REDUCTIO AD ESSEREM UMANUM

Quando si parla di cose brutte, Hitler è senza dubbio il termine di paragone più usato in tutta la storia dei termini di paragone. Un tempo, quando sterminare la gente rientrava nelle normali mansioni di un sovrano, c’era molta più scelta: Pisistrato, Artaserse III, Nerone, eccetera, in pratica bastava dire un nome a caso e nove volte su dieci il paragone era calzante, oggi invece sembra che ci sia solo Hitler: “razzista come Hitler”, “dispotico come Hitler”, “senza navigatore di serie come Hitler” e così via, tanto che quando una persona adulta e non ragionevolmente sbronza nomina Hitler viene subito bollata come sempliciotta. Sempliciotta come Hitler, ovviamente. Nessuno può negare che il paragone sia abusato, eppure ha una sua logica: Hitler è un ottimo esempio di essere umano.
È un caso estremo, è vero, ma solo riguardo a tutto quello che è riuscito a fare, non riguardo a quello che sognava di fare. Se si considera solo quello che sognava di fare, Hitler è un caso perfettamente comune. Anche l’uomo comune vorrebbe tanto prendere a sberle chi lo contraddice, dare fuoco a chi non ha le sue stesse abitudini alimentari e, soprattutto, avere tutto il mondo ai suoi piedi, miliardi e miliardi di persone che lo applaudono e gli dicono quanto è fuori del comune. In pratica l’unica differenza fra Hitler e l’uomo comune è che Hitler ha realizzato i suoi sogni.
Hitler non è nato già dittatore, con l’uniforme, la svastica e tutto quanto, non è andato a scuola da dittatore e non ha giocato al Piccolo Dittatore, ma è stato un bambino come tutti gli altri. A volte è veramente difficile rendersi conto che certi soggetti sono stati anche loro bambini.


Eppure è così. Anche Hitler aveva le guance paffute, rideva come un matto quando lo zio gli faceva le pernacchie e voleva tanto bene alla mamma. Crescendo ha fatto il chierichetto come tutti, ha fumato le sigarette di nascosto come tutti e come tutti ha sbirciato nei bagni delle ragazze. Poi, da grande, è diventato un comico. Anche questo come tutti, solo che mentre tutti diventano comici involontari, lui è diventato un comico professionista. Questa è una cosa che le biografie non dicono, ma del resto non dicono nemmeno che era un grande tifoso del Milan, cosa che spiega i colori sociali del nazismo.
Per anni Hitler si è esibito nei piccoli locali di Linz e dintorni, spesso davanti a poche decine di persone e dividendo il palco con gruppi folk o spogliarelliste, ma riscuotendo sempre un certo successo fra i presenti. Il suo umorismo caustico e politicamente scorretto era molto apprezzato, soprattutto negli ambienti colti della borghesia. Certo non era una celebrità, ma il lavoro non gli mancava mai «e questa è la cosa importante» gli diceva sempre sua madre. Come tutti Hitler aveva bisogno di qualcuno che gli facesse coraggio.
I suoi pezzi forti erano le imitazioni di Chaplin e Mussolini, fuse insieme in un nuovo irresistibile personaggio, nonché le arzigogolate teorie del complotto con cui riusciva a spiegare tutto, dalla sconfitta nella prima guerra mondiale agli alluci non opponibili. Per esempio, la grande depressione era dovuta al complotto delle banche controllate dai poteri forti controllati dalla massoneria controllata dai bolscevichi controllati dai tassisti controllati dagli alieni controllati dagli ebrei. Ogni complotto finiva immancabilmente con gli ebrei, erano il suo tormentone. Hitler diceva cose terribili sugli ebrei, ma questo non disturbava nessuno. Dopotutto era un comico. Tutti si divertivano da morire quando faceva la gag del rabbino al forno o si accendeva la pipa coi libri di Voltaire e Hobbes. Il pubblico aumentava di sera in sera e i giornali locali iniziavano a notarlo, così un giorno Hitler decide di fare il salto di qualità e presentarsi davanti a una grande platea: non studenti fuori corso o intellettuali più o meno di sinistra, ma gente normale. Allora si dà da fare e con l’aiuto di alcuni sponsor riesce a organizzare uno spettacolo in piazza a Norimberga, una cosa in grande stile, con scenografie, costumi e tutto.
Quando sale sul palco si trova davanti trentamila persone. Non cento o mille, ma trentamila: sessantamila occhi, seicentomila dita, chissà quanti peli del naso. Una persona normale sarebbe probabilmente svenuta, invece lui no, lui ha preso il Lexotan. Hitler inizia subito con uno dei suoi cavalli di battaglia: il monologo dei complotti. «Bisogna sempre partire col botto, dare la sveglia al pubblico» gli ha spiegato il suo consulente artistico (adesso aveva anche un consulente artistico). «E mi raccomando urla. Urla sempre». Il monologo riesce alla perfezione: i tempi sono giusti, la recitazione impeccabile, l’orchestra accompagna tutte le sue piroette e le sue smorfie come in un cartoon della Warner, eppure la gente non ride. Però applaude. Applaude così tanto che sembra voglia sbriciolarsi le mani. Hitler sulle prime è perplesso. Vorrebbe togliersi i baffetti adesivi e gridare «ehi, guardate che sto scherzando!» invece si presenta alle elezioni e prende il 37%.

L’UOMO CHE SALUTA

IO MASCHILISTA

Le parole nominano la realtà, è vero, ma è anche vero che le parole, una volta in uso, diventano più reali delle cose che nominano, esistenti o inesistenti che siano. Così succede che la realtà sia fatta perlopiù di parole, non di cose, e che la vita di ognuno si regga essenzialmente su un grosso cumulo di parole. Magari uno pensa di essersi fatto una “posizione”, di avere trovato “l’anima gemella” e di “vivere felice e contento”, invece si è fatto solo una parola, ha trovato un luogo comune e vive in una frase fatta. Vivere è parlare. Ciò di cui non si parla è come se non esistesse, mentre ciò di cui si parla senza che esista è come se esistesse veramente. È per questo motivo che cose come l’anima, gli ufo o l’astrologia sono più reali di qualsiasi cosa realmente esistente ma, purtroppo per lei, senza nome.
Le parole sono talmente reali che quando due parole diverse hanno un suono simile si dà per scontato che siano uguali. È quello che succede per esempio con “maschio” e “maschilista”. Siccome sono due parole che fanno vibrare le orecchie più o meno nello stesso modo, la gente tende a confonderle e a pensare che tutti i maschi siano maschilisti, o che perlomeno lo siano quasi tutti, e che quei pochi che non lo sono sotto sotto vorrebbero esserlo o lo sono stati o lo saranno. Quel che è certo è che il maschilismo è una cosa da maschi, lo dice la parola stessa. Perciò è impossibile che una femmina sia maschilista. Una femmina maschilista sarebbe una maschemmina, cioè una cosa che non esiste, come può essere empiricamente verificato guardando in un qualsiasi dizionario.

“Mascarpone”. Grossa scarpa da maschio.
“Mascella”. Ascella maschile.
“Maschera”. Colui che era maschio, eunuco.

Come previsto, nessuna traccia di maschemmine.
Invece non è così. Anche “àncora” e “ancòra” sono due parole simili, eppure nessuno ormeggerebbe mai una nave con un avverbio, anche se, sono pronto a scommettere, un sacco di gente deve averci provato. Allo stesso modo il maschilismo non è l’essere maschi. Quello si chiama maschilità e uno non può farci niente. Non senza un buon chirurgo, almeno. Che cos’è allora il maschilismo? È per caso una dottrina novecentesca? C’entra col nichilismo? O è forse un’ideologia che propugna l’importanza del misurare la massa in chili? Perché ci saranno di sicuro persone che fanno il tifo per un certo sistema di unità di misura e diventano matte se uno usa il CGS. Le persone fanno il tifo praticamente per qualsiasi cosa: partiti, divinità, canzoncine, figuriamoci se non fanno il tifo anche per le unità di misura.
Ma il maschilismo non è niente di così assonante. Il maschilismo è essenzialmente un sistema di pregiudizi sulle donne. Attenzione, però: per essere maschilisti non è sufficiente avere dei pregiudizi qualsiasi, ma serve un ben preciso set di pregiudizi. Una persona che desse per scontato che le donne sono intellettualmente superiori agli uomini, più adatte di loro al comando e alle posizioni di potere in generale, e particolarmente versate per il bricolage, avrebbe seri pregiudizi nei loro confronti, pregiudizi ridicoli e infondati come quelli di un maschilista, ma non sarebbe un maschilista. Sarebbe qualcos’altro, qualcosa che al momento non ha un nome. Maschilista è solo ed esclusivamente colui che attribuisce a una donna certe specifiche caratteristiche da donna per il solo fatto che questa è una donna, e per sapere in cosa consistono queste specifiche caratteristiche ci si può servire del più autorevole manifesto del maschilismo militante in Italia: “Io donna”.
Per avere un’idea abbastanza precisa del modo in cui il maschilista standard considera una donna è sufficiente guardare il menù del sito.


Potremmo chiamarlo “il menù del maschilista”.
D’accordo, la voce “attualità” non è maschilista. Questo è forse l’unico segno di apertura all’emancipazione femminile riscontrabile nella rivista, che è fatta per “una donna che sa conciliare impegno e cultura con interessi più tipicamente femminili quali moda, cosmetica, spettacolo, arredamento e cucina”. La frase tra virgolette non me la sono inventata per ridicolizzare la rivista, ma l’ho copiata direttamente dal sito RCS pubblicità. Certa gente si ridicolizza da sola, non c’è bisogno di aggiungere niente.
Alla voce “personaggi” si incontra il primo vero pregiudizio maschilista. Di che personaggi si parla? Se si parlasse di politici, economisti o intellettuali dotati di più o meno peni allora bisognerebbe concludere che secondo “Io donna” i personaggi che interessano a una donna sono circa gli stessi che interessano a un uomo. Invece non è così. I “personaggi” di cui si parla sono soprattutto attrici, modelle e pop star, e, cosa ancora più importante, il modo in cui se ne parla è sempre e invariabilmente quello del pettegolezzo: come sono vestite, con chi scambiano effusioni, come si pettinano i peli della testa, eccetera. Da tutto questo si ricava il seguente

PREGIUDIZIO #1
Alle donne interessano i pettegolezzi.

Da questo pregiudizio fondamentale, convinzione tanto radicata quanto inconsapevole di ogni maschilista che si rispetti, discende tutta una serie di pregiudizi-corollario: la proverbiale cattiveria delle donne (spettegolare è anche parlare alle spalle), la loro falsità (i pettegolezzi sono spesso infondati), la scarsa intelligenza (chi ripiega sui pettegolezzi è perché non capisce le cose serie), eccetera.
Al pettegolezzo seguono “moda” e “bellezza”, due  voci molto eloquenti: mentre per un uomo è importante essere intelligente, determinato e brillante, per una donna è importante essere esteticamente piacevole o, come si dice, “carina”, cioè ben vestita, adeguatamente profumata e con la faccia dipinta secondo le usanze del luogo. In poche parole

PREGIUDIZIO #2
Le donne devono essere belle.

Pregiudizio che in certi posti si rovescia nel suo opposto

PREGIUDIZIO #2b
Le donne non devono essere belle.

In questi casi al posto di “moda e bellezza” si ha “burqa e non bellezza”, ma il pregiudizio alla base è lo stesso: ciò che conta in una donna è la bellezza, in un caso da esibire nell’altro da nascondere.
Dopo il pettegolezzo e la bellezza, il menù del maschilista prevede “viaggi e tempo libero”. Di per sé questo non è un pregiudizio maschilista, in fondo a tutti piace viaggiare e essere liberi. Per trovare il maschilismo bisogna farsi coraggio e leggere quello che la voce contiene, solo in questo modo si possono trovare cose come: “l'ereditiera più glamour di Hollywood, Paris Hilton, ha scelto per le sue vacanze di Natale Aspen, in Colorado. Eccola mentre scia con una giacca a vento rosa shocking: è impossibile passare inosservata”, cioè cose che sembrano pensate non per una donna, ma per la caricatura di una donna.

PREGIUDIZIO #3
Le donne sono frivole.

Segue poi un grande classico del maschilismo: “Casa e cucina”. Per natura e per vocazione le donne sono principalmente adibite alla cura del focolare domestico, devono quindi prima di tutto tenere in ordine la casa e cucinare, ma anche fare la spesa, badare alla prole, buttare l’immondizia e ricordarsi periodicamente di svuotare il maschio.

PREGIUDIZIO #4
Le donne devono badare alla casa.

E per finire la voce migliore di tutte, appuntata alla fine del menù come una medaglia di cui andare fieri: “Oroscopo”, ovvero come organizzare la propria giornata in base alla posizione in cielo di corpi quasi sferici orbitanti intorno a una stella di classe G, cioè una cosa assolutamente folle, se non fosse che, si sa,

PREGIUDIZIO #5
Le donne sono irrazionali.

Questo il maschilismo esposto in cinque comodi pregiudizi.
Ora, essendo “Io donna” una rivista letta da donne, scritta soprattutto da donne e diretta da una donna, si può affermare che questa rivista è la dimostrazione tangibile e sfogliabile che il maschilismo non è una qualità esclusiva degli uomini. Ovviamente una donna che spettegola, si fa bella, si interessa di cose frivole, bada alla casa e legge gli oroscopi non è necessariamente maschilista, ma è maschilista se, esattamente come qualsiasi uomo maschilista, ritiene che queste siano cose da donna.
Il maschilismo non è un’ideologia creata dagli uomini contro le donne, ma è il modo in cui le persone comuni, uomini e donne, concepiscono le donne. La società maschilista è fatta di uomini e donne maschilisti, e il maschilismo della società danneggia tutti, prima di tutto le donne, ma un po’ anche gli uomini, visto che giudicare le persone in base alla forma dei loro genitali invece che in base al loro comportamento è una cosa che, alla lunga, peggiora la vita di tutti.

IL PARASSITA

CANI SENZA ZAMPE CON LE ORECCHIE CHE PRUDONO

Leggendo questo blog uno potrebbe farsi l’idea che io sia ateo, ma non è così. Io credo in Dio, solo che penso sia una carogna. Per dimostrarlo non c’è bisogno di citare tutte le torture medievali che ha introdotto in questo suo bel mondicino: zanzare, ulcere, cancri, rapper e così via, ma basta solo pensare a come ha progettato l’essere umano: un essere che vuole prima di ogni cosa vivere, ma che l’unica cosa che sa è che deve morire. Caligola in confronto era Topolino. Dopo una cosa del genere, tutte le disgrazie divine sopraelencate passano in secondo piano, se non altro perché sono evitabili. Se per esempio vuoi evitare il cancro basta che ti compri una tuta spaziale e mangi solo cacca di scoiattolo. Poi magari ti viene lo stesso, però almeno vivi pensando che non ti verrà, e questo è già qualcosa. Se invece vuoi evitare il voler vivere sapendo di dover morire non puoi, perché è proprio in questa particolare disgrazia che consiste l’essere umani.
L’uomo è un generatore perpetuo di autosofferenza: se vive bene soffre perché sa che deve morire, se vive male soffre perché vive male. C’è da diventare matti. E infatti la gente diventa matta, come dimostrano tutte le piroette mentali che deve fare per dimenticarsi la morte: chi la nasconde, chi la nega, chi la rimanda, chi la abbellisce, chi le cambia nome e così via, solo che nessuno riesce veramente a dimenticarsela, perché è come dimenticarsi di essere vivi. Al massimo la gente riesce a far finta di essersela dimenticata, che è abbastanza diverso, come dimostra il fatto che quando c’è un pericolo i preti scappano esattamente alla stessa velocità degli atei. E non è finita qui. La gente è talmente matta che non solo implora il suo torturatore di non torturarla, cosa abbastanza comprensibile, ma arriva persino a considerarlo saggio, giusto, buono e non so più cos’altro, e a incolpare se stessa delle torture che subisce. In pratica le religioni sono una gigantesca sindrome di Stoccolma collettiva.
Nessun tribunale umano assolverebbe mai uno che facesse le cose che fa Dio, invece Dio, oltre a farla franca, viene pure considerato infinitamente buono. Non buono e basta, ma “infinitamente buono". Cioè, più buono di così non si può. Se io creassi in laboratorio dei cani senza zampe e poi gli mettessi sulla testa delle pulci per vedere cosa succede, chiunque, anche la più carogna degli uomini, mi giudicherebbe una carogna. Nessuno direbbe che quei cani sono perfetti, che sono stati creati così per motivi imperscrutabili e che nessuno si può permettere di giudicare l’operato di una gran brava persona come me. Tutti direbbero che sono una carogna, invece se è Dio a creare un intero mondo di cani senza zampe con le orecchie che prudono, allora viene considerato infinitamente buono.

O Dio infinitamente buono,
principio del nostro essere senza zampe
e del nostro prurito,
ricevi il nostro umile ringraziamento per i tuoi benefici,
e fa’ che al generoso dono di questa vita così eccitante
(soprattutto dietro le orecchie)
corrisponda il nostro impegno a lodarti, onorarti
e servirti tutti i giorni di barba e di capelli.
Per Cristo nostro Signore.
Amen.

Quando Dio ha creato il mondo aveva quattro possibilità, che ora elencherò dalla meno carognosa alla più carognosa:

1. Creature immortali e coscienti
2. Creature mortali e incoscienti
3. Creature immortali e incoscienti
4. Creature mortali e coscienti

E se proprio non era capace di creare un mondo fatto bene o anche solo benino (chissà, magari non è onnipotente come dicono le Sacre Scritture di regime), aveva pur sempre l’opzione 0:

0. Non creare un bel niente

che è una cosa che sono capaci tutti. Invece no, Dio ha voluto fare il mondo e lo ha fatto male. Male non secondo me, ma secondo il giudizio morale di tutti quelli che ci vivono. Male anche secondo il giudizio dei credenti, se solo avessero la coerenza di ammetterlo.
Io non so se esiste un aldilà, ma se esiste e Dio sarà così onnisprovveduto da farmi avvicinare a lui un po’ più del dovuto, io, lo giuro, gli spacco la faccia.

MOBY DICK

IL MARITO DELLA VEGGENTE

Potevi dirmelo, almeno.

A che scopo?

Era anche mio figlio.

Sì, ma avrei dovuto espellerlo io.

Non vedo il problema.

Aspetta.

Che fai?

Ecco qua.

È un estintore.

Esatto. Ora lo vedi il problema?

Sandra, le donne sono biologicamente preparate a espellere cose grandi.

Ah, sì?

Sì.

Io non sono “le donne”.

Non è vero.

Io sarei morta.

Che ne sai?

L’ho visto.

Ascolta, certe cose non succedono più.

Ma possono succedere.

Non tutto quello che è possibile è anche probabile. L’aria in questa stanza, per esempio, le sue particelle potrebbero uscire tutte in una volta dalla stanza, così, all’improvviso. Esploderemmo come palloncini.

Questo non mi tranquillizza.

È una cosa possibile ma molto improbabile.

Però può succedere.

No.

L’hai detto tu.

La medicina ha fatto progressi enormi.

Sì, ma non è ancora riuscita a rimpicciolire i neonati.

Partorire è una cosa naturale.

Anche morire.

Anche nascere.

Vuoi che muoia?

Per favore...

Dillo.

Tu non muori.

Tutti moriamo.

Non tu.

Io ho sognato che morivo, va bene? Era un sogno premonitore.

Certo...

Tu hai mai sognato di morire?

Non so, penso di sì.

Però ti sei sempre svegliato.

Non me lo ricordo.

Tutti si svegliano quando sognano di morire, io invece ho sognato di essere morta.

È solo un sogno.

Certo, e questa è solo la realtà.

Sandra, non si prova niente a essere morti.

Non lo puoi sapere.

Quando gli atomi del cervello si disgregano non c’è più un organo che possa sentire qualcosa. Non si prova niente. È come... non so, è come essere questo estintore. Cosa prova questo estintore?

Chiediglielo.

Non prova niente.

Io ho sognato il niente.

Ascolta --

Ho sognato il niente, capisci?

No.

Ho sognato un lunghissimo niente. Anni e anni di niente.

Se stavi sognando, era qualcosa.

Chiudi gli occhi.

Sandra --

Chiudili.

Okay. E adesso?

Ssst!

...

Non è piacevole, vero?

LA MOGLIE DEL PITTORE

Sandro.

Un attimo, per favore.

Sono incinta.

...

Sandro --

È tutto sotto controllo, amore, non preoccuparti.

Sotto controllo?

Stai tranquilla.

C’è la lineetta, guarda.

Non sei incinta.

Mi sento strana.

Cioè?

Strana.

Strana come?

Come se fossi incinta.

Bah, non sei incinta.
 
Ma c’è la lineetta.

Che lineetta?

La lineetta blu, guarda.

Non c’è nessuna lineetta blu.

Sì, invece.

Non è blu.

Non è questo il punto.

È grigia.

Grigia?

Eh, è grigia.

Grigia-blu.

Grigia e basta.

Non è possibile, o c’è la linea blu o non c’è niente. Vuoi leggere le istruzioni?

Lascia stare le istruzioni, questo non è blu. Fine.

Allora cos’è?

Forse è sporco.

Per favore...

Ti è caduto, per caso?

Non è sporco.

Guarda, viene via. Vedi?

Smettila!

È solo una piccola macchia di sporcizia.

Non parlare così di nostro figlio!

Ora, se non ti spiace, avrei un quadro da finire.

Sporco di cosa?

Mm?

Il test di gravidanza.

Mah, non lo so.

Non abbiamo niente di blu in casa.

Non è blu!

Dammi la definizione di blu.

Ascolta --

È blu come la sodalite Boliviana.

Il blu non è così.

Ora lo porto dal farmacista e vediamo cosa dice.

Carla, io sono un pittore, okay? I colori sono il mio lavoro.

“Lavoro”.

Sì, lavoro.

Non è un lavoro.

Io lavoro, quindi è un lavoro.

Il lavoro è quando ti pagano.

D’accordo.

Cosa fai!?

Gli ho solo dato una spennellata, vedi?

Sei impazzito?

Ora è blu.

...

Cosa c’è?
 
Questo non è blu.

PUNTI DI VISTA

IL FEMMINICIDIO NON ESISTE

Quando si nota una cosa nuova, ci si inventa una parola nuova, anche quando la cosa nuova è in realtà una cosa vecchia che ha già la sua parola vecchia. Più la cosa sembra nuova, più la parola si diffonde, e a poco a poco tutti la usano: giornali, televisioni, salumifici. Se poi è una di quelle cose che indignano e infervorano, la parola nuova smette di essere una semplice parola e diventa un simbolo, non più un nome che nomina una cosa, ma la manifestazione sonora di un ideale e di tutte le persone che in quell’ideale si riconoscono. Quando questo succede, pronunciare quella parola diventa rischioso, non è più come dire “matita”, “stoppino” o “autolavaggio”, cioè parole qualsiasi per cose qualsiasi, ma è come avere in bocca un popolo, il Popolo della Parola. Il semplice pronunciare la Parola ti qualifica subito come amico o nemico del Popolo: amico è chi sbandiera la Parola, nemico è chi la usa come se fosse una qualsiasi parola. Parlare diventa tifare. Dico questo perché ho l’impressione che la parola “femminicidio” sia già arrivata a questo stadio simbolico, e siccome io non voglio tifare ma solo esprimere un concetto, ci tengo a precisare che se nego l’esistenza del cosiddetto femminicidio, non voglio con questo sbeffeggiare le persone che pensano che la società sia maschilista, categoria di persone alla quale, forse immodestamente, mi pregio di appartenere. 
La parola “femminicidio” non è usata semplicemente per indicare l’assassinio di donne, cosa che esiste e che è ovvio che esista, almeno fintanto che esisteranno gli omicidi, ma l’assassinio di donne in quanto donne ad opera di maschi maschilisti, un fenomeno unanimemente considerato un’emergenza (Corriere) e che qualcuno ha addirittura paragonato all’Olocausto (Treccani). Quello che invece io sostengo è che gli uomini non uccidono le donne perché sono donne, ma perché sono persone che frequentano, e che il grande numero di donne uccise nelle relazioni di coppia non è un segno del maschilismo della società, ma un segno della congenita violenza maschile, violenza che si manifesta contro tutti e tutto: donne, uomini, animali, cose e anche contro se stessa, come dimostra il fatto che circa i tre quarti di quelli che si suicidano sono uomini (Istat). Per questo dico che il femminicidio non esiste, e che il fenomeno che questa parola vorrebbe descrivere è in realtà un fenomeno già noto: l’omicidio, una specialità in cui gli uomini prevalgono da sempre su qualsiasi altro sesso. Tutto questo può essere dimostrato.
Chiamiamo pu la probabilità che un uomo, frequentando una persona per un certo periodo di tempo, la uccida. Ovviamente ognuno ha il suo carattere e quindi ha più o meno probabilità di uccidere chi lo sorpassa senza giusta causa, chi lo contraddice col sorriso sulle labbra o chi si rifiuta di rammendargli i calzini, qui però, per semplicità, considereremo solo quantità medie supposte uguali per tutti gli uomini o, quando verrà il loro turno, per tutte le donne, indipendentemente dall’età, dall’istruzione o dalla montatura degli occhiali. Chiamiamo inoltre nu il numero di persone, uomini e donne, che un uomo frequenta nel periodo di tempo considerato, allora il numero medio di persone che ucciderà in quel periodo è punu, e il numero di omicidi commessi da tutti gli uomini di una popolazione di N abitanti è circa punuN/2, dove si è supposto che gli uomini siano circa la metà dell’intera popolazione (N). Ora, siccome la probabilità che un uomo a caso commetta un omicidio è molto bassa (pu«1), si ha che il numero di uomini assassini (au) è in prima approssimazione uguale al numero di omicidi commessi dagli uomini

au ≈ punu N/2

Analogamente si trova che il numero di donne assassine è

ad ≈ pdnd N/2

dove pd e nd sono le quantità corrispondenti a pu e nu per le donne. Vediamo adesso come scrivere il numero di vittime uomini (vu) e il numero di vittime donne (vd) nello stesso periodo di tempo.
Siccome la quantità di gente che uno frequenta è sempre molto inferiore a N, la frazione di uomini frequentati è mediamente

fu ≈ nu/(nu+nd)

e la frazione di donne è

fd ≈ nd/(nu+nd)

Un uomo frequenta nu persone, quindi funu uomini e fdnu donne, e per ogni uomo che frequenta ha una probabilità pu di essere ucciso e per ogni donna una probabilità pd. Qual è la probabilità (p’u) che sia ucciso? Poiché la probabilità che nessuno lo uccida è

1 - p’u = (1-pu)funu (1-pd)fdnu

la probabilità che sia ucciso almeno una volta è

p’u = 1 - (1-pu)funu (1-pd)fdnu

che con ogni probabilità è anche l’unica, essendo pu«1 e pd«1. A causa di questa piccolezza di pu e pd è anche possibile trascurare tutte le loro potenze superiori alla prima e i loro prodotti, e quindi approssimare p’u come segue

p’u ≈ pufunu + pdfdnu

Quindi il numero di vittime uomini è circa p’uN/2, cioè

vu ≈ (pufu + pdfd) nu N/2

e analogamente il numero di vittime donne è

vd ≈ (pufu + pdfd) nd N/2

Abbiamo quindi espresso il numero di assassini uomini e donne (au e ad) e il numero di vittime uomini e donne (vu e vd) in funzione di quattro parametri: violenza degli uomini (pu), violenza delle donne (pd), inserimento sociale degli uomini (nu) e inserimento sociale delle donne (nd). Definiamo ora

v = pu/pd

e

m = nu/nd

v è un indice di quanto gli uomini sono più violenti delle donne, a prescindere da quale sia l’oggetto della loro violenza. Se v è maggiore di 1, allora frequentare un uomo è più pericoloso che frequentare una donna, e più v è grande più il pericolo aumenta, e a niente può servire travestirsi da non donna. m è invece un indice di quanto gli uomini sono più inseriti nella società rispetto alle donne, cioè è un indice del maschilismo: se è maggiore di 1 la società è maschilista, se è uguale a 1 la società non è maschilista, se è minore di 1 sei nel sogno di certe femministe: una società identica a questa, ma con uomini e donne scambiati di ruolo. Date queste definizioni si può scrivere

au/ad = vm

e

vu/vd = m

In base a queste due equazioni quello che ci si aspetta in una società maschilista (m>1) e con uomini più violenti delle donne (v>1) è che gli uomini assassini siano più numerosi delle donne assassine, cosa ovvia, ma anche che gli uomini assassinati siano più numerosi delle donne assassinate, m volte più numerosi, indipendentemente da quanto gli uomini siano più o meno violenti delle donne. Può sembrare paradossale, ma in una società maschilista vengono assassinati più uomini che donne, e questo solo perché gli uomini frequentano più persone delle donne, e quindi più potenziali assassini. Così succede che più una società progredisce verso comportamenti meno maschilisti (m→1) più la proporzione di donne assassinate aumenta, che è l’esatto contrario di quello che quasi tutti danno per scontato.
Se ora sostituiamo al posto di au/ad e vu/vd i valori che si ricavano dai dati sugli omicidi dal 1992 al 2006 forniti dal Ministero dell’Interno, siamo in grado di dare una stima degli indici v e m al variare del tempo. Se è vero che il femminicidio non esiste e che gli uomini uccidono le donne non perché sono maschilisti ma perché sono uomini, allora si devono trovare due cose: che v è maggiore di 1, e che il suo valore rimane costante al passare del tempo, indipendentemente da come varia m.
Ecco i dati del Ministero riguardanti le vittime


Ho riportato la tabella per intero, ma quello che qui interessa è solo la suddivisione delle vittime fra uomini e donne indicata nelle prime due righe. Dividendo le percentuali della riga “maschio” per le corrispondenti percentuali della riga “femmina”, si ottiene la stima dell’indice di maschilismo nei trienni considerati

1992-1994: 5.5 ± 0.3
1995-1997: 4.6 ± 0.3
1998-2000: 3.4 ± 0.2
2001-2003: 3.6 ± 0.2
2004-2006: 2.8 ± 0.2

Essendo l’omicidio un evento raro, gli errori nelle stime di m sono stati calcolati assumendo che il numero di vittime emerga da una distribuzione di probabilità poissoniana. Questi risultati dicono che la società italiana è maschilista, e parecchio, visto che ancora nel periodo 2004-2006 le frequentazioni di un uomo sono circa 2.8 volte di più di quelle di una donna, ma dicono anche che al passare del tempo questo maschilismo diminuisce. Lo si vede ancora meglio nella figura qui sotto


Consideriamo ora i dati riguardanti gli assassini


Dalle prime due righe della tabella è possibile ricavare v, l’indice della violenza maschile

v = (au/ad)/m

basta dividere la percentuale maschile per la percentuale femminile e per il corrispondente valore dell’indice di maschilismo in quel triennio.

1992-1994: 3.4 ± 0.5
1995-1997: 3.2 ± 0.4
1998-2000: 3.2 ± 0.4
2001-2003: 3.0 ± 0.4
2004-2006: 3.9 ± 0.5

Il risultato è che gli uomini sono molto più violenti delle donne, più del triplo, e, cosa importante, la loro violenza non varia in modo significativo al passare degli anni, cioè resta approssimativamente la stessa indipendentemente da come varia il maschilismo. Qualsiasi sia l’origine della violenza maschile (io un’idea ce l’avrei), non si può dire che abbia qualcosa a che fare col maschilismo.


Nonostante gli uomini e le donne diventino sempre meno maschilisti, gli uomini rimangono costantemente più violenti delle donne, sia gli uomini maschilisti che gli uomini non maschilisti, e la loro violenza è rivolta contro tutti, senza alcuna distinzione di sesso, etnia o credo. In questo gli uomini non fanno veramente nessuna discriminazione. Quindi bisogna concludere che il femminicidio, inteso come omicidio maschilista rivolto specificamente contro le donne, non esiste, e che frequentare un uomo è pericoloso tanto per una donna quanto per un uomo.
Però questo non significa che il maschilismo non esiste. Il maschilismo esiste, solo che i suoi segni distintivi sono altri, per esempio la colonna a destra del Corriere.