ALTRE COSE DA SAPERE SUBITO

Scusa neonato, so che hai già alle calcagna mucchi di parenti, preti e educatori, tutti smaniosi di lasciare un’impronta indelebile nel tuo povero cervellino indifeso, ma avrei ancora un paio di cose da dirti. Tanto, dopo che ti avranno calpestato la testa in cinquantamila, cosa vuoi che sia un’impronta in più o in meno?

n) Tanto per cominciare, non dare retta a tua madre. Tu non sei immortale, non sei speciale e soprattutto non sei il migliore. In niente.

o) Una delle più grosse delusioni che avrai nella vita sarà quando scoprirai che la gente è bugiarda, amici compresi. Anzi, soprattutto gli amici. Non lo fanno per cattiveria, è solo che le bugie sono molto meno faticose della verità.
Io ho scoperto un metodo infallibile per identificare le bugie: quando fai una domanda a una persona, basta che misuri il tempo (∆t) che questa impiega a rispondere, se la risposta arriva dopo un silenzio superiore alla somma dei vostri tempi di reazione e del tempo che impiega il suono a coprire la distanza (∆s) fra la tua testa e la sua, andata e ritorno, allora la risposta è falsa. Cioè una risposta è sincera se e solo se

∆t ≤ ∆tsuo + ∆ttuo + 2∆s/vs

dove ∆tsuo è il suo tempo di reazione nel rispondere, ∆ttuo il tuo nel fermare il cronometro e vs la velocità del suono.
Ora, il tempo di reazione medio di un essere umano dipende dal sesso e dall’età secondo il seguente grafico (G. Derr & I. J. Deary, 2006)


quindi, se per esempio l’interlocutore è una donna di vent’anni (∆tsuo≈0,29 s) posta a quattro metri di distanza, e tu un neonato di circa trent’anni (∆ttuo≈0,28 s), sapendo che vs≈350 m/s, si ha che ogni risposta con un tempo superiore a 0,59 secondi è sicuramente falsa. Il tempo in eccesso è il tempo che l’interlocutore impiega per prendere la decisione di mentire, tempo che nelle persone molto allenate può facilmente essere inferiore al decimo di secondo.

p) Comprati un buon cronometro.

q) Per smascherare gli ipocriti devi invece fare caso alla faccia. Non ascoltare le parole, spesso le parole distraggono da quello che la faccia dice. Guarda solo la faccia e se vedi espressioni esagerate allora quella è la faccia di un ipocrita. Il motivo è che chi non prova sinceramente un’emozione ma vuole darti a intendere che la sta provando, cercherà di darsi un surplus di emozione, ma non avendo a disposizione uno specchio per dosarla, quest’emozione artificialmente erogata finirà col deformargli la faccia, come succede agli attori mediocri.
Le persone di cui fidarsi hanno questa faccia


non questa


r) Sapere tutto è tipico delle persone che non sanno niente.

s) Sospetta sempre di chi usa la parola “dignità” (dignità della vita, dignità del lavoro, dignità del farsi prendere a sberle), di solito è gente che vuole fregarti.

t) La cosa che piace del bel tenebroso è il “bel”, non il “tenebroso”. Se non rientri nella categoria “bel”, evita.

u) Alle scritte sulle magliette non è necessario rispondere.

v) L’unica cura naturale è lasciar perdere.

z) Come avrai presto modo di notare, molte persone sono come i terremoti: arrivano all’improvviso, fanno un sacco di rumore e pretendono di scombinarti la vita come pare a loro. Opporre resistenza è inutile. L’unica cosa da fare è accucciarsi sotto il tavolo e aspettare che passino.

(j e k)

COSE DA SAPERE SUBITO

Ci sono cose che avrei voluto sapere subito invece di impiegare anni a impararle da solo. Appena uno nasce bisognerebbe dargli l’elenco delle cose da sapere e dirgli: “toh, da qui in poi fai tu”. Per questo ho deciso di divulgare le ovvietà che ho imparato a mie spese e con grande fatica, sottraendo tempo prezioso alla ricerca di nuove tecniche di rotolamento sul divano. Mi rivolgo soprattutto ai neonati. Ascoltatemi bene, bambini, dovete assolutamente sapere che:

a) Quando una donna dice “tu mi lusinghi”, dice “no”. Non bisogna insistere. Insistere si chiama “violenza sessuale” e la violenza sessuale è reato, salvo decreti dell’ultim’ora.

b) Quando un uomo dice “no”, non dice niente. Basta riuscire a prenderglielo in mano ed è fatta. La violenza sessuale delle donne sugli uomini non esiste.

c) Chi ti deride per scherzo è uno che vorrebbe deriderti sul serio ma non ne ha il coraggio. Il contesto scherzoso gli serve solo per deriderti senza correre rischi. Questa informazione è particolarmente utile non tanto per sapere quando è il caso di offendersi (offendersi è stupido), ma per conoscere meglio chi si ha davanti.

d) Offendersi è stupido.

e) Una persona che ti accusa senza fondamento di qualcosa è una persona che abitualmente fa quel qualcosa. Per esempio, uno che insinua che dici bugie è uno che dice bugie, uno che sospetta che tu lo voglia fregare è uno che abitualmente cerca di fregarti, e così via. Questa cosa e quella detta al punto c) sono molto utili per capire alla svelta le persone e fanno risparmiare un sacco di scocciature, delusioni e soldi. È come se le persone diventassero trasparenti e si riuscisse a vedere quello che hanno dentro: milza, polmoni, pancreas e due o tre etti di cacca.

f) Appena imparerai a parlare ti verrà subito voglia di buttarti in qualche disputa verbale pensando che sia divertente o addirittura utile. Te lo sconsiglio, ma se proprio ci tieni ricorda sempre questo: la stragrande maggioranza della gente non argomenta, ma la spara e poi fa il tifo per se stessa.


Che film di merda.

A me è piaciuto.

Si vede che ti piacciono i film di merda.

Ma, scusa, e le scene d’azione? È difficile trovare scene d’azione così --

Di merda.

Però gli attori erano bravi.

Merde.


Discussioni di questo tipo possono essere utili solo per sfogare la propria aggressività, ma in tal caso bisogna saperle affrontare con la giusta dose di sarcasmo, disprezzo e urla belluine.

g) Una cosa su cui ti arrovellerai spessissimo, caro mio piccolo feto appena espulso, è sapere se un amico è veramente un amico. Io ho elaborato un test infallibile e ora te lo dirò gratis. Perché sono buono? No.
Fase 1: racconta al candidato amico un tuo successo personale, non importa che sia grande o piccolo, basta che ti mostri soddisfatto di te stesso. Se il candidato non dà il minimo segno di gioia, non fa nessuna domanda e lascia cadere il discorso come se niente fosse, vuol dire che: o non è tuo amico o è solo molto preso da sé.
Fase 2: racconta al candidato una cosa che ti è andata male e che ti ha deluso. Se quello inizia a fare domande a raffica, vuole sapere tutti i dettagli e pretende che gliela racconti più e più volte come fanno i bambini con le loro favole preferite, vuol dire che non è molto preso da sé.

h) Se ti sminuisci ti prendono subito in parola.

i) Le critiche non sono attacchi. Questo segnatelo sulla retina.

l) La maggioranza ha sempre torto, e le poche volte che ha ragione è per il motivo sbagliato.

m) Le persone che ti danno dei consigli vogliono solo renderti simile a loro. Prima di seguirli verifica che ne valga veramente la pena.

(n-z)

AUTONIENTE

Inauguro un nuovo genere letterario: l’autobiografia di chi ha tanta auto, ma poca biografia.

GIANDOMENICA PAPPALAZZI
Scrittrice, artista, pedone e molto altro, è nata a Budrio nell’anno 1 d.G.P., dove si è laureata con una tesi su se stessa dal titolo “110 e lode”. Dopo gli studi ha insegnato italiano al gatto e ha svolto con profitto l’attività di imitatrice di scrittori famosi. Si è occupata anche di legalità e galateo, ed è una dei più attivi membri dell’associazione “Giandomenica Pappalazzi for president”, fondata da sua madre e dall’imitazione di Umberto Eco. Scrive romanzi, racconti, poesie e molte altre combinazioni di parole. I suoi testi, dopo un’attenta e accurata selezione, hanno avuto l’onore di essere pubblicati integralmente sul prestigioso sito www.giandomenicapappalazzi.org. Nel tempo libero si dedica a varie attività corporee senza scopo di lucro, quali: alzarsi dal letto, camminare in tondo, rotolarsi sul tappeto.
Vincerà il Nobel.

PROSERPINA BURCHIONE
Nata a Trogolo Sbudella, città d’arte, ha frequentato un master quinquennale presso le scuole elementari di Chiappano. Qui, sotto la guida del maestro Carlo, si è subito distinta per l’ortografia e la sorprendente pulizia delle unghie. Grande esperta di Molise, una delle regioni d’Italia meno esplorate, è dotata di occhiali molto costosi e di uno spiccato senso dell’orientamento. Segue principalmente due ambiti espressivi: la letteratura gestuale e la musica del corpo, ed è proprio in quest’ultima disciplina che ha raggiunto i maggiori risultati: sulle orme dell’enciclopedismo bachiano ha sistematicamente esplorato tutte le possibili sonorità ottenibili da combinazioni di legumi, latticini e antibiotici, ottenendo svariati riconoscimenti anche da parte di persone diverse da se stessa. Ha inoltre tenuto numerose conferenze telepatiche dal loggione del Teatro Regio di Parma.

GIUSEPPE SPIPPOLI
Ha frequentato il Liceo Scientifico “Michelangelo”, uno dei più grandi artisti di tutti i tempi, dove ha fatto scalpore con il suo rifiuto di conseguire la maturità per protesta contro la sua non ammissione alla maturità. Personalità eclettica e poco incline al conformismo, ha collaborato per diversi anni con il Mart di Rovereto, per il quale ha realizzato memorabili performance artistiche come la pulizia dei vetri, il passaggio dello straccio e la rincorsa del topo. Una delle sue opere più controverse e provocatorie gli è costata l’estromissione dal museo: la pennichella nel ripostiglio. Attualmente la sua attività artistica si divide fra la pittura delle unghie della madre, la realizzazione di sculture in mollica molto apprezzate dai commensali e la progettazione di numerosi castelli in aria.

MARIO SMANAZZONI
Si forma come mangiatore di cozze presso il ristorante “Nuova Lipari” di Montefiascone, ma è nel campo dell’audiovisivo che riesce a esprimere appieno la sua creatività. Ha studiato Teoria del Cinema presso le più importanti tv italiane (Rai 1, Rai 2 e così via), apprendendo rapidamente l’arte del montaggio col telecomando. Ha scritto, diretto e interpretato vari film per il popolare network Youtube. Così scrivono di lui:

polly9000: uhauahuahauha

glaubritius: noooo mii!!!!1!!!11 grande

fede98: <3

Nel 2008 ha partecipato alla Mostra del Cinema di Venezia in qualità di spettatore, e ha avuto l’onore di conoscere personalmente uno dei più grandi attori della storia del cinema: Lando Buzzanca, il quale, su un foglietto strettamente riservato, gli ha confidato: Lando Buzzanca.
Possiede una bicicletta da corsa.

FABIO GENIALE
Nome d’arte di Fabio Flipper. È sposato con una donna laureata in filosofia, gode di buona salute e ha un cane di nome Mendeleev. Scienziato e artista allo stesso tempo, ha compiuto numerose ricerche in ambito riproduttivo e ha realizzato opere in acqua e carbonio di pregevolissima fattura: Giuseppe Flipper, Laura Flipper e Elisabetta Flipper, quest’ultima dotata di piedi con sei dita. Sperimentale. Alcuni suoi spermatozoi sono usciti sulle più importanti riviste di moda e biancheria intima lasciando un segno indelebile.
Ha inventato il sesso nasale.

LORIS BUSATTO
Loris Busatto.

ESEGESI

INVIDIA: LA TEORIA DEFINITIVA

SOMMARIO
Stabilito che la parola “invidia” ha senso solo se usata per riferirsi al comportamento e non alle convinzioni dell’invidioso, ho qui descritto tutte le manifestazioni dell’invidia per mezzo della Matrice della Simpatia, nell’approssimazione che le persone siano in buona fede. Questo mi ha permesso di riconoscere come causa fondamentale dell’invidia un preciso stato d’animo che ho chiamato Superba Insicurezza. Quindi ho elaborato un modello per calcolare l’intensità dell’invidia in base a tre grandezze: la superbia dell’invidioso, l’insicurezza dell’invidioso e la distanza dell’invidiato. Ho chiamato questo modello Legge dell’Invidia Universale.

1. CHE COS’È L’INVIDIA?
Invidioso è chi si comporta da invidioso. Non importa che motivazioni abbia e come giustifichi il suo comportamento: se uno si comporta da invidioso è invidioso, così come è pazzo chi va in giro senza mutande a leccare le rotelle dei cassonetti, sia che lo faccia perché convinto di essere un barboncino sia che lo faccia per semplice provocazione. Ciò che definisce una persona è il suo comportamento, non le sue motivazioni, e il comportamento dell’invidioso consiste nel:
1) Parlare sempre volentieri dei propri successi.
2) Ascoltare malvolentieri i successi altrui.
3) Non parlare mai dei propri insuccessi (non esistono).
4) Ascoltare molto volentieri gli insuccessi altrui facendo tante domande e fregandosi continuamente le mani.
5) Accanirsi nel criticare gli altri con rabbia e gioia allo stesso tempo (come un cane che si gratta).
6) Non sopportare le critiche.
7) Cedere facilmente alle lusinghe.
8) Ostentare indifferenza verso i successi altrui, che non è la stessa cosa che essere indifferenti ai successi altrui. Questa è l’indifferenza:


Mario si è preso la Porsche.

Oddio, spero sia curabile.

È una macchina.

Ah, okay.


Questa invece è l’ostentazione dell’indifferenza:


Mario si è preso la Porsche.

Perché lo dici come se me ne dovesse fregare qualcosa?


In sintesi gli invidiosi sono quelle persone che quando hanno a che fare con ciò che ritengono, a torto o a ragione, un successo o un insuccesso proprio o altrui reagiscono secondo la seguente tabella, detta Matrice della Simpatia (Si,j)


Chiedersi perché una persona si comporti secondo la Matrice della Simpatia può essere importante per capire cosa la induca a essere invidiosa, ma non per stabilire se è invidiosa o no, perché l’invidioso è proprio chi si comporta secondo la Matrice della Simpatia.

2. PERCHÉ UNA PERSONA SI COMPORTA SECONDO LA MATRICE DELLA SIMPATIA?
Di sicuro non perché lo ha deciso, altrimenti ogni invidioso sarebbe consapevole di essere invidioso e potrebbe sforzarsi di non darlo a vedere, invece gli invidiosi sono sempre così plateali che fanno quasi tenerezza (quasi). Quando l’invidioso dice che la Porsche di Mario fa schifo perché è un modello vecchio, il bianco si sporca subito e dietro si sta stretti, è sincero, non sta mentendo per nascondere il fatto che in realtà venderebbe tutte le madri a sua disposizione pur di avere un tergicristallo della macchina di Mario, quella macchina gli fa veramente schifo e i difetti che dice sono reali, almeno per lui, cioè sono tali da trasformare un potenziale successo altrui in un effettivo insuccesso, ma ciò non toglie che sia invidioso, e la dimostrazione è che nell’elencare quei difetti prova un grande piacere:

S2,2 = >:)

Se poi arriva Luigi e fa presente che Mario si è appena schiantato a duecento all’ora contro un panzer dei carabinieri, l’invidioso si lascerà scappare un gridolino di piacere e il suo interesse per la carcassa della Porsche di Mario aumenterà improvvisamente:

S4,2 = :D

Dopodiché inizierà a dire che con la sua 500 Abarth una cosa del genere non sarebbe mai successa

S1,1 = :)

E così via.
L’invidioso si comporta come si comporta non per un subdolo stratagemma, ma per la sua convinzione di essere il migliore unita alla paura di non esserlo. Solo la nefasta unione di questi due sentimenti opposti (superbia e insicurezza) permette di capire perché l’invidioso si comporti in un modo così straordinariamente simpatico. Per rendersene conto basta prendere uno per uno gli elementi Si,j e vedere come tutti si spieghino facilmente in termini di una Superba Insicurezza. Per esempio S1,2:
- X si sente superiore a Y.
- Y ottiene un successo personale.
- X ritiene di avere ottenuto successi molto più importanti, ma ha paura che Y possa montarsi la testa e magari addirittura pensare di non essere inferiore a X (le persone insicure sono sempre molto preoccupate dell’opinione altrui).
- X deve far capire a Y nel modo più chiaro possibile che a lui quel successo non interessa.
- :|

3. PERCHÉ L’INVIDIA È INCONSAPEVOLE?
Le persone che dicono apertamente di essere invidiose in realtà non lo sono, stanno solo facendo un complimento al supposto invidiato. Un invidioso non direbbe mai di essere invidioso, e non perché non voglia ammetterlo, ma perché non sa di esserlo. Questa inconsapevolezza è dovuta al fatto che la Superba Insicurezza è uno stato d’animo, non un ragionamento, e come tutti gli stati d’animo non è mai una scelta ma una cosa che capita, e soprattutto è selettiva: quando un invidioso giudica un’altra persona lo fa sinceramente, ma sempre con la speranza di trovare dei difetti e la paura di trovare dei pregi (cioè il contrario di quando giudica se stesso), quindi è inevitabile che nel giudicare gli altri troverà sempre molti più difetti che pregi, per il semplice fatto che è molto più facile trovare quello che ci rende felici che quello che ci rende tristi. In sintesi l’invidioso non si sente invidioso per due motivi: primo, non ha mai deciso di esserlo, secondo, non desidera ciò che invidia, ma sinceramente lo disprezza o lo ignora.

4. LEGGE DELL’INVIDIA UNIVERSALE
La forza (F) con cui l’invidioso invidia una persona a distanza r può essere espressa dalla legge


Ciò significa non solo che una persona è tanto più invidiosa quanto più è superba e insicura, ma anche che l’invidia può essere forte tanto in una persona molto superba e poco insicura quanto in una persona poco superba e molto insicura, solo che saranno due tipi di invidia diversi: nel primo caso (superbia>insicurezza) spiccherà l’indifferenza, nel secondo (superbia<insicurezza) spiccherà il disprezzo.
Il fatto che F dipenda dall’inverso del quadrato di r significa che l’invidia, a parità di superbia e insicurezza, è tanto più forte quanto più la persona invidiata è vicina (amici, colleghi di lavoro, vicini di casa, eccetera) e tende rapidamente a zero man mano che il potenziale invidiato è meno presente nella vita dell’invidioso, cioè meno minaccioso per la sua autostima.


L’invidia si rivolge verso le persone che si vedono tutti i giorni in ascensore o con cui ci si accapiglia alla macchinetta del caffè, non verso i Presidenti del Consiglio. Un Presidente del Consiglio può essere invidiato solo da chi ambisce alla Presidenza del Consiglio, non dalle persone che lo insultano per strada. Queste, può star tranquillo, lo disprezzano genuinamente.
Si noti incidentalmente che per r = 0 si ha l’apparente paradosso di una persona che prova un’invidia infinita per se stessa. In realtà non si tratta di un paradosso, ma della migliore definizione esistente di egolatria (a parte ovviamente quella del dizionario).
Infine osserviamo che, sempre in base alla Legge dell’Invidia Universale, esistono tre tipi di persone che non provano invidia per nessuno (F = 0):
1) Gli sbruffoni (superbia ≠ 0, insicurezza = 0).
2) I complessati (superbia = 0, insicurezza ≠ 0).
3) I saggi (superbia = 0, insicurezza = 0).

5. CONCLUSIONI
Questa teoria è importante non solo perché chiarisce finalmente come mai sia più facile essere apprezzati dagli sconosciuti che dagli amici, ma soprattutto perché, grazie alla Matrice della Simpatia, permette a chiunque di rendersi facilmente conto se sia invidioso oppure no. Per farlo basta porsi alcune semplici domande: sgocciolo di rabbia a ogni minima critica? Vado in letargo appena qualcuno viene elogiato in mia presenza? Godo nel parlar male degli insuccessi altrui? Eccetera. In questo modo ognuno potrà evitare spiacevoli figuracce a sé e inutili supplizi agli altri, contribuendo così attivamente a far diventare il mondo un posto dove tutti possano finalmente rendersi conto, serenamente e senza traumi, di non essere niente di speciale.

GABBIE E UCCELLI

UN TEMA PIÙ DIFFICILE

Federico II di Prussia aveva tutto per essere felice: un bel castello, una moglie obbediente e tanto tempo libero. La mattina si alzava quando voleva, pranzava e cenava come al ristorante, giocava a Risiko con gli esseri umani e tutti lo chiamavano “Federico il Grande”, anche se era alto solo uno e sessantadue. Ciò nonostante Federico II era sempre di cattivo umore. Nessuno capiva perché, nemmeno il suo psicanalista.


Perché siete di cattivo umore, Maestà?

Non sono di cattivo umore, imbecille.

Giusto, Maestà. Perché siete di buon umore?

E a te che ti frega?

Sono il vostro psicanalista.

Tu?

Per servirvi, Maestà.

No, tu sei il mio cavallo.

Sì, Maestà.

Nitrisci.

Iii-ih, Maestà.


Federico II era un uomo con tante qualità. Per esempio suonava il flauto molto bene e sapeva comporre sonate, concerti e un po’ tutti i generi musicali dell’epoca. Certo niente di eccezionale, ma era comunque musica piacevole e scritta con una certa intelligenza. Il suo maestro Johann Joachim Quantz, il più grande flautista del Settecento, gli faceva sempre moltissimi complimenti, tutti alla modica cifra di duemila talleri l’uno. Chiunque sarebbe stato soddisfatto di sé, chiunque tranne Federico II.


Buonanotte, amore.

Buonanotte, Elisabetta Cristina di Braunschweig-Wolfenbüttel-Bevern.

Non vieni a dormire?

Suono ancora mezz’ora e poi arrivo.

È un po’ tardi.

Non vorrai lamentarti della bolletta delle candele? Posso permettermela, okay?

Veramente non ho detto niente.

Ma l’hai pensato.

Perché sei sempre di cattivo umore, Federico?

Primo: io non sono di cattivo umore, secondo: sei licenziata.


Suonare era l’unica cosa che lo faceva stare veramente bene. Quando suonava si dimenticava di tutto: mogli, diplomatici, eserciti, tutto quanto. Ogni pensiero spariva e lui non era più Federico II di Prussia, ma un flauto. Era così riposante essere un flauto: le note uscivano da sole senza nessuno sforzo e non c’era niente a cui pensare, bisognava solo ascoltarsi. L’unico problema era che quando smetteva di suonare il cattivo umore era ancora lì, seduto in poltrona con le gambe incrociate.


Allora, Maestà, andiamo a dormire?

No.

Le mie dita non rispondono più ai comandi.

Certo, le tue dita rispondono ai miei comandi.

Sì, Maestà.

Suonami ancora questo pezzo e poi vai dove ti pare.

È una nuova sonata?

L’ho finita ieri. Mi raccomando i ritornelli.

Sì, Maestà.

Tutti da ripetere quindici volte, come piace a me.


Un altro dei tanti privilegi di Federico II era che al suo servizio non aveva un clavicembalista qualsiasi, ma un figlio di Bach in persona, e non Gottfried Heinrich, quello ritardato, ma Carl Philipp Emanuel, per gli amici Cipié. Gli aristocratici erano così, sperperavano i loro beni in arte e sapere, invece i governanti democraticamente eletti li sperperano in calcio e puttane.


Allora, Cipié, ti è piaciuta?

Le vostre sonate migliorano a vista d’orecchio, Maestà.

Hai notato il tema dell’allegro? È ricavato dalla mia iniziale? F F F F F, pausa, F F F.

Bellissima sonata, davvero. Non al livello di quelle di mio padre, ma molto bella.

Oh, scusa. Mi si è accidentalmente spaccato il flauto sulla tua testa.


Non importa quanti soldi hai, quante guerre hai vinto, quanta gente ti aduli, basta che uno abbia un capello in più di te e subito esplode l’invidia, ma silenziosamente, senza che l’invidioso se ne accorga. L’invidioso non è come il Salieri di Milos Forman che si rotola per terra urlando “dio mio, quanto sono invidioso!”, l’invidioso non sa di essere invidioso, sa solo di essere di cattivo umore. Questo perché l’invidia non è la conclusione di un ragionamento ma uno stato d'animo, e come tutti gli stati d'animo arriva senza chiedere il permesso e si installa davanti agli occhi come un paio di occhiali arancioni. Per l’invidioso non è lui a essere invidioso, è il mondo che è arancione. L’invidia non si manifesta come desiderio della cosa invidiata, ma come astio verso chi la possiede, un astio completamente irrazionale a cui l’invidioso cerca di dare motivazioni posticce: “si dà un sacco di arie”, “ha una risata fastidiosa”, “le sue fughe sono tutte scopiazzate da Händel”, eccetera. Se Bach fosse stato un Regno, Federico II gli avrebbe dichiarato guerra, ma come si poteva dichiarare guerra a un povero vecchio? I libri di storia avrebbero fatto molta fatica a descrivere con la necessaria enfasi l’impresa eroica di Federico il Grande che con soli mille uomini espugna l’appartamento del povero vecchio: la gloriosa Guerra dei Sette Secondi. I posteri non avrebbero capito. Quindi che fare?
Se Federico II avesse ascoltato con attenzione la musica di Bach e si fosse detto “Bach è meglio di me”, allora non sarebbe stato invidioso, magari sarebbe stato triste, frustrato, avvilito o al contrario stupito, incuriosito, stimolato, ma di sicuro non invidioso. Quello che gli rovinava la vita non era il desiderare un talento che non poteva avere, ma l’avere paura di desiderarlo, quindi finché poteva cercava di non ascoltare Bach, e quando proprio non poteva non ascoltarlo cercava di convincersi che non valeva un gran che. Tutto questo preventivamente, cioè senza essersi mai esplicitamente chiesto se veramente volesse essere Bach. In un certo senso l’invidioso invidia tutto, sia le cose che vuole sia quelle che non vuole, perché la sua invidia lo annebbia prima che possa farsene un’idea.
La sera del 7 maggio 1742, Johann Sebastian Bach viene invitato a esibirsi in pubblico nel palazzo d’estate di Federico II a Potsdam. Federico II lo accoglie nel modo più cortese possibile e subito ordina che gli vengano portate le pattine migliori, ma siccome Bach fa molte riverenze e continua a inginocchiarsi, gli fa portare un paio di pattine anche per le mani, in modo che possa entrare nella sala da musica camminando comodamente a quattro zampe. Nella sala ci sono tutti: musicisti, ufficiali, nobildonne e tutta un’indistinta tappezzeria di intellettuali a caccia di uno stipendio (questi non mancano mai). Il piano di Federico II era semplice: dare a Bach un tema, chiedergli di improvvisare una fuga e far vedere a tutti che non era capace, ah ah ah (“ah ah ah” faceva parte del piano). Per sicurezza il tema doveva essere opportunamente lungo, incoerente, irregolare e pieno di cromatismi.


Bach lo ascolta senza fare commenti e subito si siede al clavicembalo.


No, non lì.


Federico II gli indica un altro strumento, una cosa mai vista: una specie di cassa da morto a rotelle, coi pedali come un organo ma meno numerosi di quelli di un organo, e una strana tastiera coi tasti tutti invertiti, quelli bianchi neri e quelli neri bianchi. Cioè un pianoforte. Bach interpreta tutto come un segno di grande considerazione nei suoi confronti, dopotutto solo al musicista migliore si possono chiedere certe cose. Si siede al piano e senza neanche prendere fiato attacca la fuga.
Non solo quel vecchio mezzo cieco e con le dita a forma di würstel riesce a improvvisare una fuga coerente, ma quella fuga era anche, particolare non trascurabile, meravigliosa. Non era tutta un plin plin come la musica che si sentiva in giro, piacevole quanto si vuole ma pur sempre un plin plin, quella musica era un discorso, un bellissimo dialogo a tre voci con le note al posto delle parole.


Non male, ma una fuga a tre voci sono capaci tutti.

Vostra illustrissima Grazia, tre voci è il numero adatto per un tema come quello che vi siete magnanimamente degnato di sottopormi, tema peraltro eccellente.

Basta coi convenevoli, vecchio. Suonami una fuga a quattro voci.

Ne sarò onoratissimo, Vostra Imperitura Sovranità.

Volevo dire cinque.

Cinque voci?

Troppo difficile?

Farò del mio meglio, Vostra Impareggiabile Simpatia.

Sei.


Scrivere una fuga a sei voci è come fare venti metri al salto con l’asta senz’asta, improvvisarla significa semplicemente violare le leggi della fisica. Bach, che era molto rispettoso delle leggi della fisica, chiede cortesemente il permesso di tornarsene a casa per poter degnamente soddisfare quella “interessantissima” richiesta. Federico II acconsente e, volgendosi verso i suoi ospiti, proferisce solennemente le seguenti parole “ah ah ah!”.
Ma l’euforia dura poco. Già il giorno dopo il morale di Federico II se ne era tornato diligentemente al suo posto. Era come se da qualche parte nel suo cervello, in un angolino buio e irraggiungibile sotto strati e strati di cavilli, mascheramenti e autoraggiri, si nascondesse la verità. E la verità era: Bach è meglio di me. Dopo una settimana stava peggio di prima: non dormiva, non mangiava, non impiccava, non faceva più niente, non riusciva nemmeno a suonare. Ogni volta che prendeva in mano il flauto si vedeva subito davanti la faccia di Bach e gli passava la voglia. Avrebbe dovuto dargli un tema più difficile. Per distrarsi un po’ non sapeva se andare quindici giorni al mare o dichiarare guerra alla Sassonia. Purtroppo quello che Federico II non sapeva era che l’unica cosa che poteva veramente tirarlo su di morale era scendere in quell’angolino buio e riesumare la verità, magari avrebbe scoperto che non era poi così desiderabile essere un vecchio cieco, obeso e un po’ bifolco. Magari avrebbe scoperto che alla fine è molto meglio ascoltare Bach che esserlo.
Il colpo di grazia arriva a metà luglio, quando il postino di corte gli consegna con la massima urgenza un manoscritto da Lipsia.


Lipsia, hai detto?

Sì, Maestà.

Non è per me.

Ma c’è scritto “a sua Maestà Re di Prussia Federico II”, guardi.

No, non c’è scritto “Federico II”, c’è scritto “Federicoii”.

Federicoii?

Sì.

E chi sarebbe?

Non ne ho idea, sei tu il postino.

Quindi voi non siete il Re di Prussia, Maestà?

No.

E chi è, allora?

Sei tu.

Io?

Sì, non sei contento?

Non saprei...

Vedrai come sarà felice tua moglie.

Io non sono sposato.

Bravo, ancora meglio. Ora fuori dalle palle, Maestà


La mattina dopo Federico II si ritrova il manoscritto a colazione, infilato sotto il vassoio dei krapfen. Siccome Bach era una persona molto scrupolosa, ne aveva data una copia anche a Cipié. In quel manoscritto non c’era solo la fuga a sei voci, ma anche una sonata per violino e flauto e una serie di canoni in cui il tema originale veniva trattato e combinato in tutti i modi possibili, e anche un po’ in quelli impossibili, come se si fosse trattato di un motivetto qualsiasi. In pratica Bach lo stava sbeffeggiando. Come aveva fatto a scrivere tutta quella roba in appena due mesi quando lui aveva impiegato tre settimane solo a scrivere il tema? Sicuramente non doveva essere un gran che come musica, peccato non avere il tempo di verificarlo. Federico II si alza da tavola coi baffi ancora sporchi di caffelatte e va a mettere quei preziosissimi fogli al sicuro nell’immondizia. Mentre sta per aprire il bidone nota però un piccolo canone a due voci, abbastanza breve da poter essere apprezzato con un solo colpo d’occhio, un piccolo e apparentemente innocuo canone in cui una voce viene sovrapposta alla versione retrograda di se stessa e, cosa strana, funziona.


Visto che roba, Maestà?

Buongiorno, Cipié.

Questo canone è uguale sia suonato da sinistra a destra che da destra a sinistra.

Non ha proprio un cazzo da fare tuo padre.

L’ha composto mentre faceva la doccia.

Il tema era troppo facile.

Mio padre dice che la musica non è una gara di bravura.

Oh, scusa. Mi si sono accidentalmente spiaccicati tutti i krapfen sulla tua faccia.


Bach non aveva neanche chiamato la fuga “fuga”, ma “ricercare”. Che vecchio pedante. Federico II aveva impiegato tutto il pomeriggio solo a scoprire cosa volesse dire (al tempo non c’erano Google e Wikipedia, altrimenti ci avrebbe messo molto di più). Anche se il manoscritto conteneva l’acrostico RICERCAR: Regis Iussu Cantio Et Reliqua Canonica Arte Resoluta, Federico II sapeva bene che in realtà Bach voleva dire: Re Incapace e musiCalmente poco dotato lascia pERdere la musiCA e datti a qualcosa più alla tua portata, tipo il paRrucchiere.
A questo punto non restava che una cosa da fare: un tema più difficile.


(Teoria)

CAMMINARE

NEL REGNO DEGLI ANIMALI

Uno dei motivi per cui mi piace andare in montagna è che si vedono animali che di solito si incontrano solo nel piatto. Come le mucche,


le pecore,


 o i maiali.


Mi viene l’acquolina solo a guardarli. Se poi si è fortunati si possono incontrare anche veri e propri animali selvatici allo stato brado, come le formiche.


Ma l’animale in assoluto più strano di tutti è sicuramente l’homo merendero merendero, volgarmente detto spaccamaroni, se proprio si vuole insultarlo, se no merendero e basta. Ecco due esemplari che saltellano indisturbati fra i pini mughi.


A differenza di altri animali selvatici il merendero non scappa quando sente un rumore, anzi si precipita. Lui stesso leva al cielo frequenti e assordanti muggiti, probabilmente per segnalare la propria presenza a eventuali merendero su Marte. Certamente non ha predatori da temere, essendo le sue carni intrise di una sostanza non commestibile detta crema solare, che secerne in grosse quantità da tubetti esocrini. Per tutti questi motivi è quindi molto facile avvicinare un esemplare di merendero e fotografarlo, e in qualche caso è anche possibile toccarlo, ma attenzione: potrebbe farsi strane idee.
Come si vede in questa foto,


il merendero è dotato di una voluminosa gobba simile a quella dei dromedari, nella quale immagazzina acqua e sostanze nutritive che gli consentono di percorrere anche fino a quindici metri senza fare uno spuntino. Si nutre principalmente di marmotte, caprioli, cervi, camosci, aquile reali, stambecchi, orsi polari e in genere tutto ciò che si muove, purché morto e comodamente infilato in un panino.
Le sue zampe posteriori sono ricoperte di un duro strato di pelle e poggiano su zoccoli spessi e dentellati,


permettendogli così di fare presa su terreni accidentati e spappolare più agevolmente erba e fiori. Invece le zampe anteriori sono sollevate da terra e non partecipano alla deambulazione (un po’ come quelle dei tirannosauri), anche se molti esemplari hanno col tempo sviluppato delle sottili propaggini lunghe fino a terra grazie alle quali riescono a camminare come normali quadrupedi (o tirannosauri con le stampelle).


Come ho potuto constatare di persona, il merendero si sposta sempre in branchi, in coppia o al limite con i propri cuccioli, mai da solo. Per qualche motivo questo animale sembra terrorizzato dalla solitudine, cosa che cerca di evitare con ogni mezzo, compreso l’iPod. Le origini di questa paura non sono ancora note, anche se gli studiosi ritengono che la spiegazione potrebbe nascondersi in questi strani segni sulle rocce.


Un’altra fondamentale differenza con gli altri animali di montagna è che il merendero non vive in montagna. Vive normalmente a fondo valle e sale in montagna solo per nutrirsi, secondo un comportamento che può essere così schematizzato


Ecco per esempio un pascolo di merendero a circa duemilacinquecento metri.


Non è straordinaria la natura? Sì, lo è, e anche il merendero non è poi così male.
Questa specie è molto diffusa su tutte le Alpi e in particolar modo sulle Dolomiti, data la maggiore concentrazione di snack e tramezzini. Qui i merendero si ammucchiano in grandi quantità durante la cosiddetta stagione delle ferie, finita la quale rientrano nelle loro tane in città, si riproducono e l’anno dopo tornano più numerosi di prima. Guardandoli scorrazzare liberamente sui pendii montani e muggire felici sotto il sole, verrebbe tanta voglia di prenderne uno, scuoiarlo e usarlo come tappetino del bagno, ma purtroppo non si può. Pare che la caccia al merendero sia vietata. Strano, ce ne sono così tanti.

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