LA BUCA DELL’AMORE (13)
13. ORGOGLIO E FRUSTRAZIONE
Quando una persona dotata di amor proprio a raggiunge un obiettivo distante so dal suo egocentro, prova per sé un orgoglio aso pari all’altezza di cui è salita rispetto al fondo della buca in cui vive.
Chiamiamo orgoglio di una persona (o) l’orgoglio massimo cui questa può innalzarsi nel corso di tutta la sua vita, cioè l’orgoglio corrispondente alla sua saggezza (s)
Quando una persona dotata di amor proprio a raggiunge un obiettivo distante so dal suo egocentro, prova per sé un orgoglio aso pari all’altezza di cui è salita rispetto al fondo della buca in cui vive.
Chiamiamo orgoglio di una persona (o) l’orgoglio massimo cui questa può innalzarsi nel corso di tutta la sua vita, cioè l’orgoglio corrispondente alla sua saggezza (s)
o = as
Questo orgoglio, grazie all’equazione fondamentale della persona (parte 12), può essere espresso in funzione dell’amor proprio e dell’intelligenza (i)
o = ai / √(a2+1)
La figura qui sotto mostra l’andamento dell’orgoglio al variare dell’amor proprio per un valore fissato dell’intelligenza (in questo caso 0.7).
Come era facile prevedere, una persona è tanto più orgogliosa quanto più si ama, e questa semplice constatazione è già sufficiente per spiegare come mai gli uomini vadano così meglio delle donne in tutti gli sport, briscola compresa. Non è solo una questione di superiorità fisica, come si tende a dare per scontato, ma anche di orgoglio: gli uomini ci tengono di più. Per rendersene conto basta fare caso a come uomini e donne si comportano quando perdono. Naturalmente sia gli uni che le altre si complimentano con chi ha vinto, un po’ è la prassi, un po’ serve a far vedere che dopotutto non ce la si è presa, che tanto è solo un gioco e che nella vita ci sono obiettivi ben più importanti, obiettivi come “vincere la prossima volta”. Uomini e donne, però, non si complimentano allo stesso modo: le donne sembrano complimentarsi sul serio. A volte può persino capitare che una perdente abbracci la vincitrice, la baci, le mostri alcuni pollici in su e arrivi a pronunciare frasi come “sei la migliore”, “mi dichiaro sconfitta” o addirittura “ti offro da bere”, cioè frasi che per un uomo mediamente innamorato di sé sono assolutamente inconcepibili. Di solito un uomo si avvicina al vincitore con la faccia deformata dal disprezzo, gli dà la mano cercando di spezzargli più falangi che può e tutto quello che riesce a dirgli è una via di mezzo fra “complimenti” e “crepa”. Se si fa bene attenzione si può anche notare che in prossimità del coccige gli sta spuntando una piccola coda pelosa. Quando un uomo dispone i suoi carri armati sul tabellone di Risiko o fa le acrobazie vestito da pagliaccio, non sta semplicemente “giocando”, sta facendo qualcosa per cui ne va del suo orgoglio. Certo non è un comportamento saggio, ma è proprio questa mancanza di saggezza che lo aiuta a vincere. La voglia di autocompiacersi è una motivazione indispensabile per prevalere negli sport, nelle conversazioni con gli amici e in autostrada. Tutto questo naturalmente nell’ipotesi in cui gli uomini si amino molto di più delle donne, cosa ancora tutta da dimostrare.
L’orgoglio, però, non cresce indefinitamente al crescere dell’amor proprio, ma tende asintoticamente a un valore massimo che è numericamente uguale all’intelligenza
lima→∞ ai / √(a2+1) = i
Cioè più l’amor proprio di una persona è grande, più questa tenderà a usare tutta la sua intelligenza per inorgoglirsi invece che per prendere le distanze da sé. Al contrario, più l’amor proprio è piccolo, più l’orgoglio tende ad annullarsi
lima→0 ai / √(a2+1) = 0
Quindi, ricordando come varia la saggezza al variare di a (sempre parte 12), i due casi limite cui una persona può tendere sono:
a→0: saggezza massima, orgoglio nullo
a→∞: saggezza nulla, orgoglio massimo
a→∞: saggezza nulla, orgoglio massimo
Vedendo queste due possibilità ideali una vicino all’altra, non è così semplice dire quale sia preferibile. Da un lato verrebbe da scegliere la prima. Chi non vorrebbe essere la persona più saggia del mondo? Sarebbe meraviglioso andare nei talk show della domenica pomeriggio a sfoggiare tutta la propria incomparabile saggezza con criminologi, preti e soubrette. Ma purtroppo c’è un problema: l’orgoglio nullo annesso a questa possibilità porterebbe inevitabilmente chi la scegliesse a stare tutto il giorno in una baita di montagna a riflettere sul significato della parola “essere”, il che vuol dire niente tv, niente interviste, niente tunica alla Socrate, niente di niente, neanche un piccolo adesivo sulla macchina con scritto “saggio a bordo”. La seconda possibilità diventa improvvisamente più allettante. Essere la persona meno saggia del mondo non è il massimo, è vero, però è anche vero che essere orgogliosi di se stessi è una sensazione piacevole, indipendentemente dal fatto che se ne abbia o no motivo. In fondo a tutti piacerebbe essere orgogliosi di sé e crogiolarsi tutto il giorno nel ricordo dei propri obiettivi raggiunti, e che importa se gli altri considerano questi obiettivi futili? Quello che conta è come ci si sente, non come gli altri pensano che ci si debba sentire. Meglio ubriachi e felici che sobri e tristi, e anche se non è ben chiaro cosa si debba intendere con la parola “felicità”, certamente non può essere una cosa spiacevole. Giusto, ora passiamo a descrivere la frustrazione.
L’insoddisfazione di una persona può essere definita come la quantità di amor proprio che l’orgoglio non riesce a soddisfare. In pratica è il dislivello che resta ancora da fare per uscire dalla buca quando non si ha più la forza di salire. Ecco l’orgoglio e l’insoddisfazione (n) visualizzate sul piano della saggezza e dell’amor proprio.
Essere orgogliosi di sé è piacevole, ma non è altrettanto piacevole sentire che questo orgoglio è comunque insufficiente e che una parte dell’amore che si prova per sé è ancora lì che aspetta di essere soddisfatta. È come quando uno ama un’altra ma sente che l’altra non lo ama quanto lui vorrebbe, l’unica differenza è che in questo caso l’uno e l’altra coincidono. Uno si ama a, l’orgoglio soddisfa una parte o del suo amore, quello che rimane è l’insoddisfazione
n = a - o
cioè
n = a[1 - i/√(a2+1)]
Da questa equazione si vede che tutte le persone sono insoddisfatte, almeno un po’. Infatti, essendo l’amor proprio e l’intelligenza sempre maggiori di 0, si ha
i/√(a2+1) < i
ed essendo inoltre l’intelligenza sempre minore di 1 (parte 6), si ha anche
i/√(a2+1) < 1
quindi
n > 0
Questa è la legge dell’insoddisfazione eterna ed è quella legge che fa alzare la gente dal letto tutte le mattine, anche quando il corpo non ne avrebbe voglia e se ne starebbe volentieri a rotolarsi tutto il giorno fra le coperte, perché quello che spinge le persone a vivere non è chissà quale grande progetto per sé o addirittura per l’umanità, ma sempre e solo la voglia di colmare questa insoddisfazione incolmabile.
Come l’orgoglio, anche l’insoddisfazione cresce al crescere dell’amor proprio, ma, mentre l’orgoglio non può crescere più di tanto, l’insoddisfazione non ha limiti
lima→∞ a[1 - i/√(a2+1)] = ∞
tanto che quando l’amor proprio oltrepassa una certa soglia (af), l’insoddisfazione è così grande che supera anche l’orgoglio
n > o
Quando questo si verifica si cade in quel caratteristico stato d’animo chiamato “frustrazione”. Il grafico qui sotto mette a confronto l’andamento dell’orgoglio (linea continua) con quello dell’insoddisfazione (linea tratteggiata), sempre fissato un valore di riferimento dell’intelligenza pari a 0.7. La zona ombreggiata è quella della frustrazione.
Tutte le persone sono insoddisfatte, è inevitabile, ma solo le persone la cui insoddisfazione supera l’orgoglio sono anche frustrate, e queste persone sono quelle che si amano così tanto che qualsiasi obiettivo riescano a raggiungere non varrà mai neanche la metà del loro amore.
Quindi, ricapitolando:
a→∞:
saggezza nulla, orgoglio massimo, insoddisfazione infinita
saggezza nulla, orgoglio massimo, insoddisfazione infinita
LA BUCA DELL’AMORE (12)
12. EQUAZIONE FONDAMENTALE DELLA PERSONA
Gli obiettivi che uno si pone possono essere più o meno saggi, cioè più o meno distanti da sé. Per esempio lavarsi i denti è meno saggio che suonare il violino, ma questo non significa che chi si lava i denti sia poco saggio, significa solo che quando ci si lava i denti si rimane molto più vicini a se stessi di quando si suona il violino: in un caso si pensa ai propri denti, nell’altro si pensa alla musica. Poi è vero che chi suona il violino lo fa anche per sé e chi si lava i denti lo fa anche per gli altri, ma ciò non toglie che nessuno andrebbe mai a teatro a sentire il meraviglioso alito di Accardo.
Ogni obiettivo è una retta verticale sul piano della saggezza e dell’amor proprio posta a una certa distanza dall’asse dell’ego (parte 4). Una persona raggiunge un obiettivo nel momento in cui la salita della sua buca dell’amor proprio interseca la retta dell’obiettivo, portandosi così a una distanza da sé che è la stessa di tutte le persone che raggiungono quell’obiettivo, anche se ognuno ne ricava una quantità di orgoglio maggiore o minore a seconda di quanto si ama. Suonare il violino al Carnegie Hall è saggio tanto quanto suonarlo chiusi nello sgabuzzino, così come lavarsi i denti in bagno è saggio tanto quanto lavarseli affacciati alla finestra senza mutande, eppure c’è qualcosa in certi modi di raggiungere un obiettivo poco saggio che fa sembrare poco saggio anche chi lo raggiunge. Verrebbe quasi da dire poco intelligente, se non fosse che qui l'intelligenza non c’entra (parte 11). Cos’è allora questo qualcosa?
Augurarsi buona fortuna non è per niente saggio, è più o meno come fare le smorfie allo specchio: non serve a niente e si rischia di rendersi ridicoli, se non agli occhi degli altri certamente ai propri, che è molto peggio. Eppure lo fanno tutti, nessuno escluso. Chi si limita a spronarsi con semplici monosillabi: “dài!”, “vai!”, “su!”, chi sente il bisogno di emettere suoni più articolati come “spero di farcela”, “vedrai che andrà tutto bene”, “ho un buon presentimento”, chi cerca anche l’incitamento di altre persone o, in mancanza di meglio, del proprio cane, chi interpreta i sogni a suo favore, chi cerca consolazione negli oroscopi, chi arriva persino a fare quelle cose demenziali chiamate “gesti scaramantici”. Io, quando ho qualche incombenza a cui tengo molto, prima di uscire di casa mi allaccio e mi slaccio le scarpe quattro volte consecutivamente, sedici volte se per caso sbaglio qualcosa, sessantaquattro se sbaglio di nuovo e così via. In alternativa prendo quindici gocce di Lexotan così faccio prima. Ma c’è chi si spinge ancora più in là. C’è chi prende un libro a caso, lo legge e lo rilegge fino a impararlo a memoria, si compra un vestito adatto per stare in compagnia di questo libro, fa costruire un edificio enorme e appariscente dove andare a vivere col libro, e poi, una volta alla settimana, chiede a uno o più personaggi del libro di proteggerlo, aiutarlo e conservarlo in salute fino alla fine della sua vita e possibilmente anche oltre. Questa persona ha usato tutta la sua intelligenza per augurarsi buona fortuna. Si può definirla poco saggia? Non lo so, ma ci si può provare.
Definiamo saggezza s di una persona dotata di intelligenza i e amor proprio a la saggezza associata al suo obiettivo raggiungibile più lontano (parte 8)
Gli obiettivi che uno si pone possono essere più o meno saggi, cioè più o meno distanti da sé. Per esempio lavarsi i denti è meno saggio che suonare il violino, ma questo non significa che chi si lava i denti sia poco saggio, significa solo che quando ci si lava i denti si rimane molto più vicini a se stessi di quando si suona il violino: in un caso si pensa ai propri denti, nell’altro si pensa alla musica. Poi è vero che chi suona il violino lo fa anche per sé e chi si lava i denti lo fa anche per gli altri, ma ciò non toglie che nessuno andrebbe mai a teatro a sentire il meraviglioso alito di Accardo.
Ogni obiettivo è una retta verticale sul piano della saggezza e dell’amor proprio posta a una certa distanza dall’asse dell’ego (parte 4). Una persona raggiunge un obiettivo nel momento in cui la salita della sua buca dell’amor proprio interseca la retta dell’obiettivo, portandosi così a una distanza da sé che è la stessa di tutte le persone che raggiungono quell’obiettivo, anche se ognuno ne ricava una quantità di orgoglio maggiore o minore a seconda di quanto si ama. Suonare il violino al Carnegie Hall è saggio tanto quanto suonarlo chiusi nello sgabuzzino, così come lavarsi i denti in bagno è saggio tanto quanto lavarseli affacciati alla finestra senza mutande, eppure c’è qualcosa in certi modi di raggiungere un obiettivo poco saggio che fa sembrare poco saggio anche chi lo raggiunge. Verrebbe quasi da dire poco intelligente, se non fosse che qui l'intelligenza non c’entra (parte 11). Cos’è allora questo qualcosa?
Augurarsi buona fortuna non è per niente saggio, è più o meno come fare le smorfie allo specchio: non serve a niente e si rischia di rendersi ridicoli, se non agli occhi degli altri certamente ai propri, che è molto peggio. Eppure lo fanno tutti, nessuno escluso. Chi si limita a spronarsi con semplici monosillabi: “dài!”, “vai!”, “su!”, chi sente il bisogno di emettere suoni più articolati come “spero di farcela”, “vedrai che andrà tutto bene”, “ho un buon presentimento”, chi cerca anche l’incitamento di altre persone o, in mancanza di meglio, del proprio cane, chi interpreta i sogni a suo favore, chi cerca consolazione negli oroscopi, chi arriva persino a fare quelle cose demenziali chiamate “gesti scaramantici”. Io, quando ho qualche incombenza a cui tengo molto, prima di uscire di casa mi allaccio e mi slaccio le scarpe quattro volte consecutivamente, sedici volte se per caso sbaglio qualcosa, sessantaquattro se sbaglio di nuovo e così via. In alternativa prendo quindici gocce di Lexotan così faccio prima. Ma c’è chi si spinge ancora più in là. C’è chi prende un libro a caso, lo legge e lo rilegge fino a impararlo a memoria, si compra un vestito adatto per stare in compagnia di questo libro, fa costruire un edificio enorme e appariscente dove andare a vivere col libro, e poi, una volta alla settimana, chiede a uno o più personaggi del libro di proteggerlo, aiutarlo e conservarlo in salute fino alla fine della sua vita e possibilmente anche oltre. Questa persona ha usato tutta la sua intelligenza per augurarsi buona fortuna. Si può definirla poco saggia? Non lo so, ma ci si può provare.
Definiamo saggezza s di una persona dotata di intelligenza i e amor proprio a la saggezza associata al suo obiettivo raggiungibile più lontano (parte 8)
s = i / √(a2+1)
Questa è l’equazione che lega le tre grandezze fondamentali che definiscono una persona: la saggezza, l’intelligenza e l’amor proprio. Da questa equazione si vede che una persona è tanto più saggia quanto più è intelligente e quanto meno si ama. In altre parole più uno si ama, meno lontano va con la sua intelligenza, al punto che chi si ama in modo spropositato sarà necessariamente poco saggio, indipendentemente da quanto è intelligente. Infatti
lima→∞ i/√(a2+1) = 0
da cui si deduce che persino il più grande genio del mondo (i≈1), se troppo innamorato di sé, può non essere nemmeno in grado di mangiare una minestra, tanto gli piace stare a guardare la propria immagine riflessa nel brodo. Al contrario quando l’amor proprio tende a 0 la saggezza è massima
lima→0 i/√(a2+1) = i
In base all’equazione fondamentale della persona si può quindi affermare che, a parità di intelligenza, si è tanto più saggi quanto meno ci si ama. Del resto è possibile dimostrare che chi si ama molto finisce inevitabilmente con l’essere frustrato, e nessuno può dire che la frustrazione sia un segno di grande saggezza. Cioè, qualcuno può anche dirlo, ma avrebbe torto.
LA BUCA DELL’AMORE (10 E 11)
10. LA TRIPLICE RADICE DEL PRINCIPIO DI STUPIDITÀ
Stupido!
Io?
E parecchio.
In che senso, scusa?
Nel senso che sei stupido.
Sei tu lo stupido.
Non mi pare.
Un grossissimo stupido.
Figurati.
Mai visto uno stupido più stupido di te.
Se fossi stupido me ne accorgerei, non ti pare?
Certo, se non fossi così stupido.
Non sai di che parli.
Di uno stupido.
Sei proprio stupido.
Disse lo stupido.
Disse il più stupido degli stupidi.
Disse il più grande stupido di tutti i più grandi stupidi.
Neanche sai cosa vuol dire “stupido”.
Certo che lo so.
Ah, sì?
Sì.
Sentiamo.
Vuol dire che sei stupido.
La gente è stupida, dice la gente, cosa che mi ha sempre fatto l’effetto del paradosso di Epimenide: se la gente è stupida come fa ad aver capito di essere stupida? allora non è stupida. Però è stupido definirsi stupidi quando non lo si è. Allora è stupida, e così via. Anche se in questo caso il paradosso potrebbe essere brillantemente superato supponendo che chi dice “la gente è stupida”, per qualche motivo poco chiaro, sottintenda sempre “tranne me”. Ma è solo un’ipotesi. Sia come sia, il problema principale di questa affermazione è che non c'è mai nessuno che senta il bisogno di spiegare di cosa sta parlando. Quando uno viene apostrofato con la parola “stupido”, invece di imbestialirsi e rispondere con qualcosa di ancora più offensivo come “stupidissimo” o “superstupido”, dovrebbe chiedere all’altro cosa intende esattamente con “stupido”. Chissà, magari scoprirebbe che detto da lui è un complimento.
Ci sono almeno due tipi di situazioni in cui la gente chiama in causa la stupidità altrui:
1. Quando uno vuole fare qualcosa di intelligente e non ci riesce.
2. Quando uno vuole fare qualcosa di stupido e ci riesce benissimo.
A questi due tipi se ne aggiunge poi un terzo:
3. Quando uno vuole fare qualcosa di incomprensibile, sia che ci riesca o meno.
Si noti che, a differenza dei primi due, quest’ultimo tipo di stupidità non appartiene al giudicato ma al giudicante, e ci sono buoni indizi per sospettare che sia quello più diffuso.
11. STUPIDITÀ DEL PRIMO TIPO
“Quando uno vuole fare qualcosa di intelligente e non ci riesce”. In realtà niente è di per sé intelligente, né tanto né poco. Quello che distingue un obiettivo da un altro è solo quanto è lontano dall’asse dell’ego, cioè dal più immediato e diretto dedicarsi all’inimitabile punta del proprio naso, non quanto è intelligente (parte 4). L’intelligenza riguarda le persone, non gli obiettivi, e per come è stata definita (parti 3 e 6) tutto quello che si può dire in base al comportamento delle persone è questo: se uno raggiunge un certo obiettivo vuol dire che è abbastanza intelligente per quell’obiettivo, nient’altro. Questo sempre prescindendo dalla fortuna e dalla sfortuna dei singoli, perché è ovvio che chi ha vinto la lotteria ha molte più probabilità di raggiungere l’obiettivo “dilapidare un patrimonio” di chi non l’ha vinta. Ora, il raggiungimento di un obiettivo particolarmente saggio può essere considerato un segno di intelligenza, ma il suo non raggiungimento non è di per sé segno di poca intelligenza, dal momento che tutti, nessuno escluso, concepiscono almeno un obiettivo che non sono in grado di raggiungere (parte 8): per esempio Michelangelo non riusciva a finire le statue. E nemmeno il non riuscire a raggiungere un obiettivo che più o meno tutti raggiungono implica necessariamente poca intelligenza, dal momento che uno cerca di raggiungere quell’obiettivo nel particolare modo che ritiene adatto ad appagare il suo amor proprio, un modo che in certi casi può richiedere molta intelligenza, anche più di quella umanamente possibile. Questo significa che non è possibile definire poco intelligente qualcuno basandosi esclusivamente sulla lista degli obiettivi raggiunti e non raggiunti, perché può sempre esserci il caso di persone che usano tutta la loro sconfinata intelligenza per fare meravigliosamente bene cose assolutamente futili, come lavare la macchina. L’ideale sarebbe avere libero accesso al cranio di una persona, estrarne il cervello, metterlo su un banco di prova e fare tutte le verifiche necessarie per stabilirne le prestazioni, ma purtroppo questo non si può fare. Pare sia contro le attuali norme sulla privacy. Siccome però nessuno vieta di sognare, possiamo immaginare di avere a disposizione un’apposita equipe medica adeguatamente tedesca in grado di scoperchiare crani senza spargimento di sangue, almeno non troppo, e di misurare con assoluta precisione le prestazioni fisiche oggettive di un cervello umano, cioè la sua intelligenza (i). Dopo di che chiamiamo stupidi del primo tipo, o poco intelligenti, tutti quelli che hanno un’intelligenza inferiore alla media
Stupido!
Io?
E parecchio.
In che senso, scusa?
Nel senso che sei stupido.
Sei tu lo stupido.
Non mi pare.
Un grossissimo stupido.
Figurati.
Mai visto uno stupido più stupido di te.
Se fossi stupido me ne accorgerei, non ti pare?
Certo, se non fossi così stupido.
Non sai di che parli.
Di uno stupido.
Sei proprio stupido.
Disse lo stupido.
Disse il più stupido degli stupidi.
Disse il più grande stupido di tutti i più grandi stupidi.
Neanche sai cosa vuol dire “stupido”.
Certo che lo so.
Ah, sì?
Sì.
Sentiamo.
Vuol dire che sei stupido.
La gente è stupida, dice la gente, cosa che mi ha sempre fatto l’effetto del paradosso di Epimenide: se la gente è stupida come fa ad aver capito di essere stupida? allora non è stupida. Però è stupido definirsi stupidi quando non lo si è. Allora è stupida, e così via. Anche se in questo caso il paradosso potrebbe essere brillantemente superato supponendo che chi dice “la gente è stupida”, per qualche motivo poco chiaro, sottintenda sempre “tranne me”. Ma è solo un’ipotesi. Sia come sia, il problema principale di questa affermazione è che non c'è mai nessuno che senta il bisogno di spiegare di cosa sta parlando. Quando uno viene apostrofato con la parola “stupido”, invece di imbestialirsi e rispondere con qualcosa di ancora più offensivo come “stupidissimo” o “superstupido”, dovrebbe chiedere all’altro cosa intende esattamente con “stupido”. Chissà, magari scoprirebbe che detto da lui è un complimento.
Ci sono almeno due tipi di situazioni in cui la gente chiama in causa la stupidità altrui:
1. Quando uno vuole fare qualcosa di intelligente e non ci riesce.
2. Quando uno vuole fare qualcosa di stupido e ci riesce benissimo.
A questi due tipi se ne aggiunge poi un terzo:
3. Quando uno vuole fare qualcosa di incomprensibile, sia che ci riesca o meno.
Si noti che, a differenza dei primi due, quest’ultimo tipo di stupidità non appartiene al giudicato ma al giudicante, e ci sono buoni indizi per sospettare che sia quello più diffuso.
11. STUPIDITÀ DEL PRIMO TIPO
“Quando uno vuole fare qualcosa di intelligente e non ci riesce”. In realtà niente è di per sé intelligente, né tanto né poco. Quello che distingue un obiettivo da un altro è solo quanto è lontano dall’asse dell’ego, cioè dal più immediato e diretto dedicarsi all’inimitabile punta del proprio naso, non quanto è intelligente (parte 4). L’intelligenza riguarda le persone, non gli obiettivi, e per come è stata definita (parti 3 e 6) tutto quello che si può dire in base al comportamento delle persone è questo: se uno raggiunge un certo obiettivo vuol dire che è abbastanza intelligente per quell’obiettivo, nient’altro. Questo sempre prescindendo dalla fortuna e dalla sfortuna dei singoli, perché è ovvio che chi ha vinto la lotteria ha molte più probabilità di raggiungere l’obiettivo “dilapidare un patrimonio” di chi non l’ha vinta. Ora, il raggiungimento di un obiettivo particolarmente saggio può essere considerato un segno di intelligenza, ma il suo non raggiungimento non è di per sé segno di poca intelligenza, dal momento che tutti, nessuno escluso, concepiscono almeno un obiettivo che non sono in grado di raggiungere (parte 8): per esempio Michelangelo non riusciva a finire le statue. E nemmeno il non riuscire a raggiungere un obiettivo che più o meno tutti raggiungono implica necessariamente poca intelligenza, dal momento che uno cerca di raggiungere quell’obiettivo nel particolare modo che ritiene adatto ad appagare il suo amor proprio, un modo che in certi casi può richiedere molta intelligenza, anche più di quella umanamente possibile. Questo significa che non è possibile definire poco intelligente qualcuno basandosi esclusivamente sulla lista degli obiettivi raggiunti e non raggiunti, perché può sempre esserci il caso di persone che usano tutta la loro sconfinata intelligenza per fare meravigliosamente bene cose assolutamente futili, come lavare la macchina. L’ideale sarebbe avere libero accesso al cranio di una persona, estrarne il cervello, metterlo su un banco di prova e fare tutte le verifiche necessarie per stabilirne le prestazioni, ma purtroppo questo non si può fare. Pare sia contro le attuali norme sulla privacy. Siccome però nessuno vieta di sognare, possiamo immaginare di avere a disposizione un’apposita equipe medica adeguatamente tedesca in grado di scoperchiare crani senza spargimento di sangue, almeno non troppo, e di misurare con assoluta precisione le prestazioni fisiche oggettive di un cervello umano, cioè la sua intelligenza (i). Dopo di che chiamiamo stupidi del primo tipo, o poco intelligenti, tutti quelli che hanno un’intelligenza inferiore alla media
i < 0.5
Questo è più o meno quello che vorrebbero fare i cosiddetti “test d’intelligenza”, se non fosse che, in realtà, questi test non misurano l’intelligenza ma la mancanza di senso del ridicolo, come dimostrano le facce degli iscritti al MENSA.
Mi rendo conto che può essere antipatico parlare di “persone poco intelligenti”, visto che ogni persona a suo modo eccetera, ciò però non toglie che queste persone ci sono. Non sono certo la stragrande maggioranza, probabilmente non sono nemmeno la maggioranza, però ci sono. Ci sono persone con le gambe corte, persone con le orecchie a sventola, persone coi piedi piatti e ci sono persone col cervello che funziona male. È la natura, e nessun pedagogista può farci niente.
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LA BUCA DELL’AMORE (9)
9. GLI ORIZZONTI DEL RAGGIUNGIBILE E DEL CONCEPIBILE
L’illuminazioncina verso cui ogni persona tende, sia che la chiami “illuminazione” sia che la chiami “vicesindaco di Cogoleto”, non è altro che il suo obiettivo concepibile più lontano (parte 8). Tenuto conto che il momento della sua tanto agognata quanto impossibile realizzazione è un punto sulla retta della buca dell’amor proprio (parte 4), le coordinate di questo momento sul piano della saggezza e dell’amor proprio sono
x = sC
y = a(1 - sC)
y = a(1 - sC)
dove a è l’amor proprio della persona e sC la saggezza del suo obiettivo concepibile più lontano. Sostituendo sC con la sua espressione in funzione di a, si può scrivere
x = 1/√(a2+1)
y = a[1 - 1/√(a2+1)]
y = a[1 - 1/√(a2+1)]
da cui si ricava l’equazione dell’orizzonte degli obiettivi concepibili
y = (x-1) √(1/x2 - 1)
cioè la curva su cui giacciono i momenti della realizzazione degli obiettivi concepibili più lontani per tutti i possibili valori dell’amor proprio. In maniera analoga si ricava l’equazione dell’orizzonte degli obiettivi raggiungibili per una certa intelligenza i
y = (x-1) √(i2/x2 - 1)
Le rette nella figura che segue rappresentano cinque buche dell’amor proprio con diverse profondità (a=0.5, 1, 1.5, 2 e 2.5) intersecate dall’orizzonte degli obiettivi concepibili (linea blu) e da quello degli obiettivi raggiungibili per un’intelligenza di riferimento i=0.63 (linea rossa).
I due orizzonti dividono il piano in tre regioni: la regione del raggiungibile (R), quella del concepibile irraggiungibile (CI) e quella dell’inconcepibile (I). La vita di una persona è un insieme di momenti disposti lungo la salita della buca del suo amor proprio: i momenti che stanno a destra della linea rossa non saranno mai vissuti da chi vive in quella buca e non ha un’intelligenza superiore a 0.63, mentre i momenti che sono al di là anche della linea blu non saranno mai nemmeno desiderati, indipendentemente dall’intelligenza che uno ha. Ognuno vive nella sua buca personale, amorevolmente profonda o poco profonda, e il tratto di salita per lui più importante è sempre quello compreso fra l’orizzonte del raggiungibile e l’orizzonte del concepibile, dove risiedono tutte le sue ambizioni frustrate, cioè tutti i momenti che vorrebbe vivere ma che non potrà mai vivere e verso i quali, proprio per questo, srotola e risrotola continuamente la maggior parte dei suoi progetti. Alle persone piace molto di più dedicarsi a quello che non possono raggiungere che a quello che hanno a portata di mano. Si osservi di sfuggita che i tratti di buca contenuti in R hanno tutti la stessa lunghezza, così come quelli in CI, ma in figura sembrano diversi solo perché, per comodità, un’unità di saggezza è stata rappresentata molto più grande di un’unità di amore.
Dalla figura si vede anche che più si scende in profondità nell’amor proprio più gli orizzonti del raggiungibile e del concepibile si avvicinano all’asse dell’ego, tanto che un obiettivo che è inconcepibile per un qualsiasi Luigi (a=2) può essere tranquillamente raggiungibile per un Mario (a=1) sufficientemente intelligente (parte 5). In particolare questo è vero per tutti gli obiettivi con saggezza (so) nell’intervallo
0.45 < so < 0.71
Devo farti vedere una cosa eccezionale.
Scusa, Luigi, non ho molto tempo.
Ecco qua!
Cos’è?
Ti piace?
Molto.
È un berretto.
Sul serio?
Sì.
Bello.
Questa è la visiera coi pannelli solari, questa è la copertura di stagnola per proteggersi dai raggi cosmici e questo è il sacchetto impermeabile per le emergenze.
Che emergenze?
Nel caso sulla Luna non ci fosse la toilette.
Ho capito.
È il berretto di Louis Armstrong.
Neil Armstrong.
Questo non lo so. Tu che fai di bello?
Frequento un corso di sommelier.
Ah, mi spiace.
In che senso?
Spero non sia contagioso.
Più una persona è immersa negli abissi del suo amor proprio più i suoi orizzonti sono ristretti, cioè meno riesce ad allontanarsi da sé o anche solo a concepire l’idea che si possa allontanare. Inoltre all’aumentare dell’amor proprio l’orizzonte del concepibile tende a sovrapporsi all’orizzonte del raggiungibile. Per rendersene conto basta considerare l’intervallo di saggezza fra il raggiungibile e l’inconcepibile
∆s = sC - sR
cioè
∆s = (1-i) / √(a2+1)
e osservare che, tenuta fissa l’intelligenza, ∆s tende al suo estremo superiore quando l’amor proprio tende ad annullarsi
lima→0 ∆s = 1-i
e tende ad annullarsi quando l’amor proprio tende all’infinito
lima→∞ ∆s = 0
Ci sono quindi due tipi di persone che riescono a raggiungere quasi tutto quello che concepiscono (∆s≈0): le persone molto intelligenti (i≈1) e le persone che si amano molto (a»1), anche se ci riescono per due motivi completamente diversi.
LA BUCA DELL’AMORE (7 E 8)
7. TEOREMA
Non esiste nessun Buddha.
Dimostrazione.
Probabilmente Siddharta è esistito, non ho motivo di metterlo in dubbio, almeno sulla base delle conoscenze storiche in mio possesso a questo riguardo, le quali possono essere grosso modo così riassunte: non ne so niente. Però di sicuro non ha mai raggiunto l’illuminazione, né lui né nessun altro. Questo può essere facilmente dimostrato.
L’illuminazione è per definizione l’obiettivo più saggio di tutti
Non esiste nessun Buddha.
Dimostrazione.
Probabilmente Siddharta è esistito, non ho motivo di metterlo in dubbio, almeno sulla base delle conoscenze storiche in mio possesso a questo riguardo, le quali possono essere grosso modo così riassunte: non ne so niente. Però di sicuro non ha mai raggiunto l’illuminazione, né lui né nessun altro. Questo può essere facilmente dimostrato.
L’illuminazione è per definizione l’obiettivo più saggio di tutti
so = 1
Le coordinate del momento I della sua realizzazione sul piano della saggezza e dell’amor proprio (parte 4) sono
I: 1, 0
e sono le stesse per tutti, sia che uno si ami poco (a=0.5), tanto (a=1.5) o tantissimo (a=2.5).
A differenza di quello che succede per gli altri obiettivi qui non ci sono infinite possibili illuminazioni, ognuna col suo corredo di accessori più o meno metafisici e col suo residuo di amor proprio da soddisfare. L’illuminazione è una sola ed è il punto in cui tutte le buche si incontrano, il punto più alto di ogni buca dal quale uno potrebbe finalmente guardare fuori e vedere com’è il mondo senza di sé. Applicando la legge dell’intelligenza minima necessaria (parte 6) nel caso so=1, si vede che per raggiungere l’illuminazione serve un’intelligenza
i ≥ √(a2+1)
cioè, essendo l’amor proprio sempre maggiore di 0,
i > 1
Ora, siccome l’intelligenza umana assume solo valori compresi fra 0 e 1, estremi esclusi, ciò significa che l’illuminazione è un obiettivo irraggiungibile, da cui segue che chiunque indichi la strada verso illuminazioni, salvezze e sopraelevazioni metafisiche di qualsiasi genere, o è un ciarlatano o è un illuso. In entrambi i casi è meglio stargli alla larga.
8. OBIETTIVI IRRAGGIUNGIBILI E OBIETTIVI INCONCEPIBILI
A voler essere precisi non solo la cosiddetta illuminazione non è raggiungibile, ma non è nemmeno concepibile. Prima di dimostrarlo bisogna però precisare quali sono gli obiettivi inconcepibili e spiegare perché sono tali.
A questo proposito consideriamo una generica persona con intelligenza i e amor proprio a, e chiamiamo sR la saggezza associata al suo obiettivo raggiungibile più lontano. Dal punto di vista di questa persona tutti gli obiettivi si dividono in obiettivi raggiungibili
so ≤ sR
e obiettivi irraggiungibili
so > sR
a seconda che la loro saggezza so sia più piccola o più grande di quella dell’obiettivo più lontano raggiungibile. Siccome sR è la massima distanza da sé cui una persona può arrivare, la difficoltà intellettuale necessaria per raggiungere questo obiettivo deve essere pari a tutta la sua intelligenza
i = sR √(a2+1)
quindi
sR = i / √(a2+1)
Naturalmente il fatto che alcuni obiettivi siano irraggiungibili non è certo sufficiente a impedire a una persona di volerli comunque raggiungere. In fondo ognuno vive a contatto con altre persone e in particolare con le persone a lui simili in quanto ad amor proprio, cioè persone con cui è in grado di intendersi nell’uso di espressioni come “salita faticosa”, “parecchia strada” o “essere arrivati”, e con le quali può veramente dire di sentirsi “sulla stessa barca”, anche se sarebbe più corretto dire “nella stessa buca”, quindi concepisce i loro stessi obiettivi e spera di raggiungerli nello stesso loro modo. Le persone si capiscono quando si somigliano, e si somigliano quando si amano allo stesso modo, non quando sono intelligenti allo stesso modo. Si dice che per capirsi sia importante “avere cose in comune”, ed è vero, solo che queste “cose in comune” sono gli obiettivi e il modo in cui si vuole raggiungerli, cioè i momenti della vita che uno ritiene importanti (parte 4). Così, per esempio, se prendiamo una persona che ha dedicato tutta la vita a realizzare il suo grande sogno di avere in garage una Ferrari (usata) e nel letto una sedicenne (gonfiabile), e le mettiamo davanti l'esempio di qualcuno con sogni simili ai suoi ma con molto più successo (Ferrari appena comprate e sedicenni vere, o viceversa), può succedere che questa persona finisca anche lei col desiderare di diventare un giorno, non dico Presidente del Consiglio, ma perlomeno vicesindaco di Cogoleto, senza però riuscirci. L’amore per sé c’è tutto, come nel caso del suo più illustre simile, quello che le manca è l’intelligenza.
Non tutti gli obiettivi irraggiungibili sono però irraggiungibili nello stesso senso. Ci sono obiettivi che uno non raggiunge perché non è abbastanza intelligente e obiettivi che non riuscirebbe a raggiungere nemmeno se avesse un’intelligenza disumana (i=1). Questi ultimi sono gli obiettivi inconcepibili, cioè quegli obiettivi che una persona non raggiunge perché nemmeno li considera obiettivi. Magari sa che ci sono, forse conosce persino qualcuno che ne parla, ma lei non immagina che siano obiettivi, pensa solo che siano cose che ogni tanto, chissà perché, a qualcuno capitano. Un po’ come le malattie.
Chiamata sC la saggezza associata all’obiettivo concepibile più lontano, gli obiettivi inconcepibili sono tutti quelli con saggezza
so > sC
dove sC è ricavabile nello stesso modo di sR imponendo i=1
sC = 1 / √(a2+1)
sC è dunque la distanza da sé che segna il confine fra ciò che uno concepisce e ciò che l’amor proprio gli impedisce di concepire, cioè il punto dove è convinto che la sua buca finisca e ci sia la tanto agognata uscita. Un’uscita che ognuno immagina un po’ a modo suo: per qualcuno è un conto in banca infinito, per qualcun altro è un’equazione che racchiude tutto l’universo, per qualcun altro ancora è un albero di fico con sopra la scritta “exit”, ma che per tutti rappresenta l’irraggiungibile obiettivo di tutta una vita. Infatti se si confrontano le espressioni di sR e sC si vede che vale sempre
sR < sC
cioè l’obiettivo concepibile più lontano è sempre irraggiungibile, il che significa che tutte le persone del mondo, nessuna esclusa, ambiscono ad almeno un obiettivo che non potranno mai raggiungere. Essendo poi l’amor proprio sempre maggiore di 0, si ha anche
sC < 1
cioè l’illuminazione è un obiettivo non solo irraggiungibile ma anche inconcepibile.
Quella che le persone chiamano comunemente “illuminazione”, e magari immaginano di perseguire vestendosi in modo eccentrico e astenendosi dal mangiare bistecche, è in realtà un’altra cosa, una cosa che ha anch’essa il pregio di essere irraggiungibile, ma pur sempre un’altra cosa. Ogni essere umano punta alla sua piccola e personalissima “illuminazione”, l’unica che è in grado di concepire e che in generale è diversa da tutte le piccole e personalissime illuminazioni degli altri. Per questo sarebbe meglio non parlare mai di “illuminazione”, ma di “illuminazioncina”.
Questo è un risultato che onestamente non mi piace, ma purtroppo bisogna accettare l’evidenza.
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