LA SCARPIERA

Carla, hai per caso visto i miei sandali?

Quali sandali?

I miei sandali neri.

No.

Li avevo lasciati qui.

Dove?

Qui sotto.

Perché non li hai messi nella scarpiera?

Li avevo lasciati qui.

Hai presente quel mobile ad anta scorrevole tutto pieno di scarpe che c’è all’ingresso?

Ma li hai visti o no?

I tuoi sandali?

Quelli neri.

No.

Non li hai visti.

No.

Fantastico.

E comunque non sono neri.

Eh?

Non sono neri.

In che senso?

Nel senso che non sono neri.

Carla...

Mi sembravano più sul marrone, marrone scuro, una via di mezzo tra l’ebanite caucasica e la grafite grezza, hai presente?

E sai dove sono?

Quelli neri?

Sì.

Non ne ho idea.

Carla, amore, non è che per caso hai visto i miei sandali “marroni”?

Hai guardato nella scarpiera?

No. Non ho guardato nella scarpiera. Non ci ho guardato perché li avevo lasciati qui sotto. Li lascio sempre qui sotto. Proprio qui, guarda.

Uhm... nello stesso posto di quelli neri.

Non ho sandali neri.

Allora perché li cerchi?

Ascolta...

Dimmi, amore.

Ne ho un paio solo, uno solo e basta e li metto sempre qui.

Forse stavolta sono nella scarpiera.

Nella scarpiera...

È là che dovrebbero stare.

Ce li hai messi tu?

Ma, amore, se ti ho detto che non li ho visti...

D’accordo. Vado a vedere nella scarpiera.

Bravo. È il primo posto dove guardare.

...

Trovati?

Non ci sono.

Per forza, lasci sempre tutto in giro.

QUOZIENTE DI RELIGIOSITÀ

Il quoziente di religiosità (QR) è un numero compreso fra 0 e 200 che misura la religiosità di una persona, cioè la sua abilità nel credere fermamente in un essere superiore e/o qualsiasi altra cosa che trascenda il mondo sensibile, lo organizzi secondo una logica misteriosa e sconosciuta a tutti (tranne a pochi sapienti detti “preti”) e dia ad esso senso e/o anche no. Tale quoziente viene calcolato sulla base del seguente test.

1. Durante una conversazione ti accorgi che il tuo interlocutore non ascolta quello che dici, si esprime in modo apodittico e usa spesso l’intercalare “e con il tuo spirito”.
a) Cerchi di fartelo amico e forse un domani, chissà, amante.
b) Fingi di avere dimenticato le scarpe e te la svigni.
c) Lo percuoti.

2. Metti in ordine morale decrescente le seguenti parole: stupro, aspersorio, profilattico.
a) aspersorio, stupro, profilattico.
b) profilattico, aspersorio, stupro.
c) in che senso?

3. Ti viene una gran voglia di mangiare un gelato, ma tutti i gelatai sono in sciopero.
a) T’inginocchi davanti al freezer e preghi.
b) Ti accontenti di uno yogurt ai cereali.
c) Bestemmi.

4. Truciolo, il tuo cane, muore.
a) Te ne rammarichi oltremisura e preghi Dio e/o qualsiasi altra cosa di accoglierlo nel regno dei cieli.
b) Ciò ti rattrista, ma pensi che dopotutto fumava troppo.
c) Ne compri uno nuovo.

5. Truciolo, il tuo cane, resuscita.
a) Lo accogli col cuore traboccante di gioia e lo riempi di domande sull’aldilà: com’è? come si mangia? quanto costa l’ingresso? eccetera.
b) Scappi.
c) Per un po’ smetti di respirare la colla.

6. È il tuo compleanno e un amico ti regala la Sacra Sindone.
a) Lo abbracci con somma riconoscenza e gli lavi i piedi.
b) Vai a procurarti un po’ di Carbonio 14 per appurarne l’autenticità.
c) L’appendi in soggiorno, fra la caricatura di Schumacher e il poster di Selen.

7. Quante volte usi mediamente la parola “Dio” in una giornata?
a) Più di cento.
b) Più di una, meno di cento.
c) Più di cento.

8. Parli mai coi morti?
a) Continuamente.
b) Hai fatto qualche seduta spiritica in gioventù, scoprendo fra l’altro che William Shakespeare parla con un perfetto accento di Scandicci.
c) Al massimo qualche complimento a una costata.

9. Dopo un viaggio di lavoro di tre mesi e un giorno, torni a casa e scopri che tua moglie e/o marito è incinta di tre mesi.
a) Gridi al miracolo e rendi grazie al Signore immolando un vasetto di acciughe.
b) Cerchi di ricordare come nascono i bambini.
c) La e/o lo percuoti.

10. Quale opinione hai del sapere scientifico?
a) Non ne so nulla, ma penso che sia limitante.
b) Non ne so nulla, ma se non ci fosse chi progetterebbe i ponti o le pasticche?
c) Non ne so nulla.

Per calcolare il QR è sufficiente attribuire 20 punti a ogni risposta “a”, 5 a ogni “b” e 0 alle “c”. La somma complessiva fornisce il valore del QR e permette di individuare il profilo religioso del soggetto secondo la seguente tabella:

QR ≤ 10: nichilista miscredente.
10 < QR ≤ 30: ateo.
30 < QR ≤  50: agnostico.
50 < QR ≤  70: spiritualista generico.
70 < QR ≤  90: cattolico non praticante.
90 < QR ≤  110: animista.
110 < QR ≤  130: metafisico.
130 < QR ≤  150: veggente.
150 < QR ≤  170: rabbino.
170 < QR ≤  190: cerebroleso.
QR > 190: Buttiglione.

Conoscere il proprio QR è importante, anche perché da esso è possibile ricavare il Quoziente Intellettivo (QI). Recenti studi hanno infatti messo in luce l’esistenza di una relazione molto stretta fra QR e QI, esprimibile secondo la seguente legge:

QI = 200 - QR,

detta anche “legge che la dice lunga”.

LO PSICHIATRA DELLA MUTUA

Sono venuto per mia figlia.

Lo so.

Sul serio?

Me l’ha detto per telefono.

Io non ho il telefono.

Mi ha detto anche questo. Si sieda, per favore.

Grazie.

Sigaretta?

Non fumo.

Ottimo. Non le spiace se le fumo tutte io, vero?

No.

Allora? Che ha sua figlia che non va?

Parla da sola.

Parla da sola...

Sì. Parla come se stesse parlando con qualcuno, solo che non c’è nessuno, capisce cosa intendo?

Parla da sola.

Esatto, per esempio ieri è stata mezz’ora chiusa in bagno a parlare.

Da sola.

Sì.

Gli indizi convergono.

È convinta di essere in contatto con qualcuno di invisibile, capisce? Qualcuno che le suggerisce le cose.

Ho già sentito casi come questo.

Sul serio?

Sì, al cinema.

Cos’ha secondo lei?

Vuol dire secondo le scienze mediche?

Cos’ha secondo le scienze mediche?

In casi come questi la diagnosi è una sola.

Quale?

È matta da legare.

Oddio!

Proprio così. Tenga, questa è la corda. Nel caso facesse resistenza le dia un po’ di questo, due volte al dì.

È un martello.

Sì, due volte al dì. Sulla testa.

Grazie, dottore.

Si ricordi, la pazzia è una cosa seria.

Sì, dottore.

Ora scappo che devo andare a messa.

LA DEPENALIZZAZIONE DELL’OMOSESSUALITÀ

Probabilmente non tutti ricordano che in Italia, fino al 1986, l’omosessualità era vietata per legge e punita con quindici anni di lavori forzati alla Galbani. Se ora non è più così lo si deve a Maurizio Dupré, parlamentare del PDLGBT, che nella primavera di quell’anno propose un disegno di legge per la depenalizzazione dell’omosessualità.
Ecco la trascrizione di quella storica seduta.


Prende la parola l’onorevole Maurizio Dupré.

NOOO!

Colleghi, vi prego! L’onorevole Dupré ha diritto di parlare come tutti, almeno finché non ci decidiamo a cambiare questa benedetta Costituzione. Prego, onorevole Dupré.

Grazie signor Presidente. Onorevoli colleghi, vorrei sottoporre alla competente attenzione di quest’assemblea --

Mi scusi, Dupré, è per caso un altro disegno di legge?

Sì, signor Presidente. Col suo permesso.

Lei si rende conto che sarà il decimo in un mese?

L’undicesimo, signor Presidente.

Senta, capisco l’importanza del dibattito parlamentare e tutto quanto, però, lei mi capirà, non possiamo mica passare tutta la legislatura a fare leggi, no?

Con tutto il rispetto, signor Presidente, ritengo che si tratti di una questione molto importante.

Cioè?

È per la depenalizzazione dell’omosessualità.

MA PORCA TROIA!

Onorevoli colleghi! Questo comportamento è assolutamente inaccettabile! Se continuate così sarò costretto a mettervi una nota sul registro!

...

Quanto a lei, onorevole Dupré, le proibisco di usare questo linguaggio.

Che linguaggio?

Qui siamo in un posto serio, anche se è il parlamento della Repubblica Italiana. Non se lo dimentichi.

Cos’ho detto?

Lo sa benissimo.

Non ho detto nulla, signor Presidente.

Ha detto quella parola.

Omosessualità?

Onorevole Dupré!

Cosa?

Lei è ammonito, Dupré! Ha capito?

Mi scusi, Presidente.

Ora continui.

Sì, bene, grazie signor Presidente, dunque... si tratta di un disegno di legge per la depenalizzazione dell’amore fra persone dello stesso sesso.

Dupré!

Che c’è? Cos’ho detto adesso?

Lo fa apposta?

Cosa?

Ha detto quella parola.

Quale?

La parola!

Quella che inizia per esse?

Non faccia il furbo con me, Duprè.

Mi dica solo sì o no.

Lei è espulso!

EEE!

Prego i bidelli di accompagnare l’onorevole Dupré fuori dall’aula.


L’iter della legge non fu semplice. Fu approvata due mesi dopo alla Camera col voto del solo Dupré (il resto dei deputati si era dileguato approfittando della ricreazione), ma venne pesantemente emendata al Senato, dove si restrinse l’ammissibilità dell’amore omosessuale per soli scopi riproduttivi. Tornata alla Camera, la legge passò solo grazie all’euforia del momento per Boy George e a un compromesso con la Santa Sede, cui furono elargiti seicentomila vibratori.

UNA STORIA VERA

Al piccolo Ludwig non piaceva il contrappunto. Gli altri bambini si infilavano diligentemente la parrucca e componevano canoni per aumentazione e fughe in epidiapente, invece lui apriva il piano e improvvisava. 
Il padre Johann era seriamente preoccupato per il futuro del figlio (“sono seriamente preoccupato per il futuro del figlio”, diceva sempre), così decide di mandarlo a ripetizione dal vecchio Haydn. Haydn era già un po’ avanti con gli anni, ma la mente era ancora quella di un bambino piccolo.
Il povero Ludwig ce la metteva tutta per imparare il contrappunto, ma già una piccola invenzione a due voci era per lui uno scoglio insormontabile. I suoi pentagrammi erano sempre pieni di ottave parallele e interminabili trilli, che Haydn correggeva con grande pazienza e, di tanto in tanto, colpendolo amorevolmente con una bottiglia.
Dopo mesi e mesi di bottigliate sulla testa, il piccolo Ludwig ha un’idea straordinaria: decide di farsi fare i compiti di nascosto da Albrechtsberger, Schenk e Salieri, tutti ottimi compositori dell’epoca (se non dovevi anche ascoltarli).
Un giorno, però, Haydn si insospettisce.


Non male questo mottetto a ventisei voci. E pensare che la settimana scorsa non riuscivi neanche a buttare giù il basso continuo di Jingle Bells.

Grazie, maestro.

Sembra composto da Albrechtsberger.

Lei mi lusinga.

Anche la grafia è quella di Albrechtsberger.

Faccio del mio meglio.

Perché ti sei firmato Albrechtsberger?

Ora potrei riavere il mio mottetto, signor Albrechtsberger?

Non è che per caso prendi lezioni da Albrechtsberger?

Non so nemmeno chi sia questo Salieri, signor Schenk.


Beethoven non faceva progressi. Dopo sei anni di lezioni era ancora convinto che una fuga fosse un dolce viennese. In compenso era diventato molto famoso con le sue improvvisazioni al pianoforte, che eseguiva con grande successo in tutti i bar di Vienna. La gente impazziva per le sue ottave parallele e i suoi interminabili trilli, e le donne facevano la fila per fare l’amore con qualcun altro mentre ascoltavano la sua musica.
Così, col passare degli anni e con la pratica, Beethoven si impadronisce gradualmente di tutte le tecniche compositive necessarie per diventare un genio, e a soli cinquantacinque anni si sente finalmente pronto per dimostrare ai suoi vecchi maestri (morti) e a sé stesso (sordo) la sua completa padronanza dell’antica e nobile arte del contrappunto.
Compone il quartetto in Si bemolle maggiore, a conclusione del quale pone la sua opera più ambiziosa: la Grande Fuga, un brano ossessivo-compulsivo interminabile, ardito e spigoloso come una smerigliatrice elettrica. Per far risaltare ancora di più la genialità del pezzo, Beethoven lo fa precedere da una piccola danza tedesca, una cosina orecchiabile per ingraziarsi l’ascoltatore prima di stordirlo con la Grande Fuga. Tuttavia alla prima esecuzione pubblica le cose non vanno come previsto: la gente va in delirio per la danza tedesca e si scaccola impassibile con la Grande Fuga. L’unica reazione è quella di una signora che si alza per provare a spegnere i musicisti.
Beethoven ci rimane malissimo. Uno ci mette anni a scrivere il pezzo più incredibile del mondo e quelli applaudono una canzoncina? Che senso ha fare il musicista se la gente non sa distinguere un’opera d’arte da un motivetto orecchiabile? Basta! Giura a se stesso che non eseguirà mai più niente in pubblico, dice che cambierà il nome della Grande Fuga in Grandi Perle ai Porci e che comporrà una sinfonia per soli rutti per esprimere tutto quello che pensa del genere umano.
Invece non farà niente di tutto questo. L’unica cosa che farà sarà sostituire la Grande Fuga con un pezzo più orecchiabile e infarcito di citazioni della danza tedesca. Il successo è straordinario. Il quartetto schizza in testa alle classifiche di tutto il mondo e resta al primo posto nella Billboard Hot 100 per trentotto settimane consecutive, record che sarà battuto solo da Like a Virgin.

DIALOGO SULL'ATEISMO

Permetti due parole sull’ateismo?

Stavo giusto per chiederti di parlarmene.

Non so se l’hai sentito dire, ma molta gente sostiene che teismo e ateismo siano sullo stesso piano.

In che senso?

Dicono che tutte e due le posizioni siano in fin dei conti una fede. Lo dicono anche insigni filosofi, non solo vescovi e soubrette.

Lo sospettavo.

Più o meno dicono così: l’esistenza di dio è indimostrabile? Va be’, anche la sua non esistenza è indimostrabile. Uno a uno.

Sì, l’ho sentito dire.

È un’assurdità.

Ti giuro, sento che stai per dire qualcosa di incredibilmente saggio.

Supponiamo che io dica che questo sasso sia, che ne so, mia nonna. Ci sei?

Quale? Questo qui?

Questo sasso è mia nonna.

Sì.

Tu mi chiederai che cosa me lo fa credere. Che cosa mi fa credere che questo sasso sia mia nonna?

Che cosa te lo fa credere?

Non è importante.

Ah.

Non ho bisogno di dimostrarlo, capisci? Io lo so.

Lo sai...

Lo sento.

Ma non è che lo pensi veramente, giusto?

Tu cosa credi che sia questo sasso?

Un sasso.

Un sasso e basta?

Un sasso che somiglia a tua nonna.

Dimostramelo se sei capace.

In che senso, scusa?

Nessuna analisi, nessun esperimento, niente di niente potrà mai stabilire se qui dentro ci sia o no mia nonna.

Ho capito.

Quindi sostenere che questo sasso sia un sasso e basta è la stessa cosa che sostenere che sia mia nonna, un gatto o la Juventus.

Giusto.

Naturalmente è solo un sasso.

Sul serio?

Il punto è che non posso mettermi a sostenere una cosa assurda, una a caso, e poi pretendere che sia vera solo per il fatto che è assurda. L’ho scelta apposta così!

Giusto.

Ora lasciamo stare la storia del sasso.

Okay.

Se prendiamo una cosa un po’ più sedimentata, una credenza dalle origini storiche indefinite, tramandata di avo in avo e magari insegnata pure a scuola...

Tipo la rivoluzione francese?

Quello che voglio dire --

Aspetta aspetta! Posso dirlo io?

Prego.

No, niente.

Ascolta, quello che voglio dire è che un ateo è come uno che se ne sta tranquillo, sdraiato in veranda col suo giornale e la sua gazzosa. Arriva uno vestito in modo strano e gli ordina di prostrarsi di fronte alla maestà del suo dio. Quello, giustamente, gli dice di levarsi dalle palle. Eh no! Risponde l’altro, dimostramelo che devo levarmi dalle palle! Capisci?

Sì.

È una gran scocciatura.

Mi hai convinto.

SNOB ALLA QUARTA

Essere snob è un piacere che nessuno dovrebbe negarsi, è quella specie di sollievo che deriva dal sentirsi un gradino sopra al resto dell’umanità, non tanto per intelligenza quanto per esperienza mondana. È quell’atteggiamento di imperturbabile saccenteria che porta a non stupirsi più di nulla e ad apprezzare tutto ciò che concerne Victor Sjöström. Essere snob significa saperla un po’ più lunga degli altri, ma senza entrare nei dettagli.


Dio mio, Manrico, è orribile!

Cosa non lo è, Piero?

Hanno arrestato otto persone solo perché non hanno finito il dessert.

E cosa ti stupisce?

Avevano tutti meno di un anno!

Capita ogni giorno.

Ma godevano dell’immunità parlamentare!

Ovvio.

Erano tutti incensurati, di buona famiglia e andavano a messa ogni domenica.

E magari erano anche disabili...

No.

Appunto. Succede ogni giorno.

Però erano dei fan di Guerre Stellari, può essere considerata una malattia?

Come puoi guardare film tanto orrendi, Piero?


Essere snob non significa disprezzare gli altri, ma solo fare finta, che è una cosa diversa.
Per esercitare il proprio diritto allo snobismo è indispensabile frequentare persone che, per qualche ragione, abbiano deciso di rinunciarvi. Queste persone sono chiamate “gente comune” e sono indispensabili allo snob per procurarsi il necessario sollievo. Non è possibile dedicarsi con soddisfazione a pratiche snobistiche se manca la gente comune, così come è assurdo immaginare una società di soli aristocratici o uno sport dove arrivino tutti primi. Qualcuno deve pur stare sul gradino più basso del podio.
I problemi nascono quando gli snob iniziano a frequentarsi fra di loro. Quando un gruppo di persone è costituito principalmente da snob, i pochi esemplari di gente comune diventano prede ambite, contese con ogni mezzo da torme di snob bisognosi. Questo in genere fa sì che le persone comuni si dileguino in tempi scala abbastanza brevi (da 1 a 2.5 Gin Tonic) e scompaiano senza pagare il conto. Questo fenomeno è noto come “decadimento comune” ed è stato studiato per la prima volta da Jean-Paul Sartre durante le sue feste di compleanno.
In queste condizioni la pratica dello snobismo non dà nessuna soddisfazione, oltre a produrre conversazioni particolarmente noiose.


Dio mio, Manrico, è orribile.

E cosa ti stupisce, Manrico?

Cosa non mi stupisce, vorrai dire?

Ovvio.

Capita ogni giorno.

E cosa non capita ogni giorno?


In questi casi, se si vuole continuare a provare il sottile piacere di sentirsi migliori degli altri senza doverlo dimostrare, è necessario iniziare a fare gli snob con gli snob, cioè praticare quello che alcuni studiosi hanno definito “snobismo alla seconda”. Questo comporta un apparente ritorno alle posizioni della gente comune e il mettersi a guardare Guerre Stellari, benché con godimento simulato.
Ecco un esempio di dialogo fra un comune snob e uno snob alla seconda.


L’ultimo film di Victor Sjöström è semplicemente sublime.

Come puoi guardare film tanto orrendi, Manrico?

Quali film non lo sono?

Guerre Stellari, per esempio.

Mi prendi in giro, vero Manrico alla seconda?

E chi non ti prende in giro?


Naturalmente il problema si ripresenta quando snob alla seconda iniziano a frequentare altri snob alla seconda. Sembra che questo fenomeno, benché più raro del precedente, abbia un’evoluzione più rapida e porti in breve tempo al fenomeno dello snobismo alla terza.
Costoro sono gli snob degli snob degli snob. Com’è facile immaginare, essi riprendono le posizioni degli snob comuni, ma lo fanno con una certa stanchezza (non bisogna dimenticare che è gente che ha alle spalle tre passaggi snobistici, che non sono proprio una passeggiata). Di solito si esprimono in modo laconico, con brevi commenti lapidari e risultano più liquidatori e sbrigativi che saccenti. A uno sguardo superficiale potrebbero sembrare più sereni degli snob comuni, ma in realtà sono solo più svogliati. Hanno perso gran parte dell’originaria verve polemica e l’esercizio dello snobismo al cubo non dà loro il sollievo sperato.


Dio mio, Manrico alla terza, è orribile!

Cosa?

Hanno arrestato otto persone solo perché non hanno finito il dessert.

...

Avevano tutti meno di un anno, godevano dell’immunità parlamentare, erano incensurati, di buona famiglia e andavano a messa ogni domenica. Dove vai?

A casa.


Ovviamente esistono anche gli snob alla quarta. Questi individui, spossati e piegati dallo sforzo di tutti questi salti snobistici, abbandonano anche le tecniche tipiche dello snobismo, le domande retoriche e il sorrisetto di superiorità e si lasciano andare senza opporre resistenza al più piatto conformismo. Sono anche detti “gente comune”.

GLICOLE

Che cosa vuol dire glicole? Cito testualmente il dizionario Garzanti: “nessun risultato trovato”.
Esiste proprio una parola per tutto. C’è però un secondo significato che il dizionario non dice: il glicole è un liquido viscido e trasparente, in pratica come l’olio, solo che in più appiccica. È una sostanza densa e puzzolente che non evapora mai. Unge, inzuppa, imbratta, penetra, puzza, ma non evapora. È eterno e incorruttibile, come l’etere di Aristotele.
Se per caso ti finisce una secchiata di glicole sotto i mobili ci sono solo due cose da fare: smontare tutto e pulire, oppure aspettare che coli fuori da sotto, magari inclinando un po’ la casa. Se invece finisce sui muri è più semplice, basta suicidarsi.
Ma perché mai dovrebbe finire del glicole sotto i mobili o sui muri? Per favore. Probabilmente neanche esiste il glicole, lo dice la parola stessa: “nessun risultato trovato”. E anche se esistesse, perché uno dovrebbe essere così stupido da portarselo in casa? Anche il plutonio sporca tantissimo, eppure le macchie ostinate di plutonio sono l’ultimo dei pensieri di una casalinga (a parte Marie Curie).
Nella città dove abito io, che convenzionalmente chiameremo “città”, c’è l’obbligo di installare un impianto solare termico. Fantastico, il solare mi piace moltissimo come concetto. Solo come concetto, però, visto che per ammortizzare i costi dell’installazione poi ci vogliono circa sessant’anni di bollette, e tra sessant’anni non saranno certo i combustibili fossili a mancarmi. Converrebbe farle da neonati queste cose, ma pochi neonati vengono adeguatamente informati sui vantaggi del solare.
Un giorno, che per comodità chiameremo “giorno”, si presenta a casa mia l’idraulico, che per comodità chiameremo “imbecille”. Capisco subito che è l’idraulico perché ha una camicia a quadretti arrotolata sulle braccia, una salopette con tasca centrale, baffoni pettinati, berretto blu e una cassetta degli attrezzi, e poi perché mi dice “sono l’idraulico”. È una cosa che tutti gli idraulici prima o poi dicono.


E tutto il resto?

Il resto cosa?

I pannelli solari, i tubi... non so, ci vorranno dei tubi, immagino.

Ah, il resto... senti, possiamo fare così: io ti certifico di averti installato l’impianto solare e tu mi dai duecento euro, così io me la sbrigo in cinque minuti e tu risparmi un sacco di soldi.

Ma è illegale.

Certo! Per chi mi hai preso?

Non lo so. Non mi sembra giusto.

Lo sai da quanti anni faccio questo mestiere?

E se poi fanno dei controlli?

Trent’anni.

Preferisco fare le cose in regola.

E lo sai quanti impianti solari ho installato?

Poi il solare mi piace come concetto.

Zero.

Zero?

Zero.

Non sono un po’ pochi?

Fanno tutti così.

No, guarda, poi per coerenza mi toccherebbe votare PDL.


La cosa non gli fa per niente piacere. Lo capisco perché passa improvvisamente dal tu al lei: “mi piacerebbe smontarle la testa e vedere cosa c’è dentro”, mi dice.
Il giorno dopo si presenta a casa mia coi pannelli solari, i tubi e due gigantesche taniche blu.


Cosa c’è in quelle taniche?

Glicole.

Glicole?

Esatto, e ci terrei a ricordarle che in trent’anni di attività non ho mai installato un impianto solare.

I SEGRETI DEL SUCCESSO DEL CALCIO

Il calcio non è sempre stato così. All'inizio non c'era il fuorigioco, i pali erano a sezione quadrata ed era divertente. In effetti il calcio deriva dal rugby, sport molto più antico. Memorabile la storica partita del primo Cinque Nazioni fra Australopitechi Afarensis e Ardipitechi, finita in rissa a pochi minuti dalla fine per la perdita di un anello.
Il calcio è più recente, è nato verso la metà dell'Ottocento su iniziativa di un gruppo di rugbisti fra cui spiccava per abilità di gioco e carisma John Cheddar Jr, riserva della seconda squadra dei rincalzi d'emergenza del West Dumbleton, forse la più forte squadra di dilettanti di tutta Dumbleton, se si esclude l'East Dumbleton e il Dumbleton City. E forse anche il West Dumbleton United.
Durante l'ultima partita di campionato contro i rivali di sempre del South Dumbleton, a sei minuti dalla fine, in casa, sul punteggio di 114 a 3 per gli ospiti, l'allenatore del West Dumbleton decise che era il momento di far entrare John Cheddar Jr.


Tocca a te, John.


All'epoca John aveva 32 anni e poteva vantare ben due presenze in prima squadra, una convocazione alle paraolimpiadi del 1834 e sedici mete segnate nel suo giardino di casa. Era quello che si definisce un tre quarti centro solido ed esperto, temuto più dai compagni di squadra che dagli avversari e simpaticamente chiamato Rimba.


Tocca a te, John.

Mi scaldo, coach?

Ma cosa vuoi scaldarti? Va’ in campo, fa’ una corsetta e poi ce ne torniamo a casa.

Ma se mi strappo, coach? Se mi strappo?

Non ti strappi.

Okay, coach! Grazie, coach!

Mi raccomando: noi siamo i gialli, loro sono i bianchi, attacchiamo di là, vince chi fa più mete. Tutto chiaro?

Sì, coach! Tutto chiaro, coach!

La vedi quella cosa ovale laggiù?

Mia figlia?

No.

La palla?

Non passarla mai in avanti, okay?

Okay, coach! Grazie, coach!

Va’.

Coach?

Cosa?

Non è più semplice se la passo in avanti?

No.

Okay, coach! Grazie, coach!


Nonostante le preziose indicazioni del suo allenatore, John Cheddar Jr commise sedici in avanti, ventidue fuorigioco e undici trattenute, il tutto senza toccare mai la palla.


Allora come sono andato, coach?

Uno schifo.

Sì, ma come sono andato?

...

Coach?

Trovati un’altra squadra, John.

Ok, coach! Grazie, coach!


John Cheddar Jr fondò una squadra tutta sua, in un campionato tutto suo, con regole tutte sue.

1. Si può passare in avanti.
2. La palla ovale non ha senso.
3. Nessuno mi può picchiare.
7. Si può passare in avanti.
11. Le porte devono essere più basse.
5. Si può passare in avanti tutte le volte che si vuole.

Nacque il calcio.
Le prime partite erano molto diverse da quelle di adesso. Finivano di solito con punteggi astronomici e le squadre erano talmente statiche che i giocatori entravano in campo con la sedia a sdraio e la crema solare. Il pubblico però apprezzava la semplicità di questo nuovo sport e anche i mezzi d'informazione iniziarono a occuparsene. Il calcio aveva tutto quello che il rugby non aveva mai avuto: non richiedeva nessun talento specifico, le regole erano talmente semplici che le poteva capire anche un calciatore e infine, la cosa più importante di tutte, si poteva passare in avanti.

DIECI PROVE CONTRO LA TEORIA DARWINIANA

Da un po’ di tempo circola una teoria a proposito dell'evoluzione della specie umana che riscuote un certo successo fra gli atei, i libri di scuola, Marx ed Engels. È di un certo Darwin. Il cognome non me lo ricordo.
Per chi non legge i giornali è forse il caso di fare un riassunto imparziale e il più possibile obiettivo di questa strampalata accozzaglia di panzane.
Tanto tempo fa la Terra era popolata perlopiù da scimmie. Anche da qualche dinosauro e un paio di zanzare giganti, ma perlopiù da scimmie e, quello che è più importante, senza alcuna traccia di vita umana. Già questo è abbastanza fantasioso: come ci si può immaginare un mondo fatto tutto di scimmie? Impiegati scimmia, partite di calcio fra scimmie, cellulari a forma di scimmia... assurdo. Ma la sfrenata fantasia del signor Darwin non si ferma qui.
Ogni tanto, dice la sua teoria, nasce qualche scimmia disabile. Di solito si tratta di creature sfortunate, ridotte su una sedia a rotelle a sperare che qualcuno gli costruisca degli scivoli per salire e scendere dagli alberi. Naturalmente nessuno vuole riprodursi con loro e la cosa finisce lì.
Ma di tanto in tanto succede che una particolare malformazione renda la scimmia più brava a prendere le banane. Che ne so, un giorno una scimmia nasce col pollice opponibile, raccoglie due quintali di banane in mezza giornata e tutti fanno la fila per riprodursi con lei. Il giorno dopo tutte le scimmie hanno il pollice opponibile.
In questo modo, malformazione dopo malformazione, un giorno il pollice, un altro la posizione eretta, un altro ancora gli occhiali infrangibili, alla fine ti ritrovi con la Terra piena di esseri umani.
Secondo Darwin, in definitiva, l'uomo non è altro che una scimmia handicappata. Questa in sintesi la teoria.
Mi rendo conto che non è difficile smontare una simile barzelletta, ma siccome al giorno d'oggi la gente crede un po' a tutto, mi sembra giusto dedicare qualche riga alla sua confutazione.
1.
L'obiezione più ovvia. Se tutto questo è vero, perché oggi le scimmie non si trasformano più in uomini? Curioso, vero? Quando non esisteva la televisione e tutto il resto, le scimmie facevano a gara a trasformarsi in qualcos'altro, ora che gli scienziati le tengono d'occhio giorno e notte se ne restano scimmie e basta. Troppo comodo.
2.
Perché non tutte le scimmie sono diventate esseri umani? Perché qualcuna sì e qualcun'altra no? È come dire che c'erano in giro delle scimmie che si sono dette: "Però! Essere uomini sembra una cosa eccezionale! Be', sai che ti dico? Io quasi quasi resto scimmia".
3.
Se gli uomini sono solo delle scimmie disabili, come mai l'uomo è palesemente migliore della scimmia? Prendiamo il biliardino, per esempio. Si è mai visto un diversamente abile battere un normalmente abile dieci a zero?
4.
Dove sarebbero finiti tutti i peli?
5.
Ammettendo per assurdo che Darwin abbia ragione, resta un problema: da che cosa si sarebbero evolute le scimmie? Scommetto che ora Darwin avrebbe una risposta anche per questo, magari direbbe che si sono evolute dalle cozze o dai cappelli di paglia. Purtroppo doveva pensarci prima.
6.
Chiunque sia stato allo zoo può confermarlo: nessuna scimmia assomiglia neanche lontanamente a un essere umano. Al massimo lo scimmiottano, ma questo non va certamente a loro merito.
7.
Da questa teoria seguirebbe necessariamente che la Bibbia è un libro di fiction, cosa che farebbe sicuramente comodo a un sacco di gente (per esempio a quelli che si vogliono sposare con gli omosessuali o che pensano di poter fare quello che gli pare sotto la doccia), ma che nessuna persona intelligente potrebbe prendere seriamente in considerazione. Nella Bibbia ci sono solo proposizioni vere e se ogni tanto è un po' incoerente è solo colpa di Gödel.
Ero sicuro di avere altre tre prove. Appena mi vengono in mente le scrivo.

COME HO IMPARATO A DIRE NO

Imparare a dire no è solo il primo passo, il secondo è imparare a dire no senza sentirsi in colpa, il terzo dire no con le gambe accavallate, sorseggiando un bicchiere di brandy e scrivendo un sms.
Io ho imparato a dire no da un mesetto, prima la vita era un inferno.


Mi accompagni a Dudinka?

Non so, devo pensarci.

Mi vedo con una tipa, ti prego.

Quando?

Domani.

Domani!?

L’ho saputo all’ultimo momento.

Ma, Carlo, è in Siberia.

Tanto andiamo in macchina.

E poi domani c’è la finale della Coppa del Mondo.

Registrala.

Veramente io ci gioco.

Ci parlo io con l’allenatore, lascia fare a me.

Non lo so, ho ancora l’eskimo in tintoria --

Fatto.

Cosa?

Gli ho scritto che ti sei infortunato a entrambi i menischi.

Grazie, Carlo.

Mi devi una cena.

Quando vorresti partire?

Adesso.

Okay, però si va con la tua macchina.

Okay.

Vado ad avvisare mia moglie.

No, scusa, ho la macchina dal carrozziere.

Ah.

Mi toccherà noleggiarne una.

Costa un sacco di soldi.

E va be’, che altro si può fare? Se tu non puoi prendere la tua... Dài, non preoccuparti, faccio un mutuo di sedici anni a tasso esponenziale, mi faccio espiantare un paio di reni, prostituisco le bambine e corro a noleggiare la macchina. Tu aspettami qui.

Carlo.

Cosa?

Prendo la mia.

No, no, non importa.

La macchina non è un problema, Carlo.

No, guarda, piuttosto non andiamo.

Ti dico che va bene così.

Chiedimelo in ginocchio.

Ti prego, Carlo, andiamo in Siberia con la mia macchina.

Okay, solo perché sei tu.


La cosa terribile è quando si sparge la voce. Incominci a diventare meta di pellegrinaggio, la tua casa diventa un lazzaretto, si riempie di questuanti e ogni mattina ci sono almeno due torpedoni di anziani speranzosi che si immergono nella tua vasca da bagno.
A lungo andare i favori si trasformano in doveri e ogni traccia di formalità e cortesia scompare.


Massaggiami i piedi, coglione.

Mi scusi, signore, ci conosciamo?

MASSAGGIA!


Un giorno, per curiosità, ho deciso di scrivere tutte le parole che conoscevo. Stavo guardando una puntata di “Parlare è bene, ma tacere è meglio”, una trasmissione molto popolare che danno su Rete San Casciano tutti i lunedì mattina alle cinque in punto. In quella puntata parlavano del “vocabolario di base”, dicevano che ogni persona ha in media un vocabolario di settemila parole. Naturalmente ci sono quelli che ne conoscono molte di più. Per esempio i signori Devoto e Oli le conoscono tutte quante e questo spiega perché Gabriele La Porta non ne conosca nemmeno una.
Allora mi sono messo lì con un foglio e una matita e ho scritto tutte le parole che conoscevo. Ho scoperto che erano seimilanovecentonovantanove. Come!? Mi sono detto, una parola in meno della media!? Com’è possibile che a una persona intelligente come me manchi una parola?


Hai smesso di strofinarmi i calli, coglione.

Mi scusi.


Naturalmente la parola sconosciuta era “no”. Fino a quel momento avevo sempre pensato che fosse una specie di verso, come un colpetto di tosse o un rutto, non mi era mai passato per la testa che potesse avere un significato.
Mentre tolgo lo sporco dalle unghie dei piedi al mio ospite, senza farmi notare, prendo il telefono e chiamo i signori Devoto e Oli.


Pronto?

Sì?

Parlo col signor Devoto o col signor Oli?

Entrambi.

In che senso?

Ha presente la Santa Trinità?

Sì.

Stessa cosa, solo che siamo in due.

Tipo un dualismo?

Solo nell’accezione filosofico-religiosa, senza la proprietà di opposizione.

Mi dice quali sono le settemila parole base?

No.

Salute.

...

Sto aspettando.

Credo che lei non ne conosca una.


La mia vita adesso è completamente cambiata. Posso passeggiare in centro senza problemi fra stuoli di accattoni, non ho più paura dei Testimoni di Geova e ho smesso di sposarmi.
È così che ho imparato a dire no.