LA MONTAGNA SQUALLIDA
La montagna mi piace per tanti motivi, un po’ per i motivi per cui piace a tutti: le salite, i precipizi, il vento gelido, eccetera, ma prima di tutto, molto abbondantemente prima, mi piace perché è l’unico posto dove riesco a sentirmi solo. Intendo l’unico posto a me accessibile. Sicuramente mi sentirei più solo su Titano, ma sfortunatamente lì non ci sono alberghi a mezza pensione. Con questo non voglio dire che sentirsi soli sia una sensazione piacevole, e infatti è una sensazione che mi piace non per la sua piacevolezza, ma perché è la verità: tutti sono soli e non hanno idea di dove sono, ma si sentono fra amici in un posto familiare, e se per caso capita di sentirsi soli, raro momento di lucidità, basta mettere un po’ di musica. A questo serve la musica nei locali pubblici: a non lasciare trapelare la verità dal silenzio fra una parola e l’altra.
Io vado in montagna per sentirmi solo, anche se non ci vado mai da solo. Preferisco sempre avere qualcuno con cui condividere la mia solitudine. “Solo” non semplicemente nel senso di “senza gente intorno”, per questo basta chiudersi nello sgabuzzino, ma nel senso di “capitato non so come su un pianeta sconosciuto”. È una sensazione che dura poco, un secondo o anche meno, ma a volte, quando a perdita d’occhio vedo solo pietra, ghiaccio e strani organismi verdi non deambulanti, di colpo mi rendo conto di essere solo su tutto il pianeta. Certo mi ricordo che da qualche parte nel sistema solare c’è un pianeta abitato da certi homo qualcosa qualcosa, ma di sicuro non può essere questo. Qui ci siamo solo io e questo papavero giallo. Peccato poi arrivare in cima e trovare la folla: quelli che ululano, quelli che telefonano, quelli che si rimpinzano, quelli che fanno pisciare il cane e quelli che guardano la nuca di quelli che guardano la nuca di quelli che guardano la nuca di quelli che guardano il panorama, ma nella direzione sbagliata.
Si dice che le Dolomiti siano le montagne più belle del mondo, ma non è vero. Primo perché l’altopiano del Colorado è più bello, secondo perché non sono montagne ma solo una squallida periferia di città fatta a forma di montagne. Almeno le Dolomiti molto affollate, che poi sono la maggior parte delle Dolomiti. La causa dello squallore delle Dolomiti non è che sono piene di gente, ma che sono piene di gente che vocia, sbraita, straparla, rumoreggia, sghignazza e in generale si comporta come se fosse in una squallida periferia di città. In pratica tutto quello che questa gente fa a Novoli o a Borgo Panigale lo fa anche in montagna, solo con un paio di bastoncini da trekking. Sulle Dolomiti tutto è accuratamente predisposto e organizzato perché chi ama le periferie possa trovarsi a proprio agio anche in montagna: alberghi kitsch, parcheggi ad alta quota, sentieri asfaltati, rifugi come mense aziendali e soprattutto tante, tantissime funivie. Ci sono quasi più tralicci che alberi e, contrariamente a quello che si pensa, tutto questo non serve a portare comodamente la gente in cima alle montagne, ma a rendere le montagne squallide come una periferia. Si dice che i Tirolesi, i Ladini e altri popoli più o meno immaginari tengano molto alle loro montagne, ma a giudicare da come le hanno ridotte direi che tengono molto di più al loro conto in banca.
Eppure, nonostante tutto ciò, persino sulle Dolomiti si può trovare qualche posto che assomigli a una montagna. Basta prendere una qualsiasi guida con le escursioni consigliate e evitarle tutte.
Io vado in montagna per sentirmi solo, anche se non ci vado mai da solo. Preferisco sempre avere qualcuno con cui condividere la mia solitudine. “Solo” non semplicemente nel senso di “senza gente intorno”, per questo basta chiudersi nello sgabuzzino, ma nel senso di “capitato non so come su un pianeta sconosciuto”. È una sensazione che dura poco, un secondo o anche meno, ma a volte, quando a perdita d’occhio vedo solo pietra, ghiaccio e strani organismi verdi non deambulanti, di colpo mi rendo conto di essere solo su tutto il pianeta. Certo mi ricordo che da qualche parte nel sistema solare c’è un pianeta abitato da certi homo qualcosa qualcosa, ma di sicuro non può essere questo. Qui ci siamo solo io e questo papavero giallo. Peccato poi arrivare in cima e trovare la folla: quelli che ululano, quelli che telefonano, quelli che si rimpinzano, quelli che fanno pisciare il cane e quelli che guardano la nuca di quelli che guardano la nuca di quelli che guardano la nuca di quelli che guardano il panorama, ma nella direzione sbagliata.
Si dice che le Dolomiti siano le montagne più belle del mondo, ma non è vero. Primo perché l’altopiano del Colorado è più bello, secondo perché non sono montagne ma solo una squallida periferia di città fatta a forma di montagne. Almeno le Dolomiti molto affollate, che poi sono la maggior parte delle Dolomiti. La causa dello squallore delle Dolomiti non è che sono piene di gente, ma che sono piene di gente che vocia, sbraita, straparla, rumoreggia, sghignazza e in generale si comporta come se fosse in una squallida periferia di città. In pratica tutto quello che questa gente fa a Novoli o a Borgo Panigale lo fa anche in montagna, solo con un paio di bastoncini da trekking. Sulle Dolomiti tutto è accuratamente predisposto e organizzato perché chi ama le periferie possa trovarsi a proprio agio anche in montagna: alberghi kitsch, parcheggi ad alta quota, sentieri asfaltati, rifugi come mense aziendali e soprattutto tante, tantissime funivie. Ci sono quasi più tralicci che alberi e, contrariamente a quello che si pensa, tutto questo non serve a portare comodamente la gente in cima alle montagne, ma a rendere le montagne squallide come una periferia. Si dice che i Tirolesi, i Ladini e altri popoli più o meno immaginari tengano molto alle loro montagne, ma a giudicare da come le hanno ridotte direi che tengono molto di più al loro conto in banca.
Eppure, nonostante tutto ciò, persino sulle Dolomiti si può trovare qualche posto che assomigli a una montagna. Basta prendere una qualsiasi guida con le escursioni consigliate e evitarle tutte.
LE RICETTE DI DON GIULIO
Prendere un pene fresco, possibilmente ancora vivo.
Agitarlo energicamente fino a fargli assumere la caratteristica forma di una banana (attenzione: non togliere la buccia).
Prendere una vagina.
Farla rosolare per qualche minuto nel suo brodo, quindi inserire il pene. Questa operazione apparentemente semplice va eseguita con la massima attenzione. Il pene, soprattutto se appena pescato, tende a sgusciare da tutte le parti e potrebbe inavvertitamente finire nei posti più curiosi.
Per quanto certe invenzioni possano sembrare divertenti, non portano mai a niente di buono e alla fine ci si impiastriccia tutti e basta. Se si vuole cucinare qualcosa di buono e sostanzioso, l’unica cosa da fare è seguire dettagliatamente il grande libro delle ricette.
Dunque introdurre il pene, estrarlo parzialmente, reintrodurlo, estrarlo sempre parzialmente, introdurlo, estrarlo, introdurlo, estrarlo e così via. Introduzione e estrazione vanno eseguite più volte, sempre più velocemente, finché il pene non spruzza. Il tutto può richiedere svariati minuti o pochi secondi a seconda del sistema di riferimento. Infatti, secondo la teoria della relatività di Einstein,
il tempo scorre molto più lentamente nel sistema di riferimento della vagina che in quello del pene. Ecco perché un pene osservato dalla vagina fa il rumore di un minuscolo spazzolino elettrico.
Una volta lasciato appassire il pene, lo si tolga delicatamente dalla vagina facendo ben attenzione a non far fuoriuscire il liquido, quindi si faccia cuocere il tutto nell’utero per circa nove mesi. Quando il fagottino raggiunge le giuste dimensioni lo si estragga con cautela (attenzione che urla), lo si lasci sgocciolare qualche minuto sul lavandino e infine lo si serva ancora caldo con crema di carciofi e composta di scalogno.
È un piatto sano e appetitoso che non delude mai, ma anche se deludesse è pur sempre un modo per ammazzare il tempo.
Agitarlo energicamente fino a fargli assumere la caratteristica forma di una banana (attenzione: non togliere la buccia).
Prendere una vagina.
Farla rosolare per qualche minuto nel suo brodo, quindi inserire il pene. Questa operazione apparentemente semplice va eseguita con la massima attenzione. Il pene, soprattutto se appena pescato, tende a sgusciare da tutte le parti e potrebbe inavvertitamente finire nei posti più curiosi.
Per quanto certe invenzioni possano sembrare divertenti, non portano mai a niente di buono e alla fine ci si impiastriccia tutti e basta. Se si vuole cucinare qualcosa di buono e sostanzioso, l’unica cosa da fare è seguire dettagliatamente il grande libro delle ricette.
Dunque introdurre il pene, estrarlo parzialmente, reintrodurlo, estrarlo sempre parzialmente, introdurlo, estrarlo, introdurlo, estrarlo e così via. Introduzione e estrazione vanno eseguite più volte, sempre più velocemente, finché il pene non spruzza. Il tutto può richiedere svariati minuti o pochi secondi a seconda del sistema di riferimento. Infatti, secondo la teoria della relatività di Einstein,
il tempo scorre molto più lentamente nel sistema di riferimento della vagina che in quello del pene. Ecco perché un pene osservato dalla vagina fa il rumore di un minuscolo spazzolino elettrico.
Una volta lasciato appassire il pene, lo si tolga delicatamente dalla vagina facendo ben attenzione a non far fuoriuscire il liquido, quindi si faccia cuocere il tutto nell’utero per circa nove mesi. Quando il fagottino raggiunge le giuste dimensioni lo si estragga con cautela (attenzione che urla), lo si lasci sgocciolare qualche minuto sul lavandino e infine lo si serva ancora caldo con crema di carciofi e composta di scalogno.
È un piatto sano e appetitoso che non delude mai, ma anche se deludesse è pur sempre un modo per ammazzare il tempo.
A NIGHT AT THE OPERA
Sei sicuro?
“Are you sure?”.
Are you sure it’s better we speak english?
Very sure, Franco. I have never been so sure in my life.
Take into account that my english is very traballing. I never took the six at school.
Don’t worry about that, my english is traballing too.
Allora che --
“So what”.
So what we speak english to do?
Look, there was a time when italian music was the most important music in the world.
Yes, I remember.
I’m talking of centuries ago, Franco.
Okay.
We can practically say that music is an italian invention: allegro, sonata, fortissimo...
“Happy”, “played”, “very strong”...
What I’m trying to say is that things are changed a lot from then. Now Italy doesn’t count anything anymore. For example, yesterday I bought the tetralogy of Wagner on dvd, okay?
And?
And nothing, there are english subtitles, german subtitles, french subtitles, spanish subtitles, perhaps even dog subtitles, but no italian subtitles.
I cannot believe my ears?
Believe them, because it’s true. And you know the worst thing?
No.
Now italian people are no more admitted in theatres.
Really?
Yes.
That’s very fastidious.
So, if tonight we want to go inside and listen to the opera, we must say we are from Detroit and speak english to the officer.
The officer?
The person, the mask, the ticket seller...
Okay.
Or you prefer to go home and listen to Giovanni Allevi on tv?
No, please.
Italian music has gone a bit involving after Monteverdi, don’t you think so? Monteverdi, Vivaldi, Rossini, Verdi, Allevi and then? What will come after Allevi? Wind from the bottom?
Wind from the bottom?
Yes, air from the back, whistle of the anus... I don’t know how they say in english.
Fart.
You see, your english is much better than mine.
Really?
I sweat.
You what?
I sweat over my head.
That’s not possible.
Don’t take me around, please.
What?
Don’t take me around, don’t bring me away, don’t... oh, forget it. Are you ready?
Just the last thing.
Fire!
And if they discover that we are just two italians with a bad english?
That will not happen, trust me. They will believe that we are two americans with some problems in the head.
How can you be sure?
Because I have a medical certification.
Really?
My doctor is a piece of cake. Here it is the certification, look: it states that I have a “silly brain” and that you are my sustain teacher. Silly brained too, obviously.
You’re a genius!
Exactly. But remember: don’t say that I’m a genius in front of the officer, or he will discover us.
“Are you sure?”.
Are you sure it’s better we speak english?
Very sure, Franco. I have never been so sure in my life.
Take into account that my english is very traballing. I never took the six at school.
Don’t worry about that, my english is traballing too.
Allora che --
“So what”.
So what we speak english to do?
Look, there was a time when italian music was the most important music in the world.
Yes, I remember.
I’m talking of centuries ago, Franco.
Okay.
We can practically say that music is an italian invention: allegro, sonata, fortissimo...
“Happy”, “played”, “very strong”...
What I’m trying to say is that things are changed a lot from then. Now Italy doesn’t count anything anymore. For example, yesterday I bought the tetralogy of Wagner on dvd, okay?
And?
And nothing, there are english subtitles, german subtitles, french subtitles, spanish subtitles, perhaps even dog subtitles, but no italian subtitles.
I cannot believe my ears?
Believe them, because it’s true. And you know the worst thing?
No.
Now italian people are no more admitted in theatres.
Really?
Yes.
That’s very fastidious.
So, if tonight we want to go inside and listen to the opera, we must say we are from Detroit and speak english to the officer.
The officer?
The person, the mask, the ticket seller...
Okay.
Or you prefer to go home and listen to Giovanni Allevi on tv?
No, please.
Italian music has gone a bit involving after Monteverdi, don’t you think so? Monteverdi, Vivaldi, Rossini, Verdi, Allevi and then? What will come after Allevi? Wind from the bottom?
Wind from the bottom?
Yes, air from the back, whistle of the anus... I don’t know how they say in english.
Fart.
You see, your english is much better than mine.
Really?
I sweat.
You what?
I sweat over my head.
That’s not possible.
Don’t take me around, please.
What?
Don’t take me around, don’t bring me away, don’t... oh, forget it. Are you ready?
Just the last thing.
Fire!
And if they discover that we are just two italians with a bad english?
That will not happen, trust me. They will believe that we are two americans with some problems in the head.
How can you be sure?
Because I have a medical certification.
Really?
My doctor is a piece of cake. Here it is the certification, look: it states that I have a “silly brain” and that you are my sustain teacher. Silly brained too, obviously.
You’re a genius!
Exactly. But remember: don’t say that I’m a genius in front of the officer, or he will discover us.
LA MUSICA CLASSICA NON ESISTE
Spesso si sente dire che la “musica classica” è un genere: c’è il jazz, il pop, il rock, il liscio, il boogie-woogie e poi c’è la musica classica, come se la musica classica fosse un sottoinsieme della musica.
Ma la musica classica non è un genere, visto che di solito ci si mette dentro di tutto, dai mottetti del Cinquecento ai concerti per orchestra e sciacquone del Novecento. Che cosa significa allora “musica classica”? Potrebbe avere senso parlare di “musica classica” se si intendesse la musica del classicismo viennese o, più in generale, la grande musica del passato, come si fa coi classici greci e latini, ma di solito non si intende questo. Di solito con “musica classica” si intende semplicemente tutto ciò che non è una canzone. La gente dice “musica” e intende “canzone”, dice “musica classica” e intende “tutto il resto”, che è un po’ come se si parlasse di “letteratura classica” mettendo insieme tutto quello che c’è fra Omero e Giorgio Faletti, e poi si riservasse la parola “letteratura” solo agli aforismi. Perché è così: in quanto a complessità e possibilità espressive, una canzone sta a una sinfonia o a un concerto come un aforisma sta a un romanzo.
Quindi non si dovrebbe parlare di “musica” e “musica classica”, ma di “musica” e “canzoni”.
È la canzone che è un genere musicale: c’è la sinfonia, il concerto, la sonata, la cantata e poi c’è la canzone. Ciò non significa che le sinfonie siano belle e le canzoni siano brutte, ma solo che sono due generi musicali diversi, poi naturalmente ci sono le sinfonie brutte e le canzoni belle, così come un solo aforisma di Schopenhauer vale più di tutti i romanzi di Paolo Maurensig.
Le canzoni, cioè le monodie accompagnate semplici e cantabili, esistono da secoli, e le canzoni popolari contemporanee (dette anche “canzonette” o “canzoncine”) sono un tipo particolare di canzone ulteriormente semplificato, con la melodia che consiste di piccoli motivi ripetuti e l’armonia costruita su uno o più bassi ostinati. Quindi, a voler proprio essere precisi, le cose starebbero così:
Se abiti nell’Ottocento e vuoi comporre l’Allegro di una sinfonia, devi solo prendere un’orchestra e un paio di temi, esporre i temi in due tonalità diverse, svilupparli un po’ e poi riproporli nella stessa tonalità di partenza, per il resto puoi fare tutto quello che vuoi, anche l’assolo di chitarra. Se invece sei un compositore contemporaneo di canzoncine, le restrizioni sono molto più rigide: nessun contrappunto, nessun percorso tonale, nessuno sviluppo tematico, nessuno strumento concertante, niente di niente a parte strofa e ritornello su basso ostinato, perché in caso contrario c’è il rischio di essere bollati come “musica classica”. Con tutte queste limitazioni è forse più difficile comporre una canzone che una sinfonia, visto che riuscire a staccarsi dal già sentito con i pochi mezzi di una canzone è un’impresa quasi eroica. In pratica è come se un pittore volesse fare l’affresco del secolo avendo a disposizione solo due colori.
Al centro della volta vorrei delle storie della Genesi, belle grandi e colorate, poi intorno vorrei un po’ di sibille, profeti e cose così.
Solo con due colori?
Sì, arancione e verde marcio.
Posso almeno mischiarli?
No. Sulla parete dietro l’altare voglio anche un giudizio universale che faccia epoca.
La semplicità formale delle canzoni è un grosso limite, ma se una canzone vuole avere una possibilità di valere qualcosa deve prima di tutto accettare questo limite. Perché tirare in lungo quando il materiale musicale è già esaurito al primo ritornello? Perché mascherare una melodia con versi strani quando al netto dei versi hai i Ricchi e Poveri? Perché cambiare tonalità se la nuova tonalità non aggiunge niente di nuovo?
Per questo i Pet Shop Boys sono molto meglio di Vinicio Capossela.
Ma la musica classica non è un genere, visto che di solito ci si mette dentro di tutto, dai mottetti del Cinquecento ai concerti per orchestra e sciacquone del Novecento. Che cosa significa allora “musica classica”? Potrebbe avere senso parlare di “musica classica” se si intendesse la musica del classicismo viennese o, più in generale, la grande musica del passato, come si fa coi classici greci e latini, ma di solito non si intende questo. Di solito con “musica classica” si intende semplicemente tutto ciò che non è una canzone. La gente dice “musica” e intende “canzone”, dice “musica classica” e intende “tutto il resto”, che è un po’ come se si parlasse di “letteratura classica” mettendo insieme tutto quello che c’è fra Omero e Giorgio Faletti, e poi si riservasse la parola “letteratura” solo agli aforismi. Perché è così: in quanto a complessità e possibilità espressive, una canzone sta a una sinfonia o a un concerto come un aforisma sta a un romanzo.
Quindi non si dovrebbe parlare di “musica” e “musica classica”, ma di “musica” e “canzoni”.
È la canzone che è un genere musicale: c’è la sinfonia, il concerto, la sonata, la cantata e poi c’è la canzone. Ciò non significa che le sinfonie siano belle e le canzoni siano brutte, ma solo che sono due generi musicali diversi, poi naturalmente ci sono le sinfonie brutte e le canzoni belle, così come un solo aforisma di Schopenhauer vale più di tutti i romanzi di Paolo Maurensig.
Le canzoni, cioè le monodie accompagnate semplici e cantabili, esistono da secoli, e le canzoni popolari contemporanee (dette anche “canzonette” o “canzoncine”) sono un tipo particolare di canzone ulteriormente semplificato, con la melodia che consiste di piccoli motivi ripetuti e l’armonia costruita su uno o più bassi ostinati. Quindi, a voler proprio essere precisi, le cose starebbero così:
Se abiti nell’Ottocento e vuoi comporre l’Allegro di una sinfonia, devi solo prendere un’orchestra e un paio di temi, esporre i temi in due tonalità diverse, svilupparli un po’ e poi riproporli nella stessa tonalità di partenza, per il resto puoi fare tutto quello che vuoi, anche l’assolo di chitarra. Se invece sei un compositore contemporaneo di canzoncine, le restrizioni sono molto più rigide: nessun contrappunto, nessun percorso tonale, nessuno sviluppo tematico, nessuno strumento concertante, niente di niente a parte strofa e ritornello su basso ostinato, perché in caso contrario c’è il rischio di essere bollati come “musica classica”. Con tutte queste limitazioni è forse più difficile comporre una canzone che una sinfonia, visto che riuscire a staccarsi dal già sentito con i pochi mezzi di una canzone è un’impresa quasi eroica. In pratica è come se un pittore volesse fare l’affresco del secolo avendo a disposizione solo due colori.
Al centro della volta vorrei delle storie della Genesi, belle grandi e colorate, poi intorno vorrei un po’ di sibille, profeti e cose così.
Solo con due colori?
Sì, arancione e verde marcio.
Posso almeno mischiarli?
No. Sulla parete dietro l’altare voglio anche un giudizio universale che faccia epoca.
La semplicità formale delle canzoni è un grosso limite, ma se una canzone vuole avere una possibilità di valere qualcosa deve prima di tutto accettare questo limite. Perché tirare in lungo quando il materiale musicale è già esaurito al primo ritornello? Perché mascherare una melodia con versi strani quando al netto dei versi hai i Ricchi e Poveri? Perché cambiare tonalità se la nuova tonalità non aggiunge niente di nuovo?
Per questo i Pet Shop Boys sono molto meglio di Vinicio Capossela.
UNA LINGUA STRANIERA
Io non faccio mai quella cosa che fanno le persone quando si “baciano”, che si infilano la lingua in bocca e si esaminano minuziosamente le reciproche otturazioni, primo perché è una cosa raccapricciante, secondo perché non sono capace. Io non ho nessun controllo sulla lingua, sono nato così. Non so arrotolarla, non so rotearla, non so dimenarla, non so nemmeno leccarmi i baffi, in poche parole non so fare niente. C’è gente che ha praticamente la lingua prensile, io invece ho in bocca un corpo estraneo. Magari non sembra, ma è un handicap. Spesso quando mastico me la mordo (e il dolore lo sento io, non il corpo estraneo), non riesco a localizzare le spine del pesce e devo sempre sputare tutto nel piatto più vicino (non necessariamente il mio), ma soprattutto, che è la cosa più drammatica, non so fare le bolle coi chewing-gum. Tutti hanno provato a insegnarmelo, ma è come insegnare a un paraplegico ad andare in bicicletta (una bicicletta normale, non una bicicletta a rotelle).
Devi appiattirlo ben bene con la lingua.
Appiattirlo.
Poi lo disponi contro i denti.
Okay.
E sempre con la lingua fai un po’ di pressione al centro. Capito?
Sì.
Bene.
Posso farti una domanda?
Certo.
Cosa intendi esattamente con “lingua”?
Da bambino non davo peso a questo problema, pensavo che tanto era solo una questione di tempo e che un giorno, da grande, anch’io avrei saputo fare le tipiche cose che fanno i grandi: guidare gli aerei, spegnere gli incendi, domare i leoni e soprattutto fare le bolle coi chewing-gum, sì signore, avrei fatto delle bolle così grandi che si sarebbe dovuto trovare un nuovo modello cosmologico per spiegarle. Evidentemente non sapevo quello che dicevo. Tutt’ora non riesco a produrre la benché minima bolla, e anche con i leoni non è che me la cavi benissimo. Ma la cosa veramente triste di tutto questo è che non posso nemmeno chiedere la pensione di invalidità, perché tecnicamente non si può dire che io abbia la lingua paralizzata. La mia lingua, volendo, si muove, solo che non si muove come voglio io, si muove come vuole lei. Le ho anche dato un nome: Carlo.
Ne sa qualcosa il mio dentista, poveretto, che deve sempre lottare come Ercole con l’Idra. Lui mi implora di tenere la lingua ferma, ma purtroppo io non so nemmeno dove sia. A volte non sono nemmeno sicuro di averla ancora in bocca. L’unica cosa che posso fare è provare a bloccarla con entrambe le mani, mentre lui la gonfia di botte.
L’altra mattina mi sono svegliato e ho trovato la mia lingua al telefono. Si lamentava di non riuscire a controllare il corpo.
Devi appiattirlo ben bene con la lingua.
Appiattirlo.
Poi lo disponi contro i denti.
Okay.
E sempre con la lingua fai un po’ di pressione al centro. Capito?
Sì.
Bene.
Posso farti una domanda?
Certo.
Cosa intendi esattamente con “lingua”?
Da bambino non davo peso a questo problema, pensavo che tanto era solo una questione di tempo e che un giorno, da grande, anch’io avrei saputo fare le tipiche cose che fanno i grandi: guidare gli aerei, spegnere gli incendi, domare i leoni e soprattutto fare le bolle coi chewing-gum, sì signore, avrei fatto delle bolle così grandi che si sarebbe dovuto trovare un nuovo modello cosmologico per spiegarle. Evidentemente non sapevo quello che dicevo. Tutt’ora non riesco a produrre la benché minima bolla, e anche con i leoni non è che me la cavi benissimo. Ma la cosa veramente triste di tutto questo è che non posso nemmeno chiedere la pensione di invalidità, perché tecnicamente non si può dire che io abbia la lingua paralizzata. La mia lingua, volendo, si muove, solo che non si muove come voglio io, si muove come vuole lei. Le ho anche dato un nome: Carlo.
Ne sa qualcosa il mio dentista, poveretto, che deve sempre lottare come Ercole con l’Idra. Lui mi implora di tenere la lingua ferma, ma purtroppo io non so nemmeno dove sia. A volte non sono nemmeno sicuro di averla ancora in bocca. L’unica cosa che posso fare è provare a bloccarla con entrambe le mani, mentre lui la gonfia di botte.
L’altra mattina mi sono svegliato e ho trovato la mia lingua al telefono. Si lamentava di non riuscire a controllare il corpo.
TRE VERITÀ COMODISSIME
Ci sono verità scomode e verità comode. Le verità scomode fanno vendere tanti libri e alzano lo share di molte trasmissioni ansiogene, quindi sono scomode solo per chi le ascolta ma certamente non per chi le dice. Nella maggior parte dei casi sono indistinguibili dalle comode balle. Le verità comode, invece, sono quelle che un po’ tutti già sanno, ma siccome sono comode la gente pensa che ci sia sotto una fregatura (“troppo comodo!”), così si comporta come se non fossero vere e alla fine, dopo qualche secolo, se le dimentica. Per esempio una verità comoda è che dio è solo io con la “d” davanti.
Poi c’è una terza categoria di verità: le verità comodissime. Vere e proprie pantofole per le orecchie. Eccone tre.
1.
L’hip hop non è un movimento culturale, non è un genere musicale, non è un modo di esprimersi e non è nemmeno una semplice moda, ma è un disturbo della personalità. Un disturbo che, se trascurato, può portare a non sapersi più nemmeno mettere il berretto dritto o scegliere la taglia dei pantaloni. Nei casi più gravi (hiphoppabbestia) il malato sente il bisogno di essere guidato da un cane, sia in strada che nelle scelte di tutti i giorni (cibo, abbigliamento, eccetera), e, cosa forse ancor più grave, perde gradualmente ogni controllo del proprio labbro inferiore, il quale inizia a penzolargli sulla faccia come un inutile salsicciotto facendogli perdere la stima degli altri e, in particolare, del suo cane. Finché questo disturbo non verrà riconosciuto in tutta la sua gravità dalle organizzazioni sanitarie e finché non ci saranno strutture adeguate per curare ed eventualmente riabilitare le persone che soffrono di hip hop, il mondo non potrà dirsi un posto veramente civile. Nell’attesa si può abolire il rap.
L’hip hop non è un movimento culturale, non è un genere musicale, non è un modo di esprimersi e non è nemmeno una semplice moda, ma è un disturbo della personalità. Un disturbo che, se trascurato, può portare a non sapersi più nemmeno mettere il berretto dritto o scegliere la taglia dei pantaloni. Nei casi più gravi (hiphoppabbestia) il malato sente il bisogno di essere guidato da un cane, sia in strada che nelle scelte di tutti i giorni (cibo, abbigliamento, eccetera), e, cosa forse ancor più grave, perde gradualmente ogni controllo del proprio labbro inferiore, il quale inizia a penzolargli sulla faccia come un inutile salsicciotto facendogli perdere la stima degli altri e, in particolare, del suo cane. Finché questo disturbo non verrà riconosciuto in tutta la sua gravità dalle organizzazioni sanitarie e finché non ci saranno strutture adeguate per curare ed eventualmente riabilitare le persone che soffrono di hip hop, il mondo non potrà dirsi un posto veramente civile. Nell’attesa si può abolire il rap.
2.
Il fumo non uccide. Lo so perché tempo fa sono uscito a cena con dei colleghi di mia moglie e a un certo punto, senza nessun preavviso, uno di loro si alza e tira fuori una sigaretta. Dio mio, penso, ora s’ammazza! E senza neanche aspettare il dessert! Mi guardo intorno per vedere la reazione degli altri, ma nessuno sembra farci caso. Com’è possibile? Uno si punta una pistola in bocca e tutti fanno finta di niente? È perché sanno che tanto andrà a suicidarsi fuori? In disparte e senza sporcare? O forse non sanno che il fumo uccide? Eppure è scritto su tutti i pacchetti di sigarette in modo chiaro e ben leggibile. Non sapete leggere? Chiedo. Tutti mi guardano male. Evidentemente li ho feriti nell’orgoglio. Ma la cosa più incredibile di tutte è che, dopo appena due minuti, il suicida torna a tavola come se niente fosse, sereno e sorridente, col fumo che ancora gli esce dalle narici. Pazzesco. Lo tengo d'occhio per tutto il resto della serata, ma niente, non muore. E nemmeno gli invecchia la pelle. Evidentemente, penso intanto che degusto il mio sorbetto mascarpone e ciccioli, dev’essere l’intero contenuto del pacchetto a uccidere, non la singola sigaretta, altrimenti in tabaccheria si venderebbero pacchetti con una sigaretta sola, visto che di solito uno compra una corda sola per impiccarsi, non venti. Per verificare questa teoria, cerco un pretesto qualsiasi per rivedere quest’uomo.
Il fumo non uccide. Lo so perché tempo fa sono uscito a cena con dei colleghi di mia moglie e a un certo punto, senza nessun preavviso, uno di loro si alza e tira fuori una sigaretta. Dio mio, penso, ora s’ammazza! E senza neanche aspettare il dessert! Mi guardo intorno per vedere la reazione degli altri, ma nessuno sembra farci caso. Com’è possibile? Uno si punta una pistola in bocca e tutti fanno finta di niente? È perché sanno che tanto andrà a suicidarsi fuori? In disparte e senza sporcare? O forse non sanno che il fumo uccide? Eppure è scritto su tutti i pacchetti di sigarette in modo chiaro e ben leggibile. Non sapete leggere? Chiedo. Tutti mi guardano male. Evidentemente li ho feriti nell’orgoglio. Ma la cosa più incredibile di tutte è che, dopo appena due minuti, il suicida torna a tavola come se niente fosse, sereno e sorridente, col fumo che ancora gli esce dalle narici. Pazzesco. Lo tengo d'occhio per tutto il resto della serata, ma niente, non muore. E nemmeno gli invecchia la pelle. Evidentemente, penso intanto che degusto il mio sorbetto mascarpone e ciccioli, dev’essere l’intero contenuto del pacchetto a uccidere, non la singola sigaretta, altrimenti in tabaccheria si venderebbero pacchetti con una sigaretta sola, visto che di solito uno compra una corda sola per impiccarsi, non venti. Per verificare questa teoria, cerco un pretesto qualsiasi per rivedere quest’uomo.
Ci rivediamo?
Okay.
Lo frequento per due settimane di fila, ottantadue sigarette in tutto, e non muore. Che sia a scoppio ritardato? Ieri sera l’ho chiamato e abbiamo ricordato insieme i bei tempi andati di quella cena di seimilacinquecentosettanta sigarette fa, e posso confermare che è ancora vivo. Quindi, se con la frase “il fumo uccide” s’intende in realtà dire “il fumo alla lunga potrebbe, anche se non si sa bene quando e comunque non è detto, uccidere”, significa che il fumo non uccide. Almeno finché le parole della lingua italiana non cambieranno significato.
3.
I ciclisti che si muovono in branco, cioè quelli che occupano lo spazio di una macchina ma vanno alla velocità di un ciclista, non hanno l’anima. Quindi possono essere tranquillamente investiti.
I ciclisti che si muovono in branco, cioè quelli che occupano lo spazio di una macchina ma vanno alla velocità di un ciclista, non hanno l’anima. Quindi possono essere tranquillamente investiti.






















