APPUNTI PER UN FILM IN MEMORIA DI BERLUSCONI

Il problema di tutti i film su Berlusconi è che il Berlusconi vero è sempre molto più incredibile di qualsiasi Berlusconi finto. A uno sceneggiatore non verrebbe mai in mente di far fare a un Presidente del Consiglio tutte le cose che fa Berlusconi, perché le giudicherebbe troppo grottesche o inverosimili, invece Berlusconi le fa, e così gli sceneggiatori sono sempre un passo indietro rispetto alla sua biografia. È un po’ come per i film di fantascienza: i buchi neri descritti dalla metrica di Schwarzschild sono molto più spettacolari di quelli immaginati dagli sceneggiatori di Hollywood. Detto questo, ecco il mio film su Berlusconi. Titolo: “la lampada di Schrödinger”.


SCENA 1
In strada. Un ventenne coi capelli rasta, la barba rasta e i peli delle ascelle rasta (Jerry) rovista fra i bidoni dell’immondizia. “È incredibile quello che buttano via ‘sti borghesi”, dice a Spurgy, il suo cane rasta. Mentre è indeciso se portarsi via un materasso squarciato o la carcassa di un televisore, nota una strana luce provenire da dentro un bidone. Cosa sarà mai? Un principio di autocombustione? Scorie radioattive? La lampada di Schrödinger? Per creare un minimo di suspense, forse è meglio dare al film un titolo diverso, per esempio “Il cormoragno” o “Cuccioli di anguria”.


SCENA 2
Cucina. Una donna ricoperta di piercing e tatuaggi che raffigurano piercing (Jenny) è a mollo in una vasca da bagno scrostata con un cruciverba in mano. Entra Jerry.


Senti qua, Jerry: ha quattro zampe e abbaia. Quattro lettere.

Cosa?

“Co-sa”. Si vede che hai fatto le medie.

Guarda cos’ho trovato.

È una lampada.

Una lampada magica.

Oddio, no!

Volevo dire “maciga”.

Ah, okay.

Se schiacci l’interruttore esaudisce i desideri.

Come fai a dirlo?

Ecco qua.

Okay, Jerry, ti credo. Ora fammi riapparire.


SCENA 8
Soggiorno. Jerry va avanti e indietro con la lampada in mano, pensieroso. Spurgy gli saltella intorno con la lingua penzoloni e scodinzolando come per dimostrare tutto il suo affetto. In realtà è solo un povero cane epilettico. A un certo punto Jerry preme il tasto della lampada: sul tavolo appare una tazza di caffè. Lo preme di nuovo e appare una bustina di zucchero. Lo preme e appare un cucchiaino. Chi non vorrebbe una lampada così? Preme ancora il tasto e scompare tutto. Il caffè non gli va più.
Entra Jenny.


Jerry, ho deciso.

Cosa?

Come usare la lampada.

Sentiamo.

Allora: una casa per tutti, benessere a volontà, basta guerre --

Frena frena!

Che c’è?

Ha un numero limitato di desideri, cosa credi?

Come lo sai?

C’è scritto.


Jerry capovolge la lampada: sotto la base c’è scritto 1028. Jenny dà un cazzotto a Spurgy.


SCENA 15
Soggiorno. Jerry è stravaccato in una poltrona sfondata. Preme il tasto della lampada senza nemmeno guardare: compare il caffè. Lo preme ancora: scompare il caffè. Preme: appare il caffè. Preme: scompare. Preme: appare. Preme: scompare. Preme: appare. Preme: scompare. Preme: appare.


Jenny.

Cosa c’è?

Sicura che non ti va un caffè?

Sicura.


Preme: scompare.
Jenny sta cercando di aprire una bottiglia di Moretti con le unghie. Jerry la guarda impotente: se solo quel giorno avesse trovato nell’immondizia un apribottiglie... preme: si accende la tv. Il conduttore di un tg fa sapere che il Governo ha presentato un decreto legge che abolisce il timballo di carne, introduce un limite massimo alla concentrazione di sgombri nell’acqua potabile e legalizza la caccia alle ciabatte di gomma.


Jenny, ho avuto un’idea.

Il caffè non mi va.

No, non è il caffè.

Ah, no?

No.

Allora cos’è?

Come cos’è? Prendiamo Berlusconi e lo ammazziamo.


Naturalmente una didascalia si sarà premurata di informare lo spettatore che il film è ambientato nel 2005.


SCENA 18
Soggiorno. Jenny e Jerry s’infilano dei passamontagna. Lei ha in mano la lampada, lui una bottiglia vuota che tiene per il collo. Spurgy saltella intorno a loro con gli occhi chiusi, probabilmente sta dormendo.


Sei pronta?

Pronta.

Tu premi e io lo colpisco, okay?

Tu lo colpisci e io premo.

Prima premi e poi io colpisco, se no è inutile.

Okay.

Okay?

E se non muore?

Tutti muoiono. Sei pronta?

Quando vuoi.

Vai!


Jenny preme l’interruttore: Spurgy esplode.


Dài, riprova.

Scusa.

Non fa niente, era per una giusta causa. Concentrati.

Ci sono.

Cerca di immaginarti Berlusconi qui davanti a noi, okay? Immaginatelo... non so...


Berlusconi si materializza davanti a loro ricoperto di guano. Jerry gli dà una bottigliata in testa.


Questo è per tutte le leggi ad honorem che hai fatto, stronzo!

Adesso ti insegniamo noi come si sta al mondo, Berlusconi!


Berlusconi si tampona la ferita sulla fronte con un fazzoletto, si dà una sistemata alla cravatta e tira fuori una pistola. Jerry e Jenny rimangono paralizzati dalla paura.


Allora esiste veramente!


L’italico sta a indicare l’accento brianzolo. Nota tecnica: un altro grande difetto dei film su Berlusconi è che dopo anni e anni di imitazioni di Berlusconi, di barzellette su Berlusconi, di allusioni a Berlusconi, chiunque interpreti Berlusconi in un film sembra inevitabilmente una macchietta come tutti gli altri, quindi la soluzione è una sola: far interpretare Berlusconi a Berlusconi. Convincerlo non dovrebbe essere difficile, basta inserire una scena di sesso.


Allora esiste veramente!

Cosa?

Quella.

Certo che esiste, per chi ci hai presi?

È la lampada quantistica di Schrödinger, vero?

No, bello! Questa è nostra!

Datemela, forza.


Jerry preme il tasto e la pistola scompare. Berlusconi si guarda sbalordito la mano vuota.


Notevole... davvero notevole. Ora potrei riaverla, per favore?


SCENA 34
Camera da letto, cioè il ripostiglio. Jerry e Jenny sono a letto, cioè sdraiati su un tappetino lercio steso per terra.


Che ce ne facciamo adesso, Jerry?

Di chi? Di Berlusconi?

Eh.

Lo ammazziamo.

E a cosa serve?

Non lo so, a questo pensiamo dopo.

Jerry, dobbiamo fare qualcosa.

Tipo torturarlo?

Dico qualcosa di utile per il mondo.

A questo pensaci tu.

Okay.

Quando hai finito svegliami che carico il fucile.


Jerry si volta dall’altra parte e si tira dietro tutte le coperte, cioè dei fogli di giornale.


SCENA 41
Soggiorno. Il frastuono di una lavatrice nel mezzo di un lavaggio per sporco ostinato. Jerry legge Marx seduto sulla lavatrice. Ride sguaiatamente. Entra Jenny.


Cosa fai!?

Leggo Marx. Forte, l’hai letto?

Tiralo subito fuori di lì!


Affacciato all’oblò della lavatrice, le mani premute contro il vetro, Berlusconi gira vorticosamente.


Che palle!

Asciugalo, puliscilo e portamelo in cucina.

Perché?

Ho un piano.

Che piano?

Ti fidi di me?

Posso parlare apertamente?

Tu portamelo in cucina, al resto penso io.


SCENA 45
Cucina. Jenny sistema una videocamera su un cavalletto. Entrano Jerry e Berlusconi. Jerry gli tiene il fucile puntato alla nuca.


Dove lo vuoi?

Sulla sedia.


Jerry indica col fucile la sedia e Berlusconi si siede. Fa quasi pena: spettinato, senza trucco e i vestiti tutti fradici. Povero vecchio. Jenny gli dà un foglio e poi guarda nell’obiettivo della videocamera.


Spostati un po’ più a destra, Berlusconi.

L’hai sentita?

Ancora un po’. Ancora. Okay.

Così va bene?

Entro un’ora devi aver imparato quello che c’è scritto su quel foglio.

Questo?

Tutto.

Anche gli strafalcioni?

Non fare il furbo.

Chiedevo.

Non c’è nessuno starfalcione.


SCENA 46
Bahamas. Berlusconi deflora otto vergini e un vitello.


SCENA 47
Cucina. Berlusconi sulla sedia davanti alla videocamera, Jenny lo riprende. Jerry assiste alla scena seduto sul tavolo col fucile sulle ginocchia.


Azione!

In tv non si dice “azione”.

Vai, Berlusconi!

Sì, dunque... cari elettrici e elettori, vi ho imbrogliati.


Jenny fa il pollice in su.


Con promesse ingannevoli e qualche spot indovinato ho ottenuto i vostri voti, ma io sono un uomo spergevole. Scusa, Jenny, posso --

Continua!

Ho monopolizzato il mercato televisivo e editoriale calpestando tutte le norme antitrust, ho prodotto programmi scadenti e diffuso ogni tipo di malcostume (Mediaset stessa è un malcostume), ho evaso il fisco, corrotto i giudici, licenziato senza giusta causa e inaugurato la moda dei partiti col nome scemo, e tutto questo solo per dispetto. Per questi e altri motivi vi chiedo di non votarmi mai più e di non gettare la carta nell’indifferenziata. Grazie.


Jenny estrae la cassetta dalla videocamera e la solleva come fosse la Coppa del Mondo.


È finita la pacchia, Berlusconi!

Voi pensate che io sia una carogna.

Nooo, perché dici così?

Voi non sapete quant’è dura: tutte quelle responsabilità...

Tutti quei soldi. Eh, Jenny?

Tutti che pretendono qualcosa, tutti sempre lì a criticare... e va bene, non sono perfetto, e allora? Non crediate che uno nella mia posizione possa fare tutto quello che vuole. Non sono Dio, però mi sono sempre sforzato di fare il bene. Qualche volta ho sbagliato, d’accordo.

Qualche volta?

Spesso ho sbagliato, okay? Non è mica facile, cosa credete? La politica è quello che è e c’è sempre qualcuno che vuole farti le scarpe, per non dire di peggio. No, ragazzi, sul serio, non è per niente facile essere Berlusconi.

Che fai? Che fa, Jenny?

Credo stia piangendo.

Secondo me è solo sudore.

Il sudore non esce dagli occhi.

Eppure...

Certo se potessi avere la vostra lampada...


Jenny guarda Jerry: Jerry è in piedi e sta inserendo le cartucce nella doppietta.


Jerry.

Cosa?

Se gliela prestassimo un paio di giorni?

No.

Che ci costa?

No.

Sii un po’ altruista una volta tanto! Berlusconi ha imparato la lezione. Vero, Berlusconi?

Sì.

Dài, Jerry.

Gli sparo solo in un ginocchio.

Jerry!

Okay, Berlusconi, senti: duecento euro al giorno e chi rompe paga, okay?

Cinquanta.

Brutto stronzo!

Va bene, va bene! Duecento.

No, Jerry. Berlusconi la può tenere gratis, purché ce la renda fra due giorni. Okay, Berlusconi?

Okay.

Prometti.

Te lo prometto.

“Te lo prometto, Jenny”.

Te lo prometto, Jenny.

Tieni, fanne buon uso.

Grazie, Jenny.

Scusa se ti abbiamo giudicato male.

Due giorni, hai capito?

Ha capito, ha capito... vero?

Mm.

Perché fai quella faccia? Non siamo più amici?


Berlusconi preme l’interruttore.

L'APPROCCIO

IL SORPASSO DI PLANCK

Persona che vai in autostrada a 180 all’ora e hai la piacevolissima abitudine di chiedere strada lampeggiando a tutto e a tutti come se stesse arrivando sua maestà (da qui in avanti “persona”, in latino), ho un paio di cose da dirti. La prima è che non sei per niente piacevolissimo, ma forse questo già lo sai. Invece una cosa che di sicuro non sai è che non sei nessuno. Ti informo che sulle autostrade italiane circolano almeno una decina di milioni di personae come te, tutte convinte di essere sua maestà come te, tutti maschi come te e tutti con la tua stessa identica faccia. Ma c’è un’altra importantissima cosa che evidentemente non sai, ed è che la tua pratica lampeggiatoria, benché sempre non molto piacevolissima, ha senso solo in alcuni specifici casi. Per esempio questo


questo


o questo


ma di certo non questo


cioè il tuo caso preferito. Secondo te dove dovrebbe andare quello a cui stai così magnanimamente abbronzando la collottola? A destra c’è un camion, a sinistra c’è l’altra carreggiata e dietro, ti ricordo, ci sei tu. Magari tu vorresti che abbandonasse immediatamente la sua velocità di crociera, smettesse di pensare ai fatti suoi e sprecasse preziosi millilitri di carburante per togliersi di mezzo il prima possibile, proprio come farebbe un suddito fedele di fronte a un minimo lampeggiamento di sua maestà. Chissà, magari trovi pure qualcuno che ti accontenta, è possibile. Ora però ti dico cosa faccio io: io freno. Esatto, freno e decelero fino a raggiungere la velocità

v + ∆v

dove v è la velocità del camion e ∆v è l’incremento di velocità più piccolo consentitomi dalla meccanica quantistica. Devi infatti sapere che la quantità di moto (p) e la posizione (x) sono due grandezze fisiche che non commutano, il che significa che il risultato di una loro osservazione dipende da cosa si osserva prima e cosa dopo. Ti sconsiglio di usare questo argomento per contestare le multe, dicendo per esempio che se l’autovelox avesse fatto prima la foto e poi preso la velocità avrebbe trovato 90 all’ora invece di 180, perché, vedi, i carabinieri non conoscono la meccanica quantistica. La conseguenza di questa non commutatività di p e x è il famoso Principio di Heisenberg, il quale dice che l’incertezza sulla quantità di moto (∆p) e l’incertezza sulla posizione (∆x) non possono essere piccole a piacere, come vorrebbero gli amanti dell’ordine cosmico e della sublime armonia del creato, ma il loro prodotto deve sempre essere maggiore di una certa quantità

∆p ∆x ≥ h/4π

dove h è la costante di Planck. In pratica quello che succede è che più si vuole essere precisi su x più si perde precisione su p, e viceversa. Ora, siccome l’unica cosa che a me interessa è stare affiancato al camion, ∆x può anche essere grande quanto un tir (L), quindi il più piccolo incremento di velocità che posso dare alla mia macchina di massa m, tenuto conto che p = m v, sarà

∆v = h/(4π m L)

che facendo i conti si trova essere circa 10-38 chilometri all’ora, cioè grosso modo una lunghezza di Planck all’ora. Speravo un po’ meno, ma mi accontento.
Quindi d’ora in poi sappi che, quando lampeggi a uno che ha appena iniziato un sorpasso e come effetto ottieni quello di restargli dietro per circa 1032 anni, quello sono io. Ma soprattutto sappi, cara persona, che mentre tu ti sbracci e imprechi e mostri al cielo tutti i diti medi di cui la natura ti ha dotato, io invece me ne sto tranquillamente seduto nel mio salottino mobile, ascolto Schubert e di tanto in tanto, quando ho voglia di farmi due risate, guardo te nello specchietto.

IL SEGRETO

L’EVOLUZIONE DELLA GIRAFFA

Gran parte della musica strumentale della seconda metà del Settecento e dell’Ottocento è in forma sonata. La forma sonata è fatta così: esposizione, sviluppo, ripresa e coda. L’esposizione espone un paio di temi, lo sviluppo li sviluppa, la ripresa li riprende e la coda dà una conclusione soddisfacente a tutto quanto, il tutto prendendoti l’orecchio a una certa tonalità, portandotelo in giro per altre tonalità più o meno lontane e poi riportandotelo sano e salvo alla tonalità iniziale. Alla fine è come avere fatto un viaggio, solo che non ci si è mossi dal divano. Questo se la musica funziona, perché se non funziona è come non essersi mossi dal divano e basta. Ovviamente la forma sonata non è di per sé garanzia di riuscita estetica. È solo una forma, come un vaso ha la forma di un vaso o una giraffa ha la forma di una giraffa, poi ci sono giraffe e giraffe, così come ci sono i vasi attici e i vasi da notte. Anche la canzone della musica leggera è una forma: strofa, ritornello, strofa, ritornello, strofa, ritornello e così via all’infinito, tutto rigorosamente nella stessa tonalità, ma questo non è un difetto, è la forma che è così. Uno dei motivi per cui molte persone non apprezzano la musica cosiddetta classica è che la prendono come se fosse una canzone, ma è molto difficile canticchiare sotto la doccia un quartetto di Beethoven da cima a fondo, soprattutto quando si ha a disposizione un numero di bocche inferiore a quattro. È come se a uno servisse un vaso e si comprasse una giraffa, poi non può lamentarsi con la giraffa se non sa dove infilare i fiori.
Nella forma sonata l’esposizione è la testa, primo perché sta in cima a tutto, secondo perché tutto viene fuori da lì: o come risposta ai temi esposti o come loro elaborazione. Lo sviluppo è invece il corpo, quello che fa muovere la musica: a volte obbedisce alla testa, altre volte va un po’ per conto suo, ma alla fine torna sempre alla tonalità da cui la testa è partita. La ripresa sono le gambe, perché permette alla musica di stare in piedi. La coda è la coda. Ecco per esempio il primo movimento del quartetto K 590 di Mozart


Una classica giraffa di 198 battute con tutte le sue parti ben proporzionate: più testa che corpo (il doppio), gambe lunghe circa quanto la testa e una coda che non dà troppo nell’occhio. Ma la forma sonata non è sempre così. Haydn l’ha inventata, Mozart l’ha perfezionata, Beethoven l’ha ampliata, completata e poi fatta in tanti piccoli pezzi, Brahms ha raccolto questi pezzi e li ha rimessi insieme, dopodiché i compositori sono dovuti passare a qualcos’altro. In realtà non è proprio esatto dire che Haydn abbia inventato la forma sonata, dal momento che forme simili esistevano anche prima, delle specie di progenitori della forma sonata, come per esempio il preludio BWV 854 del primo libro del Clavicembalo ben Temperato


Forse è un po’ piccolo e non si vede bene (solo 24 battute), ma posso garantire che è una giraffa. Questo però non significa che l’inventore della forma sonata sia Bach o qualcun altro, ma significa semplicemente che non c’è nessun inventore. Non c’è nessuno che una mattina si è svegliato e ha detto “ci sono! esposizione, sviluppo, ripresa e coda!”. Le forme musicali non nascono così, ma emergono un po’ alla volta evolvendosi da qualcosa di preesistente, mutazione dopo mutazione. E comunque, sia detto per inciso, Bach preferiva di gran lunga l’autobus alla giraffa.
Per avere un’idea di come la giraffa si sia evoluta dal classicismo viennese fino agli inizi del romanticismo, può essere utile considerare i primi movimenti di tutti i quartetti di Beethoven. La vita di Beethoven può essere suddivisa in tre periodi: gioventù, maturità e vecchiaia, un po’ come la vita di tutti quanti, solo che Beethoven ha combinato qualcosa in tutti e tre i periodi, a differenza della maggior parte della gente che invece non combina niente in nessun periodo, e anzi spesso riesce addirittura a combinare qualcosa di dannoso, cioè qualcosa che contribuisce significativamente a peggiorare la qualità della vita altrui. Sto naturalmente parlando di Ludovico Einaudi. La figura che segue mostra i primi movimenti di tutti i quartetti che Beethoven ha composto nella sua gioventù.


Benché tutte queste giraffe mantengano una loro classica eleganza, chi più chi meno, tuttavia si possono già notare due importanti mutazioni rispetto alla giraffa di Mozart: l’aumento delle dimensioni generali e, cosa ancora più evidente, l’ingrossamento del corpo. Assomigliano quasi più a mucche che a giraffe. Qui sotto si può apprezzare meglio l’andamento del rapporto corpo/testa partendo dalla giraffa 18/1 fino alla 18/6


Come si vede, a parte la terza giraffa, tutte le altre hanno un corpo che è più grande della metà della testa. In particolare l’ultima ha un corpo che è grande quasi quanto la testa (83 battute a 91) e questa tendenza evolutiva prosegue decisamente con le giraffe della maturità.


Ora, lasciando stare l’apparizione del cappello (l’introduzione), cosa che esisteva già ai tempi di Haydn, l’occhio più attento non mancherà certo di notare in queste giraffe una certa corpulenza. La 59/1, in particolare, è praticamente un’enorme giraffa a dondolo. Ma anche le altre non scherzano, visto che hanno tutte un rapporto corpo/testa circa uguale a uno. E non è tutto, in tre di queste giraffe si può anche notare una nuova e molto poco classica mutazione: le smisurate dimensioni della coda. La 74 ha addirittura una coda più grande della testa (59 a 53), e questo è la prima volta che succede, non so se nella storia della musica, ma di certo nella storia del mio iPod. È come se la testa avesse perso la sua importanza e la cosa interessante non fosse più quello che la giraffa dice, ma tutto quello che riesce a fare con ciò che dice.
Ma queste non sono tutte le giraffe del periodo maturo di Beethoven. All’appello ne manca ancora una, la cosiddetta giraffa seriosa


Cos’è successo? Perché è così piccola? Si sta forse tornando alle buone vecchie proporzioni classiche? Non proprio, visto quello che succede alle giraffe dell’ultimo periodo.


Se già così queste giraffe sembrano strane, si pensi che in realtà lo sono molto di più. Infatti dalla figura si vedono solo le proporzioni fra le varie parti della giraffa, mentre gli sconvolgimenti più grandi avvengono dentro e riguardano lo scheletro: teste con dentro piccoli corpi, corpi che sembrano gambe, code che sembrano gambe e corpi insieme, cappelli fusi col corpo e così via. Esteriormente sembrano giraffe, strane, ma pur sempre giraffe, dentro sono alien.
Poi a un certo punto arriva Brahms e, come si può vedere dal finale del quintetto Op. 34, rimette tutto in ordine.


Più o meno.

DISTRATTI

IL DISEGNO INTELLIGENTE CHE NON SI APPLICA

Molto tempo fa, prima che ci fosse il mondo, che ci fosse lo spazio dove mettere un mondo, che ci fosse il tempo di pensare a dove fare spazio e addirittura prima che ci fosse il fosse, il Signore Dio onnipotente camminava da solo per il nulla, cosa che, essendo il nulla tutto uguale, equivaleva un po’ a stare fermi. Camminava fischiettando e arricciandosi i peli della lunga barba bianca, e qualche volta si fermava a guardarsi un dito, prima con un occhio e poi con l’altro, per vedere l’effetto di parallasse. Tutte attività eseguite ogni volta divinamente e con impareggiabile onnipotenza, ma pur sempre le stesse attività di sempre, tutte ripetute un’infinità di volte. Senza contare che, diceva il Signore fra sé e sé e sé, la cosa della parallasse non è che funzioni molto bene quando lo sfondo è il nulla. Così un giorno, pare fosse un lunedì, Dio creò il mondo. Prese un piccolo pezzettino di nulla, grande più o meno come un bel niente, ci soffiò dentro e all’improvviso, con un grande botto, apparve il mondo. Dio vide che era cosa buona e giusta: le nubi molecolari si addensavano, le stelle trasformavano l’idrogeno in elio, le supernove esplodevano, e ogni tanto la gravità spingeva masse grandi come un mondo dentro il nulla. Ogni cosa era molto spettacolare, ma purtroppo nessuno spettacolo, per quanto spettacolare possa essere, può essere visto più di tre o quattro volte consecutivamente, e Dio, dopo tredici miliardi di anni di repliche, iniziava ad annoiarsi un po’. Allora creò la vita. Prese un pianeta a caso, gli diede una mescolata e dopo pochissimi milioni di anni saltarono fuori il ratto delle chiaviche, la blatta germanica, lo yersinia pestis e tanti altri curiosi animaletti che zampettavano allegramente per il paradiso terrestre. Fra questi il suo preferito era senza dubbio lo scarabeo stercorario: Dio sembrava non stufarsi mai di guardare quel buffo insetto che passava la vita a spingere una palla di merda (si noti che tutte queste cose sono scritte nella Bibbia, solo che le lettere sono disposte in modo diverso). E fu sera e fu mattina e Dio si stufò anche dello scarabeo stercorario. Prima o poi doveva succedere. A questo punto l’unica soluzione era creare un animale che fosse libero di disobbedire. Certo, l’idea di una creatura non completamente sotto il suo controllo gli dava abbastanza fastidio, ma l’alternativa era impiccarsi. Così Dio prese una scimmia, le tolse la coda, le diede un po’ di libero arbitrio e creò la sua nuova creatura prediletta: l’uomo stercorario.


Il tuo nome è Adamo e questa è tua moglie Eva. Andate e fate figli.

Quanti, Signore?

Tanti.

Sì, ma più o meno?

A più non posso.

D’accordo. Eva scrivi: fate figli. Poi?

Fatene altri.

Tutto qui?

Dite ai vostri figli di fare figli, e ai figli dei loro figli di fare altri figli. Voglio figli.

Posso fare una domanda?

Non puoi mangiare la mela.

No, non è questo.

Allora cos’è? Sbrigati, sto iniziando ad annoiarmi.

Mi è passato di mente.


Adamo ed Eva salutarono il Signore e iniziarono subito a fare figli. A lui piaceva concepirli ma odiava accudirli, lei odiava concepirli e anche accudirli, ma almeno quest’ultima cosa poteva farla senza simulare piacere. In pratica erano fatti l’uno per l’altra. Dopo dieci anni avevano già messo al mondo tre figli e otto figlie, di cui due già incinte. Adamo non era certo uno che stava con le mani in mano. Fecero figli su figli e lo stesso fecero i loro figli e i figli dei figli, e alla morte di Adamo ed Eva, per sicurezza, i loro figli decisero di istituire uno speciale ordine di funzionari addetti alla metafisica con la precisa funzione di tramandare di generazione in generazione la volontà del Signore, in modo che nessuno dimenticasse mai il suo volere: fare figli. Mai visto un animale così obbediente. Così in pochissimo tempo, neanche duecentomila anni, la superficie del pianeta si ricoprì di esseri umani. Prima le zone più comode e meglio servite dai mezzi pubblici, poi quelle via via più scomode: montagne, paludi, deserti e tutto ciò su cui fosse possibile avere una copula. Chiunque avesse un minimo di autorevolezza invitava i propri simili a fare figli, e tutti quanti, appena avevano un minuto libero, si precipitavano da qualche parte a fare figli. Intanto la tecnica progrediva e a un certo punto fu possibile fare figli via mail, fare figli in proprio con la bustina e persino far fare figli ai calzini sporchi. Non c’era limite al numero di figli che si potevano fare e alcuni ne avevano così tanti che li surgelavano per i momenti di sterilità. Tutto andò avanti così per secoli finché un giorno, più o meno quando la gente cominciò a cascare in mare, a un uomo venne un dubbio. L’uomo si tirò su velocemente i pantaloni e invocò il nome del Signore, che, per la cronaca, è Alberto. Il Signore apparve con un immenso sbadiglio.


Dimmi.

Signore, perché tutti questi figli?

Niente, ero curioso di vedere cosa succedeva.

QI, QI2, EG E CC

QI
Che cos’è l’intelligenza? Si dice la capacità di risolvere problemi. Bene. Ed è molto importante essere intelligenti? A giudicare da quanto la gente ci tiene si direbbe proprio di sì. Chi ha la sfortuna di fare l’insegnante su questo pianeta sa bene che non si può mai dire a un genitore che suo figlio è poco intelligente, nemmeno quando il suddetto figlio non riconosce la propria immagine allo specchio. I pedagogisti vietano persino di pensare che un bambino possa essere poco intelligente e spiegano che tutti, a loro modo, sono intelligenti, sta all’insegnante capire come facciano a fingere così bene di non esserlo. Come dice Isaac in Manhattan, l’intelligenza è molto sopravvalutata, ed è vero. Se solo la gente se ne rendesse conto potrebbe finalmente rilassarsi un po’ e smettere di fare tutte quelle cose stupide per sembrare intelligente. Io, per esempio, non ho difficoltà ad ammettere che non so fare le operazioni a mente. E non sto parlando di prodotti tensoriali o integrazioni in n dimensioni, sto parlando di addizioni e sottrazioni. Quando ci provo mi compaiono subito le rotelline colorate di OSX negli occhi e devo aiutarmi con le dita, cosa che mi limita molto con i numeri maggiori di dieci.
Se l’intelligenza consiste nel saper risolvere i problemi meglio e più velocemente degli altri, allora uno che riesce a realizzare il suo sogno di fare il Ministro della Repubblica è sicuramente una persona molto intelligente, e se l’intelligenza è la qualità intellettuale più importante di un essere umano, allora un qualsiasi Ministro a caso deve essere per forza una persona straordinaria, ma questo è in disaccordo con i dati sperimentali. È evidente che le capacità intellettuali di una persona non possono essere giudicate solo dalla sua capacità di risolvere i problemi, ma anche dal tipo di problemi che si pone. Che cosa bisogna pensare di uno il cui problema è diventare Ministro? Se un mio amico mi dicesse che vuole diventare Ministro, io penserei che è uno stupido, e se poi un giorno diventasse veramente ministro, non è che per questo mi sembrerebbe meno stupido. Uno stupido che risolve i suoi problemi da stupido resta sempre uno stupido. La verità è che esistono stupidi molto intelligenti. Per questo dico che, per valutare le capacità intellettuali complessive di una persona, bisogna considerare oltre all’intelligenza anche la comprensione, dove “comprendere” non è sinonimo di “capire”, checché ne dica la lingua italiana.
Ma che cos’è esattamente la comprensione? Non è per caso solo un espediente per dimostrare che, anche se non so fare le addizioni, sono comunque straordinariamente sveglio?
Non solo.

QI2
Ogni persona (pi) vive in un suo mondo (Mi) dove si rappresenta come Ioi e in cui ci sono varie cose tutte più o meno collegate fra loro.


L’intelligenza è la capacità di cogliere i nessi fra le cose. Per esempio, una persona intelligente sa che le verze possono produrre fastidiosi spifferi e che mettersi un arbre magique nelle mutande non risolve il problema.
Ci sono cose che appartengono ai mondi di tutti e cose che appartengono solo al mondo di qualcuno. L’intersezione di tutti i mondi (∩Mi) è il mondo comune, quello con il quale tutti hanno più o meno a che fare.


Se la figura qui sopra sembra volgare, non è colpa della figura, è il mondo comune che è volgare. Ovviamente ognuno progetta la propria vita nell’ambito più o meno ristretto del suo mondo personale e le cose che stanno fuori è come se non esistessero. Per p1 le rose canine non esistono, esistono i fiori, ma non le rose canine, mentre per p2 non esiste il macropodus opercularis, al massimo esiste la frittura di pesce. Così quando p1 e p2 vogliono scambiare due chiacchiere si limiteranno a parlare di qualcosa che appartenga a ∩Mi.


Che caldo!

Non si respira!

Un caldo così non l’ho mai sentito.

È che non si respira.

Dicono che sia l’estate più calda degli ultimi seimila anni.

Se qui non si fa qualcosa...

Domani sarà anche peggio.

Ormai non sbagliano più, quando dicono che piove...

Piove.

Quando dicono che fa caldo...

Che caldo!

Piovesse almeno!

Che poi non è nemmeno il caldo.

È l’umidità.

Che umidità!

Scusa...

Dimmi.

Non mi ricordo più chi sono io e chi sei tu.


Se l’intelligenza è la capacità di connettere le cose fra loro, la comprensione è la capacità di includerle nel proprio mondo. Comprendere una cosa non significa capirla, ma piuttosto avere la possibilità di capirla. Ognuno esercita la propria intelligenza entro i confini di ciò che ha compreso, quindi si può dire che per capire una cosa bisogna prima averla compresa. Se uno è intelligentissimo, ma nel suo mondo ci sono solo verze, mutande e arbre magique, il margine che ha per destreggiarsi con la sua smisurata intelligenza è abbastanza limitato. È come avere una Porsche e abitare ad Alicudi.
La comprensione di una persona parte sempre dalle cose che le sono più vicine, cioè da se stessa, dai suoi bisogni immediati e dal suo benessere materiale, poi passa a quelle che la riguardano sempre meno direttamente e via via si allarga fino a includere cose anche molto distanti dal proprio entusiasmante ego. Le persone che comprendono poco vivono in mondi piccoli, il cui raggio è stimabile intorno ai due o tre palmi dal naso, e quando nel mondo di una persona ci sono poche cose, queste sono perlopiù quelle che appartengono a ∩Mi. Ciò fa sì che la gente col mondo piccolo abbia desideri comuni, apprezzi le cose che vanno di moda, parli per sentito dire, abbia opinioni banali e racconti un sacco di barzellette. Sono quelli che vanno nei posti dove vanno tutti, a fare quello che fanno tutti e, quando tornano, raccontano le cose che raccontano tutti, parola per parola. Queste persone sono una la fotocopia dell’altra, parlano tutte insieme con la stessa voce e si ammassano sgomitando e calpestandosi. Fra loro ci sono anche persone molto intelligenti, sono quelle che sgomitano e calpestano meglio degli altri. Inoltre più Mi è piccolo, più Ioi sembra grande. Per chi vive in un mondo piccolo tutto quello che c’è è noto e tutto quello che è noto è in relazione diretta con lui, così le persone che comprendono poco tendono inevitabilmente a parlare sempre di sé e sono incapaci di ascoltare. Primo perché sono storditi dalle smisurate dimensioni del proprio Io (dimensioni smisurate solo in relazione alla piccolezza del mondo in cui vivono), secondo perché nel loro mondo ci sono così poche cose che chiunque si rivolga a loro parlerà quasi sempre di qualcosa che non comprendono.
Quindi, per avere una valutazione più veritiera delle capacità intellettuali di una persona (QI2), il QI deve essere pesato con un coefficiente di comprensione (CC), cioè un numero compreso fra 0 e 1 che stimi le dimensioni del mondo della persona in questione (0 se inesistente, 1 se infinito).

QI2 = CC × QI

In questo modo si può avere il caso limite di una persona che capisce tutto (QI=miliardi) ma che non ha niente da capire (CC=0), e che è quindi indistinguibile da uno che non capisce niente (QI=0).

EG
Per esempio, una cosa che mi sono sempre chiesto è questa: come fa una persona intelligente a credere in Dio? Un ente metafisico, atemporale, onnipotente, onnisciente, creatore di tutto e di tutti, che si arrabbia se uno si mette sul pene una guaina di gomma? La risposta che mi sono sempre dato è che non può, chi crede in un Dio così intelligente che fa cose così stupide non è intelligente. Certamente è una risposta che viene spontanea, ma è sbagliata, perché se fosse un problema di intelligenza, allora uno che non si accorge di incongruenze così evidenti dovrebbe essere talmente stupido da radersi con l’affettatrice, entrare e uscire di casa passando per lo scarico del water, guidare la moto col casco alla rovescia e pretendere di far colpo sulla gente dandosi fuoco ai peli del naso. Invece non è così. Tolta la religione, i religiosi sono intelligenti tanto quanto gli altri. Allora si potrebbe pensare che è colpa dell’ignoranza: se uno non sa che sulla Terra esistono migliaia di religioni, alcune persino più assurde della sua e ciononostante seguite altrettanto ciecamente da milioni e milioni di fedeli, è più facile che continui a coltivare la sua spiritualità locale. Certo l’ignoranza aiuta, ma non basta, perché tutti sono più o meno al corrente dell'esistenza del Buddismo, dell’Induismo, dell’Islam, dei tarocchi, eccetera, ma non è che questo faccia loro una grande impressione.


Che cos’hai detto?

Quando?

Luddismo? Bullismo? Lollismo?

Buddismo.

E che cos’è?

È una religione.

Davvero!?

Sì.

Non sapevo che esistessero due religioni!

Dice che tutto è sofferenza, ogni cosa decade e si estingue, e l’Io non esiste.

Mm... mi torna.


Invece non va mai così. I riti degli altri sono sempre superstizioni senza senso, mentre stringersi la mano in chiesa è scambiarsi un segno di pace, mangiare una sottile sfoglia di frumento è ricevere il corpo di Cristo e raccontare le proprie perversioni sessuali a un vecchio chiuso in una cabina di legno è confessarsi. Questo perché la religiosità di una persona non è tanto una questione di intelligenza né di istruzione, quanto di comprensione. Non è che le incongruenze della propria religione non siano capite, non sono proprio nemmeno comprese. Un religioso ha nei confronti di queste incongruenze perlopiù lo stesso atteggiamento che ha nei confronti delle mosche: cerca di scacciarle.
Per chi nasce in Italia, Dio, l’immortalità dell’anima e la verginità della Madonna appartengono a ∩Mi.


Sono cose a cui uno dà importanza di default, non perché le abbia scelte. Si crede in Dio perché ci credono gli altri, senza averlo mai deciso, quasi senza saperlo, e questo non è di per sé stupido. Avere delle convinzioni basate sul sentito dire è normale. Se uno mettesse in discussione ogni volta tutto quanto, impiegherebbe due settimane solo per farsi una pasta coi broccoli. Anche nel Giappone molte persone credono solo per sentito dire: qualcun altro ci è stato e ne parla, Google Maps sostiene che quell’arcipelago a forma di banana si chiami Giappone, il sushi viene spacciato per cibo giapponese, eccetera, e finché nel loro mondo non entra qualcosa di incongruente col Giappone, queste persone non ne metteranno mai in discussione l’esistenza. La stessa cosa vale anche per le religioni, solo che per smettere di credere in Dio o nel Giappone non è sufficiente che un’incongruenza si presenti sulla porta del mondo e suoni il citofono, bisogna anche aprirle. Certo è una scocciatura, è troppo bello starsene chiusi in casa e non rispondere a nessuno, meno che mai a un’incongruenza, una che magari entra in casa con le scarpe sporche e butta all’aria tutto. Purtroppo però è l’unico modo per capire se un’incongruenza è veramente un’incongruenza o solo pubblicità in buca. In poche parole, per darsi una risposta bisogna prima essere disposti a farsi la domanda.
Come fa una persona intelligente a credere in Dio? Non se l’è mai chiesto.

CC
Il QI da solo non serve a niente, è solo un numero da giocare al lotto. Come si è detto, il QI diventa una valutazione attendibile delle capacità intellettuali solo se viene moltiplicato per CC, il coefficiente di comprensione. Quindi se si vogliono quantificare le capacità intellettuali di una persona, è necessario avere un test che stimi anche CC. Naturalmente preparare un test di questo genere va al di là degli scopi di questo blog, tuttavia è possibile farsene un’idea per mezzo di alcune domande qualitative. Per cercare di capire come potrebbero essere queste domande, partiamo dal seguente dato di fatto: le persone tracotanti hanno poca comprensione e più sono tracotanti meno comprensione hanno. Per convincersene è sufficiente tenere presente che la comprensione di un essere umano è fondamentalmente la sua apertura alla possibilità di essere stupido. “Stupido” non in senso clinico, ma in senso esistenziale. Gli stupidi clinici, cioè quelli col cervello difettoso, sono rari e sono persone da compatire. Non c’entrano niente con questo discorso. Generalmente, quando si dice che uno è stupido, si dà sempre per scontato che lo sia nello stesso senso di uno stupido clinico, ma non è così. La stupidità delle persone col cervello che funziona è un modo di essere, non una condizione fisica del cervello. Lo stupido è solo una persona che fa o dice cose stupide ed è stupido solo ed esclusivamente nel momento in cui dice o fa quelle cose. Per esempio, essere convinti di non dire e non fare mai cose stupide è una cosa stupida. È sbagliato pensare, come di solito fanno tutti, che esistano gli stupidi e i non stupidi, perché la stupidità è la condizione originaria e congenita di ogni essere umano, è il suo modo di essere più prossimo, quello che gli viene più spontaneo. Tutti siamo stati, siamo e saremo stupidi, almeno un po’, e l’unica cosa che si può fare è solo cercare di essere il meno stupidi possibile. Che cos’è la vita se non un graduale e continuo liberarsi della propria stupidità? Si nasce che si è dei perfetti stupidi e si dovrebbe sperare di morire un po’ meno stupidi di quando si è nati. Rendersi conto di essere stupidi è una cosa positiva, perché solo chi di tanto in tanto si sente stupido può provare a esserlo di meno.
Ecco quindi alcune domande attraverso cui chiunque può farsi un’idea del proprio CC, basta rispondere con sincerità. Purtroppo c’è l’inconveniente che chi ha una scarsa comprensione è di solito anche poco sincero con se stesso, il che renderebbe il test che segue completamente inutile se non fosse che ho una gran voglia di scriverlo.
Prima domanda: mi è mai capitato di avere torto?
Rispondere al volo “sì, un sacco di volte” non basta. Questo test non si fa fregare così facilmente. Per rispondere bisogna prendere carta e penna e menzionare nel dettaglio tutte le volte in cui si ha avuto torto (quando, dove, come e perché). La quantità di spazio bianco che resterà sul foglio sarà inversamente proporzionale al proprio CC. Importante: il foglio deve essere un A4, non un post-it.
Seconda domanda: conosco qualcuno più intelligente di me?
Rispondere “Einstein” non va bene. Anche rispondere “Einstein, Mozart, Socrate, Shakespeare e tutta la scuola di Francoforte” non va bene. Bisogna dire nomi di persone che si conoscono, gente con cui si ha a che fare più o meno tutti i giorni: amici, parenti, colleghi, vicini di casa, eccetera, meglio se antipatici. Troppo comodo ammettere la superiorità intellettuale di morti illustri, gente che se ne sta al sicuro sottoterra e non dà fastidio a nessuno. Se uno si sente più intelligente di tutti quelli che conosce, i casi sono due: o è effettivamente più intelligente di tutti o è stupido, non ci sono vie di mezzo. Beethoven pensava di essere il musicista migliore del suo tempo e aveva ragione, sarebbe stato stupido da parte sua non pensarlo, ma siccome l’apparizione di un Beethoven sulla Terra si verifica grosso modo due o tre volte al secolo, se uno si crede Beethoven ha ottime probabilità di essere semplicemente uno stupido. Sia chiaro, stupido sempre nel senso eccetera.
Terza domanda: mi sono mai sentito stupido?
Siccome sentire la propria stupidità è fondamentale per poterla superare e progredire verso forme di stupidità sempre meno grossolane, uno che non si è mai sentito stupido è uno che è rimasto esattamente com’era al momento della nascita, cioè un rompicoglioni egocentrico che detta ordini frignando. Rendersi conto di aver detto o fatto qualcosa di stupido dovrebbe essere un momento di festa e bisognerebbe essere per sempre grati a chi ce l'ha fatto notare, invece, cosa assurda, le persone si offendono. Anche far notare un semplice errore di grammatica, cosa che non mette minimamente in discussione l’intelligenza di una persona, è una cosa che fa imbestialire, e inevitabilmente succede che uno lotta con tutte le sue forze per difendere il suo errore. Così inizia la guerra dei dizionari, le discussioni sull’Accademia della Crusca e alla fine, quando proprio deve cedere di fronte all’evidenza che “vai a dritto” è solo un’espressione regionale, se la prende con l’irrazionalità della lingua italiana: “vai a sinistra, vai a destra, vai a dritto. Ovvio, no?”.
Quarta domanda: perché tutto quello che mi riguarda è così interessante?
Questa è una domanda trabocchetto.

EMOZIONI IN PADELLA

Domenica... Finalmente posso alzarmi tardi... Mi rigiro nel letto crogiolandomi nel tenerissimo ricordo di sogni appena trascorsi, fragili e impalpabili parvenze notturne piene di magia: tagliatelle col ragù, stinco di maiale al forno, friggione, torta della nonna, frutta, caffè e ammazzacaffè, il tutto accompagnato da una struggente bottiglia di Sangiovese... Ma sono i sogni a essere solo sogni o è la realtà che è un sogno e i sogni sono in realtà la realtà sognata a occhi aperti mentre si dorme in sogno con la televisione accesa? Non lo so, ma una cosa è certa: i sogni sono tuoi (cioè miei) e nessuno può rubarteli (cioè meli)... Ho tutta la casa per me, e oggi, almeno oggi, nessuno potrà costringermi a stare sul divano a guardare la tv e a riempirmi di birra... I bambini non ci sono (nel senso che non sono mai nati) e Wilson è fuori per lavoro... Ho voglia di riprendermi i miei spazi, di fare pace con me stesso... Così, dopo un bidet ristoratore, via subito in cucina, l’unico posto al mondo dove riesco a esprimere tutto quello che ho dentro (in senso spirituale, perché quando devo esprimere quello che ho dentro in senso corporeo vado in bagno)...
Oggi voglio qualcosa di gustoso ma al tempo stesso squisito, qualcosa di ghiotto ma delizioso, qualcosa di sfizioso, stuzzicante, intrigante, appetitoso, fragrante, genuino e tutti gli altri aggettivi che si usano sulle confezioni delle merendine, in poche parole voglio coccolarmi con le padelle... Come ha detto un grande filosofo “ogni giorno, una volta al giorno, fermati un istante a coccolarti” (credo fosse Nietzsche) e io quando voglio coccolarmi mi faccio il polpettone con l’oliva...

INGREDIENTI
- Un’oliva


- 500 grammi di gatti granulari in polvere


- 3 uova di sogliola biologiche (le uova, non la sogliola... la sogliola dev’essere di quelle tradizionali)


- Cinque confetti rosa
- Due bicchieri di spremuta di manzo (mi raccomando: spremuta, non spermuta)


- Sapone a scaglie q.b.
- Un tubetto di maionese (nel caso non ci fosse la maionese vanno benissimo anche due sedie pieghevoli)
- Un cucchiaino di scorza di banana
- Chewinggum
- Pastiglie Wilson


- Limoncello
- Anguria
- Corn flakes
- Olio di naso
- Sale
- Pepe
- 3 chili di farina
- E per finire, ingrediente fondamentale, una gustosissima lepisma...


PREPARAZIONE
Per prima cosa sciacquare accuratamente l’oliva sotto l’acqua corrente e mangiarla... Questo aiuterà a tenere occupato lo stomaco durante la preparazione del polpettone... Dopodiché tritare finemente i confetti e rosolarli a fuoco lento in una grossa pentola insieme a manzo, pastiglie, limoncello e maionese... A proposito di tritare, confesso di essermi completamente innamorato dello straordinario tritatutto Wilson...


Maneggevole, silenzioso e soprattutto sostenibile, perché non consuma energia elettrica e in più produce grosse quantità di acqua completamente gratuita (sotto le ascelle)... Ma proseguiamo... Mentre il sugo di manzo cuoce e zampilla tutto intorno, tostare i chewinggum in una padella antiaderente aggiungendo di tanto in tanto un po’ d’acqua tiepida, come quando si prepara la testa di balena in agrodolce, e intanto far sciogliere a parte le scaglie di sapone... Questo può farlo la lepisma... Poi, quando il manzo inizia ad asciugare e a incrostarsi alle pareti della pentola, aggiungere olio bollente e mescolare bene con la pratica paletta Wilson...


Ricoprire il tutto con uno o più coperchi Wilson e alzare la fiamma dei chewinggum... Che profumino... I fumi di aspartame penetrano nelle più recondite narici dell’anima e, per un momento, ti fanno sentire su un altro pianeta (Venere)... È duro costringersi a tornare al lavoro, ma ne vale la pena, c’è un appassionante polpettone da finire... Prendere le uova di sogliola e romperle molto delicatamente, separando gli albumi dai tuorli: gli albumi vanno montati a neve e i tuorli ridotti in tanti piccoli orsacchiotti con l’apposito imbuto Wilson...


Abbassare la fiamma dei chewinggum, impastare i gatti di polvere con un po’ di olio e sale,  metterli in un sacchetto antigelo Wilson insieme a manzo, albumi, orsacchiotti, sapone e chewinggum, e  immergere il tutto in una pentola Wilson piena d’acqua fino all’orlo Wilson... Far cuocere per circa quindici Wilson ed ecco finalmente il nostro polpettone...


Già pronto da spalmare sul pane (è possibile anche spalmarlo su altre superfici, ma sul pane dà più l’idea di essere commestibile)... È un piatto fresco e leggero per tutte le occasioni, una leccornia da leccarsi i baffi (a vicenda)...
La vita è strana... A volte succede che guardi dentro di te e non vedi altro che mucose e tessuti molli... Eppure un raggio di luce può risplendere persino nell’oscurità dell’anima più insensibile e indicare la via della speranza, della libertà e delle coccole...

È severamente vietato preparare questa ricetta anche solo parzialmente e con qualsiasi mezzo, compresa l’immaginazione, anche per usi diversi da quelli alimentari, come la preparazione di emetici, calcestruzzi o armi chimiche... Ogni violazione sarà repressa nelle coccole...

L’UOMO È UNA PASSIONE INUTILE

Nasco con una certa dose x di autostima. x varia nel tempo, può aumentare o può diminuire. Per esempio, se mi scoppia una vena nel cervello, diventa +∞. y è invece la stima del mondo nei miei confronti così come io la percepisco (stima del mondo percepita)

y = ∑ƒiyi

dove yi è la stima che effettivamente ha per me la persona i-esima e ƒi è quanto m’importa di questa persona.
Sono soddisfatto di me stesso se e solo se

y ≥ x

cioè se e solo se la stima del mondo è pari o superiore alla mia autostima. Se questo non accade allora sarò frustrato, tanto più frustrato quanto più grande è la differenza fra x e y, e la mia infelicità sarà

I = µ (x-y)

dove µ è una costante di proporzionalità che dipende solo dalle unità di misura.

ESEMPIO 1
Sandro si stima in maniera pazzesca

x = pazzesca

ed è stimato da sua madre (m), che Sandro usa come sua personale badante e scendiletto mobile (ƒm=0), e dal suo gatto Rasputin (r), che per quanto sia di razza è pur sempre un gatto (ƒr=0). A sua volta Sandro stima moltissimo Giorgio, Federico e Paolo (gfp), che però sono tre soldatini di legno e a quanto pare i soldatini di legno non hanno l’anima (ygfp=0), cosa che non dipende tanto dal materiale quanto dal fatto che sono soldatini. Quindi l’infelicità di Sandro è

I = µ (x - ymƒm - yrƒr - ygfpƒgfp)

che svolgendo i calcoli diventa

I = pazzesca

Più in generale si può concludere che una persona sola (y=0) non solo è necessariamente infelice

I = µx

ma la sua infelicità è tanto più grande quanto più alta è l’opinione che ha di sé. Chi non fosse soddisfatto da questa situazione (molte persone non vedono il lato divertente dell’essere infelici) ha due possibili strade: può cercare di ridimensionare x, per esempio rendendosi conto che non sa nemmeno cucinare due uova al tegamino, oppure può cercare di aumentare y, cioè può dedicare la vita a guadagnarsi la stima degli altri. Quest’ultima strada è nettamente la più faticosa e lunga, ma sorprendentemente è anche la più seguita. C’è però un problema: ogni nuova persona che mi stima fa aumentare non solo y ma anche x, infatti x è composta da due termini

x = x0 + ∑yi

dove x0 è la stima che ho di me quando nessuno mi stima (autostima a riposo), mentre ∑yi è la stima che tutti gli altri hanno di me (stima del mondo effettiva). È un fenomeno abbastanza intuitivo, più persone mi stimano più a mia volta io mi stimo e mi stimo tanto più quanto più esse mi stimano. Inoltre si noti che, mentre il contributo della stima altrui alla percezione che ho della stima del mondo nei miei confronti (y) è pesato in base a quanto m’importa delle persone che mi stimano, quando invece si tratta di autostimarmi (x) la stima altrui va bene così com’è, fosse anche quella del mio gatto. In altre parole c’è sempre un buon motivo per stimarsi. Per capire se questo meccanismo fa diminuire o aumentare la mia infelicità basta scrivere esplicitamente x e y nell’espressione dell’infelicità

I = µ (x0 + ∑yi - ∑ƒiyi)

cioè

I = µ [x0 + ∑ yi(1-ƒi)]

Ora, se chiamo xi la stima che ho della persona i-esima, ƒi può essere scritto come segue

ƒi = xi/x0

cioè m’importa poco delle persone che stimo poco e, in generale, più io mi stimo meno m’importa di tutti gli altri. Dunque sostituendo ƒi si ha

I = µ [x0 + ∑yi(x0-xi)/x0]

da cui si vede che se conquisto la stima di una persona che stimo meno di quanto io di base mi stimi, cioè se x0-xi>0, otterrò come risultato quello di aumentare la mia infelicità, non di diminuirla.

ESEMPIO 2
Sandro decide di guadagnarsi la stima del maggior numero di persone possibile e si iscrive a Facebook. Dopo alcuni mesi ha più di quattromila amici, alcuni dei quali stima moltissimo, come un premio Nobel, cinque pittori rinascimentali e l’inventore della vagina, ma sfortunatamente Sandro è convinto di essere la persona più intelligente del mondo

x0>xi per ogni i appartenente al mondo

dunque ogni suo nuovo amico, per quanto sia stimabile, non farà altro che sprofondarlo ancora di più nell’infelicità.
Si può così ritenere dimostrato il seguente risultato fondamentale: chi pensa di essere la persona migliore del mondo è tanto più infelice quanto maggiore è il numero dei suoi adulatori.