MATERIALE INESISTENTE

CHE COS’È LA DEMOCRAZIA

Ho pensato che forse è il caso di spiegare in due parole cos’è la democrazia, visto che leggendo i giornali ho l’impressione che non lo sappia nessuno. Poi magari lo sanno tutti e sono io che leggo i giornali sbagliati (giornali italiani), in tal caso queste parole potranno comunque servire come utile ripasso.

1
Allora, prima cosa, la democrazia non esiste. È vero che sul dizionario c’è scritto “forma di governo in cui la sovranità appartiene al popolo”, ma quale popolo può mai essere sovrano? È già difficile trovare una persona sovrana di se stessa, figuriamoci un popolo. Qualsiasi forma di governo reale avrà sempre un gruppo più o meno ristretto e più o meno temporaneo di persone che prendono le decisioni e una massa di gente più o meno grande che deve obbedire.

2
Comunque nemmeno il popolo esiste, ma questo è un altro discorso.

3
Fra le forme di governo reali ci sono per esempio le “democrazie”, che sono tante e sempre circondate da opportune virgolette. Queste sono forme di governo in cui la sovranità non appartiene al popolo, ma a un gruppo di persone dal quale quasi nessuno del popolo è per principio escluso e sul quale quasi chiunque del popolo può esercitare un qualche tipo di condizionamento. Questa è la definizione di “democrazia” più rigorosa che si possa dare, della quale pregherei di notare principalmente tre cose: a) “più o meno”, b) “quasi”, c) “un qualche tipo”.
In pratica la democrazia è un ideale, mentre le “democrazie” sono le realizzazioni concrete di questo ideale. Un po’ come la differenza che c’è fra la foto sulla scatola della pizza surgelata e la “pizza” che poi esce dal forno.

PROBLEMA
Prendere uno Stato a caso e decidere se è “democratico”. Bisogna vedere se ci sono le elezioni? Bisogna vedere se c’è libertà di espressione? Bisogna lanciare una moneta?

SOLUZIONE
Le risposte sono, rispettivamente, no, no e no. Esistono Stati non democratici in cui ci sono le elezioni (Iran) e Monarchie Assolute in cui la gente può dire tutto quello che vuole senza essere decapitata (Città del Vaticano).
Per capire se uno Stato è “democratico” bisogna guardare la sua Costituzione.

4
Le Costituzioni sono di solito divise in due parti. Una parte dove si enunciano dei principi, tipo “Repubblica fondata sulla gioia di vivere e la spensieratezza, che ripudia il brutto tempo e riconosce l’indiscutibile affettuosità dei gattini”, e una parte dove invece si stabilisce l’organizzazione politica dello Stato. La prima parte è la scatola della pizza, la seconda è la pizza.
Per decidere se uno Stato è “democratico” bisogna fare solo due cose:
I) Guardare se la sua Costituzione è in accordo con la definizione di “democrazia” data sopra,
II) Se sì, verificare che chi è al potere rispetti la Costituzione.

5
Verificare la condizione I non è facile. Se per esempio si prende l’Italia, si ha che i minorenni sono esclusi dal Parlamento (niente sovranità) e non possono nemmeno votare (niente condizionamento sui sovrani), eppure tutti sono più o meno concordi nel dire che la Costituzione italiana è “democratica”. Io non so se sia vero, ma prendiamolo per buono.

POSTULATO
La Costituzione italiana è “democratica”.

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Quindi in Italia ogni Governo è “democratico” se e solo se si forma, si comporta e si scioglie nei modi prescritti dalla Costituzione.

ESEMPIO
La Costituzione italiana contiene i due seguenti articoli:
92: il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri.
94: Il Governo deve avere la fiducia delle due Camere.
Ora, supponiamo che il Presidente della Repubblica nomini Presidente del Consiglio Gennarino, il barbone che bivacca davanti al supermercato di Borgo San Pietro, e che poi Gennarino ottenga la fiducia del Parlamento. Allora in questo caso si deve affermare che il Governo Italiano è “democratico”, e lo è nonostante Gennarino non abbia mai preso un voto in tutta la sua vita. Neanche a scuola, visto che è analfabeta.
Se l’articolo 92 dicesse “il Presidente del Consiglio è eletto a suffragio universale e diretto” allora questo ipotetico Governo Gennarino non sarebbe “democratico”, ma l’articolo 92 non dice così, e quindi il Governo Gennarino, bello o brutto che sia, è un Governo “democratico”.
In Italia sarebbe proprio un Governo eletto direttamente dal popolo a non essere “democratico”, per esempio il Governo di un erotomane ossessionato dalla calvizie che alle elezioni per il Parlamento facesse stampare “nome e cognome presidente” sui simboli del partito.

CONCLUSIONI
I giornalisti che dicono che un Governo Italiano non è democratico perché non eletto dal popolo o sono ignoranti o cercano solo di compiacere i propri lettori. Non ci sono altre possibilità. Nel primo caso sono pregati di aggiornarsi, nel secondo sono pregati di smettere di chiamarsi giornalisti.

VEDI BOLOGNA E POI MUORI

Le città più belle d’Italia non sono Firenze, Roma e Venezia, come vorrebbe farci credere il turismo di massa. Il turismo di massa è un fenomeno manovrato occultamente dalle grosse compagnie aeree, le quali mirano solo a consolidare le gerarchie aeroportuali esistenti e a incrementare le vendite di pinocchi, calzoncini col pene del David e santini. In realtà le città più belle d’Italia sono Foggia, Campobasso, Piombino, Budrio, Cogoleto e naturalmente Bologna. Per rendersene conto basta guardare queste immagini del centro di Bologna, uno dei luoghi più belli e suggestivi non solo d’Italia, ma anche del Turkmenistan. 














Se tutto questo non rende abbastanza l’idea è solo perché le foto non hanno odore.

PER PIACERE, SI CHIAMANO GRILLINI

Nota: si avvisa l’eventuale lettore del futuro che questo post parla di argomenti di ordinaria attualità spicciola, cioè cose che non avranno più nessuna importanza in un futuro più o meno prossimo (per esempio domani). È dunque possibile che ciò che segue, benché accompagnato da alcune didascalie esplicative, risulti in parte o del tutto incomprensibile al suddetto lettore, il quale è pertanto invitato a leggersi qualcosa di un po’ più eterno, per esempio: questo.

Pare che ora (prima metà del XXI secolo) sia arrivato il momento dei seguaci di Grillo (comico televisivo della seconda metà del XX secolo). Seguaci che, quando avevano l’1%, tutti chiamavano “grillini” e disprezzavano altamente, partiti e giornali in testa, mentre ora che hanno il 20% tutti rispettano e chiamano “esponenti del movimento eccetera”. Non so come sia lì nel futuro, ma qui nel presente c’è tanta gente che basa la propria opinione di una persona non su quello che dice, ma sulla sua popolarità. Si chiamano “leccaculo”, parola che mi sembra molto appropriata e su cui non ho niente da ridire. Invece i seguaci di Grillo si chiamano “grillini”, non “esponenti del movimento eccetera”. Ci tengo molto alla precisione. Dopo i manutengoli di Berlusconi (barzellettiere da crociera della seconda metà del XX secolo), ora è arrivato il loro momento e, se le cose continueranno così, il prossimo Parlamento sarà composto in maggioranza da loro, cosa che, sia detto per inciso, è difficile vedere come un peggioramento. Anche un Parlamento di barbabietole sarebbe meglio del Parlamento che c’è ora.
È incredibile quanto piacciano i comici agli abitanti dell’Italia (Stato europeo al largo della Tunisia), soprattutto se si conta che il senso dell’umorismo non è certo fra i pregi di questa gente. È forse più facile trovare un italiano onesto che un italiano col senso dell’umorismo. Gli italiani hanno tanti pregi, per esempio hanno creato alcune fra le più importanti organizzazioni criminali del mondo e sono fra i principali produttori di lagnosità, ma fra questi pregi non c’è di sicuro l’umorismo. Non quello volontario, almeno. Infatti la comicità dei comici italiani non sta quasi mai in quello che dicono, ma nel personaggio che interpretano. È un umorismo fatto di macchiette, non di scrittura. L’unico comico italiano che faceva monologhi divertenti era Luttazzi (aspirante comico della seconda metà del XX secolo), ma poi si è scoperto che i suoi monologhi non erano italiani.
Il comico italiano strabuzza gli occhi e la gente ride, si dimena come un orango e la gente ride, manda affanculo tutti e la gente ride. Ride e vota. Perché è evidente che la gente non vota gli “esponenti del movimento eccetera”, ma vota il comico. Per esempio a Parma ha vinto un certo Spizzettoni (perfetto sconosciuto della prima metà del XXI secolo), ma sono sicuro che solo una minima parte di quelli che l’hanno votato aveva idea di chi fosse, mentre tutti gli altri votavano sulla parola di Grillo, e una frazione non trascurabile di questi, sono pronto a scommetterci, erano convinti di votare proprio Grillo. Grillo candidato contemporaneamente in novecentoquarantuno comuni Italiani. Chissà come ci sono rimasti male quando si sono trovati sindaco Pizzoccheri e non Grillo.
Io l’ho sentito parlare questo Pizzutelli, e devo dire che mi ha fatto una buona impressione: misurato, cordiale e ragionevole, ma non fa ridere e nessuno voterebbe mai uno che non fa ridere. Tutti dicono che Grillo è solo “il megafono”, “l’aratro”, “l’apripista”, “l’autospurghi”, e che non bisogna fare caso alle stupidaggini che dice o ai suoi modi poco democratici, perché la sua funzione è solo quella di far conoscere il movimento eccetera, poi sotto c’è tutto un eccetera eccetera. Magari è vero, solo che la gente vota l’aratro. Intendo il grosso della gente, cioè quelli che non sanno niente di meetup e blog e vanno a votare con lo stesso spirito con cui vanno allo stadio, che sono poi quelli che contano. Questi votano proprio quelle stupidaggini e quei modi poco democratici, e che dietro l’aratro ci sia Pinzillaccheri, Sbertuccelli o chiunque altro non ha nessuna importanza. Non ha importanza come sia organizzato il movimento eccetera, chi ne faccia parte e quanto si avvicini all’ideale democratico di Tocqueville (storico francese che tutti citano ma pochi hanno letto della prima metà del XIX secolo), il giorno in cui Grillo dirà di votare una barbabietola, questi qui voteranno una barbabietola.
Quindi, per piacere, si chiamano “grillini”.

DUE SIGARETTE AL GIORNO LEVANO IL MEDICO DI TORNO

IL FUMO UCCIDE, lo sanno tutti, chi è morto lo sa per esperienza, gli altri hanno un pacchetto di sigarette che glielo ricorda ogni giorno. Gli effetti della campagna mondiale antifumo sono stati devastanti, almeno su di me. Un tempo fumavo serenamente: caffè e sigaretta, birra e sigaretta, sesso e sigaretta, ogni cosa chiamava la sigaretta, anche la sigaretta. Certo non pensavo che facesse bene, sapevo perfettamente che IL FUMO UCCIDE. Quando si fa una scelta di semplice edonismo poi non bisogna pensarci più, è la regola, se no che edonismo è? Adesso invece è impossibile fumare senza qualcosa o qualcuno che ti ricordi che IL FUMO UCCIDE. Si potrebbe pensare che lo facciano per il tuo bene, se non fosse che lo dicono fregandosi le mani. Più che un consiglio, sembra un augurio. È un po’ la logica del peccato originale: se ti procuri un piacere devi essere punito, quindi se fumi devi morire e se non muori, beh, che almeno ti vada di traverso.
IL FUMO UCCIDE, perfetto, ma come funziona? Zero sigarette sei salvo, una muori? Non è possibile. Niente in natura funziona così, a salti, a parte ovviamente la meccanica quantistica, ma non mi pare che le sigarette siano particelle subatomiche.
Per esempio l’uranio fa male, molto più male di qualsiasi marca di sigarette, infatti su Hiroshima hanno buttato una bomba all’uranio, non un pacchetto di MS senza filtro. Ma l’uranio non viene dall’iperspazio, è presente in natura normalmente, sparpagliato un po’ ovunque, e questo non perché il pianeta sia inquinato o altro, ma perché madre Natura nella sua infinita saggezza ha pensato bene di dare una bella spolverata di uranio a tutta la superficie terrestre, di modo che è praticamente impossibile non farsi la propria dose tutti i giorni. Ogni persona ne assume in media un microgrammo al giorno, tutti i giorni, cioè circa trenta milligrammi nell’arco di tutta la vita. Trenta milligrammi sembrano pochi, certo, ma stiamo parlando di uranio, non di olio di palma. Per radere al suolo Hiroshima è bastato mandarne in fissione sette etti, con trenta milligrammi si può a occhio e croce far saltare in aria un condominio.
Un microgrammo di uranio al giorno fa male, sì, ma poco, così poco che in pratica non fa assolutamente niente. È il concetto di quantità trascurabile, un concetto facile da capire, ma evidentemente non alla portata degli scrittori di avvisi di pericolo. Dopotutto è comprensibile, è come per i cani, se non vuoi che entrino in casa devi dire LA CASA UCCIDE e magari rafforzare il concetto con una ciabattata sul naso, non puoi metterti a spiegare che in fondo, sì, possono entrare ma solo con le pattine, facendo attenzione al ficus e se poi hanno proprio voglia di farsi uno spuntino, dio santo, almeno che non mangino quell’orrendo cibo per cani.
Qualche giorno fa ho fatto una visita da uno pneumologo. Non che avessi niente di particolare, è che preferisco prevenire invece che curare.


Dov’è che le fa male esattamente?

Qui.

Perfetto, ora potrebbe indicarmi un punto sul suo corpo?


Alla fine non avevo niente, “sano come un pesce” mi ha detto, e sono sicuro che non intendeva un pesce in via di estinzione. Così, visto che rimaneva del tempo, gli ho chiesto un parere sul fumo.


IL FUMO UCCIDE.

Sì, dottore, questo lo so, quello che volevo sapere --

UCCIDE.

Okay.

...

Ma --

UCCIDE.

Ora l’ha detto meno convinto.


Non lo so, forse gli ho solo fatto compassione, fatto sta che dopo un lungo sospiro si alza, chiude a chiave la porta dell’ambulatorio, tira le tende, ammaina tutti i poster sul tumore ai polmoni e strappa una piccolissima striscia di carta da una rivista medica. Ci scrive sopra qualcosa in fretta, a matita, e me la passa senza guardarmi: “due sigarette al giorno non c’è rischio”. Non faccio in tempo ad alzare gli occhi che la sta già deglutendo.


IL FUMO UCCIDE.

Sì. Grazie, dottore.


Non sono mai uscito così felice da una visita medica. È fantastico, due sigarette al giorno! Una per polmone! Questa sì che è una buona notizia! Se gli scrittori di avvisi di pericolo fossero onesti dovrebbero scrivere IL FUMO UCCIDE, CERTO, MA SE FUMI DUE SIGARETTE AL GIORNO NON C’È RISCHIO.
Ora non mi resta che trovare sigarette di ottanta centimetri.

IL CIRCOLO MEDICO

Buongiorno, dottore. Mi fanno male le orecchie.

Tutte quante?

Sì.

Ha appetito?

Sì, perché?

Il corpo umano è come una macchina, se non si mette benzina si ferma. Da quanto tempo le fanno male?

Circa una settimana.

Bene, allora non è niente di serio. Per precauzione prenda --

No, un anno.

Allora non è niente di serio. Per precauzione prenda due compresse di Deursil al dì per un mese. Avanti il prossimo!

Non dovrebbe visitarmi?

Non le piace il Deursil?

In che senso, scusi?

Non c’è problema, prenda due compresse di Dissenten al dì per un mese.

No, non è questo.

Per una settimana?

Mi chiedevo se non è il caso che mi visiti.

Prego, faccia pure. Intanto, se non le spiace, io proseguo con gli altri pazienti.

Intendevo lei.

Non la seguo.

Lei che visita me.

...

Le orecchie.

Purtroppo le orecchie non sono il mio campo.

E quale sarebbe il suo campo?

Io mi occupo di prescrivere medicine, se vuole qualcuno che si occupi di visitare, deve andare da un otorino. Intanto prenda due compresse di Acarden al dì per un mese.

Buongiorno, otorino. Mi fanno male le orecchie.

Questo è tutto da dimostrare, si spogli.

Anche le mutande?

Soprattutto. Sta prendendo qualcosa?

Acarden.

Cosa!?

Me l’ha prescritto il medico.

È un totale incompetente!

Infatti l’orecchio sinistro è peggiorato, ora sento anche un fischio.

Il suo non è un problema di orecchie, ma di postura.

Ma a me fanno male le orecchie.

Se le facessero male le orecchie me ne accorgerei, non crede? Lei ha solo un problema di postura lungamente trascurato. Per caso sta tutto il giorno davanti al computer?

No.

Come pensavo. Il corpo umano è come una macchina, se non si fa manutenzione prima o poi si rompe. Si faccia vedere da un ortopedico.

Va bene.

Nel frattempo prenda una compressa di Ramipril dopo i pasti, tre gocce di Fluoxetina, Cibalgina quanto basta e soprattutto cambi la montatura degli occhiali.

Pensa sia necessario?

Sono orribili.

Buongiorno, ortopedico. Ho un problema di postura.

No, lei ha un problema intestinale.

Sul serio?

Si vede a occhio. Chi le ha messo in testa la postura?

L’otorino.

È un totale incompetente. Lei ha un igroma subdurale enzimatico regresso al tratto quiescente del colon sinistro.

Mi fanno male anche le orecchie, è possibile?

Certo, il corpo umano è come una macchina.

Sì, mi pare di averlo sentito.

Se un pezzo non funziona, tutta la macchina ne risente. Prenda del cognac con un po’ di latte caldo e vedrà che in una settimana le passa tutto.

Il rimedio della nonna.

Anche sua nonna era medico?

Non credo.

Intanto, per precauzione, faccia un’ecografia all’addome.

Buongiorno, gastroenterologo.

Sumatriptan, Verapalim, Bioscalin.

Dovrei fare un’ecografia.
   
Non serve a niente l’ecografia quando si ha un’otite.

Lo dicevo che mi facevano male le orecchie!

Molto seria, anche.

Quanto seria?

Potrebbe morire.

No!

Mi duole molto dirglielo, mi creda.

Allora perché sorride?

Chi l’ha mandata qui è un totale incompetente, deve farsi subito vedere da un urologo.

Un urologo?

Il corpo umano è come una macchina, quando si rompe bisogna portarla dall’urologo.

Buongiorno, urologo. Mi fanno male le orecchie.

Si sieda e mi dica tutto.

Allora, all’inizio sembrava solo un problema di postura, poi si è scoperto che ho qualcosa che non va all’intestino, ma, dall’ecografia che non ho mai fatto, si è visto che in realtà ho un’otite molto grave alla vescica. Ho anche cambiato gli occhiali, ma non è servito a niente.

Tutte stupidaggini.

Davvero?

Sì.

Mi rincuora molto sentirglielo dire.

Ha mai pensato di farsi vedere da un medico?

Un medico?

Sì, un medico.

Be’...

Cosa?

Niente.

Si faccia vedere da un medico.

Buongiorno, dottore.

Buongiorno. Allora? Le fa ancora male la cinghia di trasmissione?

Le orecchie.

Le fanno ancora male?

Da morire. Mi è stato detto di andare da un medico.

Chiunque gliel’abbia detto è un totale incompetente.

L'AQUILONE

AUTOCRITICA

Sento il bisogno di fare autocritica e, anche se un po’ mi pesa, devo ammetterlo: ho fatto un capolavoro. “Capolavoro” nel senso di opera di straordinario valore artistico destinata a essere ricordata e celebrata nei secoli a venire (e se non fosse per problemi legati al principio di causalità, anche nei secoli già venuti) come uno dei più alti esempi dell’espressività e della creatività umana, cioè precisamente quello che ho fatto io, né più né meno, a parte forse quell’aggettivo “umano”, visto che io mi sento più aragosta. Naturalmente sto parlando di The Colleagues, il primo capolavoro a episodi mai apparso su questo pianeta (sugli altri non saprei) e da oggi apprezzabile in tutto il suo mirabile ordine cronologico: qui.
Chi mi conosce (io) sa quanto sia penoso per me esprimere apprezzamenti nei miei confronti (uno strazio), e può immaginare lo sforzo che sto facendo nel costringermi a dire quello che sto dicendo, ma (congiunzione semplice) per rispetto della verità sento il dovere morale di ammettere pubblicamente di fronte a questo monitor che sì, lo confesso, The Colleagues è la mia Cappella Sistina, la mia Divina Commedia, il mio Anello del Nibelungo, sempre che questi paragoni non suonino troppo irriverenti (per The Colleagues).
So che forse non tutti saranno d’accordo con questo mio giudizio, giudizio che, lo ricordo a chi si fosse messo a leggere solo ora, può essere così riassunto:


tuttavia bisogna ricordare che stiamo parlando di un’opera che, come tutti i capolavori degni di questo nome (The Colleagues), potrà essere pienamente apprezzata solo fra un secolo o due, cioè quando l’umanità si sarà estinta e al mondo ci saranno solo aragoste.
A quanto pare non sono l’unico a pensarla così.

“Struggente, emozionante e seducente!”
(Corriere della Sera)

“Bellissimo!”
(Il Messaggero)

“!”
(La Repubblica)

e queste sono solo alcune delle lodi che i maggiori quotidiani nazionali avrebbero fatto a The Colleagues se solo l’avessero visto. In genere non faccio molto affidamento su quello che dicono i giornali, e non voglio certo iniziare adesso, tuttavia una parola voglio dirla: parpagliola.
Si pensi che per prepararmi adeguatamente alla realizzazione di quest’opera monumentale (ben tredici episodi, una durata complessiva di oltre cinquecento milioni di microsecondi), mi sono sottoposto a ben due settimane di lavoro impiegatizio. Un’esperienza terribile, durante la quale mi sono piegato a fare tutto quello che si fa in questi casi, per quanto sgradevole e snervante potesse essere: ignorare il telefono, spostare i faldoni, imitare la firma del capoufficio sui biglietti d’auguri, rimettere i faldoni dov’erano prima, chiacchierare al distributore del caffè, stampare comunicati con “pò” e “stà” e così via, e il risultato è The Colleagues.
The Colleagues ha tutti i pregi che i film al cinema di solito non hanno, pregi talmente evidenti che elencarli sarebbe del tutto inutile, e sono:
– Trenta secondi durano trenta secondi, non un’ora e mezza.
– Non ci sono storie d’amore, non viene mai pronunciata la parola “amore”, nessuno allude né pensa mai all’amore e, soprattutto, nessuno si azzarda a fare l’amore. Certo manca una scena in cui uno sceneggiatore di scene d’amore venga costretto a mangiare i propri escrementi (cioè le proprie sceneggiature), ma non si può avere tutto.
– Non ci sono messaggi edificanti per i perbenisti, né messaggi non edificanti per i perbenisti che fanno finta di non esserlo. Non ci sono proprio messaggi. Gli unici messaggi sono le scritte dei titoli.
– Non cerca di vendere detersivi, automobili o bibite fra una storia d’amore e l’altra.
– È pieno di effetti speciali, ma non si notano.
– Le musiche sono


e sono state espressamente (benché inconsapevolmente) composte da Max Jacob, che ringrazio (grazie).
– Infine il pregio più importante di tutti: fa vedere la verità.
Ma anche nella remota e improbabilissima ipotesi che The Colleagues non sia un capolavoro (ma lo è), rimane comunque senza dubbio la miglior produzione audiovisiva italiana dal 6 luglio 1984 a questa parte, perché credo sia evidente a tutti che oggi come oggi non esiste un Sorrentino, un Muccino o un qualsiasi altro registino italiano che possa reggere il confronto con un solo episodio di The Colleagues. Per esempio con questo.

ALLA RICERCA DEL GESÙ PERDUTO

1.
Un’enorme astronave in avvicinamento alla Terra. Assomiglia alla Morte Nera e emette il suono di un milione di canne d’organo perfettamente accordate. O almeno lo emetterebbe se solo i suoni potessero propagarsi nel vuoto.


Ci siamo quasi, Signore.

Tempo stimato?

Due messe in si minore e un mottetto.

Vento solare?

A favore.

Avviare procedura orbitale.

Procedura orbitale avviata.

Disattivare prima legge di Newton.

Disattivata.

Propulsori frontali?

Al massimo.

Mantenga l’angolo di entrata.

Sì, Signore.

Visore di prua.


Su un monitor cilindrico in mezzo alla plancia appare l’immagine tridimensionale della Terra. Un vecchio col mantello e la barba è in piedi di fronte al monitor, guarda pensoso quella piccola sferetta azzurra ricoperta di nuvolette. Si versa un bicchiere di Brandy.


Sarebbe questo?

Sì, Signore.

Mm.

È un pianeta dei nostri, no?
   
Vuole che mi ricordi tutti i sassolini che ho sparpagliato per l’universo?

Gli strumenti dicono che c’è vita.

Bene.

Sono ancora all’età della chitarra elettrica.

Guardi se c’è mio figlio, per favore. Dovrebbe essere quello con la barba.

C’è un sacco di gente con la barba.

Un sacco quanta?

Brulicano.

Va bene, scendiamo. Lei venga con me, signor Michele.

Gabriele.

È lo stesso.


2.
Una sagrestia. Un prete con un casco integrale è seduto davanti al computer. Sta facendo le qualifiche a Monza.
Entra un energumeno col rossetto.


Padre?

Mm?

Mi scusi, padre.

Dica, signorina.

C’è il signor Rotella.

Non Giorgio Rotella, vero?

Se non è lui vuol dire che hanno legalizzato la clonazione.

Ora non posso, gli dica di passare domani.

Veramente è già entrato.


Un ometto pallido con due occhietti da roditore è seduto di fronte al prete. È vestito più o meno come un pecoraio a una serata di gala.

   
Padre, credo di aver perso la fede.

Di nuovo?

Ci sono cose che non mi tornano.

Se tornasse tutto io sarei disoccupato, non le pare?

Pensavo --

Non ci pensi.

Pensavo alla transumanza del pane e del vino.

Transustanziazione.

Non mi convince.

Non la convince?

Neanche un po’.

Va bene. Ego te absolvo in nomine patris eccetera, dica un padre nostro e due avemaria. Ora mi scusi, ma ho un battesimo urgente.

Posso sperare nella grazia?

Certo. Mi saluti sua moglie.


3.
Il Signore e Gabriele camminano in mezzo a una città affollata. Hanno vesti michelangiolesche, ma nessuno sembra farci caso. Il Signore si guarda intorno con la stessa espressione di chi ha appena scoperto che il ristorante in cui si è seduto non è in realtà un ristorante ma un maneggio di cavalli.
Ferma un passante.
   

Mi scusi, ha per caso visto mio figlio? Io sono il padre e questo qui è... sei?

Gabriele. Lo stiamo cercando in tutta la Galassia.

Alto, con la barba, poteri soprannaturali...

Sui mille, duemila anni.

Coi sandali.

E una tunica.

È qui in vacanza.

Gli piacciono moltissimo i pediluvi e le cene con gli amici.

Ha i capelli lunghi.

E la barba.

Soprattutto la barba.


L’uomo dà loro un euro e se ne va. Il Signore e Gabriele guardano attentamente il rilievo con l’uomo di Leonardo.

   
Non è lui.

No.


4.
Giorgio Rotella è in piedi sul tavolo del soggiorno, sta cercando di impiccarsi con la cintura. Sua moglie gli dà una mano.


Questa dove l’attacco?

Falla passare nel gancio del lampadario.

È troppo corta.

No, amore.

È corta, è corta...

No, non così.

Hai ancora il guinzaglio del cane?

Non serve.

Dov’è?

Se ti dico che non serve...


Improvvisamente i peli si rizzano, le lampadine sfarfallano, gli orologi si fermano e tutto il soggiorno è pervaso dal caratteristico sfrigolio di particelle subatomiche che si aggregano. Il Signore e Gabriele si materializzano sul tappeto.


Scusate, avete visto mio figlio? Alto, con la barba --

Signore, è lei!?


Giorgio Rotella si butta ai piedi del Signore e inizia a lucidargli le unghie dei piedi col polsino della camicia.
Il Signore si schermisce.


Be’, dipende...

Signore altissimo Dio onnipotente, onnisciente, eterno e infinitamente buono!

Sì, credo di essere io.

Claudia, guarda! Il Signore ha visitato la nostra dimora!

Vedo.

Ti rendi conto!?

Non si è messo le pattine.

Ora tutto ha un senso, Claudia, capisci? Tutto! La vita, la morte, l’acne giovanile!
   
Come mai da queste parti? Le dico subito che non sono vergine.


Giorgio Rotella porge a Dio una Bibbia e una penna.


Potrei avere un autografo?

...

È per mia figlia.

...

No, okay, è per me.


5.
Il prete abbassa la visiera del casco e impugna il volante. Tutto è pronto per il novecentoquattresimo Gran Premio di Monza. Il rombo dei motori sale in tutta la sagrestia: tre... due... uno... suona il telefono.
Mette in pausa.


Pronto?

Padre, sono io.

Signor Rotella?

Sì.

Cosa vuole?

Aveva ragione lei, Padre.

Guardi, sono molto occupato --

Dio esiste!

Questo lo so.

No, non ha capito. Esiste veramente!

Sono felice di sentirglielo dire.

È di là in soggiorno con mia moglie.

Chi?

Dio.

Capisco.
   
Vuole che glielo passi?

No, no...

Ci vuole un attimo, ho il cordless.

Non si disturbi.
   
Sono stato veramente uno stupido a non fidarmi di lei.

Non ci pensi più.

Potrà mai perdonarmi?

Dica un padrenostro e due avemaria.


Il prete riattacca e si passa una mano sulla faccia. Bisogna rifare tutta la procedura di partenza.


Signorina.

...

Signorina!

Che vuoi?

Quant’è il record a Monza?

Uno ventuno e rotti.

Si prepari ad aggiornarlo.


6.
Giorgio Rotella è in bagno davanti allo specchio, in ansia come un ragazzino al suo primo appuntamento. Si sistema i capelli, si bagna le orecchie con un po’ di acqua santa e si mette al collo un enorme crocifisso di legno, tutto intagliato e minuziosamente dipinto, prezioso regalo della cara nonna buonanima per la sua prima comunione. Ormai non ce ne sono più di nonne così.



7.
Dio, Gabriele e Claudia prendono un aperitivo a un tavolo all’aperto. Dio enumera i suoi successi personali e propone numerosi brindisi a se stesso.


Ed è così che ho sconfitto il temibile Satràn Rudànta e l’infelice stirpe dei Sarpédoni.

Una storia incredibile.

Ora il mio Regno si estende fino alle estreme propaggini dell’ammasso della Vergine.

E, diceva, lei non condanna l’adulterio, vero?

Me ne guardo bene.


Giorgio Rotella arriva ieratico e raggiante come una visione mistica. Sembra muoversi su un tapis roulant.


Signore! Mio solo e unico Dio! Comanda il tuo umile servo e disponi di lui come credi!

Che significa quello?

Cosa?

Quello.

Intende --

Quel coso che hai al collo!

Signore...

CHE COSA SIGNIFICA!?


Accenni di cataclisma: la terra trema, lampi e tuoni, i vulcani eruttano, il prete perde l’alettone posteriore.
Gabriele strappa il crocifisso dal collo di Giorgio Rotella e lo depone nelle mani di Dio.


È lui!

...

Guardi, signor Michele.

Gabriele.

È lui, vero?

Sì, Signore. È Lui.
   
Actarus, figlio mio! Cosa ti hanno fatto!?

Credo lo abbiano crocifisso, Signore.

Chi è stato!?


Giorgio Rotella s’inginocchia e congiunge le mani.

   
Signore! Signore!
   
Sei stato tu!?

No! Io no! Io...

Come ti chiami?

Rotella Giorgio, Signore. Per servirla.

Tu, ridicolo leccapiedi, ora sperimenterai l’equità e la misericordia della giustizia divina! Disintegratore!


Gabriele dà a Dio una specie di rasoio elettrico luminoso.  Claudia finisce il suo spritz e si frappone fra il marito e Dio.


Basta con queste stupidaggini.

Donna! Che parola ti è uscita dal riparo dei denti?

Signore, non è stato lui. Lo guardi.

Più lo guardo e più mi viene voglia di disintegrarlo.

Ma se non sa neanche riparare lo scaldabagno.

Allora chi è stato?
   
Gli ebrei.

Chi?

Gli ebrei, i giudei, la stirpe di Abramo.

Michele, prenda nota. Che altro sa?

È tutto.

Va bene, allora questo Abramo sperimenterà l’equità e la misericordia della giustizia divina!

Adesso che ci penso, anche i testimoni di Geova hanno preso parte alla cosa.

Scriva: testimoni di Geova. Nessun altro?

Be’, gli zingari, un po’ tutti i nomadi in generale, i punkabbestia...

Mm.

I lavavetri, quelli che suonano il piffero in strada e poi i nostri vicini di casa, sapesse a che volume tengono la tv...

Basta così.

Non ho mica finito.


Dio guarda Gabriele e gli fa cenno che è ora di andarsene. Giorgio Rotella abbraccia le ginocchia di Dio più forte che può.


Signore, la prego, mi porti con lei!

No.

Farò tutto quello che vuole! Dirò le preghiere, rispetterò i comandamenti, tutti! Anche quelli che non capisco! Andrò a messa due volte al giorno!

No.

Tre volte al giorno!

Per me puoi anche fare a meno.

Per favore!

Preferirei portarmi dietro il bacillo della peste.

Mi dica almeno cosa c’è dopo la morte.

Niente.


Dio e Gabriele scompaiono risucchiati da una mandorla laser. Giorgio Rotella stramazza a terra e piange, asciugandosi le lacrime con la gonna di sua moglie.
Claudia risponde al cellulare, è il prete.


8.
Il prete è in piedi sull’altare tutto bagnato di Champagne. Con una mano tiene la pisside come fosse un trofeo, con l’altra il telefono.


Quand’è che posso venire, diciamo così, a benedire la casa?


9.
Dio e Gabriele ai loro posti sulla plancia dell’astronave. Dio fissa in silenzio il monitor cilindrico: la Terra ruota lenta e silenziosa, come ogni giorno da circa cinque miliardi di anni a questa parte.
Preme un tasto, la Terra svanisce nel nulla.


Signore, gli strumenti dicono che ora l’universo è un posto migliore.

Accensione motori.

Accesi.

Aureole.

Aureole inserite.
   
Ci porti a casa, signor Michele.

Gabriele. 


L’astronave sfreccia via in una frazione di secondo, lasciando dietro di sé nient’altro che un’effimera scia di tachioni.