PIEGARE

 


LA SERA IN CUI SONO ANDATO A MANGIARE LA PIZZA CON THOMAS BERNHARD

Thomas Bernhard è esattamente come uno se l’aspetta dopo non aver letto nemmeno un suo libro: affabile, spiritoso, estroverso, uno con cui ci si sente subito a proprio agio. L’ho conosciuto nel 1985, al tempo faceva il babysitter. Nella vita aveva fatto un po’ di tutto: il commesso, il parrucchiere, il cuoco cinese e ora faceva il babysitter. Mi ha raccontato che quando aveva bisogno di arrotondare preferiva i lavori cosiddetti umili. Gli piaceva molto l’aggettivo “cosiddetto”. Preferiva i lavori cosiddetti umili ai lavori cosiddetti borghesi, perché con i lavori cosiddetti borghesi si deve venire a patti con i cosiddetti valori della cosiddetta classe cosiddetta borghese. Era un miracolo che riuscissi a capirlo.
In quel periodo io ero fidanzato con Morena, una ragazza straordinaria ma sempre a corto di soldi e che, non so per quale motivo, si ostinava a chiamarmi “abbello”. Una sera che dovevamo uscire a cena, passo a prenderla al solito posto sotto il viadotto, ma lei non c’è. Aspetto un po’, niente, non si fa vedere. Impegni di lavoro, mi dirà poi. Siccome però io avevo già prenotato in pizzeria e non mi andava di mandare tutto a monte, decido di chiamare una babysitter per farmi compagnia, tanto, penso, che problema c’è? I soldi glieli do e non deve neanche cambiarmi il pannolino. Solo che come babysitter chi mi arriva? Esatto.
Al tempo non sapevo chi fosse, appena mi rivela che è uno scrittore, cerco di capire meglio.   


Quindi lei è uno scrittore?

Cosiddetto.

Bello.

Ho pubblicato alcuni romanzi, racconti e altre cose.

Sembra divertente.

Lo è, finché uno ne ha la forza.

In che senso? Lei non scrive seduto?

Scriverei sdraiato se la macchina da scrivere sulle costole non mi togliesse il respiro. Ho provato, sa? Ma sono andato in coma. Mi hanno dovuto ricoverare d’urgenza al centro medico Grillparzer. Una vera scocciatura. Io non sopporto Grillparzer.

E com’è il coma?

Meglio.


In effetti non sembrava molto in forma. Stava tutto curvo, col berretto di lana, la coperta sulle ginocchia e due infermieri che gli praticavano una toracocentesi. Il rumore del liquido intercostale che sgocciolava nella bacinella sotto il tavolo era abbastanza fastidioso.


Beh, dopotutto si è tolto le sue soddisfazioni, no? Non è obbligato a continuare a scrivere. Perché non si gode la pensione e basta?

Ho cinquantaquattro anni.

Terrestri?

A me interessa solo pubblicare. Scrivo le mie cose su carta economica e poi mi ritrovo dei libri così carini da mettere in ordine sulla mensola. È per questo che ho diviso la mia autobiografia in cinque parti, per massimizzare i volumi.

Quindi non le interessa diventare famoso?

Ogni cosa è ridicola se paragonata alla morte.

Ah, non me ne parli.


Com’è semplice a volte avere a che fare con le persone. Uno pensa che uno stimato scrittore austriaco e un ragazzino brufoloso non abbiano niente da dirsi, e invece eccoli lì in pizzeria a parlare della stupidità della razza umana, dell’ipocrisia e della volgarità di ogni religione, di quanto sarebbe utile tagliare le orecchie a chi fa un figlio (parole sue) e del suicidio. Ah, il suicidio! La nostra grande passione comune.


Davvero non hai mai provato con le borse di plastica?

No!

Dovresti. Basta una borsa della spesa e un laccio emostatico, è veramente facile.

Sembra divertente.

Molto meglio dei barbiturici. L’ultima volta sono stato a letto quattro giorni.

No, sei pazzo? Se vuoi ti do i miei. Mi sono salvato solo perché erano scaduti.


Una persona davvero piacevole. Dopo la pizza gli ho proposto una grappa a casa mia, davanti a una puntata di Magnum P.I., ma Thomas era molto provato e preferiva tornare a casa a sistemare i suoi libri sullo scaffale. Poi, nei mesi successivi, ne ho letti alcuni e devo dire che non sono niente male. “Il respiro” è uno dei miei preferiti. Lo consiglio assolutamente a tutti quelli che quando sentono l’annuncio “allontanarsi dal binario due, treno in transito”, oltrepassano anelanti la linea gialla e poi si fermano incerti sull’orlo della banchina. È un libro eccezionale, fa l’effetto di una spintarella.

LA MIA STORIA CON PETER DEL MONTE

Premessa.
Per apprezzare pienamente la drammaticità di questa storia, bisogna tenere presente che una delle cose che più mi terrorizzano è parlare in pubblico, e non sto usando il verbo "terrorizzare" tanto per dire. Per me parlare in pubblico è sullo stesso livello terroristico di trovarmi su una bagnarola in mezzo all'oceano indiano e scoprire che nella cabina dove dormo c'è almeno un topo, cosa che mi è successa veramente e che posso documentare per mezzo di questa foto del sapone rosicchiato.


Avrei anche altre foto molto più impressionanti da esibire, ma preferisco conservarle per quando scriverò il post "La mia storia con Betsy" (Betsy è il nome dell'almeno un topo).
Se so che un certo giorno devo parlare in pubblico (cosa che per fortuna succede molto raramente), io inizio a preoccuparmi giorni prima, a volte settimane prima, e man mano che il giorno si avvicina la mia stessa preoccupazione inizia a preoccuparmi, togliendomi ogni serenità e impedendomi di fare qualsiasi altra cosa che non sia prefigurarmi scenari catastrofici di pubblica umiliazione quando finalmente arriverà il momento di dovermi rivolgere formalmente alla folla (dove con "formalmente" e "folla" intendo, rispettivamente: "fingendo di essere una persona seria" e "più di tre persone"). Non so esattamente di cosa io abbia paura, ad ogni modo, qualsiasi cosa sia, mi terrorizza.
Fine della premessa.
La mia storia con Peter Del Monte è durata solo una sera, ma è stata molto emozionante, almeno per me. Per chi non lo sapesse, Peter Del Monte è un regista italiano. Non so se attualmente stia ancora proseguendo questa sua attività, a dir la verità non so nemmeno se è ancora vivo, visto che l'episodio che sto per raccontare risale a circa 25 anni fa, quando io ero ancora un ragazzo e lui un attempato signore (Wikipedia mi ha appena informato che è ancora vivo e ha 78 anni. Ottimo).
Una sera io e una mia amica andiamo al cinema a vedere "Compagna di viaggio" di, appunto, Peter Del Monte. Forse è più preciso dire che questa mia amica (la chiameremo Natalya) mi ha trascinato a vedere questo film. Io non avrei mai scelto di mia iniziativa e nel pieno delle mie facoltà mentali di fare lo sforzo di uscire di casa per andare a vederlo, e non tanto perché all'epoca avessi dei pregiudizi negativi sul regista in questione (neanche sapevo chi fosse), ma perché avevo dei pregiudizi negativi sul cinema italiano in generale, pregiudizi che col tempo si sono trasformati in giudizi.
Per qualche motivo i film italiani non mi sembrano neanche film. Salvo rare eccezioni (Visconti, Bertolucci, Leone e qualcun altro), i film italiani mi sembrano perlopiù dei montaggi di riprese di persone che fanno finta di fare un film, e questo al di là del giudizio positivo (quasi mai) o negativo (quasi sempre) che io posso avere sul film in questione. Per esempio, prendiamo un film italiano pressoché unanimamente lodato sia in Italia che all'estero: "Profondo rosso". L'ho visto per la prima volta l'anno scorso e devo dire che mi è sembrato un film intelligente e con tante trovate simpatiche, ma è davvero un film? Mentre lo guardavo non mi è mai successo quello che mi succede di solito con i film veri (belli o brutti che siano), e cioè che mi dimentichi di stare guardando un film e mi immerga completamente nella storia. Con "Profondo Rosso" mi sono ritrovato per tutto il tempo chiuso fuori dal film e intanto pensavo "ah, che bravi questi ragazzi che fanno finta di fare un film!", e questo è quello che di solito penso mentre guardo un film italiano che mi piace, quando invece guardo un film italiano che non mi piace, penso "ah, che incapaci questi ragazzi che fanno finta di fare un film!". Questo è più o meno il motivo per cui ogni volta che posso evito di guardare film italiani, drammatici o comici, vecchi o nuovi, di cosiddetto autore o di cosiddetto genere, tutti quanti, perché so già a che tipo di esperienza vado incontro ed è un'esperienza che non mi interessa, ma quella sera evidentemente mi andava di uscire, fare due chiacchiere, bere una birretta in compagnia e pazienza se prima dovevo sorbirmi un film italiano. Che sarà mai? Mi sono detto, male che vada mi annoierò per un'ora e mezza.
Del film non ricordo praticamente niente. Ricordo che c'era Asia Argento molto giovane e un famoso attore francese molto anziano, forse c'era anche un treno, o un pullman, ma magari mi sto facendo influenzare dal fatto che nel titolo c'è la parola "viaggio". Ricordo del sentimentalismo, qualche musichetta fastidiosa, una realizzazione vagamente amatoriale e poi basta, non ricordo nient'altro. Ricordo che c'erano anche uno o due flashback col tipico effetto flashback, ma questo è un dettaglio che mi ricordo non per il film, ma per quello che dirò dopo.
Finito il film e finiti i titoli di coda, che guardo diligentemente seduto in silenzo come richiesto dall'etichetta (era un cinema di cosiddetto essai e non volevo fare brutte figure), si accendono finalmente le luci e io mi predispongo mentalmente a pregustare le mia meritata birretta, ma sorprendentemente nessuno si alza, nemmeno Natalya. Come mai? Che ci sia una scena dopo i titoli di coda come nei film Marvel?
Guardo Natalya cercando di comunicarle con lo sguardo il concetto "che ne diresti se ci mettessimo alle spalle questo brutto film e ci precipitassimo dal più vicino rivenditore di birrette?", ma lei si limita a sorridere e mi dice "film carino, vero?". Per Natalya i film si dividono in "bellissimi", "belli" e "carini", è una persona troppo buona per ferire i sentimenti di un film. Per me invece i film si dividono in "belli", "insignificanti" e "brutti", ma alla fine intendiamo la stessa cosa e quindi le rispondo "sì, carino". Ormai però ho capito che c'è qualcosa che mi sfugge e proprio mentre sto per chiederle se per caso stiamo aspettando qualcosa o qualcuno di cui non sono al corrente, vedo entrare in sala il gestore del cinema che accompagna cerimoniosamente un signore attempato. A quanto pare, dopo il film, era previsto il famoso dibattito col regista in sala. Gesù Cristo, penso.
Ora, per capire meglio la situazione: la sala era una piccola sala di un piccolo cinema di un piccolo paese di campagna, in inverno, con la nebbia che quasi vedevi entrare sotto le porte delle uscite di sicurezza e un vago odore di letame, e a vedere il film saremo stati in sette o otto, io e Natalya compresi, cioè, in sintesi, una situazione per cui la lingua italiana mette a disposizione una parola ben precisa: "squallida". Ah, c'era anche un altoparlante che, appena finito il film, si era messo a fare un rumore intermittente che potremmo onomatopeicamente descrivere così: bzzz... bzzz... ecco, in questa situazione viene presentato il regista e sceneggiatore Peter Del Monte, autore di questo e quest'altro film mai sentiti, vincitore di non so più quale oggetto d'oro e/o d'argento, dopo di che gli viene passato il microfono ed ecco finalmente le prime parole pronunciate da Peter Del Monte nella mia vita: "non ditemi che avete guardato il film con questo rumore".
Proprio così, non "buona sera e grazie per essere qui" o "spero che il mio film sia stato di vostro gradimento", no, "non ditemi che avete guardato il film con questo rumore".
Silenzio.
Magari ha il terrore di parlare in pubblico, penso. Noi persone terrorizzate dal parlare in pubblico siamo spesso laconiche e sbrigative e possiamo dare l'impressione di essere degli stronzi altezzosi. Nessuno dice niente, neanche il gestore del cinema, che si limita a chiedere "Ci sono domande?".
Silenzio.
"Nessuna?".
Silenzio.
"Domande, commenti... qualsiasi cosa?"
Silenzio.
Bzzz... bzzz...
Silenzio.
Il gestore è chiaramente in imbarazzo, non sa più che dire, mentre Peter Del Monte se ne rimane lì immobile, pietrificato col suo microfono in mano e, com'era prevedibile, inizia a farmi pena. Proprio così, perché non importa se una persona mi è antipatica o simpatica, se la vedo in difficoltà non riesco a impedirmi di provare pena. Penso a questo povero regista misconosciuto e un po' avanti con gli anni che è venuto fin qui da chissà dove, forse addirittura da Roma, con la sua giacca buona, i capelli lavati, pieno di speranze e aspettative, e invece di trovarsi in una bella sala con un pubblico entusiasta, si ritrova in uno piccolo cinema di cosiddetto essai, in un oscuro paesino in mezzo alla nebbia e al letame, davanti a sette o otto persone che non vedono l'ora di avere il via libera per andare a bere una birretta con Natalya.
Il gestore guarda l'orologio.
Silenzio.
Decido di immolarmi. Non importa se parlare in pubblico è come avere un topo in camera da letto, io non ce la faccio a vedere Peter in quello stato di imbarazzo, così decido di chiedere il microfono e fare una domanda. Una domanda a caso, la prima che mi viene in mente, giusto per rompere il ghiaccio e fargli capire che non tutti siamo qui per andare a bere una birretta con Natalya, c'è qualcuno che è venuto qui per te, Peter, per te e il tuo bellissimo film.
"Come mai questa questa scelta dei flashback?".
Ok, è una domanda del cazzo, ma segnala un interesse, no? Un interesse finto, certo, ma lui che ne sa? E poi in ogni caso gli dà modo di dire qualcosa, magari diffondersi in teorie cinematografiche, che ne so, svelare dei particolari sulla realizzazione del film eccetera, sai quante cose si possono dire partendo da un piccolo particolare insignificante?
"In che senso?", mi risponde lui.
Silenzio (e questo silenzio mi sembra durare molto di più di quelli precedenti).
"Eh, beh... cioè...", e adesso cosa cazzo dico?, "non so, magari per introdurre quei ricordi potevano esserci altre soluzioni? Cioè, chiedo...".
"No".
Così, secco: "no",  senza aggiungere nient'altro. Un "no" che riechegga nella sala: no... no... no... bzzz... no... 
Natalya non mi guarda, ma noto che ha lo stesso colore delle poltrone del cinema. Non c'è modo di girarci intorno, ho fatto una figura di merda e questa non è l'unica cosa che capisco, capisco anche che il precedente silenzio di Peter Del Monte non era timidezza, ma fastidio, era infastidito per la situazione evidentemente non all'altezza della sua autostima in cui si trovava e stava sfidando il pubblico, era una cosa tipo "se voi non parlate, non parlo nemmeno io, brutti bifolchi che avete osato deturpare la mia opera col vostro sguardo di campagna".
Un obiettivo però la mia domanda lo raggiunge: rompere il ghiaccio. Infatti dopo di me c'è un altro tizio che chiede la parola, anche se in realtà, quando gli portano il microfono, non fa nessuna domanda vera e propria, ma inizia un lungo panegirico sul regista e sceneggiatore Peter Del Monte, prodigandosi in lodi e elogi per almeno cinque minuti (e così alla fine qualcuno era davvero venuto apposta per Peter Del Monte). "Se io sono stato trattato così malamente per una domanda insignificante" penso, "come verrà trattato questo qua che gli sta leccando il culo senza vergogna in modo così spudorato?". All'epoca ero molto ingenuo. Quando il tizio finisce, Peter Del Monte gli risponde (testuali parole, non mi invento niente): "lei è il mio spettatore ideale".
Spettatore ideale? Un leccaculo prolisso che ha parlato per cinque minuti, forse di più, senza dire niente e senza dare nessuno spunto per una qualsiasi risposta più articolata di un semplice "grazie"? 
Eppure dice proprio così "lei è il mio spettatore ideale", dopo di che Peter Del Monte si mette a parlare del suo film per un'ora e mezza filata, con naturalezza, tutto contento, senza più bisogno di altre domande o imbeccate. Addio birretta.
"Come ti è sembrata la mia performance con Peter Del Monte?", chiedo a Natalya mentre la riaccompagno a casa.
"Carina". 

LA TENDA

COMUNICAZIONE FASTIDIOSA

È con fastidio che comunico a tutti coloro che seguono questo blog via email, che Feedburner sospenderà  il servizio a partire da luglio 2021. Quindi quello "staremo sempre insieme" che avevo promesso è durato solo sette mesi. È come quando al supermercato scopro una cosa che mi piace, inizio a comprarla abitualmente e dopo un mese o due non esiste più. Pazienza.
Chi vuole continuare a ricevere una notifica per ogni nuovo post pubblicato qua sopra, può seguire il blog tramite feed RSS (non so cosa voglia dire quello che ho appena detto, ma so che per alcune persone le parole “feed RSS” hanno un significato).
In alternativa ci sono gli account Twitter mio e di Emanuelesi, dove twittiamo (si dice così, non è colpa mia, c'è anche sul dizionario) più o meno regolarmente i nuovi post e altre cose.
Un altro modo è seguire la pagina Facebook del blog. Non è una pagina gestita e creata da me, ma da un benefattore che chiameremo Jacopo (grazie Jacopo!) e viene regolarmente aggiornata ogni volta che su questo blog appare un nuovo post. Va detto che se questo blog è bene o male sopravvissuto alla famosa morte dei blog, gran parte del merito è di quella pagina. Un giorno o l’altro dovrò ricordarmi di spedire a Jacopo una cassa di spritz, cioè metà cassa di prosecco, un terzo di cassa di Aperol e un sesto di cassa di soda (e arance come imballaggio).

TEST PER CAPIRE SE SEI UNA MERDA


Nonostante le avversità (lockdown, capsulite adesiva, non voglia di disegnare, ancora più non voglia di disegnare) io e Guglielmo Favilla abbiamo fatto un altro video della serie Tutto quello che c’è da sapere su tutto quanto.
Io ho fatto le parole e i disegni (ho già detto che odio disegnare?*), Favilla ha fatto le voci e Gabriele Draghetti ha registrato le voci di Favilla nel pieno rispetto delle norme anti-Covid. Almeno spero.


* Odio talmente tanto disegnare che quando disegno penso “forse non è stato così male quando da bambino mi sono chiuso il mignolo nello sportello del frigo, prima o poi devo riprovare”.

FUMO

 

SCHOPENHAUER E I RAPPER ITALIANI

Oggi avrei voluto scrivere un post su quanto mi danno fastidio il chiasso e i rumori, ma siccome l'ha già scritto Arthur Schopenhauer sul suo blog Parerga e Paralipomena, io mi limito a trascrivere le sue parole.
Sostituirò solo "schioccare delle fruste" con "canzoncine dei rapper italiani" e poco altro ("carro di sabbia" con "telefono", "concime" con "stereo portatile", "far camminare gli animali da tiro" con "intrattenere il popolo", "un nodo in cima ogni frusta" con "l'uso degli auricolari", "proletari" con "borghesi", "cavalli di posta liberi" con "l'autoradio a palla", "montando un cavallo da tiro sciolto" con "in sella a una bicicletta con le casse", "a fianco degli animali" con "con uno di quegli zaini stereo", "carrettieri" con "truzzi", "facchini" con "punkabbestia", "gente oziosa" con "studenti fuoricorso di Lettere e Filosofia", "Germania" con "Bologna"). 

«Il chiasso è la più impertinente di tutte le interruzioni, poiché interrompe, anzi perfino spezza i nostri pensieri. Ma dove non vi è nulla da interrompere, il chiasso non sarà avvertito in modo particolare. [...]
Ora però, passando dal genus alla species, debbo denunciare come il rumore più imperdonabile e infame le canzoncine veramente infernali dei rapper italiani nelle vie rumorose della città. Queste improvvise e acute canzoncine, che paralizzano il cervello e spezzano e ammazzano i pensieri, dovrebbero essere sentite dolorosamente da ognuno che porti nella sua testa qualcosa che somiglia a un pensiero, e dovrebbero, dunque, disturbare centinaia di persone nella loro attività spirituale, per quanto di genere comune: al pensatore, però, questo rumore penetra nelle sue meditazioni con un dolore così micidiale, come quando la spada del boia stacca la testa dal tronco. Nessun suono ferisce il cervello in modo così tagliente, quanto queste maledette canzoncine dei rapper italiani; [...] non capisco perché un qualsiasi villano, che sta portando un telefono o uno stereo portatile, debba solo perciò avere il privilegio di soffocare in germe ogni pensiero che sgorga nel cervello di diecimila teste in successione (una mezz'ora di strada attraverso la città). Martellate, abbaiar di cani e strilli di bambini sono orribili; ma l'unico vero e proprio assassino dei pensieri sono le canzoncine dei rapper italiani. La loro destinazione è di distruggere ogni momento di raccoglimento, che ad uno sia dato ogni tanto di avere. Soltanto nel caso che non vi fossero altri mezzi per intrattenere il popolo, se non questo rumore più abominevole di tutti, ciò potrebbe essere scusato. Ma proprio al contrario, queste maledette canzoncine dei rapper italiani non soltanto non sono necessarie, ma perfino inutili. [...] Che una simile infamia venga tollerata nelle città è una grande barbarie e ingiustizia; tanto più che sarebbe facile eliminarla se la polizia prescrivesse l'uso degli auricolari. Non può essere cosa nociva attirare l'attenzione dei borghesi sul lavoro mentale delle classi superiori: essi, infatti, provano un timore enorme verso ogni lavoro cerebrale. Ma che un villano, il quale, attraversando le vie strette di una città molto popolata con l'autoradio a palla o in sella a una bicicletta con le casse, o addirittura camminando con uno di quegli zaini stereo, emetta senza tregua e con tutte le forze canzoncine di rapper italiani lunghissime, non meriti di essere obbligato a scendere immediatamente per ricevere cinque bastonate date con convinzione, non mi convinceranno tutti i filantropi del mondo. [...] Deve, dunque, mentre tutti hanno cura del corpo e delle sue soddisfazioni, lo spirito che pensa essere l'unico al quale mai viene concesso il minimo riguardo o protezione, per non parlare di rispetto? Truzzi, punkabbestia, studenti fuoricorso di Lettere e Filosofia che stanno agli angoli della strada e altri simili sono gli animali da soma della società umana; essi vanno senz'altro trattati umanamente, con giustizia, benevolenza, indulgenza e con le cure necessarie; ma non dovrebbe essere permesso loro di diventare un impedimento col chiasso petulante alle aspirazioni più alte del genere umano. Vorrei sapere quanti grandi e bei pensieri questi rapper italiani abbiano già cacciato via dal mondo con le loro  canzoncine. Se potessi comandare io, si dovrebbe creare nella mente dei truzzi un nexus idearum indiscutibile fra le canzoncine dei rapper italiani e il ricevere bastonate. [...] La tolleranza generale riguardo al chiasso inutile, ad esempio riguardo allo sbattere le porte, abitudine oltre modo maleducata e volgare, è addirittura un sintomo dell'ottusità generale e della povertà di idee. In Bologna le cose stanno come se si mirasse a far sì che per il chiasso nessuno riesca a riflettere; per esempio, battendo il tamburo senza scopo».
Arthur Schopenhauer

IL VIAGGIO

MINIMIZZATORI E NEGATORI

Una cosa interessante di questa pandemia è vedere come alcuni l'abbiano usata come pretesto per prendersela con le persone che odiavano già prima della pandemia. Alcuni esempi: i pigri hanno deciso che gli untori sono quelli che corrono (bei tempi quando le persone avevano la delicatezza di andare a correre in posti appartati, ora invece ti vengono a sgambettare sotto il naso vestiti nel modo più catarifrangente possibile, costringendoti inevitabilmente a pensare a tutti i Tegolini che non stai smaltendo); chi non sopporta il gioventume che tutte le notti fa baldoria sotto la sua finestra incolpa la (chiedo scusa per la parola) mo(scusa, davvero)vida; gli appassionati di Marx incolpano il capitalismo; gli xenofobi incolpano gli stranieri; chi odia la scuola incolpa le scuole; chi ama la scuola incolpa chi chiude le scuole; e, più in generale, chi ama un certo tipo di attività (cinema, palestra, discoteca, carcere) riterrà quelle attività magicamente protette da ogni possibilità di propagazione del contagio e crederà di individuare la fonte di ogni male nelle attività che invece odia. È  davvero strano e per certi versi affascinante come alcune persone siano riuscite a passare attraverso più di un anno di pandemia senza avere capito assolutamente niente.
Per un virus, soprattutto un virus che si trasmette attraverso le vie respiratorie e non attraverso, che so, l'ingestione dei peli delle ascelle, ogni contatto sociale è un'occasione di contagio, non importa se coloro che si contattano socialmente sono stranieri, proletari, discotecari, vigili urbani, fisici nucleari o Presidenti delle Repubbliche, il virus non guarda in faccia a nessuno, e ogni occasione di contagio è per lui una possibilità in più di replicarsi, propagarsi e evolversi. Certo, ci sono alcune attività sociali che sono più virus-friendly di altre (per esempio giocare a rugby nello sgabuzzino è sicuramente più a rischio che giocare a ping pong nel deserto), ma rimane il fatto che, ogni volta che si entra in contatto con un'altra persona senza adottare tutte le precauzioni che ormai dovremmo avere imparato a memoria, si sta giocando nella squadra del virus. Perché è così, è come se ci fosse una partita Umani - Virus, una specie di derby, visto che entrambe le squadre giocano in casa, e chi ignora le suddette precauzioni è uno che, per qualche motivo, ha deciso di giocare col virus. Chi dice cose tipo "se non mi metto la mascherina sono cazzi miei" è esattamente come un giocatore della Juventus, poniamo, che dice ai suoi compagni di squadra "se durante la partita Juventus – Torino provo a fare autogol sono cazzi miei". Cioè, se vuoi fare autogol fai pure autogol, hai il libero arbitrio, ma non è vero che sono “cazzi tuoi”; se fai autogol il punteggio diventa Juventus – Torino: 0–1, non Juventus – Torino – Giocatore della Juventus che ha fatto autogol: 1–1–0.
Quindi, visto che non ci sono untori, bisogna rassegnarsi all'idea di non dare la colpa a nessuno? Beh, non saltiamo subito alle conclusioni. Se oggi la situazione è molto più grave di quella che avrebbe potuto essere, se dovremo trascinarci dietro questo flagello per chissà quanto tempo ancora e se per un bel pezzo le nostre vite non sono state e non saranno più quelle di prima, i colpevoli ci sono. Sono i minimizzatori e i negatori, a cominciare dal Governo cinese.
In questo articolo (Covid-19: Five days that shaped the outbreak), Jane McMullen ricostruisce in modo chiaro e preciso il comportamento delle autorità cinesi nei primi giorni della non-ancora-pandemia. Il concetto è grosso modo questo: in una fase in cui per la prima volta il virus stava esplodendo in modo esponenziale (n.b. la parola "esponenziale" è qui usata nel senso di "esponenziale" e non nel senso di "pazzesco") e in cui, cito, "ogni giorno e ogni ora erano determinanti", la Cina ha deciso di minimizzare e negare l'esistenza del problema per più di due settimane, silenziando i suoi medici e i suoi scienziati. "That was the shot we had, and we lost it", dice l'articolo.
Dopo di che (qui sono io che parlo, non è più l'articolo) la torcia del minimizzare e del negare è passata al resto del mondo: ad altri Governi non democratici o aspiranti tali, a politici opportunisti, a giornalisti ignoranti, a sedicenti esperti a caccia di notorietà e, infine, ai semplici scemi (gli scemi sono sempre la base della piramide di ogni disastro). Tutti questi minimizzatori e negatori sono colpevoli, esattamente come sarebbe colpevole chi invitasse la gente a guidare ubriaca minimizzando o negando gli effetti dell'alcol sulla lucidità della mente umana, o come chi si mettesse lui stesso a guidare ubriaco, o perché ha deciso che non gli frega niente delle conseguenze o magari semplicemente perché è disperatamente scemo.
Sono troppo severo? Non mi pare. Se non fosse per quelli che "le mascherine sono inutili", "è solo un'influenza", "muoiono solo i vecchi", "la cura esiste ma non ce lo dicono", "i numeri sono gonfiati" eccetera, ora non saremmo nella situazione in cui siamo, e visto che non si può dare la colpa di tutto questo a un virus che sta semplicemente facendo il suo lavoro in modo egregio, a chi altri la si può dare se non a quelli che, pur non essendo nella squadra del virus, hanno deciso di giocare con lui?
Se hai un amico minimizzatore o negatore, per favore, fagli leggere questo post e digli da parte mia che è un criminale, ma senza la dignità di quei criminali che pianificano i loro crimini e li portano a termine, no, è più un criminale tipo Schettino. “Te lo ricordi Schettino?” digli, “ecco, tu sei così. Un criminale deficiente”.