ha detto Bill Maher:

Welcome to right wing America, where if you want to end a young life you have to shoot them.

Quindi la mia teoria è questa: gli antiabortisti non sono persone illogiche ma buone, ma sono semplicemente persone che provano piacere nel dare dispiacere agli altri. Secondo me, ma anche un po' secondo Aristotele, chi non è in grado di dare piacere a se stesso si consola cercando di dare dispiacere agli altri.

LE 10 CANZONI PIÙ BELLE DAI BEATLES FINO A OGGI

Siccome ho frequentato per un pezzo palestre e bar, mi sono fatto una certa cultura in fatto di canzoni, quindi ora vorrei usarla per fare la lista delle 10 canzoni più belle dai Beatles fino a oggi.

Prima di iniziare, una piccola premessa metodologica: cosa si intende con "bello"?
Allora, diciamo subito che se stessi facendo la lista dei 10 quartetti per archi più belli da Haydn fino a oggi, guarderei cose tipo, non so, l'originalità, l'essenzialità, l'equilibrio e quanto assomigliano al quartetto in do diesis minore op. 131 di Beethoven. Ma quando ascolto un quartetto non sono nella stessa configurazione esistenziale di quando ascolto una canzone. Quando ascolto una canzone sto di solito facendo altre cose (ubriacandomi, chiacchierando, ubriacandomi chiacchierando e così via), quando invece ascolto un quartetto sto facendo solo quello, come quando guardo un film o leggo un libro, cioè sono in configurazione "dedico la mia attenzione a una cosa che mi dà soddisfazione solo se le dedico tutta la mia attenzione”. Credo che nessuno si sieda sul divano in silenzio ad ascoltare una canzone senza fare nient'altro, giusto?

Cos'è allora una canzone "bella"?
Come dice Shiva Bakta, musicista e visionario compositore di canzoni in 6/4:

Gli ascoltatori non devono "capirne" di musica. La musica (pop, ovviamente) si dà per quello che è, deve creare effetti emotivi, non deve essere necessariamente "capita", va vissuta.

Quindi le canzoni che ho scelto sono "le più belle" in questo senso Baktiano, cioè nel senso che esprimono meglio di altre canzoni analoghe un certo tipo di stato emotivo.
Ovviamente ho dovuto fare delle scelte. Di canzoni bellissime ce ne sono molte più di 10, forse addirittura 15, ma alla fine sono abbastanza soddisfatto di questa playlist.

La selezione parte dal periodo dei Beatles perché è quello in cui più o meno c'è stata l'invenzione della musica pop come la intendiamo oggi. Se avessi preso in considerazione tutta la storia delle canzoni, avrebbe vinto a mani basse Franz Schubert. Ancora oggi il suo Winterreise (1827) è di gran lunga il miglior concept album mai realizzato.

Un'ultima cosa prima di iniziare: un po' mi spiace non avere scelto niente dei REM, ma alla fine ho deciso che sono troppo lagnosi. Canzoni perfette, per carità, ma melodie un po' troppo lagnose, con armonie lagnose arrangiate in modo lagnoso. Ma perfette.

Ok, iniziamo.

1.
Questa canzone usa il trucco dell'intervallo ascendente di sesta minore (e.g. "fi-re"), che è un po' come il doping nello sport, però qui si giudica solo il risultato, non il modo in cui lo si è ottenuto. Quando entro in un bar spero sempre che ci sia questa canzone, ammortizza un po' lo squallore di tutto quello che ho intorno, soprattutto se la accompagno con un paio di spritz.


2.
Sono stato molto indeciso se scegliere questa o My Sharona (1979) visto che per qualche motivo mi sembrano esprimere più o meno lo stesso stato emotivo, non so perché, forse è per via di tutte quelle ottave di sol. Alla fine ho scelto Girls and Boys perché in questa lista ci sono già altre due canzoni degli anni '70 e non vorrei dare l’impressione di essere troppo vecchio.


3.
Be my baby (1963)
Avevo letto un articolo di bbc.com che spiegava perché questa è probabilmente LA canzone pop perfetta. Non ricordo bene quali fossero le argomentazioni, ma mi pare che c'entrassero la sua semplicità, l'inizio con la batteria e quel caratteristico "oh-oh-oh-oh" che pare sia nato esercitandosi in bagno. Qualunque sia il motivo, è effettivamente una canzone perfetta.


4.
Lo so, molti appassionati di canzoni odiano i Queen e credo anche di sapere perché: spesso non si capisce se sono seri o se stanno scherzando. In realtà i Queen sono dei bravissimi musicisti e persone molto intelligenti (non per niente uno di loro ha un dottorato in astrofisica) e le loro canzoni hanno quello che non dovrebbe mai mancare nella musica pop per non rischiare di sembrare ridicola: l'ironia. In pratica sono l'antitesi dei Radiohead.


5.
Magari esistono canzoni più orecchiabili di questa, però gli AC/DC sono il gruppo che meglio di tutti rappresenta il cosiddetto hard rock, perché le loro canzoni sono essenziali (come i quartetti per archi), cioè non hanno fronzoli, melodie inutilmente arzigogolate o quegli effettacci che andavano tanto di moda in questo tipo di musica. Potremmo dire che gli AC/DC sono l'idea platonica dell'hard rock.


6.
Burn (2013)
Questa l'ho presa da un film orribile che mi è piaciuto tantissimo: The Killing of a Sacred Deer (2017). Non so perché succedano queste cose, è un po' come con le patatine al lime e pepe rosa: disgustose, ma non riesci a smettere di mangiarle. Forse anche questa canzone è un po' così.


7.
Ho fatto di tutto per non mettere questa canzone nella lista, troppo famosa. Per esempio avevo anche pensato di intitolare il post "Le 10 canzoni più belle dai Beatles fino a oggi esclusa I will survive perché è troppo famosa", ma poi non mi sembrava onesto. Se una canzone è bella, è bella, è inutile che ce lo nascondiamo.
L'unico accorgimento che ho preso è stato quello di scegliere questa cover (1996), che oltre ad avere un video molto divertente è anche utile per fare lo spelling del testo.


8.
Creep (1992)
Nonostante la mia antipatia per queste persone, ho dovuto mettere Creep in lista perché è senza dubbio la canzone più bella fra tutte le canzoni di questo tipo degli anni ’90. Spero che venga apprezzata la mia obiettività. So che non è molto amata dai fan del gruppo, i fan sono così, e pare che non piaccia molto nemmeno agli stessi Radiohead e si può capire perché: di tutte le loro canzoni è quella diventata di gran lunga la più famosa e purtroppo assomiglia tantissimo a questa roba qua (1972).


9.
Questa rappresenta perfettamente la musica pop anni '80, ma senza tutte le brutture degli anni '80: i riverberi tipo grotte di Frasassi, quel modo di cantare in stile "cane che abbaia", le tastierine ridicole eccetera. Gli anni ’80, dal punto di vista estetico, sono stati forse il decennio peggiore dopo quello della Rinascenza liutprandea (730-740)



10.
E per finire una canzone d'amore. Poteva mancare la canzone d’amore? Questa è di Ryan Adams, da non confondere con Bryan Adams, la versione lagnosa di Bon Jovi.


Bene, con questa abbiamo finito. Ci vediamo al prossimo post: i 10 migliori film da Monicelli fino ai giorni nostri.

































Ok, visto che sei ancora qui c’è una bonus track.

11. 
All of me (2013)
Questa è la canzone che avrei voluto mettere in rappresentanza delle canzoni d'amore, ma non ho avuto il coraggio. Come potevo dopo tutte le cose brutte che ho detto sulle canzoni lagnose? Perché questa canzone è effettivamente un po’ lagnosetta, non lo si può negare, ma io la trovo comunque bellissima perché esprime perfettamente lo stato emotivo "notti insonni passate all'aeroporto di Dubai con Maria Paola aspettando il volo per casa”.

L'ORIGINE DELL'INTRINSECA RIDICOLEZZA UMANA

La più grande tragedia dell’essere umano, diciamo pure la tragedia che costituisce l'essenza stessa della sua esistenza, è che più si sforza di essere serio più risulta ridicolo. Ciò è particolarmente evidente in quelle persone che pretendono di sottolineare la loro presunta serietà con appositi costumi (giacca e cravatta, uniforme e medaglie, tunica e aspersorio eccetera), quanto fanno ridere? Ma anche tralasciando questi casi estremi, quanto sono ridicole le persone che non scherzano mai? Mai, neanche una minima allusione autoironica a quanto sia ridicolo non scherzare mai. Quanto sono inesauribilmente fonte di crasse risate?
Tanto.
Perché?
Ottima domanda. La risposta breve è: non lo so.
Ora passiamo alla risposta lunga.
In passato ho sempre dato per scontato che la causa di tutta questa involontaria ridicolezza umana fosse la morte. Ovviamente non parlo della morte come evento, perché tutti gli animali muoiono, anche i criceti, eppure non sono per niente ridicoli.


Ciò che è ridicolo della morte non è il decesso, ma l'ostinazione con cui gli esseri umani vogliono cancellarla dalla loro vita. Lo si vede per esempio ogni volta che uno dice "scomparso" invece di "morto". Non è delicatezza, è il tentativo di manomettere la realtà con le parole, come quando si dice "ti amo" invece di "mi piacerebbe fecondarti". Oppure Dio: quanto fa ridere un povero mammifero consapevole di dover morire che chiede a un essere infinito di sua invenzione di farlo diventare immortale come lui? Non è ridicolo?
Lo è.
Non è spassoso ascoltare tutte queste persone che parlano con la massima serietà di infiniti e aldilà e poi corrono dal medico come tutti gli altri appena hanno il mal di pancia?
Spassosissimo.
Però (c'è un però) questa spiegazione della ridicolezza umana non mi ha mai convinto al 100%, ho sempre trovato che ci fosse qualcosa che non va. Come ho detto, la morte in sé non è ridicola, anzi è un evento molto triste, possiamo tranquillamente dire drammatico. L’idea che uno passi tutta la sua vita a vendere calzini, per dire, guardare partite di calcio e fare figli nella vana speranza di far sopravvivere un po' di se stesso dopo la morte, ispira compassione, non divertimento. Siamo d'accordo su questo, giusto? Pensandoci meglio, questa proiezione dell’essere umano verso l’infinito pur essendo consapevole di essere finito ha un che di eroico, non di ridicolo. O forse eroico e ridicolo allo stesso tempo, come Captain America, il supereroe col costume più ridicolo del mondo (non è una critica, è il suo bello).
Allora perché gli esseri umani sono così ridicoli quando cercano di essere seri, al punto che non c’è niente di più ridicolo al mondo di una persona che non dice mai niente di ridicolo?
Dopo lunga riflessione sono arrivato alla conclusione che la causa di tutto questo non sia la morte, ma la cacca. Lo so, mi dispiace, ma il fatto che il solo nominare la cacca tolga serietà a tutto quello che sto scrivendo è già una prova di quello che voglio dire.
Il fatto che ogni essere umano debba fare la cacca, e che anzi aspiri a fare quotidianamente la cacca altrimenti inizia a provare una sensazione di disagio che a lungo andare può rovinargli la giornata, è qualcosa che non si sposa bene con la serietà. La cacca, esattamente come la morte, è stata rimossa dalla normale conversazione fra esseri umani, anche se i motivi di questa rimozione sono diversi: la morte è stata rimossa perché toglie senso all'esistenza, la cacca perché la rende ridicola. È molto difficile prendere sul serio una persona che dà lezioni di morale alle folle se ce la immaginiamo seduta sul water. E a differenza della morte che viene veramente rimossa dalla consapevolezza umana, la cacca viene rimossa solo dalle conversazioni, ma tutti siamo sempre perfettamente consapevoli che la persona che abbiamo di fronte, chiunque sia, fa la cacca. Tutti, quando stringiamo la mano di qualcuno, sappiamo che quella mano ha pulito il sedere del proprietario della mano qualche ora prima. Curiamo il nostro abbigliamento, decoriamo il nostro corpo con i più disparati segni della serietà, usiamo parole altisonanti e piene di "senti qua come sono serio", ma poi finiamo sempre sul water a fare la cacca, tutti i giorni, o almeno lo speriamo.
È soprattutto questo che rende ridicolo l'essere umano: il far finta di non essere quel tipo di persona che fa la cacca, quando tutti sanno benissimo che la è, anche se dice “metafisica“, “dialettica“ e "fenomenologia".
Dunque come si fa a parlare di cose serie senza sembrare ridicoli?
Allora, qui non ho una risposta definitiva, posso però dire che un modo, non dico per risolvere la situazione, ma almeno per migliorarla, è non sforzarsi di sembrare seri.

TOMBLOTTO

Facciamo un gioco, si chiama Tomblotto, la tombola del complotto.


Funziona così: rovista fra i commenti dell'ultimo video (questo qui), prendi il commento di un complottista imbufalito a caso (uno solo!), controlla la cartella allegata a questo post e scopri quanti luoghi comuni complottari hai trovato.

In palio ricchi premi.

Ambo: complimenti, hai vinto il mio plauso! (Non mi puoi vedere, ma io ti sto applaudendo).

Terno: domani hai il permesso di mangiare tutti i biscotti che vuoi senza sentirti in colpa! Fanne buon uso.

Quaterna: hai vinto un Dom Perignon del 2012! Ora devi solo comprarlo.

Cinquina e più: hai appena trovato la reincarnazione di Giulietto Chiesa. La soddisfazione per questa scoperta è un premio che niente può eguagliare. 

NEI SUCCHI DI FRUTTA CI SONO GLI SQUALI

Come probabilmente avrai notato, nessuna teoria del complotto è abbastanza scema perché non possa aspirare ad avere almeno mezzo milione di seguaci. 


Io e Favilla abbiamo fatto un video sulla nascita e la propagazione delle teorie del complotto¹, questo qui.


Le voci sono come sempre del soverchiantemente dilettevole Guglielmo Favilla².
Il doppiaggio è di Groovy! Studio, detto anche Gabriele Draghetti.
Il testo è quello di un mio vecchio post del 2017.
Contando che i disegni sono quello che sono, in pratica non ho fatto niente.


_______________________________

¹ Con “teoria del complotto” non si intende “Francesco Gattaro e Mary Spiedini, con l’aiuto del comune di Lonate Ceppino³, si sono messi d’accordo per farmi uno scherzo” ma più qualcosa tipo “il Fondo Monetario Internazionale ha tolto uno zero a tutte le banconote del mondo ma non ce lo dicono”.

² Tranne qualche battuta di pochi personaggi secondari per i quali mi sono servito di attori non professionisti presi dal mio soggiorno.

³ Ho detto Lonate Ceppino, ma avrei potuto dire qualsiasi altro comune con meno di diecimila abitanti.

GLI ITALIANI SONO BIANCHI?

Oppure, come si chiedono in molti nel mondo e in particolare negli USA, are italians poc?
 
Prima di rispondere, piccola premessa.
Porsi una domanda del genere è già di per sé un po' razzista. Primo, perché sembra che una delle due possibilità fra l'essere bianchi e il non esserlo sia preferibile all’altra. Chissà quale?
Secondo, perché è come se si desse per scontato che gli italiani con genitori non bianchi non siano veramente italiani.
Terzo, è una domanda che sembra suggerire che al mondo esistano solo due colori: il bianco e il poc (person of colour), categoria che contiene tutta l’umanità che non può permettersi di aspirare alla pura razza bianca (stavo per dire “ariana”).

Ma lasciamo stare tutto questo e supponiamo che si tratti invece di una semplice domanda assolutamente neutra e innocente, come potrebbe farla un gattino. Perfetto, ma chi sono "i bianchi"?
Lo chiedo perché io vedo persone color corniolo pallido (#edcdc2)


rosa champagne (#f1ddcf)


o al massimo conchiglia (#fff5ee)


ma in tutta la mia vita non ho mai visto una persona bianca (#ffffff).



Poi, prendiamo per esempio Trevor Noah, il grande comico sudafricano.


Trevor Noah ha un padre bianco e una madre nera, dunque viene considerato da tutti di colore. Intendo dire che viene considerato così non solo dalle leggi dell’apartheid degli anni Ottanta, che prevedevano la classificazione razziale di ogni neonato, ma anche dal suo pubblico, un pubblico principalmente liberale e progressista. Eppure, se si fa uno zoom della fronte, si vede che il colore di Trevor Noah è questo qua (#feb3a2)


Ti sembra “di colore”? Almeno metà della popolazione italiana è più scura di così. Prendiamo per esempio Di Maio, il grande comico italiano famoso per le sue imitazioni politicamente scorrette di un bambino ritardato


ecco qua l'ingrandimento della sua fronte (#d79479):


Questo sarebbe “bianco”? Chiaramente c’è qualcosa che non torna.
Ma questo non è tutto.

Supponiamo che Trevor Noah faccia un figlio con una donna classificata come bianca, il nascituro, di qualsiasi colore sia, sarà unanimamente considerato di colore, cioè non bianco. Benissimo, andiamo avanti. Immaginiamo che questo o questa Trevor Noah Jr si accoppi a sua volta con una persona bianca, il figlio come sarà considerato? Quanti passaggi generazionali ci vogliono per essere considerati bianchi e lavarsi via tutto il “colore”? Tutte le persone del mondo hanno dei progenitori non bianchi, non fosse altro perché l’umanità è nata in Africa. Quindi? Siamo tutti di colore? O siamo tutti bianchi? E se non è il colore della pelle a stabilire chi è bianco e chi è di colore, che cos’altro è? Sicuramente Arthur de Gobineau avrebbe tante cose da dire su questo argomento, ma lasciamo stare anche tutta questa storia e limitiamoci a considerare il colore della pelle come fosse il colore delle scarpe: gli italiani sono bianchi?

Beh, di certo gli italiani danno per scontato di esserlo visto che in Parlamento hanno ben due partiti xenofobi (forse tre, sto perdendo il conto), ma penso che siamo tutti d’accordo sul fatto che quello che uno pensa di sé conta poco, altrimenti tutti gli scemi sarebbero dei geni.
Proviamo allora a rispondere in modo cromaticamente oggettivo.

Perlopiù gli italiani occupano tutte le sfumature che vanno dal bianco mascarpone (#f8efde)


al marrone schiuma di cappuccino (#c29d68).


Naturalmente ci sono italiani ancora meno bianchi e italiani ancora più bianchi, ma attualmente il grosso degli italiani cade più o meno dentro l’intervallo delimitato da questi due colori: mascarpone e cappuccino.
Il motivo di questa grande varietà cromatica è che nei secoli la penisola Italiana è stata attraversata da popolazioni di tutti i colori: Normanni, Celti, Nordafricani, Greci, Fenici, Arabi e altre che sicuramente mi sto dimenticando e quindi è inevitabile che tutte queste persone, per quanto si odino, prima o poi finiscano per accoppiarsi e che i bianchi diventino un po’ meno bianchi e i non bianchi un po’ meno non bianchi, progredendo tutti insieme in modo lento ma costante verso il beige.

Quindi, in conclusione, se proprio vogliamo essere rigorosi, dobbiamo rispondere che mediamente gli italiani non sono bianchi. Ma siccome abbiamo un PIL pro capite di circa 34000$, possiamo dire di essere bianchi.