INTERVISTA A MARCO BELLOCCHIO
Com'è nata in lei la passione per il cinema?
La mia passione per il cinema?
Il cinema è la sua più grande passione, no? Intendo dopo la passione per lei stesso.
È nata quasi per caso. Quand’ero ragazzo andavo spesso al cinema, forse ero più affascinato dalla sala cinematografica che dai film, sa quell’atmosfera quasi onirica di sospensione della realtà...
Cosa intende esattamente con “onirica”?
Nel senso che era una cosa... non so come dire.
Magica?
Magica.
Magica come? Tipo mago di Oz, gnomi della foresta o maggica Roma?
Ha presente quando si percepisce distintamente qualcosa di più della somma delle singole parti?
Maggica Roma. Senta, cosa pensa del cinema italiano?
Penso che il cinema italiano stia attraversando un periodo di crisi, ma non penso si tratti tanto di mancanza di idee, quanto piuttosto di un appiattimento su canoni visivi e narrativi collaudati. Ritengo che ci siano grandi potenzialità inespresse. Molti autori stanno facendo un lavoro più che apprezzabile, penso ad esempio --
E lei crede di essere fra questi?
In che senso?
Dico i suoi film, pensa che siano "lavori più che apprezzabili"?
Il mio cinema è un po’ particolare.
Particolare bello o particolare brutto?
Voglio dire che prescinde dagli stereotipi commerciali.
E come mai ci tiene così tanto ai premi? Stereotipi commerciali no, premi sì?
Io non ci tengo ai premi.
Oh, mi scusi tanto, l’avevo scambiata per Marco Bellocchio, quello che ha detto “non parteciperò mai più a un festival” solo perché non ha vinto la Mostra del Cinema di Vaccarezza.
Ho cose più importanti da fare che partecipare ai festival.
Cose tipo rodersi il fegato?
Neanche volevo essere in concorso, l’ho fatto solo per la troupe, per dare un riconoscimento pubblico al loro lavoro.
Certo.
È la verità.
Senta, quali sono i suoi riferimenti cinematografici?
Intende dire --
Sì.
Mi lasci pensare. Spaziano molto, non sono un autore settoriale.
Mi dica solo un paio di registi. Non è per metterle fretta, ma sono più di dieci minuti che siamo in questo... come chiamarlo? Villaggio di buzzurri.
Guardi che Bobbio è una città d’arte.
Non stiamo qui a spaccare il capello in quattro, mi dica solo i nomi di due registi.
Sì, dunque, Antonioni.
E Michael Mann?
No.
Ormai l’ho scritto.
Mann e io abbiamo idee totalmente diverse sul cinema.
E si vede. Progetti per il futuro?
Beh --
Arrivederci.
La mia passione per il cinema?
Il cinema è la sua più grande passione, no? Intendo dopo la passione per lei stesso.
È nata quasi per caso. Quand’ero ragazzo andavo spesso al cinema, forse ero più affascinato dalla sala cinematografica che dai film, sa quell’atmosfera quasi onirica di sospensione della realtà...
Cosa intende esattamente con “onirica”?
Nel senso che era una cosa... non so come dire.
Magica?
Magica.
Magica come? Tipo mago di Oz, gnomi della foresta o maggica Roma?
Ha presente quando si percepisce distintamente qualcosa di più della somma delle singole parti?
Maggica Roma. Senta, cosa pensa del cinema italiano?
Penso che il cinema italiano stia attraversando un periodo di crisi, ma non penso si tratti tanto di mancanza di idee, quanto piuttosto di un appiattimento su canoni visivi e narrativi collaudati. Ritengo che ci siano grandi potenzialità inespresse. Molti autori stanno facendo un lavoro più che apprezzabile, penso ad esempio --
E lei crede di essere fra questi?
In che senso?
Dico i suoi film, pensa che siano "lavori più che apprezzabili"?
Il mio cinema è un po’ particolare.
Particolare bello o particolare brutto?
Voglio dire che prescinde dagli stereotipi commerciali.
E come mai ci tiene così tanto ai premi? Stereotipi commerciali no, premi sì?
Io non ci tengo ai premi.
Oh, mi scusi tanto, l’avevo scambiata per Marco Bellocchio, quello che ha detto “non parteciperò mai più a un festival” solo perché non ha vinto la Mostra del Cinema di Vaccarezza.
Ho cose più importanti da fare che partecipare ai festival.
Cose tipo rodersi il fegato?
Neanche volevo essere in concorso, l’ho fatto solo per la troupe, per dare un riconoscimento pubblico al loro lavoro.
Certo.
È la verità.
Senta, quali sono i suoi riferimenti cinematografici?
Intende dire --
Sì.
Mi lasci pensare. Spaziano molto, non sono un autore settoriale.
Mi dica solo un paio di registi. Non è per metterle fretta, ma sono più di dieci minuti che siamo in questo... come chiamarlo? Villaggio di buzzurri.
Guardi che Bobbio è una città d’arte.
Non stiamo qui a spaccare il capello in quattro, mi dica solo i nomi di due registi.
Sì, dunque, Antonioni.
E Michael Mann?
No.
Ormai l’ho scritto.
Mann e io abbiamo idee totalmente diverse sul cinema.
E si vede. Progetti per il futuro?
Beh --
Arrivederci.
PAUSA CAFFÈ
Ci saranno state, non so, duecento persone.
Duecento?
Anche di più.
Ma cos’era? Pasqua?
Non era niente, era una domenica qualsiasi.
Un codice verde.
Esatto. Di solito ci saranno venti, trenta persone a dir tanto.
Sempre più che da noi.
Invece domenica ce n’erano almeno duecento.
Sul serio?
Almeno.
Come mai?
E che ne so? Lo sai com’è la gente...
Io duecento persone non le vedo neanche a Natale.
E tutti che si mettono in fila per la cosa.
La comunione?
Esatto.
Stai scherzando?
Ti giuro, tutti. Non ho mai visto una roba del genere.
Duecento coperti?
Almeno.
Cioè, da spararsi.
Io largheggio sempre con le particole, lo sai. Riempio la pisside fino all’orlo e poi sono a posto per tutto l’anno.
Ma scadono.
In che senso?
Hanno una scadenza.
Mica si mangiano per il sapore.
Giusto.
Sì, “giusto”, però quel giorno lì non ne ho tre in meno?
No!
Una, due e tre.
Eh, ma questa è sprovvidenza.
Duecento?
Anche di più.
Ma cos’era? Pasqua?
Non era niente, era una domenica qualsiasi.
Un codice verde.
Esatto. Di solito ci saranno venti, trenta persone a dir tanto.
Sempre più che da noi.
Invece domenica ce n’erano almeno duecento.
Sul serio?
Almeno.
Come mai?
E che ne so? Lo sai com’è la gente...
Io duecento persone non le vedo neanche a Natale.
E tutti che si mettono in fila per la cosa.
La comunione?
Esatto.
Stai scherzando?
Ti giuro, tutti. Non ho mai visto una roba del genere.
Duecento coperti?
Almeno.
Cioè, da spararsi.
Io largheggio sempre con le particole, lo sai. Riempio la pisside fino all’orlo e poi sono a posto per tutto l’anno.
Ma scadono.
In che senso?
Hanno una scadenza.
Mica si mangiano per il sapore.
Giusto.
Sì, “giusto”, però quel giorno lì non ne ho tre in meno?
No!
Una, due e tre.
Eh, ma questa è sprovvidenza.
Me ne accorgo quando ho ancora quattro vecchie da servire.
Pazzesco.
Guardo le vecchie: quattro. Guardo le ostie: una. Guardo ancora le vecchie, non si sa mai che nel frattempo siano diminuite: sempre quattro.
Quindi?
Taci, va’...
Io di solito le spezzo.
Quelle piccole?
Sì.
Le mie sono troppo piccole.
Anche le mie sono piccole.
Non piccole come le mie.
Guarda che sono misure standard.
Per fortuna avevo le patatine.
Le patatine?
Sai, le patatine. Quelle tonde, sottili...
Le patatine.
Eh. Per caso ne avevo un sacchetto in tasca, così --
Hai usato le patatine?
Sì, perché?
Cioè, fammi capire, tu gli hai dato le patatine invece delle ostie?
Esatto.
Mica si può fare.
Perché no, scusa?
Le patatine non sono il corpo di Cristo.
Ah ah ah!
Cosa c’è?
Oddio...
Perché ridi?
No, niente. Hai ragione.
Taci, va’...
Io di solito le spezzo.
Quelle piccole?
Sì.
Le mie sono troppo piccole.
Anche le mie sono piccole.
Non piccole come le mie.
Guarda che sono misure standard.
Per fortuna avevo le patatine.
Le patatine?
Sai, le patatine. Quelle tonde, sottili...
Le patatine.
Eh. Per caso ne avevo un sacchetto in tasca, così --
Hai usato le patatine?
Sì, perché?
Cioè, fammi capire, tu gli hai dato le patatine invece delle ostie?
Esatto.
Mica si può fare.
Perché no, scusa?
Le patatine non sono il corpo di Cristo.
Ah ah ah!
Cosa c’è?
Oddio...
Perché ridi?
No, niente. Hai ragione.
FOBIA
C’è chi ha paura dei ragni, chi degli scarafaggi, chi dei topi. Io ho paura delle persone. Sia chiaro, ho paura anche di ragni, scarafaggi e topi, ma delle persone ho più paura. Non so perché. Perché uno ha paura dei ragni? Non lo sa. Non è perché sono pericolosi. Tutti sanno che i ragni non sono pericolosi, almeno qui da noi. Certo, se si va in quei posti dove sono grandi come tigri, ruggiscono come tigri e hanno la forma di tigri è un altro discorso, ma qui da noi sono innocui come ragni. Da un certo punto di vista sono anche buffi. Non ho idea da quale ma da un qualche punto di vista lo saranno pure. Dopotutto c’è gente che trova buffe le battute di Ezio Greggio, figuriamoci se non si può trovare buffo un ragno. Io ho molta più paura delle battute di Ezio Greggio che dei ragni. Quando vado a dormire, prima di spegnere la luce, controllo sempre in tutti gli angoli che non ce ne sia una nascosta. Con le persone è più o meno la stessa cosa: non ho paura perché sono pericolose, ho paura e basta. Tutte le mie giornate sono organizzate in modo da entrare in contatto col minor numero di persone possibile, per il più breve tempo possibile e nel modo più impersonale possibile. Per esempio vado a fare la spesa solo quando ho esaurito tutte le scorte di tonno in scatola, sottaceti e lepisme, e vado sempre nel primo pomeriggio, cioè quando al supermercato c’è al massimo qualche commesso troppo concentrato a essere un commesso per fare caso a me. Ma una giornata perfetta è una giornata in cui non devo fare la spesa. Una giornata veramente perfetta è una giornata in cui non esco proprio di casa. Perché? Forse uno psicanalista saprebbe rispondermi, ma uno psicanalista è molto peggio della spesa. Se avessi il coraggio di trovarmi faccia a faccia da solo con uno psicanalista, non avrei certo bisogno di uno psicanalista.
Non è odio, è solo paura. Per odiare una persona bisogna avere un motivo, è da stupidi odiare a prescindere. Per esempio io odio quello che abita al piano di sopra perché è un grande appassionato di spostamento di mobili. Appena ha cinque minuti liberi, si mette a spostare il mobilio per tutta la casa. Forse è uno con un sacco di mobili, milioni e milioni di rumorosissimi mobili, oppure sposta da anni la stessa credenza, non saprei dire, ma se la smettesse di fare tutto quel rumore io non lo odierei più. Non sono uno che porta rancore. Se si dedicasse a qualcosa di più silenzioso, tipo morire, non lo odierei più. Io non odio le persone. Mi piace spiarle dalla finestra quando passano in strada, ascoltare quello che dicono o anche annusarle, quando riesco a farlo senza sporgermi troppo. A volte prendo la videocamera e le filmo. È molto interessante poter apprezzare tutti i dettagli di una persona con lo zoom 24x. In un certo senso si potrebbe quasi dire che le persone mi piacciono. Se però ne trovo una nel ripostiglio o sul piatto della doccia, prendo la scopa e l’ammazzo.
Non è odio, è solo paura. Per odiare una persona bisogna avere un motivo, è da stupidi odiare a prescindere. Per esempio io odio quello che abita al piano di sopra perché è un grande appassionato di spostamento di mobili. Appena ha cinque minuti liberi, si mette a spostare il mobilio per tutta la casa. Forse è uno con un sacco di mobili, milioni e milioni di rumorosissimi mobili, oppure sposta da anni la stessa credenza, non saprei dire, ma se la smettesse di fare tutto quel rumore io non lo odierei più. Non sono uno che porta rancore. Se si dedicasse a qualcosa di più silenzioso, tipo morire, non lo odierei più. Io non odio le persone. Mi piace spiarle dalla finestra quando passano in strada, ascoltare quello che dicono o anche annusarle, quando riesco a farlo senza sporgermi troppo. A volte prendo la videocamera e le filmo. È molto interessante poter apprezzare tutti i dettagli di una persona con lo zoom 24x. In un certo senso si potrebbe quasi dire che le persone mi piacciono. Se però ne trovo una nel ripostiglio o sul piatto della doccia, prendo la scopa e l’ammazzo.
3000000000 METRI PIANI
Penso che Salvador Dalì sia di gran lunga il più grande cretino che la storia dell’arte abbia mai preso sul serio.
Ma non è di questo che voglio parlare. Quello di cui voglio parlare è la sbruffoneria di quelli che fanno i 100 metri piani. Che bisogno c’è di fare tutte quelle facce da cretini? Cosa pensano li esenti dall’essere ritenuti dei cretini come tutti quelli che fanno facce da cretini? Tutta questa scena solo perché fanno 100 metri in 10 secondi? Dopotutto sono solo 36 km/h. Magari poteva fare impressione due milioni di anni fa, quando la gente rincorreva le banane nella savana, ma adesso ci sono le macchine, gli aerei, gli space shuttle. Quanto impiega uno space shuttle a fare 100 metri da fermo? Non ne ho idea, ma di certo fa molta più impressione. Quanto mi piacerebbe che questa gente sapesse che quando mostra la lingua nei primi piani, bacia l’obiettivo o fa altre cose di questo tipo, dall’altra parte ci sono io, senza mutande, col culo appiccicato alla tv. Certo non è elegante, ma è l’unica cosa che sa darmi un po’ di sollievo. O almeno era l’unica cosa. Ora ne ho un’altra.
Come è evidente dalla vita di tutti i giorni, festivi compresi, lunghezze e intervalli di tempo sono gli stessi per tutti, ovunque ci si trovi e su qualsiasi mezzo di locomozione si stia viaggiando, a parte naturalmente quando si parla di prestazioni sessuali, ma questo non c’entra. Nell’atletica, 100 metri sono 100 metri e 10 secondi sono 10 secondi sia per chi sta allo stadio sia per chi è a bordo di un roadster a reazione lanciato a velocità supersonica. L’unica differenza è che la gara vista dal roadster sembra molto più divertente, ma questo non cambia i risultati sportivi.
Qualsiasi evento può essere etichettato con due coordinate x e t: una per la sua posizione e l’altra per l’istante in cui accade. Ovviamente sto facendo finta che l’universo abbia una sola dimensione spaziale, cosa che per certi versi non sarebbe neanche male: niente più semafori, niente più salite, niente più caricature. Per esempio, l’evento “partenza degli sbruffoni alla finale dei 100 metri delle Olimpiadi di Budrio” (P) ha le coordinate
dove x è misurato dall’inizio della pista e t dall’inizio della gara. Invece l’evento nascita di Gesù ha le coordinate
sempre che Gesù sia veramente esistito, altrimenti le coordinate sono
Questo per chi è allo stadio, invece per chi si muove a velocità costante v rispetto alla pista e misura i tempi col suo orologio e le distanze a partire da se stesso, le coordinate x’ e t’ di questi eventi sono in generale diverse e sono in relazione con x e t secondo queste equazioni
dove per comodità mi sono seduto sul divano, ho aperto una birra fresca e ho deciso che anche lo spettatore in movimento fa partire il cronometro all’inizio della gara, istante in cui transita a tutta velocità sui blocchi di partenza col roadster di cui sopra. Senza perdere in generalità, assumiamo che non investa nessuno, al massimo un paio di giamaicani. Se adesso considero oltre all’evento P anche l’evento “arrivo al traguardo del primo sbruffone” (A) e l’evento, altrettanto degno di nota, “mosca che del tutto casualmente si posa su un blocco di partenza nel momento esatto in cui il primo sbruffone arriva al traguardo” (M), ho che per la gente allo stadio le coordinate di questi eventi sono
mentre per chi è in movimento sono
cioè per entrambi gli spettatori la gara dura 10 secondi (tA = t’A) e la pista è lunga 100 metri (xA - xM = x’A - x’M). Tutto questo discorso per dimostrare l’ovvio, si potrebbe dire, se non fosse che è da circa un secolo che si sa che questo “ovvio” è in realtà sbagliato. Infatti, se proprio si vuole essere precisi, le coordinate si trasformano così
dove c è la velocità della luce e
Stando così le cose, gli eventi P, A e M visti dallo spettatore in movimento non hanno più le coordinate scritte sopra, ma queste
da cui, dopo alcuni passaggi, si perviene facilmente al seguente risultato: è un casino pazzesco. Per esempio, la posatura della mosca e l’arrivo dello sbruffone non sono più simultanei (t’M ≠ t’A), quindi la lunghezza della pista non può più essere misurata facendo x’A - x’M, perché nel tempo che passa fra sbruffone e mosca la pista si allontana dallo spettatore. Per sapere quanto è lunga la pista per chi ama guardare le gare di atletica scorrazzando a bordo di veicoli supersonici, bisogna scegliere un evento diverso da M, cioè bisogna scegliere fra tutti gli infiniti eventi che avvengono all’inizio della pista (x’=-vt’) quello simultaneo ad A (t’=t’A), cioè
Si vede così che la pista non è più lunga 100 metri ma 100/γ, con lo sbruffone che esulta dopo γ(10 - 100v/c2) secondi invece che 10. Quindi, ogni volta che dei centometristi stanno per stupire il mondo oltrepassando ancora una volta tutte le frontiere del pavoneggiamento, basta andare in autostrada a 3600 km/h e questa gente farà 0.0000000006 metri in meno impiegando 0.00000000005 secondi in più, che potrebbe sembrare poco, ma sono più di trecentomila protoni messi in fila e diecimila miliardi di mesoni ρ+ che decadono uno dopo l’altro. C’è ben poco da esultare.
Ma la cosa che in assoluto dà più sollievo di tutte è un’altra. Lunghezze e intervalli di tempo non sono gli stessi per tutti, è vero, però lo sono le distanze spazio-temporali. Basta omogeneizzare spazio e tempo moltiplicando t per le costanti c e i, dove i è l’unità immaginaria
e si ha
La distanza spazio-temporale fra partenza e arrivo è la stessa per tutti gli spettatori, proprio come succederebbe in un normalissimo spazio euclideo. È un’idea che mi è venuta così, chissà come mai, mentre leggevo qualcosa di un certo Einstein, penso “dottrina del relativismo” o qualcosa del genere. Che persona meravigliosa doveva essere questo Einstein, lui di certo non faceva facce cretine.
Tutto questo significa che il tempo è un po’ come lo spazio: lo si percorre e si incontrano posti diversi, alcuni mai visti, altri un po’ sempre noiosamente gli stessi, come l’estate più calda degli ultimi centocinquant’anni o l’ennesima incredibile rimonta, ma la cosa veramente bella è che non si può tornare indietro. No, questa non è bella. La cosa bella è che viaggiare nel tempo non costa nessuna fatica, basta aspettare e in un batter d’occhio si copre la distanza
In pratica ci si muove alla velocità della luce (per i) lungo la direzione del tempo, così come i fotoni si muovono alla velocità della luce nello spazio, e come i fotoni hanno sempre la stessa velocità spaziale, così io ho sempre la stessa velocità temporale, ovunque mi trovi e su qualsiasi mezzo di locomozione stia viaggiando. È veramente piacevole pensare che nei 10 secondi in cui quelli là fanno 100 miserabili metri, io, seduto comodamente sul mio divano, ne faccio circa tre miliardi. Immaginari, certo, ma sempre tre miliardi.
Ma non è di questo che voglio parlare. Quello di cui voglio parlare è la sbruffoneria di quelli che fanno i 100 metri piani. Che bisogno c’è di fare tutte quelle facce da cretini? Cosa pensano li esenti dall’essere ritenuti dei cretini come tutti quelli che fanno facce da cretini? Tutta questa scena solo perché fanno 100 metri in 10 secondi? Dopotutto sono solo 36 km/h. Magari poteva fare impressione due milioni di anni fa, quando la gente rincorreva le banane nella savana, ma adesso ci sono le macchine, gli aerei, gli space shuttle. Quanto impiega uno space shuttle a fare 100 metri da fermo? Non ne ho idea, ma di certo fa molta più impressione. Quanto mi piacerebbe che questa gente sapesse che quando mostra la lingua nei primi piani, bacia l’obiettivo o fa altre cose di questo tipo, dall’altra parte ci sono io, senza mutande, col culo appiccicato alla tv. Certo non è elegante, ma è l’unica cosa che sa darmi un po’ di sollievo. O almeno era l’unica cosa. Ora ne ho un’altra.
Come è evidente dalla vita di tutti i giorni, festivi compresi, lunghezze e intervalli di tempo sono gli stessi per tutti, ovunque ci si trovi e su qualsiasi mezzo di locomozione si stia viaggiando, a parte naturalmente quando si parla di prestazioni sessuali, ma questo non c’entra. Nell’atletica, 100 metri sono 100 metri e 10 secondi sono 10 secondi sia per chi sta allo stadio sia per chi è a bordo di un roadster a reazione lanciato a velocità supersonica. L’unica differenza è che la gara vista dal roadster sembra molto più divertente, ma questo non cambia i risultati sportivi.
Qualsiasi evento può essere etichettato con due coordinate x e t: una per la sua posizione e l’altra per l’istante in cui accade. Ovviamente sto facendo finta che l’universo abbia una sola dimensione spaziale, cosa che per certi versi non sarebbe neanche male: niente più semafori, niente più salite, niente più caricature. Per esempio, l’evento “partenza degli sbruffoni alla finale dei 100 metri delle Olimpiadi di Budrio” (P) ha le coordinate
{0, 0}
dove x è misurato dall’inizio della pista e t dall’inizio della gara. Invece l’evento nascita di Gesù ha le coordinate
{3000 km, 2012 avanti Olimpiadi}
sempre che Gesù sia veramente esistito, altrimenti le coordinate sono
{certo, certo}
Questo per chi è allo stadio, invece per chi si muove a velocità costante v rispetto alla pista e misura i tempi col suo orologio e le distanze a partire da se stesso, le coordinate x’ e t’ di questi eventi sono in generale diverse e sono in relazione con x e t secondo queste equazioni
x’ = x - vt
t’ = t
dove per comodità mi sono seduto sul divano, ho aperto una birra fresca e ho deciso che anche lo spettatore in movimento fa partire il cronometro all’inizio della gara, istante in cui transita a tutta velocità sui blocchi di partenza col roadster di cui sopra. Senza perdere in generalità, assumiamo che non investa nessuno, al massimo un paio di giamaicani. Se adesso considero oltre all’evento P anche l’evento “arrivo al traguardo del primo sbruffone” (A) e l’evento, altrettanto degno di nota, “mosca che del tutto casualmente si posa su un blocco di partenza nel momento esatto in cui il primo sbruffone arriva al traguardo” (M), ho che per la gente allo stadio le coordinate di questi eventi sono
P{0, 0}
A{100 metri, 10 secondi}
M{0, 10 secondi}
mentre per chi è in movimento sono
P{0, 0}
A{100 - 10v, 10}
M{-10v, 10}
cioè per entrambi gli spettatori la gara dura 10 secondi (tA = t’A) e la pista è lunga 100 metri (xA - xM = x’A - x’M). Tutto questo discorso per dimostrare l’ovvio, si potrebbe dire, se non fosse che è da circa un secolo che si sa che questo “ovvio” è in realtà sbagliato. Infatti, se proprio si vuole essere precisi, le coordinate si trasformano così
x’ = γ(x - vt)
t’ = γ(t - vx/c2)
dove c è la velocità della luce e
γ = 1/√(1-v2/c2)
Stando così le cose, gli eventi P, A e M visti dallo spettatore in movimento non hanno più le coordinate scritte sopra, ma queste
P{0, 0}
A{γ(100 - 10v), γ(10 - 100v/c2)}
M{-γ10v, γ10}
da cui, dopo alcuni passaggi, si perviene facilmente al seguente risultato: è un casino pazzesco. Per esempio, la posatura della mosca e l’arrivo dello sbruffone non sono più simultanei (t’M ≠ t’A), quindi la lunghezza della pista non può più essere misurata facendo x’A - x’M, perché nel tempo che passa fra sbruffone e mosca la pista si allontana dallo spettatore. Per sapere quanto è lunga la pista per chi ama guardare le gare di atletica scorrazzando a bordo di veicoli supersonici, bisogna scegliere un evento diverso da M, cioè bisogna scegliere fra tutti gli infiniti eventi che avvengono all’inizio della pista (x’=-vt’) quello simultaneo ad A (t’=t’A), cioè
M2{γ(-10v + 100v2/c2), γ(10 - 100v/c2)}
Si vede così che la pista non è più lunga 100 metri ma 100/γ, con lo sbruffone che esulta dopo γ(10 - 100v/c2) secondi invece che 10. Quindi, ogni volta che dei centometristi stanno per stupire il mondo oltrepassando ancora una volta tutte le frontiere del pavoneggiamento, basta andare in autostrada a 3600 km/h e questa gente farà 0.0000000006 metri in meno impiegando 0.00000000005 secondi in più, che potrebbe sembrare poco, ma sono più di trecentomila protoni messi in fila e diecimila miliardi di mesoni ρ+ che decadono uno dopo l’altro. C’è ben poco da esultare.
Ma la cosa che in assoluto dà più sollievo di tutte è un’altra. Lunghezze e intervalli di tempo non sono gli stessi per tutti, è vero, però lo sono le distanze spazio-temporali. Basta omogeneizzare spazio e tempo moltiplicando t per le costanti c e i, dove i è l’unità immaginaria
i2 = -1
e si ha
(xA - xP)2 + (ictA - ictP)2 = (x’A - x’P)2 + (ict’A - ict’P)2
La distanza spazio-temporale fra partenza e arrivo è la stessa per tutti gli spettatori, proprio come succederebbe in un normalissimo spazio euclideo. È un’idea che mi è venuta così, chissà come mai, mentre leggevo qualcosa di un certo Einstein, penso “dottrina del relativismo” o qualcosa del genere. Che persona meravigliosa doveva essere questo Einstein, lui di certo non faceva facce cretine.
Tutto questo significa che il tempo è un po’ come lo spazio: lo si percorre e si incontrano posti diversi, alcuni mai visti, altri un po’ sempre noiosamente gli stessi, come l’estate più calda degli ultimi centocinquant’anni o l’ennesima incredibile rimonta, ma la cosa veramente bella è che non si può tornare indietro. No, questa non è bella. La cosa bella è che viaggiare nel tempo non costa nessuna fatica, basta aspettare e in un batter d’occhio si copre la distanza
ic × (batter d’occhio)
In pratica ci si muove alla velocità della luce (per i) lungo la direzione del tempo, così come i fotoni si muovono alla velocità della luce nello spazio, e come i fotoni hanno sempre la stessa velocità spaziale, così io ho sempre la stessa velocità temporale, ovunque mi trovi e su qualsiasi mezzo di locomozione stia viaggiando. È veramente piacevole pensare che nei 10 secondi in cui quelli là fanno 100 miserabili metri, io, seduto comodamente sul mio divano, ne faccio circa tre miliardi. Immaginari, certo, ma sempre tre miliardi.
LA MONTAGNA SQUALLIDA
La montagna mi piace per tanti motivi, un po’ per i motivi per cui piace a tutti: le salite, i precipizi, il vento gelido, eccetera, ma prima di tutto, molto abbondantemente prima, mi piace perché è l’unico posto dove riesco a sentirmi solo. Intendo l’unico posto a me accessibile. Sicuramente mi sentirei più solo su Titano, ma sfortunatamente lì non ci sono alberghi a mezza pensione. Con questo non voglio dire che sentirsi soli sia una sensazione piacevole, e infatti è una sensazione che mi piace non per la sua piacevolezza, ma perché è la verità: tutti sono soli e non hanno idea di dove sono, ma si sentono fra amici in un posto familiare, e se per caso capita di sentirsi soli, raro momento di lucidità, basta mettere un po’ di musica. A questo serve la musica nei locali pubblici: a non lasciare trapelare la verità dal silenzio fra una parola e l’altra.
Io vado in montagna per sentirmi solo, anche se non ci vado mai da solo. Preferisco sempre avere qualcuno con cui condividere la mia solitudine. “Solo” non semplicemente nel senso di “senza gente intorno”, per questo basta chiudersi nello sgabuzzino, ma nel senso di “capitato non so come su un pianeta sconosciuto”. È una sensazione che dura poco, un secondo o anche meno, ma a volte, quando a perdita d’occhio vedo solo pietra, ghiaccio e strani organismi verdi non deambulanti, di colpo mi rendo conto di essere solo su tutto il pianeta. Certo mi ricordo che da qualche parte nel sistema solare c’è un pianeta abitato da certi homo qualcosa qualcosa, ma di sicuro non può essere questo. Qui ci siamo solo io e questo papavero giallo. Peccato poi arrivare in cima e trovare la folla: quelli che ululano, quelli che telefonano, quelli che si rimpinzano, quelli che fanno pisciare il cane e quelli che guardano la nuca di quelli che guardano la nuca di quelli che guardano la nuca di quelli che guardano il panorama, ma nella direzione sbagliata.
Si dice che le Dolomiti siano le montagne più belle del mondo, ma non è vero. Primo perché l’altopiano del Colorado è più bello, secondo perché non sono montagne ma solo una squallida periferia di città fatta a forma di montagne. Almeno le Dolomiti molto affollate, che poi sono la maggior parte delle Dolomiti. La causa dello squallore delle Dolomiti non è che sono piene di gente, ma che sono piene di gente che vocia, sbraita, straparla, rumoreggia, sghignazza e in generale si comporta come se fosse in una squallida periferia di città. In pratica tutto quello che questa gente fa a Novoli o a Borgo Panigale lo fa anche in montagna, solo con un paio di bastoncini da trekking. Sulle Dolomiti tutto è accuratamente predisposto e organizzato perché chi ama le periferie possa trovarsi a proprio agio anche in montagna: alberghi kitsch, parcheggi ad alta quota, sentieri asfaltati, rifugi come mense aziendali e soprattutto tante, tantissime funivie. Ci sono quasi più tralicci che alberi e, contrariamente a quello che si pensa, tutto questo non serve a portare comodamente la gente in cima alle montagne, ma a rendere le montagne squallide come una periferia. Si dice che i Tirolesi, i Ladini e altri popoli più o meno immaginari tengano molto alle loro montagne, ma a giudicare da come le hanno ridotte direi che tengono molto di più al loro conto in banca.
Eppure, nonostante tutto ciò, persino sulle Dolomiti si può trovare qualche posto che assomigli a una montagna. Basta prendere una qualsiasi guida con le escursioni consigliate e evitarle tutte.
Io vado in montagna per sentirmi solo, anche se non ci vado mai da solo. Preferisco sempre avere qualcuno con cui condividere la mia solitudine. “Solo” non semplicemente nel senso di “senza gente intorno”, per questo basta chiudersi nello sgabuzzino, ma nel senso di “capitato non so come su un pianeta sconosciuto”. È una sensazione che dura poco, un secondo o anche meno, ma a volte, quando a perdita d’occhio vedo solo pietra, ghiaccio e strani organismi verdi non deambulanti, di colpo mi rendo conto di essere solo su tutto il pianeta. Certo mi ricordo che da qualche parte nel sistema solare c’è un pianeta abitato da certi homo qualcosa qualcosa, ma di sicuro non può essere questo. Qui ci siamo solo io e questo papavero giallo. Peccato poi arrivare in cima e trovare la folla: quelli che ululano, quelli che telefonano, quelli che si rimpinzano, quelli che fanno pisciare il cane e quelli che guardano la nuca di quelli che guardano la nuca di quelli che guardano la nuca di quelli che guardano il panorama, ma nella direzione sbagliata.
Si dice che le Dolomiti siano le montagne più belle del mondo, ma non è vero. Primo perché l’altopiano del Colorado è più bello, secondo perché non sono montagne ma solo una squallida periferia di città fatta a forma di montagne. Almeno le Dolomiti molto affollate, che poi sono la maggior parte delle Dolomiti. La causa dello squallore delle Dolomiti non è che sono piene di gente, ma che sono piene di gente che vocia, sbraita, straparla, rumoreggia, sghignazza e in generale si comporta come se fosse in una squallida periferia di città. In pratica tutto quello che questa gente fa a Novoli o a Borgo Panigale lo fa anche in montagna, solo con un paio di bastoncini da trekking. Sulle Dolomiti tutto è accuratamente predisposto e organizzato perché chi ama le periferie possa trovarsi a proprio agio anche in montagna: alberghi kitsch, parcheggi ad alta quota, sentieri asfaltati, rifugi come mense aziendali e soprattutto tante, tantissime funivie. Ci sono quasi più tralicci che alberi e, contrariamente a quello che si pensa, tutto questo non serve a portare comodamente la gente in cima alle montagne, ma a rendere le montagne squallide come una periferia. Si dice che i Tirolesi, i Ladini e altri popoli più o meno immaginari tengano molto alle loro montagne, ma a giudicare da come le hanno ridotte direi che tengono molto di più al loro conto in banca.
Eppure, nonostante tutto ciò, persino sulle Dolomiti si può trovare qualche posto che assomigli a una montagna. Basta prendere una qualsiasi guida con le escursioni consigliate e evitarle tutte.
LE RICETTE DI DON GIULIO
Prendere un pene fresco, possibilmente ancora vivo.
Agitarlo energicamente fino a fargli assumere la caratteristica forma di una banana (attenzione: non togliere la buccia).
Prendere una vagina.
Farla rosolare per qualche minuto nel suo brodo, quindi inserire il pene. Questa operazione apparentemente semplice va eseguita con la massima attenzione. Il pene, soprattutto se appena pescato, tende a sgusciare da tutte le parti e potrebbe inavvertitamente finire nei posti più curiosi.
Per quanto certe invenzioni possano sembrare divertenti, non portano mai a niente di buono e alla fine ci si impiastriccia tutti e basta. Se si vuole cucinare qualcosa di buono e sostanzioso, l’unica cosa da fare è seguire dettagliatamente il grande libro delle ricette.
Dunque introdurre il pene, estrarlo parzialmente, reintrodurlo, estrarlo sempre parzialmente, introdurlo, estrarlo, introdurlo, estrarlo e così via. Introduzione e estrazione vanno eseguite più volte, sempre più velocemente, finché il pene non spruzza. Il tutto può richiedere svariati minuti o pochi secondi a seconda del sistema di riferimento. Infatti, secondo la teoria della relatività di Einstein,
il tempo scorre molto più lentamente nel sistema di riferimento della vagina che in quello del pene. Ecco perché un pene osservato dalla vagina fa il rumore di un minuscolo spazzolino elettrico.
Una volta lasciato appassire il pene, lo si tolga delicatamente dalla vagina facendo ben attenzione a non far fuoriuscire il liquido, quindi si faccia cuocere il tutto nell’utero per circa nove mesi. Quando il fagottino raggiunge le giuste dimensioni lo si estragga con cautela (attenzione che urla), lo si lasci sgocciolare qualche minuto sul lavandino e infine lo si serva ancora caldo con crema di carciofi e composta di scalogno.
È un piatto sano e appetitoso che non delude mai, ma anche se deludesse è pur sempre un modo per ammazzare il tempo.
Agitarlo energicamente fino a fargli assumere la caratteristica forma di una banana (attenzione: non togliere la buccia).
Prendere una vagina.
Farla rosolare per qualche minuto nel suo brodo, quindi inserire il pene. Questa operazione apparentemente semplice va eseguita con la massima attenzione. Il pene, soprattutto se appena pescato, tende a sgusciare da tutte le parti e potrebbe inavvertitamente finire nei posti più curiosi.
Per quanto certe invenzioni possano sembrare divertenti, non portano mai a niente di buono e alla fine ci si impiastriccia tutti e basta. Se si vuole cucinare qualcosa di buono e sostanzioso, l’unica cosa da fare è seguire dettagliatamente il grande libro delle ricette.
Dunque introdurre il pene, estrarlo parzialmente, reintrodurlo, estrarlo sempre parzialmente, introdurlo, estrarlo, introdurlo, estrarlo e così via. Introduzione e estrazione vanno eseguite più volte, sempre più velocemente, finché il pene non spruzza. Il tutto può richiedere svariati minuti o pochi secondi a seconda del sistema di riferimento. Infatti, secondo la teoria della relatività di Einstein,
il tempo scorre molto più lentamente nel sistema di riferimento della vagina che in quello del pene. Ecco perché un pene osservato dalla vagina fa il rumore di un minuscolo spazzolino elettrico.
Una volta lasciato appassire il pene, lo si tolga delicatamente dalla vagina facendo ben attenzione a non far fuoriuscire il liquido, quindi si faccia cuocere il tutto nell’utero per circa nove mesi. Quando il fagottino raggiunge le giuste dimensioni lo si estragga con cautela (attenzione che urla), lo si lasci sgocciolare qualche minuto sul lavandino e infine lo si serva ancora caldo con crema di carciofi e composta di scalogno.
È un piatto sano e appetitoso che non delude mai, ma anche se deludesse è pur sempre un modo per ammazzare il tempo.
A NIGHT AT THE OPERA
Sei sicuro?
“Are you sure?”.
Are you sure it’s better we speak english?
Very sure, Franco. I have never been so sure in my life.
Take into account that my english is very traballing. I never took the six at school.
Don’t worry about that, my english is traballing too.
Allora che --
“So what”.
So what we speak english to do?
Look, there was a time when italian music was the most important music in the world.
Yes, I remember.
I’m talking of centuries ago, Franco.
Okay.
We can practically say that music is an italian invention: allegro, sonata, fortissimo...
“Happy”, “played”, “very strong”...
What I’m trying to say is that things are changed a lot from then. Now Italy doesn’t count anything anymore. For example, yesterday I bought the tetralogy of Wagner on dvd, okay?
And?
And nothing, there are english subtitles, german subtitles, french subtitles, spanish subtitles, perhaps even dog subtitles, but no italian subtitles.
I cannot believe my ears?
Believe them, because it’s true. And you know the worst thing?
No.
Now italian people are no more admitted in theatres.
Really?
Yes.
That’s very fastidious.
So, if tonight we want to go inside and listen to the opera, we must say we are from Detroit and speak english to the officer.
The officer?
The person, the mask, the ticket seller...
Okay.
Or you prefer to go home and listen to Giovanni Allevi on tv?
No, please.
Italian music has gone a bit involving after Monteverdi, don’t you think so? Monteverdi, Vivaldi, Rossini, Verdi, Allevi and then? What will come after Allevi? Wind from the bottom?
Wind from the bottom?
Yes, air from the back, whistle of the anus... I don’t know how they say in english.
Fart.
You see, your english is much better than mine.
Really?
I sweat.
You what?
I sweat over my head.
That’s not possible.
Don’t take me around, please.
What?
Don’t take me around, don’t bring me away, don’t... oh, forget it. Are you ready?
Just the last thing.
Fire!
And if they discover that we are just two italians with a bad english?
That will not happen, trust me. They will believe that we are two americans with some problems in the head.
How can you be sure?
Because I have a medical certification.
Really?
My doctor is a piece of cake. Here it is the certification, look: it states that I have a “silly brain” and that you are my sustain teacher. Silly brained too, obviously.
You’re a genius!
Exactly. But remember: don’t say that I’m a genius in front of the officer, or he will discover us.
“Are you sure?”.
Are you sure it’s better we speak english?
Very sure, Franco. I have never been so sure in my life.
Take into account that my english is very traballing. I never took the six at school.
Don’t worry about that, my english is traballing too.
Allora che --
“So what”.
So what we speak english to do?
Look, there was a time when italian music was the most important music in the world.
Yes, I remember.
I’m talking of centuries ago, Franco.
Okay.
We can practically say that music is an italian invention: allegro, sonata, fortissimo...
“Happy”, “played”, “very strong”...
What I’m trying to say is that things are changed a lot from then. Now Italy doesn’t count anything anymore. For example, yesterday I bought the tetralogy of Wagner on dvd, okay?
And?
And nothing, there are english subtitles, german subtitles, french subtitles, spanish subtitles, perhaps even dog subtitles, but no italian subtitles.
I cannot believe my ears?
Believe them, because it’s true. And you know the worst thing?
No.
Now italian people are no more admitted in theatres.
Really?
Yes.
That’s very fastidious.
So, if tonight we want to go inside and listen to the opera, we must say we are from Detroit and speak english to the officer.
The officer?
The person, the mask, the ticket seller...
Okay.
Or you prefer to go home and listen to Giovanni Allevi on tv?
No, please.
Italian music has gone a bit involving after Monteverdi, don’t you think so? Monteverdi, Vivaldi, Rossini, Verdi, Allevi and then? What will come after Allevi? Wind from the bottom?
Wind from the bottom?
Yes, air from the back, whistle of the anus... I don’t know how they say in english.
Fart.
You see, your english is much better than mine.
Really?
I sweat.
You what?
I sweat over my head.
That’s not possible.
Don’t take me around, please.
What?
Don’t take me around, don’t bring me away, don’t... oh, forget it. Are you ready?
Just the last thing.
Fire!
And if they discover that we are just two italians with a bad english?
That will not happen, trust me. They will believe that we are two americans with some problems in the head.
How can you be sure?
Because I have a medical certification.
Really?
My doctor is a piece of cake. Here it is the certification, look: it states that I have a “silly brain” and that you are my sustain teacher. Silly brained too, obviously.
You’re a genius!
Exactly. But remember: don’t say that I’m a genius in front of the officer, or he will discover us.




















