DA CHE FACEBOOK È FACEBOOK

Io non sono su Facebook. Non è per avversione e nemmeno per snobismo, come fanno quelli che rifiutano una cosa che va di moda pensando di dimostrare la loro superiorità intellettuale. Sono quelli che quando gli chiedi “ti piace il calcio?”, “festeggi il Natale?”, “sei su Facebook?”, non rispondono “no”, ma “per carità!”, sottolineando il tutto con la tipica faccia della persona intellettualmente superiore.


Io non festeggio il Natale, non mi piace il calcio e non uso Facebook, ma non è che ne vada fiero. È così e basta: al calcio preferisco la Formula Uno, il Natale me lo scordo sempre e Facebook è incompatibile col mio carattere. Ora non sto qui a dire che tipo di carattere io abbia, visto che è già spiegato benissimo in qualsiasi testo di psichiatria alla voce “fobia sociale”, dico solo che, mio malgrado (e sottolineo sia “mio” che “malgrado”), non sono una persona socievole, il che è un limite non da poco se si tratta di social network. Anche il mondo è un social network, un immenso social network analogico con sette miliardi di utenti, e infatti io non sono nemmeno nel mondo: quando parlo con qualcuno preferisco che nessuno ascolti, se sento una cosa che mi piace non dico necessariamente “mi piace” e quando sono in pubblico evito sempre di fare faccine.
Quindi, ricapitolando, non sono su Facebook, non ci sono mai stato e, a meno che qualcuno non mi sostituisca il carattere nel sonno, non ci sarò mai. Ma non per questo disprezzo quelli che ci sono, anzi li invidio, perché possono fare cose che a me sono vietate dal codice genetico. Io non ho mai pensato che le esperienze fatte nei social network siano “virtuali”, come si diceva qualche anno fa e come dice ancora qualche Papa, anzi penso che questo luogo comune, oltre a essere offensivo come tutti i luoghi comuni, sia anche una solenne puttanata.

PREMESSA TEORETICA
(mi sono comprato anche la pipa)

Il mondo in cui una persona vive non è un mondo fatto di cose e corpi (olive, cani, Giuseppi), ma è un mondo fatto di significati e relazioni (cibi, migliori amici dell’uomo, rompipalle). Un’oliva non è un solido elissoidale prolato composto principalmente da acqua, trigliceridi e carboidrati, ma è l’ornamento dei martini. Grazie alla scienza so che l’oliva può essere usata come ornamento dei martini proprio perché è composta di acqua, trigliceridi, eccetera, ma nel mondo in cui io vivo, parlo e bevo, l’oliva è e rimarrà sempre l’ornamento dei martini, e solo con un grande sforzo di immaginazione posso riuscire a vederla come un composto di acqua, trigliceridi eccetera. Anche se la forma e la composizione chimica dell’oliva sono la causa del suo essere usata come ornamento dei martini, ciò che rende veramente l’oliva quello che è non sono gli atomi di cui è fatta, ma ciò a cui serve. L’oliva è prima di tutto un significato e poi un oggetto fisico. Allo stesso modo lo stare con una persona è prima di tutto l’insieme delle relazioni che ho con lei e poi, molto poi, l’assistere alle deambulazioni senza senso di un corpo che emette suoni più o meno gradevoli. Fine della premessa.

Stando così le cose, la socialità in un computer è reale tanto quanto la socialità in un bar: le promesse sono promesse, i litigi sono litigi e le amicizie sono amicizie, vuote e superficiali proprio come nel preteso “mondo reale”. Del resto non ho mai sentito nessuno mettere in dubbio la realtà di due chiacchiere al telefono, non vedo perché due chiacchiere su Facebook dovrebbero essere considerate “virtuali”.
Un altro luogo comune è che in un social network le persone possono spacciarsi per quello che non sono, raccontare un sacco di bugie e plagiare così le giovani menti. Ora, a parte il fatto che questa mi sembra una perfetta definizione di prete, è ovvio che se si pretende di capire una persona sentendola parlare, allora la si può capire anche vedendola scrivere. Senza contare che per capire veramente una persona non serve neanche ascoltarla, basta solo dare un’occhiata a com’è vestita o, se sta scrivendo, alla punteggiatura. La punteggiatura dice tutto di una persona, indipendentemente da quello che punteggia. Ecco per esempio la punteggiatura di uno che vuole darmi a bere di essere felice

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Altri luoghi comuni su Facebook di cui non vale nemmeno la pena parlare sono: crea dipendenza (anche il mondo), c’è poca privacy (anche nel mondo), le discussioni sono futili (anche quelle del mondo), si è in balìa del primo stronzo che passa (anche nel mondo, ma almeno su Facebook lo si può bloccare, invece nel mondo bisogna subirlo finché non si stufa o tu non muori).
Facebook ha un’unica potenziale fregatura: proprio perché è reale quanto il mondo, chi possiede Facebook possiede un pezzo di mondo. Anzi, quando la maggior parte delle interazioni umane passeranno attraverso Facebook e si farà la spesa su Facebook, si andrà in bicicletta su Facebook e anche i consigli dei ministri si riuniranno su Facebook, Facebook sarà a tutti gli effetti il mondo e il padrone di Facebook sarà il padrone del mondo. Questo non è necessariamente un problema, dipende com’è il padrone. Se si è fortunati potrebbe essere come Dio, che ha creato un mondo fatto esattamente come se non ci fosse nessun Dio. Oppure potrebbe essere un mattacchione: apri il frigo e le melanzane sono castori, entri in bagno e sei in viaggio per Bombay, accendi la tv e tutte le molecole di azoto diventano orecchiette. Potrebbe essere divertente. Di sicuro c’è poco da star tranquilli se Dio ha questa faccia