COME HO IMPARATO A DIRE NO

Imparare a dire no è solo il primo passo, il secondo è imparare a dire no senza sentirsi in colpa, il terzo dire no con le gambe accavallate, sorseggiando un bicchiere di brandy e scrivendo un sms.
Io ho imparato a dire no da un mesetto, prima la vita era un inferno.


Mi accompagni a Dudinka?

Non so, devo pensarci.

Mi vedo con una tipa, ti prego.

Quando?

Domani.

Domani!?

L’ho saputo all’ultimo momento.

Ma, Carlo, è in Siberia.

Tanto andiamo in macchina.

E poi domani c’è la finale della Coppa del Mondo.

Registrala.

Veramente io ci gioco.

Ci parlo io con l’allenatore, lascia fare a me.

Non lo so, ho ancora l’eskimo in tintoria --

Fatto.

Cosa?

Gli ho scritto che ti sei infortunato a entrambi i menischi.

Grazie, Carlo.

Mi devi una cena.

Quando vorresti partire?

Adesso.

Okay, però si va con la tua macchina.

Okay.

Vado ad avvisare mia moglie.

No, scusa, ho la macchina dal carrozziere.

Ah.

Mi toccherà noleggiarne una.

Costa un sacco di soldi.

E va be’, che altro si può fare? Se tu non puoi prendere la tua... Dài, non preoccuparti, faccio un mutuo di sedici anni a tasso esponenziale, mi faccio espiantare un paio di reni, prostituisco le bambine e corro a noleggiare la macchina. Tu aspettami qui.

Carlo.

Cosa?

Prendo la mia.

No, no, non importa.

La macchina non è un problema, Carlo.

No, guarda, piuttosto non andiamo.

Ti dico che va bene così.

Chiedimelo in ginocchio.

Ti prego, Carlo, andiamo in Siberia con la mia macchina.

Okay, solo perché sei tu.


La cosa terribile è quando si sparge la voce. Incominci a diventare meta di pellegrinaggio, la tua casa diventa un lazzaretto, si riempie di questuanti e ogni mattina ci sono almeno due torpedoni di anziani speranzosi che si immergono nella tua vasca da bagno.
A lungo andare i favori si trasformano in doveri e ogni traccia di formalità e cortesia scompare.


Massaggiami i piedi, coglione.

Mi scusi, signore, ci conosciamo?

MASSAGGIA!


Un giorno, per curiosità, ho deciso di scrivere tutte le parole che conoscevo. Stavo guardando una puntata di “Parlare è bene, ma tacere è meglio”, una trasmissione molto popolare che danno su Rete San Casciano tutti i lunedì mattina alle cinque in punto. In quella puntata parlavano del “vocabolario di base”, dicevano che ogni persona ha in media un vocabolario di settemila parole. Naturalmente ci sono quelli che ne conoscono molte di più. Per esempio i signori Devoto e Oli le conoscono tutte quante e questo spiega perché Gabriele La Porta non ne conosca nemmeno una.
Allora mi sono messo lì con un foglio e una matita e ho scritto tutte le parole che conoscevo. Ho scoperto che erano seimilanovecentonovantanove. Come!? Mi sono detto, una parola in meno della media!? Com’è possibile che a una persona intelligente come me manchi una parola?


Hai smesso di strofinarmi i calli, coglione.

Mi scusi.


Naturalmente la parola sconosciuta era “no”. Fino a quel momento avevo sempre pensato che fosse una specie di verso, come un colpetto di tosse o un rutto, non mi era mai passato per la testa che potesse avere un significato.
Mentre tolgo lo sporco dalle unghie dei piedi al mio ospite, senza farmi notare, prendo il telefono e chiamo i signori Devoto e Oli.


Pronto?

Sì?

Parlo col signor Devoto o col signor Oli?

Entrambi.

In che senso?

Ha presente la Santa Trinità?

Sì.

Stessa cosa, solo che siamo in due.

Tipo un dualismo?

Solo nell’accezione filosofico-religiosa, senza la proprietà di opposizione.

Mi dice quali sono le settemila parole base?

No.

Salute.

...

Sto aspettando.

Credo che lei non ne conosca una.


La mia vita adesso è completamente cambiata. Posso passeggiare in centro senza problemi fra stuoli di accattoni, non ho più paura dei Testimoni di Geova e ho smesso di sposarmi.
È così che ho imparato a dire no.