PRETI A DOMICILIO

Chi è?

Buongiorno, sono della parrocchia.

Buongiorno.

Ci risulta che lei convive da due settimane con la sua... come dire?

La mia compagna, sì.

Ecco, mi rincresce disturbarvi a quest’ora di domenica --

Non si preoccupi, le campane della chiesa ci avevano già svegliati.

Sono stato incaricato di darvi qualche ragguaglio sul corretto comportamento da tenere durante le copule. Non so se siete al corrente, ma certe pratiche sessuali possono essere molto pericolose.

Pericolose?

Per l’anima.

Ah, non si disturbi, noi non siamo cattolici.

Questo per me non è un problema. Posso entrare?

Non so, non abbiamo molto tempo... quanto pensava di fermarsi?

Tutta la vita.

Nel senso --

Tutta la vita.

Ho capito.

Devo assicurarmi che seguiate i dettami impartiti dalla Santa Sede in fatto di contatto fisico e spargimento di fluidi.

Ah.

Ho portato anche la macchina fotografica.

Ci farebbe molto piacere poterla ospitare, sul serio, ma purtroppo abbiamo una camera sola.

Non preoccupatevi per questo, starò benissimo nel lettone con voi.

Nel lettone?

Avete un lettone, no?

Sì.

Bene, così magari vi do una mano.

Mi scusi, posso sapere quali sono le sue competenze in campo sessuale?

Nessuna competenza.

Okay, entri pure.

LA BOTTEGA DELL’ANIMALE

Buongiorno, vorrei un animale da compagnia.

Come lo desidera?

Tenero, estroverso e non troppo peloso.

Un criceto.

Preferirei qualcosa di più grande.

Un capibara, allora.

Cos’è?

Tipo il criceto, ma più grande.

Non avete qualcosa di meno roditore?

Non le piacciono i roditori?

No.

Quest’anno vanno molto.

Sì, ma non sono molto affettuosi.

Non mi aveva detto che lo voleva anche affettuoso.

È per mia moglie.

Non si giustifichi, tutti abbiamo bisogno di affetto. Preferisce un animale da passeggio o da trastullo?

Da passeggio.

Abbiamo un bellissimo esemplare di iguana adulta delle Galapagos. Vado un attimo a vedere che non sia estinta.

Lasci stare.

All’occorrenza può anche essere una graziosa borsetta.

Niente rettili.

Allora forse le può interessare uno scarabeo stercorario.

Non so...

È molto affettuoso.

Da trastullo cos’avete?

Abbiamo il bisonte nordamericano, il tarsio, la scimmia urlatrice e la vongola.

Non avete qualcosa di più normale? Ogni tanto mi piacerebbe anche accarezzarlo.

Allora lei vuole un animale morbido.

Sì.

Tenero, estroverso, non troppo peloso, affettuoso, trastullabile e morbido.

Sì.

Quante zampe?

Non più di quattro.

Non mi dica che vuole un cane.

Be’, effettivamente --

Purtroppo i cani li abbiamo finiti. Se vuole abbiamo una fregata, animale non molto dissimile dal cane.

La fregata?

Lo sapeva che il novanta percento del patrimonio genetico del cane è in comune con quello della fregata? L’unica differenza è che la fregata vola, ma se vuole possiamo toglierle le ali.

No, non fa niente.

Ci vuole un attimo.

Sono più orientato su animali integri.

Quindi, riassumendo: tenero, estroverso, non troppo peloso, affettuoso, trastullabile, morbido e integro.

Sì.

È la descrizione sputata del limulo. Guardi che bellezza.

Gesù Cristo!

No, si chiama limulo

Non ha un po’ troppe zampe?

Aspetti, ora le conto.

Lasci stare, prendo un figlio.

RIPRODUZIONE IN SERIE

Il cervello umano non è programmato per studiare l’universo o farsi domande sul senso dell’esistenza, è programmato per adattarsi in fretta all’ambiente circostante e mettere al mondo il maggior numero possibile di figli in quei pochi anni che ha a disposizione. Cose come la Critica della Ragion Pura o la Teoria della Relatività sono incidenti di percorso, non il normale punto di arrivo di un cervello. Chi cita Einstein come esempio della grandezza del genere umano (e quindi, indirettamente, della propria) sbaglia, perché un esempio per essere buono deve essere tipico, non eccezionale, e un tipico esempio della grandezza del genere umano è Gasparri, non Einstein.
Quando un cervello viene al mondo, per prima cosa si guarda intorno attraverso il suo sofisticato sistema audiovisivo, poi passa subito a copiare tutto quello che vede e sente. Tutto. Non importa che senso abbia o non abbia, lui guarda e riproduce tutto tale e quale, come una fotocopiatrice. Prima lo riproduce con la voce e i gesti, poi con i comportamenti e alla fine anche materialmente, mettendo al mondo tanti altri cervelli identici a lui. Copia e incolla, ecco come funziona il cervello. Per questo motivo la religione giusta è sempre quella dove sono nato, la gente civile è quella del mio paese e nessuno fa il pane buono come qui da noi. L’obiettivo del cervello non è la scoperta di cose nuove, ma la riproduzione di quelle vecchie. Ovviamente questo non significa che il cervello sia stupido, anzi è un organo molto intelligente, solo che la sua intelligenza è finalizzata al copia e incolla, non alla conoscenza. Quando uno scopre qualcosa di nuovo (ogni tanto succede), riesce a scoprirlo non grazie al suo cervello, ma nonostante il suo cervello. Scoprire una cosa nuova significa sconfiggere il proprio cervello, quindi non bisognerebbe gridare “eureka!” ma “t’ho fregato, bastardo!”.
Se il cervello umano fosse fatto per la cosmologia, la filosofia e la conoscenza in generale, il suo algoritmo sarebbe questo


Ma purtroppo non funziona così. Il punto di partenza dell’algoritmo non è mai una domanda, ma una risposta: i maiali volano. Una risposta copiata da genitori, preti e insegnanti e subito diligentemente incollata nei neuroni. Il cervello non va in giro per il mondo con una domanda in cerca della risposta, come di solito si dice, ma va in giro per il mondo con una risposta in cerca della possibilità di riprodurla, e se disgraziatamente un dato oggettivo transita nel suo campo audiovisivo, il cervello cerca di scacciarlo. Il vero algoritmo del cervello è questo

CORRENDO

IL METODO REPORT

Tanto tempo fa, forse qualcuno lo ricorda ancora, era usanza avere in casa un elettrodomestico sonoro/luminoso non interattivo adibito alla promozione di carne in scatola, abbonamenti telefonici, caramelle gommose e altre cose più o meno cancerogene. Era chiamato “televisore” e, fra le altre cose, diffondeva nell’ambiente una cosiddetta “trasmissione” denominata Report, che tutti però si ostinavano inspiegabilmente a chiamare “Réport”, benché fino al 2002 d.C. l’avessero sempre chiamata “Repòrt” e in tutto il mondo si dicesse “Uipóch”. Detta trasmissione si proponeva vari obiettivi, fra cui quello di dimostrare la cancerogenicità delle cose che, suo malgrado, contribuiva a promuovere. Ma questo non era il suo difetto.
Il difetto di Report era il metodo che spesso usava per redigere i suoi report. Ma a dir la verità nemmeno questo era un difetto propriamente suo, ma piuttosto un difetto del cervello umano, e quindi, solo in quanto trasmissione umana, anche un difetto di Report. Nessuno però sembrava fare caso a questo difetto, dal momento che a quel tempo il cervello era ancora visto di buon occhio.
Il metodo Report, ma potremmo anche chiamarlo il metodo cervello, consisteva fondamentalmente nel:

1) Chiamare “verità” ciò che si dà per scontato sia vero prima di mettersi a cercare, e sottolineo “prima”.
2) Cercare ciò che conferma la verità e ignorare ciò che la contraddice.
3) Dividere il mondo in agenti del male e gente per bene, dove i primi sono quelli che negano la verità (hanno secondi fini) e i secondi sono quelli che la affermano (non hanno secondi fini).
4) Torchiare gli agenti del male, incalzarli con domande scomode, mettere in dubbio tutto quello che dicono e, eventualmente, sbeffeggiarli.
5) Lasciarsi versare nelle orecchie senza opporre resistenza tutto quello che dice la gente per bene.

Sbeffeggiare un agente del male può a prima vista sembrare una cosa sacrosanta, se però si applicano le definizioni di “agente del male” e “verità” date sopra, si ha che “sbeffeggiare un agente del male” diventa “sbeffeggiare chi nega ciò che io do per scontato sia vero prima di mettermi a cercare, e sottolineo prima”. Questo non sembra più molto sacrosanto.
Ai primi cinque punti del metodo Report se ne aggiunge poi un sesto, che potremmo chiamare il punto prezzemolo

6) La catastrofe è vicina.

Ricordo ai più giovani che il prezzemolo era una pianta erbacea del mediterraneo usata come ingrediente di moltissimi piatti, da cui il detto “essere come il prezzemolo”, oggi ancora molto diffuso in tutto il settore B.
Uno dei casi in cui il metodo Report si è mostrato in tutta la sua drammatica evidenza è la puntata del 27 novembre 2011 dedicata ai possibili danni alla salute provocati dai telefoni cellulari, gli apparecchi che a quel tempo venivano usati per comunicare a grandi distanze, o anche a piccole distanze se proprio uno voleva buttare i soldi. In quella puntata la verità data per scontata era che i cellulari facessero venire il cancro al cervello, cosa in parte confermata dall’OMS che proprio nel marzo di quell’anno aveva classificato questi apparecchi come “forse cancerogeni”, cioè il livello di pericolosità immediatamente sotto a “probabilmente cancerogeni” e immediatamente sopra a “presumibilmente cancerogeni”. Ma questo a Report non bastava, perché Report aveva puntato tutto sulla casella “sicuramente cancerogeni anzi guarda muoio subito”. Il problema del metodo Report, lo dico anche se ormai è tristemente noto a tutti, non era tanto che la verità data per scontata potesse essere falsa, ma che fosse appunto data per scontata. Chi dice una cosa vera basandosi su una premessa falsa non è uno che sta dicendo la verità, ma uno che sta tirando a indovinare. La verità può essere detta solo da chi l’ha cercata, non da chi dice cose a caso.
Così quella domenica sera di novembre i televisori diffusero nelle case di milioni di persone completamente ignare la sistematica e spietata applicazione del metodo Report: ogni volta che l’autrice dell'inchiesta aveva a che fare con qualcuno che sosteneva cose, non dico tranquillizzanti, ma anche solo un po’ meno preoccupanti di “sicuramente cancerogeni anzi guarda muoio subito”, questo qualcuno veniva torchiato, incalzato, messo in dubbio e, naturalmente, sbeffeggiato


quando invece aveva a che fare con chiunque confermasse le sue tesi, fosse stato anche il primo che passava per il CNR, allora lo ascoltava in silenzio con la massima attenzione, e avrebbe anche preso appunti se solo non avesse già saputo a memoria tutto quello che l’intervistato diceva. Se per esempio un agente del male diceva che i cellulari erano “sicuramente cancerogeni ma se permetti muoio più tardi con calma”, l’autrice faceva notare che costui era pagato dalle ditte costruttrici di cellulari e dunque aveva tutto l’interesse a nasconderne l’effettiva dannosità, ma se una persona per bene diceva che i cellulari erano “sicuramente cancerogeni anzi guarda muoio subito”, allora l’autrice non aveva niente da obiettare, benché questa persona per bene dicesse apertamente di essere pagata dalle sedicenti vittime dei cellulari. Com’era possibile? Un ricercatore era inattendibile perché pagato da una parte in causa, e un altro ricercatore era attendibile benché pagato dall’altra parte in causa? In realtà ciò che nel metodo Report rendeva attendibile un ricercatore non era chi lo pagava, ma quanto fossero gradite le cose che diceva: più uno diceva che i cellulari erano cancerogeni più era attendibile e in quella puntata il ricercatore più attendibile diceva che, lo ricordo ancora come se fosse la settimana scorsa, i cellulari aumentavano di cinque volte le probabilità di avere un cancro al cervello. La catastrofe era vicina.
In realtà “cinque volte” non è necessariamente inquietante, anzi può addirittura essere tranquillizzante. Tutto dipende da quanto vale la probabilità (P) di avere un cancro al cervello senza cellulare, perché è ovvio che se non si dice quanto vale P, non si può dire niente nemmeno di 5×P. Se per esempio P fosse 10%, allora 5×P sarebbe 50%, cioè una catastrofe, ma se P fosse 0,01%, 5×P sarebbe solo 0,05%, cioè trascurabile tanto quanto P. Sapere che c’è una probabilità su diecimila che piova o sapere che ce ne sono cinque su diecimila non fa nessuna differenza: in entrambi i casi si può tranquillamente uscire senza ombrello. Poi magari piove, ma in tal caso bisogna parlare di sfortuna, non di incoscienza. Ciò nonostante, se per il singolo individuo 0,01% e 0,05% sono entrambi circa zero, lo stesso non si può dire per una popolazione di sessanta milioni di abitanti, quanti erano allora gli abitanti di quella regione del mondo chiamata “Italia”, dal momento che in questo caso passare da P a 5xP significa avere 24000 malati in più. Se però P fosse 0,0001%, 5×P sarebbe un numero trascurabile tanto per il singolo quanto per l’intero sistema sanitario nazionale.
Non erano concetti difficili, ma per vederli bisognava riuscire per un attimo a smettere di amarsi, perché in fondo il metodo Report non era altro che uno dei tanti strumenti che la Natura, molto generosa in questo, aveva messo a disposizione del cervello umano per permettergli di amarsi senza dover fare lo sforzo di trovare motivi validi per farlo.
Però su una cosa Report aveva ragione, la catastrofe era veramente vicina, anche se non per colpa del cancro al cervello, ma per colpa del cervello.

PERCHÉ?

Perché il prosciutto crudo è salato?

Perché si conserva.

Perché il sale conserva?

Perché uccide i microrganismi.

Perché?

Perdono l’acqua.

Perché?

L’acqua fluisce dalla soluzione meno concentrata a quella più concentrata.

Perché?

Perché la membrana cellulare lascia passare le particelle neutre e non gli ioni.

Perché?

Interazione elettromagnetica.

Perché?

α = 0,00729735257

Perché?

Infiniti universi.


“Infiniti universi” sta diventando la risposta per tutto. Perché la costante di struttura fine è 0,00729735257? Infiniti universi. Come si spiega il paradosso EPR? Infiniti universi. Dove ho messo gli occhiali? Infiniti universi.
Se non fosse per le persone che si chiedono sempre il perché di ogni cosa, l’universo sarebbe solo una grossa decorazione natalizia appesa sopra le nostre teste, cioè una cosa carina e rassicurante, ma falsa, e siccome io preferisco essere turbato dalla verità che rassicurato dalle bugie, dico che è un’ottima cosa chiedersi sempre perché, ma questo non significa che tutto abbia un perché.
Una domanda su cui i fisici si arrovellano da un po’ di tempo a questa parte è perché le costanti di natura hanno i valori che hanno, cioè precisamente calibrati in modo da permettere la vita umana. Se per esempio il valore di α fosse 12, tanto per dire un numero a caso, a quest’ora non ci sarebbero né il prosciutto né tanto meno qualcuno a porsi il problema della sua conservazione. E non è solo α a essere così, c’è tutta una lista di costanti e leggi fisiche che, se fossero solo un po’ diverse da come sono, renderebbero l’universo inabitabile. Intendo molto più inabitabile di adesso. Perché? Le risposte che normalmente si danno sono tre.

1) C’è sotto qualche sconosciuta legge fisica.
2) Infiniti universi.
3) Dio.

La risposta 3 la scartiamo subito, visto che è la solita scappatoia metafisica. Chissà perché ogni volta che in una catena di domande si arriva a un punto critico, alla gente sembra più logico rispondere “Dio” invece che “non so”. Mille anni fa, quando non si sapeva niente di ioni e membrane cellulari, la catena del prosciutto sarebbe stata così.


Perché il prosciutto è salato?

Perché si conserva.

Perché il sale conserva?

Dio.


La risposta 1 è invece la risposta di chi non sa, ma pensa che se α è così è perché c’è sotto un qualche β attualmente sconosciuto, e se β è così è perché c’è sotto un γ, e così via. In questo modo i fisici avrebbero il lavoro garantito per sempre (quando finisce l’alfabeto greco, si può tranquillamente passare agli ideogrammi cinesi), anche se questo li condannerebbe alla frustrazione eterna. Infatti il sogno di ogni fisico teorico che si rispetti è quello di arrivare un giorno in fondo alla catena di domande, cioè di trovare finalmente una risposta unica, semplice e definitiva a tutto quanto, come il famoso 42 di Douglas Adams. Peccato che subito dopo si chiederebbe: perché 42? L’unica speranza per un fisico di sentirsi veramente soddisfatto è che la risposta definitiva coincida col punto di partenza.


Perché α = 0,00729735257?

Perché il prosciutto è salato.


Questo sì che sarebbe appagante, ma non credo che sia molto semplice introdurre il concetto di prosciutto nei diagrammi di Feynman.
Infine c’è la risposta 2, la risposta degli infiniti universi che oggi va tanto di moda, un po’ come a suo tempo l’hula hop. Chi la sostiene fa grosso modo il seguente sillogismo:

a) Niente costringe le costanti di natura a essere come sono.
b) Se fossero diverse noi non esisteremmo.
c) Allora ci sono tanti universi quanti sono tutti i possibili valori delle costanti e noi viviamo nell’unico universo in cui possiamo esistere.

Ovviamente i cosmologi che sostengono la tesi degli infiniti universi non lo fanno solo in base a questa argomentazione, non sono mica pazzi, però questa è sicuramente una delle argomentazioni, diciamo l'argomentazione filosofica.
Forse la risposta degli infiniti universi è quella giusta e, devo dire, a me non dispiace per niente (a parte il nome “multiverso”, o “megaverso” come lo chiama qualcuno, che mi fa sempre venire in mente un gigantesco rutto cosmico), forse ci sono veramente tantissimi universi scollegati l’uno dall’altro, ognuno con le sue costanti, le sue particelle e le sue particolari leggi fisiche, però una cosa è certa: quel sillogismo è sbagliato. Se ne accorgerebbe anche Aristotele.
Dire “se le costanti fossero diverse” significa già mettersi in una dimensione extrafisica (stavo per scrivere metafisica) e immaginare che i valori delle costanti di natura possano essere estratti a caso come i numeri della lotteria, cioè significa già ammettere che ci sia un contesto più grande dell’universo in cui viviamo: un multiverso, appunto. In pratica la premessa b) include già la conclusione c), quindi il sillogismo è sbagliato.
Per qualche motivo sembra che nessuno prenda mai in considerazione l’idea che la catena delle domande possa avere una fine. È come se tutti dessero per scontato che per ogni cosa debba sempre esserci un perché, o un perché fisico, o un perché extrafisico, o un perché metafisico. Ma su cosa si basa questa convinzione? Cosa vieta a una povera piccola costantina di essere quello che è così, senza nessun motivo? Farsi delle domande è un’ottima cosa, ma niente garantisce che abbiano anche una risposta.


Perché α = 0,00729735257?

Magari è così e basta.


Certo, poi succede che punti l’Hubble Space Telescope alle coordinate 10h 01m 37.4s +02d 31m 04s e vedi questo.

IL QUADRO

TONSILLOCENTRISMO

Perché a teatro la gente tossisce? La risposta più semplice sarebbe: perché ha la tosse. Ma io non ci credo, mai fidarsi delle risposte semplici. La Natura non è semplice. Spesso si dice che fra due teorie equivalenti sia da preferire quella più semplice, certo, ma solo per pigrizia, non per altro. La Natura è contorta, facit saltus e fa molte più pentole che coperchi. Il rasoio di Occam poteva andare bene nel XIV secolo, quando non si conoscevano i buchi neri o il principio di indeterminazione, oggi è molto meglio il nastro di Möbius.
Perché questa gente tossisce? Al cinema non tossisce, ho controllato. Al cinema tossiscono solo quelli che hanno la tosse, come si capisce dal fatto che sono colpi di tosse sinceri. Invece la tosse della gente a teatro ha qualcosa di studiato, non è “cof... eh-ehm...” o “ehm... ahm... cof” o “cof... co-cof”, ma è “COF! COF! COF!”, con i singoli “COF!” ben scanditi e separati l’uno dall’altro, come se fossero parole. Ci sono addirittura quelli che tossiscono così “TOSSE! TOSSE! TOSSE!”. Perché lo fanno? Forse si annoiano, ho pensato. Forse è come quando si aspetta il proprio turno dal dentista, che si inizia a giocherellare con la prima cosa a portata di mano: le chiavi, il cellulare, un giornale. Loro giocherellano con le tonsille. Certo è un’ipotesi plausibile, ma non abbastanza contorta per essere vera.
Un’ipotesi che mi sembra nettamente più verosimile è che questa gente tossisca per mettersi in mostra. Il motivo per cui al cinema non tossisce è che ha dei personaggi con cui immedesimarsi e quindi, anche se indirettamente, può sentirsi protagonista, invece a un concerto si sente messa da parte. Al cinema sono io che faccio a cazzotti con l’agente Smith, io che lancio l’anello nel Monte Fato, io che dico tutte quelle cose argute sugli intellettuali newyorkesi, mentre a teatro è lui che suona, lui che ondeggia in estasi, lui che si prende tutti gli applausi. Con la musica è difficile trovare interstizi dove infilare il proprio ego, e se uno vuole veramente apprezzare un brano musicale c’è solo una cosa che può fare: ascoltare, cioè la cosa più difficile del mondo.
La maggior parte della gente va a teatro non per ascoltare la musica, ma per assistere a una performance. Questa gente vede solo delle persone in abito da sera che si dimenano sul palco ammirate da tutti, mentre io, nientepopodimeno che io, sono qui al buio, ignorato e mischiato a tutti gli altri come un semplice spettatore, e sta a vedere che non posso neanche tossire.
Per questo a teatro c’è tutto uno sfoggio di pratiche esibizionistiche come non se ne vedono in nessun altro posto al mondo privo di telecamere. Ci sono quelli che tossiscono, quelli che scartano caramelle dentro altre caramelle che contengono tante piccole caramelle di carta, quelli che sfogliano l’opera omnia di tutti i programmi teatrali d’Italia, quelli che suonano lo schienale della poltrona antistante, quelli che dirigono gli esecutori col naso, quelli che esclamano, quelli che piangono, quelli che cigolano e, ovviamente, quelli che telefonano. Quelli che telefonano non mancano mai. E alla fine tutti gridano “bravo!”, non “bello!”.

TRAINING AUTOGENO


Miglior corto di animazione ai Nastri d'Argento 2012.

Realizzato in collaborazione con i Licaoni.
Voci di Alessia Cespuglio, Alessandra Falca, Laura Regali, Alex Lucchesi e Guglielmo Favilla.
Musica di coda dello Zio Giorgio.
Versione HD qui.
Altre informazioni qui.

PROSSIMAMENTE!

Sta arrivando il film dell’anno! Training autogeno! (il punto esclamativo non fa parte del titolo).
La travolgente storia d’amore di Carla


e Sandro


(ma anche di Sandra e Carlo), cioè di una ragazza appassionata di abiti da sposa e esseri umani in scala 1:4, e di un ragazzo con l’eiaculazione più precoce del mondo! Due ragazzi come tanti che si conoscono, non si piacciono e si sposano!
Riuscirà Carla/Sandra a trascinare Sandro/Carlo in quel ristorante biologico dove fanno il tofu alla griglia e i gamberetti di soia? Ce la farà a fargli capire che il tetrapak va nella carta e non nella plastica? (o viceversa). E Sandro/Carlo riuscirà finalmente a non stordirsi di birra prima che Carla/Sandra finisca di cucinare? Cosa lo spinge a tenere i calzini anche quando fanno l’amore? E perché Paolo assume quell’aria strafottente ogni volta che si parla di Formula Uno? Ma soprattutto chi è Paolo?
Training autogeno! Un film di animazione in tutti i sensi! Perché anima! Perché si anima! Perché ha l’anima! Perché è animato! E naturalmente perché...


no, basta.
Training autogeno! Il film che dopo averlo visto stappi lo spumante! (nel senso buono).
Avventura!


Thriller!


Amore!


Impegno sociale!


Tutto questo e molto altro ancora in un film che ha fatto impazzire il pubblico di tutto il mondo! E lo devono ancora vedere!
Un cartone animato interamente realizzato col solo uso di una tavoletta grafica, un computer e alcuni software di disegno, animazione, montaggio e postproduzione! Proprio come si faceva una volta!
Realizzato da Comafilm (cioè io), in collaborazione con i Licaoni (cioè loro), interpretato da Nicole Kidman, Susan Sarandon, Scarlett Johansson, Robert De Niro e Bill Murray (doppiati rispettivamente da: Alessia Cespuglio, Alessandra Falca, Laura Regali, Alex Lucchesi e Guglielmo Favilla), musiche di coda di Richard Wagner (ricomposte e eseguite dallo Zio Giorgio)! Anzi: !!!
Training autogeno! Dura solo sette minuti, ma proiettato su una stella di neutroni può arrivare fino a un’ora e mezza!
Training autogeno! Training! A! U! To! Ge! No!
Lunedì prossimo! Nei migliori Youtube del mondo!


Che fai ancora lì? Corri a lunedì prossimo!