I RUMOROSONI

Non è per vantarmi, ma penso che i miei vicini di casa siano le persone più fastidiose del mondo, esclusi naturalmente i terroristi, i serial killer e altre professioni del genere.
Bisogna dire che io con i vicini non sono mai stato particolarmente fortunato. Finora, nel corso dei miei vari domicili, mi è capitato di avere gente che guarda la televisione di notte, gente che fa le feste di notte, gente che suona la tromba di notte eccetera, per qualche motivo mi capita sempre gente che fa cose rumorose di notte. O forse sono io che sono una persona insofferente, non è una possibilità da escludere. Quando qualcuno si lamenta con me del suo personale set di vicini di casa, io penso sempre "forse sei tu che sei un po' insofferente, non i tuoi vicini rompipalle" e intanto lo ascolto e scuoto la testa in segno di esecrazione dicendo più o meno "sono i tuoi vicini che sono rompipalle, non tu insofferente". Il motivo di questo mio scetticismo nei confronti della presunta fastidiosità dei vicini altrui è che i casi che di solito vengono sottoposti alla mia attenzione sono sempre del tipo "i vicini non tagliano la siepe", "i vicini suonano il pianoforte (n.b. di giorno), "i vicini hanno un bambino che piange" eccetera, cioè sempre e solo cose legittime, comprensibili e sopportabili. Ce li avessi io dei vicini che non tagliano la siepe! Che ci facciano crescere le mangrovie al posto della siepe, basta che la notte mi lascino dormire. Ma chi lo sa, magari se capitasse a me di avere dei vicini con problemi di siepi, pianoforti e bambini, forse mi lamenterei anch'io. Lo sappiamo tutti, è difficile essere obiettivi con se stessi, e proprio per questo motivo ho deciso di lasciare al lettore il giudizio finale: sono io che sono insofferente oppure ho davvero i vicini più fastidiosi del mondo?
Premessa: tutto quello che dirò è vero, non mi invento niente, cambierò solo qualche dettaglio per non correre il rischio che i miei vicini si imbattano casualmente in questo post, si riconoscano e mi picchino. Quindi, tanto per cominciare, diamo loro dei nomi fittizi: Fausta e Ernesto Rumorosoni.
Per dimostrare la mia obiettività sulla faccenda, o perlomeno il mio sforzo di essere obiettivo, voglio iniziare descrivendo brevemente i loro pregi. "Pregi" non è la parola giusta, diciamo le caratteristiche che potrebbero renderli meritevoli di comprensione e solidarietà. Esiste una parola per esprimere questo concetto? Io non l'ho trovata quindi ricorrerò a un neologismo: sgarzurro.

Gli sgarzurri dei Rumorosoni
Prima di tutto Fausta e Ernesto sono due persone che lavorano tanto, dalla mattina alla sera, come si dice, e con "lavorano" intendo dire che fanno lavori manuali, quei lavori che quando arrivi a sera ti fanno male parti del corpo che non sapevi di avere e che a lungo andare ti trasformano le mani in due sculture di arte contemporanea. Quel che è peggio, fanno questi lavori in una condizione di subalternità. Dover prendere ordini è davvero una cosa odiosa, soprattutto quando la persona che te li dà pensa di poter ignorare le norme di cortesia che di solito regolano le interazioni umane. Ora non è il caso di specificare quali lavori facciano di preciso i Rumorosoni, l'unica cosa che qui importa dire è che si tratta di quel tipo di lavori per cui le madri di solito dicono ai figli la famosa frase "studia se no finisci a fare il [lavoro di Ernesto Rumorosoni] o, ancora peggio, il [lavoro di Fausta Rumorosoni]". Con questo non voglio dire che i lavori intellettuali tipo lo scrittore, il filosofo, il cowboy non siano lavori degni di essere chiamati tali, dico solo che questi lavori danno a chi li fa molte possibilità di allargare il proprio ego e le proprie prospettive, mentre con i lavori manuali subalterni ti spacchi la cosiddetta schiena per allargare l'ego e le prospettive di un'altra persona. Questo non è uno sgarzurro da poco e forse sarebbe già sufficiente per far apparire i miei vicini delle povere vittime delle circostanze e me, piccolo borghese snob che non ha mai fatto un lavoro manuale in tutta la sua vita (tranne quella volta che ha fatto per un anno lo sguattero nella mensa delle elementari), uno stronzo.
Ma questo non è l'unico sgarzurro dei Rumorosoni.
Ernesto e Fausta sono una coppia senza futuro: non hanno soldi, non hanno figli, ma soprattutto non hanno interessi. In casa loro non ci sono libri, non ci sono computer, non ci sono strumenti musicali (dio ti ringrazio!) e in generale non c'è nessun oggetto che possa far immaginare qualche tipo di interesse per la vita, se non la televisione. Anzi due.
I Rumorosoni non hanno nemmeno amici. Non so come sia possibile, ma so che la sera non escono mai, nemmeno il sabato quando escono anche gli gnu e i bonobo. Una possibilità è che in realtà escano sempre e solo dopo che sono uscito io e rientrino prima che io sia rientrato, ma è una cosa molto improbabile. Il fatto certo è che le sere in cui io sono in casa (e io sono quasi sempre in casa), loro sono in casa. "Ma come fai a saperlo? Li controlli?". No, si chiamano Rumorosoni.
Ultimo sgarzurro, molto serio, non è escluso che Fausta soffra di depressione o qualcosa del genere: non parla con nessuno (escluso Ernesto), non sorride mai, ha lo sguardo assente, si veste in modo trascurato, ha i baffi e probabilmente non si lava, visto che lascia dietro di sé quel caratteristico odore che si sente nelle case di riposo. È una cosa davvero triste e preferirei non dover tornare più su questo argomento.
Ok, ora tocca a me.

La fastidiosità dei Rumorosoni
I Rumorosoni sono quel tipo di persone con la fregarella, non so se mi spiego. Intendo quelle persone che dividono gli altri in due categorie: (categoria 1) persone che sono una possibile fonte di guadagno, (categoria 2) persone che sono un ostacolo al raggiungimento di una possibile fonte di guadagno.
Chi non rientra in nessuna di queste due categorie semplicemente non esiste, ma chi ci rientra è meglio che rientri nella prima, perché Ernesto picchia. Ma di questo dirò dopo.
Esempi.
Fausta fa delle crostate abominevoli, e fin qui tutto ok, ognuno ha il diritto di non saper cucinare. I problemi iniziano nel momento in cui Ernesto insiste per farmele mangiare e con "insiste" intendo dire che viene a suonarmi il campanello con la torta in mano e proferisce alcune parole nel dialetto locale che immagino significhino "Fausta ha fatto questa buonissima crostata di [non comprensibile] per te, sono certo che ti piacerà tantissimo". E io cosa gli dico? "Grazie" gli dico, magari aggiungendo qualcosa come "eh eh... ", "non dovevate" o "troppo gentile", al che lui risponde "20 euro", come in pasticceria. Peccato che l'unica cosa che queste crostate hanno in comune con la pasticceria sia il prezzo (in nero), non il sapore. Le crostate di Fausta, come detto, sono abominevoli. Lo dicono anche persone che, a differenza mia, sono in grado di mangiare quegli alimenti che emanano odori allarmanti come il parmigiano, il tartufo o la salsa di pesce tailandese. Per chi non lo sapesse, la salsa di pesce tailandese è una spremuta di carcasse di pesce lasciate marcire (fermentare, dicono) per almeno due anni e ha esattamente il sapore che ci si aspetta da ciò che è. Ecco, le crostate di Fausta sono peggio della salsa di pesce tailandese. Le crostate di Fausta stanno alla salsa di pesce tailandese come quest'ultima sta alla pizza (intendo una pizza senza parmigiano, tartufo o salsa tailandese). Qualcuno dice che probabilmente Fausta usa del burro conservato male, può darsi. La mia teoria è diversa, ma ho detto che di questo argomento non voglio più parlare.
Ernesto mi porta circa una crostata al mese e ormai io e lui abbiamo una routine consolidata: lui mi porge la crostata, io gli elargisco i 20 euro, lui mi saluta cordialmente, io ricambio sorridendo, lui se ne va, io chiudo la porta e butto la crostata direttamente nell'immondizia. Certo, è anche colpa mia che ho problemi a dire di no alle persone, però a mia discolpa va detto che non sono l'unico del palazzo a subire le crostate di Fausta.
Secondo esempio, più grave.
Quando sono venuto ad abitare in questo palazzo, insieme all'appartamento sono entrato in possesso anche del garage annesso. Per motivi che ora sarebbero troppo lunghi da spiegare, detto garage era occupato dalla roba dei Rumorosoni, per cui Ernesto, che all'epoca non conoscevo ancora bene, mi chiede gentilmente (forse un po' troppo gentilmente, ripensandoci), se può tenere il garage "ancora per un pochino", il tempo di trovare un posto adatto in cui  trasferire tutta la roba che contiene. Il lettore attento avrà già capito come andrà a finire. "Non c'è problema!" rispondo a Ernesto, felice di poter far felice un vicino di casa e instaurare così fin dall'inizio un rapporto sereno e di reciproca fiducia. Tanto, mi dico, ho parcheggiato in strada per anni, che problema c'è se parcheggio in strada "ancora per un pochino" (cit.)? Da allora sono passati sette anni e parcheggio ancora in strada. Non solo Ernesto non mi ha mai dato le chiavi del mio garage, ma quando ci incontriamo si comporta come se il garage non esistesse, non va mai sull'argomento "garage" (né questo garage, né sull'idea in sé di garage) e, almeno questa è la mia impressione, ha espunto dal suo vocabolario la parola stessa "garage" e tutti i suoi sinonimi. A differenza dell'affaire crostate, in questo caso credo di essere l'unico in tutto il palazzo ad avere regalato un garage ai Rumorosoni. Questo, com'è facile immaginare, mi dà abbastanza fastidio.
Poi ci sono altri problemi satellite che, presi uno a uno, sono abbastanza trascurabili, ma messi insieme alle crostate, al garage e al problema più grave di tutti di cui parlerò alla fine, vanno a costituire quello che potremmo senza retorica definire un piccolo incubo. Un incubetto.
Per esempio i Rumorosoni non fanno la raccolta differenziata. Non sono fatti miei, è vero, ma come ormai dovrebbe essere chiaro i fatti dei Rumorosoni si trasformano abbastanza rapidamente nei fatti di chi abita vicino a loro (e.g. io). Benché il Comune abbia predisposto metodi semplici e a prova di idiota per differenziare vetro, metallo, carta, plastica e organico da tutto il resto, i Rumorosoni mettono tutta la loro immondizia (cioè vetro, metallo, carta, plastica, organico e dio solo sa cos'altro, probabilmente rifiuti transuranici) in un enorme sacco, di quelli che potrebbero contenere un corpo umano adulto senza doverlo fare a pezzi, e poi buttano tutto nel cassonetto dell'organico. Hai letto bene: "organico", perché è il cassonetto più vicino. Siccome un sacco così grande ha bisogno di tanto tempo per essere riempito, i Rumorosoni non possono permettersi di tenerlo in casa, sarebbe come vivere in una discarica, quindi lo parcheggiano inevitabilmente nel cortile condominiale, inevitabilmente sotto la mia finestra, in un grande bidone abusivo che hanno rimediato non so dove. Sia chiaro, non è una cosa fatta con malizia, non credo che Ernesto e Fausta abbiano qualcosa contro di me, visto che sono abbastanza certo di essere nella categoria 1,  è solo che la mia finestra ha due incontestabili vantaggi: 1) è vicina alla loro porta, quindi è comodo per loro accedere al bidone ogni volta che serve, e 2) non è la loro finestra.
Niente di grave, l'unica cosa che devo fare è non aprirla mai, in fondo ho un'altra finestra che dà sul cortile, quella davanti alla quale hanno piazzato l'albicocco nano ("nano" per modo di dire) e altre piante in vaso. In questo caso, però, va detto che Ernesto è stato abbastanza corretto da chiedermi il permesso: "coso" mi ha detto, "ti spiace se mettiamo il vaso con l'albicocco cosiddetto nano a tre centrimetri e mezzo dalla tua finestra facendo sprofondare per sempre la tua cucina nell'oscurità?", "per niente, Ernesto, mi piacciono le eclissi totali".
A questo punto si potrebbe pensare che io sia un pusillanime. Io preferisco definirmi una persona mite, però è vero, fondamentalmente sono un pusillanime, perché la mia mitezza non deriva da una scelta, ma dalla paura. Io ho paura degli esseri umani. In generale, dico, non solo dei Rumorosoni. C'è chi ha paura dei ragni, dei pipistrelli o dei cani, io ho paura degli esseri umani (ho paura anche dei ragni, dei pipistrelli e dei cani) e, questa paura, le persone la avvertono subito. Mi ricordo quella volta che sono andato a una mostra sul riconoscimento facciale e c'era questo aggeggio che ti filmava e poi ti diceva l'emozione dominante che traspariva dalla tua faccia. Il mio risultato era "paura". Sforzandomi di sembrare un po' più sicuro di me, diventava "disgusto". Se un banale programma di machine learning è in grado di capire che ho paura, figuriamoci una persona. Quindi sì, sono un pusillanime certificato. Non ho mai detto a Ernesto e Fausta di spostare il sacco, di restituirmi il garage e di lasciar perdere le crostate. Magari se glielo avessi detto ora tutto sarebbe risolto e non avrei niente di cui lamentarmi. Magari loro pensano che a me piaccia fare merenda con le abominevoli crostate di Fausta, sprecare ogni volta decine di minuti della mia vita per trovare parcheggio in strada e respirare gli effluvi della loro immondizia. È normale, le persone di solito non si accorgono dei fastidi che causano agli altri, ma solo di quelli che gli altri causano a loro. Magari anch'io sto causando loro dei fastidi di cui sono inconsapevole e che loro non hanno il coraggio di farmi notare. Magari siamo tutti dei vicini molesti che si danno fastidio a vicenda ma siamo troppo pusillanimi per farcelo notare. È possibile.
Ciò detto, Ernesto picchia.
Lo so perché l'ho visto in azione un paio di volte. In un caso stava discutendo con un altro condomino per una questione di competenze territoriali dei rispettivi vasi di fiori e Ernesto, a un certo punto, lo ha preso per il collo. In realtà dire che stavano discutendo è sbagliato, si sono scambiati qualche parola tipo "ciao", "come stai?", "senti, volevo dirti che" e a questo punto Ernesto aveva già una mano attorno al collo dell'altro. Non posso dire chi avesse ragione, non conosco il caso specifico, posso solo dire che la cosa mi ha stupito molto, perché Ernesto di solito è un tipo sorridente e scherzoso. Non lo dico con ironia, Ernesto è davvero una persona sorridente e scherzosa.
Un'altra volta, mentre tornavo dal supermercato, l'ho visto puntare un coltello a un mendicante che da qualche giorno bivaccava davanti al portone del nostro palazzo. Non l'ha usato, eh, ci mancherebbe, l'ha solo puntato in direzione del mendicante pronunciando frasi che contenevano le parole "ti" e "ammazzo". Ora, voglio essere onesto, sulla questione coltello non posso dirmi completamente sicuro. Sono quelle cose che racconti agli amici per anni e alla fine ti sembrano talmente assurde che non sai più se sono successe veramente o te le sei immaginate. È perfettamente possibile che non ci sia mai stato nessun coltello e che Ernesto abbia minacciato il mendicante con quello che gli è capitato in mano, una bottiglietta d'acqua o qualche altro oggetto di nessuna contundenza, e poi, racconto dopo racconto, la frase "gli puntava la bottiglia come un coltello" ha perso la sezione "la bottiglia come" e il contenuto del racconto si è irreversibilmente modificato. La tradizione orale è così. Comunque stiano le cose, il mendicante non si è più visto.
Ma a parte tutto questo, il problema più grande che hanno i Rumorosoni (problema per me, non per loro) è che sono rumorosi. Sono tanto rumorosi. Sono esasperantemente rumorosi. Non dico che al mondo non esista niente di più rumoroso dei Rumorosoni, ci sono le sirene delle ambulanze, per esempio, oppure gli aeroplani in fase di decollo, ma è difficile che siano tuoi vicini di casa. Fausta e Ernesto Rumorosoni sono, a quanto ne so e per quanto voglio saperne, il fenomeno umano più rumoroso del mondo. Non riescono a fare niente, neanche la cosa più ordinaria, senza emettere più rumore di quanto sia necessario e soprattutto sopportabile. Quando parlano fra loro urlano. Anche se sono faccia a faccia, si rivolgono la parola come farebbe un allenatore di calcio che deve sovrastare il boato di sessantamila persone per comunicare al suo portiere che è entrato in campo senza i guanti. Quando litigano, e litigano sempre, sembra di essere in un uragano, con le macchine in strada che si ribaltano e gli alberi sradicati che vengono a sbattere contro i muri di casa. Quando chiudono una porta, qualsiasi porta, non si limitano a chiudere una porta, devono cercare di sradicarla dal suo telaio, e a volte ci riescono. Sul serio. Quando i Rumorosoni escono o entrano dal palazzo ce ne accorgiamo tutti, perché tremano i vetri delle finestre. "Tremano i vetri... che immagine scontata!". Non è un'immagine: dico tremano i vetri nel senso che tremano (voce del verbo "tremare") i (articolo determinativo) vetri (vetri). Per questo motivo io li chiamo anche gli Sbattoni, gli Urloni, gli Sgolatori, i Trambustoni e gli Strepitosi Frastuonatori. "Li chiamo" nel senso "fra me e me", non nel senso che li chiamo apertamente. Apertamente li chiamo sempre Ernesto.
Potrei andare avanti a elencare tutte le normali attività umane che i Rumorosoni riescono a trasformare in un cataclisma acustico, ma penso che il concetto sia chiaro. In più, tutti questi rumori che ho descritto, per quanto fastidiosi, sono sopportabili in quanto rumori prevalentemente diurni. I rumori diurni sono messi in conto, dopo tutto è colpa mia se ho deciso di abitare in città e non in questo quadro.


Il problema dei Rumorosoni che davvero mi ammazza è un altro.

La stramaledetta televisione (due)
La prima cosa che un Rumorosone fa quando entra in casa è accendere la televisione. I Rumorosoni sono quel tipo di persone che tengono la televisione accesa anche se non la guardano, accesa tipicamente su quelle trasmissioni con le persone che urlano e dicono cose stupide, e il volume (c'è bisogno di dirlo?) è tenuto a un livello così alto che mi permette di sentire ogni parola di quello che stanno guardando ("guardando"), pubblicità compresa. Anche di notte.
I Rumorosoni guardano la televisione di notte, e con "notte" intendo un orario compreso fra le 23 e le 6. La norma è che entrambe le televisioni siano accese fino all'una di notte. Succede spesso che almeno una delle due rimanga accesa fino alle tre o alle quattro. Non è insolito che una televisione venga accesa nel momento in cui un Rumorosone entra in casa (19 - 20) e venga spenta solo il giorno dopo quando esce (≈7).
Ora, la mia casa ha solo due stanze che per ragioni tecniche sono utilizzabili per dormire (benché io abbia seriamente considerato la possibilità di dormire in piedi nella doccia), e ognuna di queste due stanze è sotto il dominio sonoro di una televisione dei Rumorosoni. Il risultato di tutto ciò è che dormire, per me, è la cosa più incredibile che un essere umano possa fare. Quando una persona mi dice che ha dormito è come se mi stesse dicendo che ha fatto la traversata dell'Artico a nuoto, la guardo come si guarda un supereroe. Naturalmente, per cercare di limitare questo problema ho iniziato a ricorrere a piccoli rimedi come i tappi per le orecchie e il Valium, ma entrambi hanno degli inconvenienti: i tappi sono fastidiosi, è come se uno mi stesse ficcando due dita dentro la testa per tutta la notte, mentre il Valium è molto piacevole. Troppo piacevole.
Per questo motivo, qualche anno fa, mi sono deciso a chiedere a Ernesto di tenere il volume più basso. Almeno di una televisione. Almeno dopo mezzanotte. Così mi sono preparato psicologicamente (Valium) e ho pensato a un piano, ho pensato che se magari gli dico che le abominevoli crostate di Fausta mi piacciono tantissimo e gli chiedo di farmene qualcuna in più da far provare ai miei amici, magari lui non avrà motivo di supporre che io sia il classico vicino insofferente che viene a rompergli le palle. Così una sera, approfittando di un momento in cui non stavano litigando, suono il campanello dei Rumorosoni (non pensare al coltello, non pensare al coltello, non pensare al coltello...) e, con tutta la gentilezza di cui sono capace, dico a Ernesto che, per qualche strano motivo non imputabile a nessuno dei presenti, le loro televisioni si sentono anche in casa mia, non tanto, eh? solo un pochino, ma sai, Ernesto, io purtroppo ho il sonno leggero, mi basta un niente per svegliarmi e non riuscire più a prendere sonno, pensa che quando mi dimentico di mettere in modalità notturna il telefono, basta la vibrazione di un messaggio a farmi svegliare, quindi, non so, eh eh, se per caso tu potessi tenere il volume, peraltro già basso, un pochino più basso, soprattutto dopo le due di notte, io te ne sarei veramente grato.
La sua risposta è stata molto gentile: "io non guardo la televisione di notte".
La situazione con le televisioni dei Rumorosoni è rimasta come prima, però adesso mi portano molte più crostate.

GRANDE NOVITÀ

In realtà non è poi una novità così grande, ma chi mai si metterebbe a leggere un post che si intitola "novità non così grande", "novità media" o anche solo "novità e basta"? Però una novità c'è, anche se piccola. Quasi insignificante, a dir la verità.
Ci sei ancora?
Allora, la novità è che adesso, se uno vuole, può ricevere i post di questo blog via email. Sì, lo so, è una cosa che si fa da vent'anni, diciamo che è una piccola e quasi insignificante vecchia novità.
Basta cliccare su questo coso


inserire il proprio indirizzo email e da quel momento in poi staremo sempre insieme: io, te e Emanuelesi. Non è fantastico? Cioè, non proprio per sempre, perché alla fine uno può sempre disiscriversi, ma fin che rimane iscritto riceverà ogni nuovo post nella sua casella di posta, senza bisogno di dover fare tutta la fatica di venire fin qui sul sito. Con la gente che gira oggi su internet, chi ha voglia di aprire il browser?
A questo punto uno si potrebbe chiedere: ma chi mai dovrebbe avere tutta questa smania di restare aggiornato su quello che viene pubblicato in un blog come tanti?
Ottima osservazione. Un po' scortese, forse, ma ci sta. Allora, prima di tutto, di blog nudi e crudi come questo, dove non si viaggia, non si mangia, non ci si veste e in generale non si ha nessuna velleità influenceriana, non ne sono rimasti poi così tanti, non siamo mica nel 2010. Oggi se dici che hai un blog, fai la stessa impressione di uno che dice che ha un incunabolo.
Poi, mettiamola così, al mondo ci sono milioni di persone che pendono dalle labbra di questo o quel ciarlatano più o meno psicopatico, non vedo cosa c'è di male se uno ha voglia di seguire un blog che non ha mai fatto del male a nessuno. Almeno finora, sul futuro non garantisco.

QUARANTENA

 

TUTTE LE FACCE DI TRUMP

Della mia passione per Trump ho già detto (qui), ora rivediamo insieme tutte le sue facce più belle. Mio dio, sono quasi emozionato... è incredibile come quelle stesse facce che fino a poco tempo fa mi mettevano in subbuglio tutti gli organi interni, ora mi riempiano della più pura e semplice gioia. Sì, perché è bello vedere una persona di merda infelice, è una cosa che mi soddisfa i recettori del senso di giustizia. È come il piacere che provano gli occhi quando vedono la volta della Cappella Sistina, ma senza torcicollo.
Iniziamo dalla sua faccia più famosa, quella con la bocca ad ano di gatto.


Non è meravigliosa? Lo so, sarò banale, ma questa è la mia faccia preferita, forse perché ha qualcosa di repellente e attraente allo stesso tempo, proprio come l'ano dei gatti.
Questa invece è la faccia "give me a break".


È la faccia che fa ogni volta che pensa di deridere una patetica idiozia dall'alto della sua presunta intelligenza, quando invece sta deridendo un semplice dato di fatto dall'alto della sua patetica idiozia. È una faccia che in questo periodo non fa molto spesso, chissà perché (eh eh). "Eh eh" lo ha detto il mio senso di giustizia. Lo chiameremo Carlo.
Poi c'è la faccia quando espone pacatamente il suo punto di vista


anche di profilo.


Manca solo il getto di vomito verde.
Poi c'è la faccia stupita


la faccia irriverente


la faccia quando sussurra affettuosamente "ti amo" a sua figlia


la faccia ufficiale per le foto (in realtà potrebbe essere un cartonato, dice Carlo)


la faccia quando fa il simpatico


e la faccia compiaciuta.


Questa è la sua faccia più sincera. Lasciamo stare che ha appena immerso la testa in una tanica di vernice arancione, ma questa faccia, fra tutte, è quella che più lo fa assomigliare a un essere umano.
Poi ci sono i suoi rampolli.


Per essere chiari, la cosa raccapricciante di queste facce non è che sono brutte. Chi se ne importa della bruttezza? Anch'io sono brutto. La cosa raccapricciante è quel miscuglio di boria e appannamento intellettuale, un miscuglio che nasce dentro e poi, inevitabilmente, affiora sulla faccia, come la varicella.
Infine la faccia che Trump ha deciso di mostrare ai fotografi il giorno in cui ha perso le elezioni.


Bellissima.

CONIGLI

COME RICONOSCERE I CIARLATANI

In questo periodo è tutto un proliferare di virologi: virologi veri, virologi per modo di dire, virologi in pensione, medici che virologheggiano per compiacere le masse, tuttologi. I tuttologi non mancano mai, sono come le brutte notizie: non vorresti mai sentirne una, ma sai bene che prima o poi arriveranno.
In realtà proliferano anche gli epidemiologi, gli infettivologi, i microbiologi e tanti altri qualcosologi, tutta gente che studia gli innumerevoli modi in cui il corpo umano può ammalarsi e morire. Per semplicità li chiamerò tutti "virologi", come fanno i giornali.
Dunque, dicevamo, i virologi.
I virologi proliferano in ordine sparso su tutti i mezzi di comunicazione e con le loro affermazioni coprono più o meno tutto lo spettro del dicibile, con il risultato che alla fine ognuno può scegliere il virologo che preferisce e credere a ciò che vuole: "il virus è clinicamente morto ma non ce lo dicono", "è solo un'influenza ma non ce lo dicono", "si può curare con gli integratori di lattoferrina ma non ce lo dicono" eccetera. È incredibile quante sono le cose che "non ci dicono" che continuano a dirci.
Ora la domanda è: in mezzo a tutti questi virologi, come si fa a riconoscere i ciarlatani?
Vediamo un po'. Prima di tutto, chi sono i ciarlatani? Questa domanda è molto facile: i ciarlatani sono persone non attendibili.
Ovviamente non sto dicendo che tutte le persone non attendibili siano ciarlatani, ma di certo tutti i ciarlatani, per definizione, sono persone non attendibili. Proseguiamo.
Come si fa a distinguere una persona attendibile da una non attendibile? Per rispondere a questa domanda bisogna prima rispondere a una domanda più fondamentale: qual è la fonte dell'attendibilità? O, detto in altro modo, su cosa si fonda l'attendibilità di una persona?
Attenzione, sto parlando di "attendibilità" non di "verità". La verità è una questione molto più complicata di cui dibattono le persone con una preparazione specifica nelle opportune sedi: congressi, seminari, distributori di caffè eccetera, luoghi senza conduttori televisivi dove la verità (o una sua approssimazione) può essere ricercata fra le tante ipotesi attendibili.
In TV non è così, in TV è già tanto se c'è almeno una persona che sa di cosa sta parlando. In questo caso sarà dunque sufficiente essere in grado di distinguere questa persona dai ciarlatani.



Quindi, dicevamo, su cosa si fonda l'attendibilità? L'attendibilità di una persona si fonda sulla sua autorevolezza. Poniamo che sia vero.
Su cosa si fonda l'autorevolezza? L'autorevolezza, come tutti sanno, si fonda sui titoli di studio, la carriera, i premi. Se un virologo e mia madre discutono di virus a RNA a singolo filamento positivo (non so cos'ho detto), le probabilità che il virologo sia più attendibile di mia madre sono molto alte. Questo significa che l'attendibilità del virologo si fonda sul suo essere un virologo? No. Se vedo una Lamborghini so bene che è più veloce della mia FIAT Ritmo del 1982, non ho neanche bisogno di comprarla, ma la maggiore velocità della Lamborghini non si fonda sul suo nome. Chi non ci crede può provare a scrivere "Lamborghini" sul suo scooter e vedere cosa succede.
Una persona è attendibile se fa affermazioni attendibili. Questo è innegabile. Su cosa si fonda l'attendibilità di un'affermazione attendibile? Allora, dicesi "affermazione scientificamente attendibile": una qualsiasi affermazione che sia ricavata da uno o più articoli contenuti in riviste specialistiche. Ok, e perché una rivista specialistica infonde attendibilità alle affermazioni che contiene? Perché è autorevole. No. Perché ci sono degli specialisti indipendenti, i cosiddetti "referee", che esaminano l'attendibilità di quelle affermazioni prima di approvarle per la pubblicazione. Quindi l'attendibilità di un'affermazione dipende dall'approvazione che riceve da altre persone attendibili? Sì. Sicuro? No. Come fanno questi referee a stabilire se un'affermazione è attendibile? Non saprei. Esaminano le apparizioni televisive dell'autore? No. La sua carriera? A volte, ma non dovrebbero. Cosa esaminano? I dati. Esatto! Esaminano i dati. Incredibile come funziona bene la maieutica con gli interlocutori inesistenti.
Siamo dunque arrivati alla sconvolgente scoperta che un'affermazione è attendibile quando è supportata dai dati: esperimenti, osservazioni, simulazioni, qualsiasi evidenza oggettiva che tutti possono vedere e, volendo, cercare di riprodurre. Senza dati, le affermazioni di un virologo valgono tanto quanto quelle di mia madre.
Per esempio, Luc Montagnier (biologo, virologo, professore presso l'Istituto Pasteur di Parigi, premio Nobel) dice che il virus SARS-CoV-2 è stato creato in laboratorio, mentre mia madre (quinta elementare) dice che ha avuto un'origine naturale. Chi dei due è attendibile? L'affermazione di mia madre è fondata su uno studio del genoma del virus pubblicato su Nature, mentre l'affermazione di Montagnier non è fondata su nessuna evidenza, bisogna crederci solo perché lo dice lui. Dunque, in questo caso specifico, la persona attendibile non è il premio Nobel ma mia madre. Bravissima! Peccato le abbia proibito di leggere questo blog.
Quindi un metodo molto efficace per riconoscere i ciarlatani consiste nel fare semplicemente caso alla loro avversione per i dati. Mentre le persone attendibili fanno riferimento a ricerche ben precise e ne citano gli autori, il contesto, il metodo, i risultati e gli eventuali limiti, i ciarlatani non fanno riferimento a niente di tutto ciò, ma solo alla loro autorevolezza (vera o presunta), all'esperienza personale (che non ha rilevanza statistica), all'emotività di chi ascolta ("non ce lo dicono!"), ai sospetti ("solo una coincidenza?") e a tante deduzioni più o meno logiche da premesse arbitrarie ("lo dice il buon senso"), ma niente dati; quando si tratta di evidenze empiriche, i ciarlatani diventano improvvisamente vaghi, elusivi, opachi.
Con questo metodo è dunque possibile scremare la maggior parte dei ciarlatani in circolazione anche senza sapere niente dell'argomento trattato. Non è fantastico? Certo, saperne qualcosa aiuterebbe, ma questo è un altro discorso.
Tutto bello, tutto perfetto, se non fosse che purtroppo esistono anche ciarlatani più evoluti, ciarlatani di secondo livello potremmo chiamarli, cioè ciarlatani che hanno capito il trucco dell'attendibilità e quindi citano anche loro dati (finti) pubblicati su riviste (senza referee) da loro stessi o da altri colleghi (ciarlatani come loro). I ciarlatani di secondo livello sono meno comuni, è vero, ma esistono. La mente umana è incredibilmente fantasiosa quando si tratta di fregare gli altri. Come si fa con questi?
Un esperto è in grado di riconoscerli istantaneamente, è esperto, ma un profano come fa? Non può mica verificare a una a una tutte le fonti citate per capire se sono vere o finte, uno avrebbe anche la sua vita a cui pensare.
Ecco il mio piano.
Quando una trasmissione o qualsiasi altra cosa dà voce a un ciarlatano del primo livello, quelli tutti "autorevolezza" e niente dati, bisogna subito depennarla e consegnarla al proprio personale oblio. I ciarlatani transitano tutti per le stesse strade, se una trasmissione, un giornale, un sito hanno dato voce a un ciarlatano di primo livello, o perché non sono stati in grado di filtrarlo o perché lo hanno fatto apposta per fare un po' di spettacolo, prima o poi daranno voce anche a un ciarlatano di secondo livello, quindi vanno depennati senza nessuna pietà dalla lista dell'ascoltabile e del leggibile.
Precisazione: vanno depennati se lo scopo è informarsi, se invece lo scopo è divertirsi allora vanno benissimo, anche se io personalmente preferisco i video coi gattini.
In questo modo, depennamento dopo depennamento, si dovrebbe arrivare in breve tempo a seguire solo Radio3 Scienza.

PERCHÉ ODIO TRUMP

In questi anni ho passato almeno un'ora al giorno a leggere articoli su Trump, guardare video su Trump, parlare di Trump con amici, parenti e me stessi. Sessanta minuti al giorno per quattro anni e nove mesi (ho iniziato intorno a febbraio 2016) fanno 1800 ore, cioè approssimativamente 1000 film, 18000 km di corse al parco, 60 corsi universitari. Forse avrei potuto occupare tutto questo tempo con qualcosa di più utile, per esempio studiare un piano per assassinare Trump. Dopotutto se uno sciroccato con disturbi schizoidi certificati come Oswald è riuscito a uccidere un presidente degli Stati Uniti, perché non dovrei riuscirci io che ho pochissimi problemi psichici?
Un interlocutore fittizio potrebbe chiedermi: perché tutto questo odio per Trump, un politico di un paese in cui nemmeno vivi? Mi aspettavo questa domanda.
Allora, prima di tutto, se il politico in questione fosse kirghiso potrei anche darti ragione, che mi frega a me del Kirghizistan? Non so neanche dov'è. Trattandosi invece del paese con l'arsenale nucleare più grande del mondo, tanto per dirne una, il fatto che a prendere il potere sia un sociopatico paranoico con deliri di onnipotenza mi dà qualche pensiero.
Ma il motivo principale per cui odio Trump non è questo. E non è nemmeno un motivo politico, visto che Trump non c'entra niente con la politica. Mi fa ridere chi pensa che le persone "di sinistra" ce l'abbiano con Trump perché è "di destra". Trump non è "di destra". Voglio dire, hai mai sentito un suo comizio? Non ci sono idee, progetti o cose simili; non dico idee originali o progetti intelligenti, non ci sono neanche idee banali o progetti stupidi, non c'è assolutamente niente che abbia anche solo la parvenza di un discorso politico. Questi "comizi" sono solo bagni di folla in cui Trump insulta i nemici e loda se stesso. Fine. Sono riti religiosi che hanno la non trascurabile caratteristica di avere la divinità presente sul palco, graziosamente disponibile a lasciarsi adorare come un vitello d'oro animato. In questo caso un maiale d'oro. Certo nei suoi discorsi c'è anche la xenofobia, l'autoritarismo, il cospirazionismo e altre cose tipiche dell'estrema destra, ma è politica questa? Questi sono da sempre i trucchi dei demagoghi per aizzare il popolino, non è politica. È come il doping nello sport. La politica, che io sappia, dovrebbe essere quell'attività umana in cui una o più persone cercano di risolvere problemi collettivi basandosi sui fatti e modulando le scelte a seconda della loro idea di come dovrebbe essere un mondo in cui sia piacevole vivere.
Per esempio, tanto per fare un'ipotesi assurda, supponiamo che scoppi una pandemia di un virus sconosciuto che fa migliaia di morti al giorno in tutto il mondo; un politico propriamente detto prende atto dei seguenti fatti: "nuovo virus", "migliaia di morti al giorno", "bere la candeggina non fa bene" e poi, a seconda che dia più valore all'economia o alla salute, propenderà per soluzioni più rischiose per la salute o per l'economia, rispettivamente. Un politico parte dai fatti, si ispira a dei valori e poi decide che fare. Può anche prendere decisioni orribili ma rimane sempre un politico, magari un politico che non capisce i fatti e si ispira ai valori di Totò Riina.
Trump invece cosa fa? Parte dai propri valori, decide che fare e poi inventa i fatti che gli servono per giustificare le sue decisioni. Si noti anche che i valori di Trump sono essenzialmente due: "Trump" e "più Trump". In pratica è come un bambino di tre anni nel corpo di un suino adulto.
Un politico, quando racconta una bugia, si preoccupa di essere coerente con le bugie precedenti e, in certi casi particolarmente importanti, cerca di mettere in scena qualcosa di finto che possa assomigliare a un fatto vero. Per esempio Bush e i suoi amici, quando volevano sistemare Saddam Hussein, hanno usato la scusa delle famose armi chimiche e si sono sbattuti per recuperare prove finte. Trump non ha bisogno di fare questo sforzo, perché lui produce i fatti al momento semplicemente aprendo la bocca ("Obama è nato in Kenya!"), e se poi questi "fatti alternativi" non gli fanno più comodo ne crea altri ("Era Hillary Clinton a dire che Obama è nato in Kenya, non io!") senza preoccuparsi della coerenza, della realtà, del giudizio di chi sa o di qualsiasi altra cosa che non sia Trump. Da questo punto di vista ha veramente i tratti della divinità, essendo un ente produttore di mondi. Mondi di parole, ok, ma in questi mondi vivono almeno 73 milioni di persone. Non so come ciò sia possibile, da un certo punto di vista è anche ammirevole, ma di sicuro non è politica, al massimo è ipnosi.
Il motivo principale per cui odio Trump è molto semplice, è lo stesso motivo per cui, quando ho letto Animal Farm, odiavo i maiali.

ARTE CONTEMPORANEA

 


L'IMMOBILIARESE

Esiste una diffusa diffidenza nei confronti degli agenti immobiliari, per non dire ostilità, come se si trattasse di persone il cui mestiere consiste nel fregare gli altri. Ovviamente non è così, è la gente che, non conoscendo la loro lingua, fraintende quello che dicono.
La lingua degli agenti immobiliari è piena di cosiddetti "falsi amici", cioè espressioni che suonano simili all'italiano ma che in realtà hanno un significato diverso. Per esempio, in immobiliarese "falso amico" si dice "agente immobiliare".
Quelle che seguono sono alcune delle espressioni immobiliaresi più utilizzate, comprenderne il significato può aiutarci a portare a termine l'acquisto di una casa senza spiacevoli sorprese.

Quando un agente immobiliare dice che una casa "è un ottimo investimento" non sta dicendo che quella casa è un ottimo investimento. È come la frase latina "i Vitelli dei romani sono belli" che in italiano significa "vai Vitellio al suono di guerra del dio romano". L'espressione immobiliarese "è un ottimo investimento" si traduce così: "è un immondo tugurio, ma se la compri puoi affittarla a qualche sprovveduto". Come si può vedere, l'immobiliarese è una lingua molto sintetica.
"Nuda proprietà" significa invece "bisogna aspettare che la vecchia schiatti".
"Graziosi affacci interni" significa "le finestre danno su un cavedio puzzolente".
"100 m quadri" significa "76 m quadri". In immobiliarese si usa un sistema metrico diverso dal nostro: i numeri dell'agente immobiliare vanno sempre divisi per 1,32. Tranne le spese condominiali.
Uno potrebbe dire: perché non lo dicono esplicitamente?
In realtà lo dicono, solo che lo dicono nella loro lingua: "ho del margine sul prezzo" significa infatti "il prezzo è gonfiato di un fattore 1,32".
Proseguiamo.
"Carbon free" significa "non c’è il gas".
"Unico nel suo genere" significa "in realtà non è una casa, ma una mansarda o uno scantinato o un garage o una cisterna riadattata a casa".
"Rifiniture di pregio" significa "spero le piacciano questi obbrobri ah ah".
Per esempio, questo è il bagno di, cito testualmente dall'annuncio, uno "stupendo appartamento".


E così via.
"Zona particolarmente tranquilla" =  "In culo al mondo".
"Attico" = "Squallido sottotetto".
"Piano nobile" = "Primo piano".
"Piano ammezzato" = "Ricavato da un controsoffitto".
"Grazioso monolocale" = "Ex guardiola del portinaio".
"Ottime condizioni" = "Buone condizioni".
"Buone condizioni" = "Pessime condizioni".
"Volendo già abitabile" = "Da ristrutturare".
"Da ristrutturare" = "Cratere fumante".
"Comodo per i mezzi pubblici" = "Su uno stradone trafficato".
"A due passi dalla stazione" = "Nel quartiere dello spaccio".
"Appena ristrutturato" = "Ristrutturato con materiali di bassa qualità per massimizzare il guadagno e intascare in tutto o in parte il bonus per la ristrutturazione".
"Purtroppo questa è una domanda a cui non so rispondere" = "Sì, la camera da letto confina con un circuito di Formula Uno".

Semplice, no? Come per tutte le lingue, basta coglierne lo spirito e il resto viene da sé.
Un'ultima osservazione: se per caso si vuole mettere in fuga un agente immobiliare un po' troppo loquace, basta pronunciare la seguente formula: “magari ripasso con il geometra“.
Non so cosa significhi, ma funziona sempre.

LA VERA RICETTA DELLA CARBONARA

La carbonara è un piatto semplice, ma proprio questa sua semplicità porta spesso chi la prepara a non seguire la ricetta autentica. Qualcuno potrebbe obiettare "ma chi se ne importa della ricetta autentica? Se a me piace la carbonara con la salsiccia, ci metto la salsiccia, no?“.
No.
Non rispettare la vera ricetta di un piatto regionale significa non rispettare le tradizioni di quella terra, è un insulto a tutti coloro che negli anni si sono impegnati a tramandare il loro sapere culinario e con esso i loro valori. 
Poi, certo, ognuno a casa sua può fare la carbonara come gli pare, può metterci la salsiccia e tutto quello che vuole, non c'è problema, ma per favore non la chiami carbonara. La carbonara è un'altra cosa.
Vediamo appunto cosa.

SPAGHETTI ALLA CARBONARA, PER 2 PERSONE
Iniziamo facendo cuocere in acqua bollente 200 grammi di spaghetti IGP  di Contigliano e nel frattempo prepariamo il guanciale (80 g). Mi raccomando: guanciale, no salsiccia, no speck, no pancetta. Ci sono alcune ricette, soprattutto abruzzesi, che contemplano l'uso della pancetta, ma è come mettere l'ananas sulla pizza. Forse non tutti sanno che negli ultimi anni l'Abruzzo ha cercato costantemente di appropriarsi della rinomata tradizione della carbonara, forse in buona fede o forse per arricchire la  sua tradizione culinaria molto più povera di quella Laziale, col risultato di snaturarne la ricetta. La pancetta è solo un esempio. Pratiche come questa, oltre che scorrette sul piano morale, possono rovinare l'immagine nel mondo di un piatto che non ha certo bisogno di migliorie per essere apprezzato. Ognuno mangi le cose della sua regione, per piacere.
Tornando al guanciale, per prima cosa si elimini la cotenna, poi si tagli ciò che resta in pezzetti aventi una dimensione lineare caratteristica inferiore a mezzo centimetro e si metta il tutto a rosolare per 5 minuti insieme a 2 spicchi di scalogno tritati finemente.
Dopo di che si prendano 4 uova di gallina ovaiola autoctona del Lazio, meglio se della zona di Velletri. Può sembrare un'inutile pignoleria, ma la gallina di Velletri è nota fin dal tempo dei romani per l'alta mineralità delle sue uova, cosa che si sposa perfettamente col sapore intenso del guanciale. Gli albumi non vanno scartati, altro tipico errore introdotto dagli abruzzesi, ma vanno separati e sbattuti a parte, poiché richiedono un tempo più lungo per incorporare l'aria: 6 minuti.
Mettere i tuorli in una ciotola insieme a del pecorino romano (25 g), mezzo cucchiaino di zucchero (proprio così, la ricetta originale prevede una piccola quantità di zucchero per ammorbidire l'acidità del condimento),  panna fresca liquida (100 g) e amalgamare il tutto per 3 minuti, avendo cura di servirsi di un mestolo di legno. La frusta di metallo è più comoda, è vero, ma rompe i legami molecolari dei tuorli, compromettendo così la consistenza finale del composto.
Quando il tutto è amalgamato, si uniscano gli albumi e il guanciale con l'aggiunta di sale, pepe e noce moscata (q.b.) e un dado da cucina per insaporire un po'.
Scolati gli spaghetti, se ne concluda la cottura in padella insieme al condimento, si dia una sfumata con mezzo bicchiere di vino bianco dei Castelli DOC, si aggiunga un po' di prezzemolo fresco a piacere ed ecco pronta da servire la carbonara come sempre dovrebbe essere.

Infine una curiosità.
Una variante poco nota è la carbonara con scamorza affumicata, funghi porcini e bottarga, molto apprezzata a Roma soprattutto durante la stagione invernale.